27 agosto 2017

Francesco e Federico Mellone, antifascisti di Taranto perseguitati dal fascismo

Coltivare la memoria è un esercizio a cui purtroppo ci si sta disabituando. Moltissimi cittadini ignorano i motivi che hanno portato la città di Taranto a dedicare una via ai fratelli Mellone e non conoscono nei particolari la storia di questo nucleo familiare che dell’antifascismo aveva una sorta di religione che ricorda, a tratti, quello della più famosa famiglia Cervi.
Essere riusciti a rintracciare e pubblicare alcuni documenti, riguardanti queste figure di antifascisti tarantini, è stata un impresa non facile, viste anche alcune difficoltà relative alla fruizione degli archivi. Altri documenti sono ancora inediti, ed attendo di pubblicarli in rete e non solo.
Sono vari i testi fondamentali per rintracciare la memoria non solo dei fratelli Mellone, ma anche di tutti gli antifascisti tarantini. Li riporto in nota, più sotto.
A questi studi rimando per una conoscenza completa dell’argomento, mentre in questa sede ci pare opportuno recuperare dall’oblio le pagine trascritte integralmente di due articoli apparsi in un quindicinale “storico” della sinistra tarantina, “Taranto oggi/domani”. Articoli e documenti sono stati trascritti integralmente e senza modifiche, compresa la punteggiatura. Mi sono limitato ad aggiungere le note a piè di pagina e alcuni piccoli commenti tra parentesi quadre. Ritengo in tal modo di offrire un valido contributo a chi si accingesse a compiere una ricerca ulteriore e più completa sull’antifascismo tarantino.

 Gianluca Lovreglio


Federico Mellone (Taranto 1877- Castelfranco Emilia 1928)

Francesco Mellone (Taranto 1892-1936)

I brani che seguono sono la trascrizione integrale, effettuata da Gianluca Lovreglio, di due articoli apparsi nel quindicinale tarantino, "Taranto oggi e domani" (1974-1979). Il quindicinale è rintracciabile presso la emeroteca comunale di Taranto.

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"Taranto oggi/domani", 16 dicembre 1977
 di Amedeo Zittano

Federico Mellone è nato a Taranto il 15 settembre 1892.

Nel 1915, subito dopo lo scoppio della I guerra mondiale, all'età di 23 anni, si arruolò volontario tra gli arditi d'Italia. Già in quella occasione la sua figura si coprì di gloria: con il grado di sergente, infatti, alla testa di un gruppo di arditi, espugnò un forte nemico. Per questo episodio fu decorato medaglia d'argento. Come è noto al termine della guerra vi fu un movimento di reduci delusi per le promesse fatte e non mantenute dal governo: la terra ai contadini, il lavoro a tutti.

Federico Mellone comprese subito il significato di classe di quegli avvenimenti e decise di iscriversi al partito socialista italiano, allora diretto da Edoardo Voccoli e da Giuseppe La Torre, che era il segretario della gioventù socialista. Quasi subito entrò a far parte del direttivo provinciale del PSI.

Francesco, il fratello di Federico Mellone, di temperamento assai più forte, lavorava nei cantieri navali (era più giovane di 12 anni). Nel 1921, con la scissione di Livorno, i due fratelli aderiscono al Partito Comunista d'Italia. Federico aveva un carattere estremamente chiuso, quasi introverso, ma allo stesso tempo duro, proprio dell'uomo d'azione. Aveva subito dopo la guerra gettato via la medaglia d'argento e i ricordi della guerra stessa per dedicarsi completamente alla lotta contro il fascismo nascente con grande coraggio rischiando spesso l'arresto, il carcere e lo scontro con la polizia dello Stato autoritario e repressivo, ormai praticamente nelle mani di chi cancellerà più tardi ogni traccia di democrazia e di libertà.

L'organizzazione comunista si rafforza via via sempre di più ed organizza in quegli anni lotte e movimenti che spesso, però, vengono repressi duramente. In quelle lotte e quei movimenti i fratelli Mellone furono sempre, nella nostra provincia, protagonisti e animatori. Il fascismo prende il potere con l'appoggio della polizia e del governo. E si giunge così al 1926 quando vengono promulgate le ormai famose leggi liberticide che istituiscono il Tribunale speciale.

È in quell'anno, con precisione nell'ottobre, che dopo una riunione clandestina di comunisti sia Federico che Francesco vengono arrestati. Qualche mese prima, nel giugno, era stato arrestato, insieme ad altri comunisti, Edoardo Voccoli.

Rilasciati, i fratelli Mellone furono nuovamente arrestati, per attività "sovversiva" nel 1928. Federico e Francesco furono portati l'8 maggio di quell'anno davanti al Tribunale speciale ed alla corte fascista (Francesco, molto malato, vi fu portato in barella). Entrambi dichiararono, con coraggio e sprezzanti verso i nemici della libertà, di essere militanti comunisti. Solo per questo furono condannati rispettivamente a 10 e a 5 di carcere. Francesco dopo pochi mesi, non assistito, morì a causa del protrarsi della malattia.

Nel 1932 il Tribunale speciale fascista decretò un'amnistia per i condannati politici antifascisti con libertà vigilata. L'occasione fu il decennale del potere. I condannati del primo e secondo grande gruppo di processi furono liberati nel 1928. Una parte di essi si ritirò dalla lotta; non fu il caso di Federico Mellone che si adoperò subito per ricostruire il PCI in fabbrica. In modo particolare nell'Arsenale e a Buffoluto.

La sera del 14 del mese di marzo fummo arrestati in 250 e trasportati nelle carceri di Bari. Subimmo tre mesi di interrogatorio martellante. 29 di noi furono denunciati al Tribunale speciale fascista e processati. Il primo gruppo il 14-2-1935; il secondo il 15-2-1935. Federico Mellone fu condannato a 14 anni e 8 mesi; Giuseppe La Torre allo stesso numero di anni, e Edoardo Voccoli a 4 anni.

Durante la permanenza nel carcere di Bari, in attesa del processo, poiché stavamo nella stessa cella, mi lesse una lettera della povera e cara madre dalla quale si evidenziava il dolore per la morte del figlio più giovane, di Francesco. Mi disse: "Amedeo, è mia madre che mi scrive, io sono ormai rimasto il suo unico figlio; cosa vuoi, bisogna superare ogni dolore di fronte alla nostra grande fede di comunisti".

I vecchi e giovani combattenti per la democrazia e la libertà non devono dimenticarli, i fratelli Mellone; essi sono parte della storia del movimento operaio tarantino, un esempio glorioso di vita antifascista, dedicata intieramente alla causa dei lavoratori.

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"Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978

Dal racconto della moglie di Federico la storia dei F.lli Mellone

"Sorvegliavano Francesco anche mentre stava morendo"

Nel 1921 incominciò il periodo del terrore: così si può chiamare perché l'ho vissuto. Ricordo che era la festa di San Cataldo e ad un certo momento non si capì più niente; i fascisti avevano dato inizio alle loro bravate. Federico, io e la sorella sparimmo per evitare il peggio. In villa Garibaldi, Fedele Mellone, impiegato alle poste, il cui ufficio era sito nella città vecchia, altro fratello di Federico e Francesco, ritornando dal lavoro fu circondato dai fascisti e picchiato a sangue. L'intervento della polizia gli rese salva la vita. Fu portato in ospedale e ricoverato con gravi ferite alla testa. Dopo questo episodio incominciò l'odissea: arresti a non finire. Ogni qualvolta veniva a Taranto un esponente politico fascista o qualcuno della monarchia le perquisizioni diventavano un fatto automatico; ormai la caccia ai documenti e al materiale sovversivo era stata aperta.

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"Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978 
Attività senza tregua

Federico aveva la sartoria in Corso Umberto e qui aspettava l'uscita degli operai dell'Arsenale Marittimo, che uno alla volta, per non suscitare sospetti, passavano a ritirare l'Avanti!, giornale da lui diffuso. Era una attività senza tregua. Potrei raccontare tante cose ma preferisco citare solo quelle che più mi sono rimaste scolpite nella mente. Con Federico lavorava nella sartoria il fratello Francesco, il quale aveva imparato a cucire in seguito al suo licenziamento dai Cantieri Tosi per ordine fascista.

Trovare lavoro in quel periodo era cosa assai difficile, la nera paura regnava sovrana. Venne l'ora del servizio militare, Francesco fu destinato a Roma, al Ministero della Guerra, senza raccomandazioni e con grande meraviglia di tutti. Faceva l'orario d'ufficio così il pomeriggio poteva recarsi a lavorare in una grande sartoria. Mi scriveva sempre.

A Taranto si vivevano momenti difficili, ne avevo esperienza con Federico, lo pregai di rimanere a Roma, per la sua sicurezza. Però, una volta compiuto il servizio militare, non seppe resistere al richiamo materno, ritornò a Taranto. Qui riprese a lavorare nella sartoria del fratello. La sua venuta coincise con la celebrazione dell'Internazionale socialista. Federico di notte confezionava bandiere rosse con la falce e martello. Francesco, con abilità sorprendente, aiutato da un po' di nebbia, quella notte, eludendo la sorveglianza fascista riuscì a porre una bandiera su di un palo elettrico in via Federico Di Palma.

Questa fu la prima avvisaglia, all'alba la città si svegliò con lo sventolio di molte bandiere rosse, una delle quali si era sostituita al tricolore del Palazzo di Città. Gli aguzzini più acerrimi di Federico Mellone erano i fratelli Giusti, squadristi e centurioni che, di sovente, lo prelevavano e lo portavano nella loro sezione fascista, sita giù al Tribunale.

Qui sfogavano i loro insani istinti, ingiuriandolo e seviziandolo. Le violenze da lui
subite, erano all'ordine del giorno. In questura, un giorno, per invito del questore, gli spezzarono due incisivi, perché non rispondeva come desideravano.

A quel tempo era molto difficile uscire e rientrare a Taranto, la vigilanza era molto stretta, ma Federico non conosceva il pericolo, con il pretesto di consegnare un vestito a un dato cliente, con il treno raggiungeva i vari paesi vicini e malgrado la presenza degli angeli custodi, riusciva a scambiare rapporti con i compagni della provincia. Così gli anni passavano tra arresti, persecuzioni, perquisizioni, con palazzo e sartoria sempre piantonati.

Nell'agosto del 1926 Federico, mentre andava in bicicletta, veniva tratto in arresto vicino alla Prefettura. Quel giorno doveva esserci una riunione nella sua sartoria, sfortuna volle che su di un compagno fermato dai fascisti trovassero una circolare scritta a macchina, firmata "tarantino", la calligrafia era di Federico.

Quella riunione non fu mai fatta, tutti finirono in carcere compreso Francesco che dopo l'arresto in seguito ai maltrattamenti incominciò ad ammalarsi. A nulla servirono le suppliche al Procuratore del Re, al direttore del carcere di Taranto affinché potesse essere curato da un medico di famiglia. Il male avanzava inesorabilmente e dal carcere di Taranto lo trasferirono alle carceri di Roma, e qui fu abbandonato in infermeria privo di ogni assistenza. Nei primi tempi mi scriveva, ma un giorno ricevetti una lettera, non era la sua calligrafia, capii la gravità. Stava molto male, una paralisi gli aveva immobilizzato mezza persona ed era subentrata la tubercolosi ossea. Lo assisteva un compagno al quale era permesso stargli vicino data l'impossibilità di muoversi.

A quell'epoca c'erano i soccorsi rossi che venivano inviati e puntualmente si perdevano per strada, dal momento che non è stato dato mai nulla. Dovetti compiere sacrifici non indifferenti per potermi recare a Roma con mia suocera e con mia cognata. Dopo tante peripezie, finalmente riuscimmo ad avere il permesso di visitarlo. Ricordo tutto perfettamente perché tanto fu il dolore che mi procurò il vedere quel ragazzo buono, nobile e bello ridotto in quello stato pietoso: gli erano rimasti solo gli occhi, che aveva bellissimi. Non ci fu possibile avvicinarlo, gli erano accanto due capi guardia. Chi sorvegliavano?

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"Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978 

"Si sacrificava per i compagni di cella"

Federico invece era rimasto nelle carceri di Taranto, allora formate da due camerate denominate Voccoli una e l'altra Mellone, in esse vi erano custoditi più di quaranta detenuti politici. Per due anni gli portai da mangiare ma lui si sacrificò sempre per coloro che non stavano bene in salute. Federico si accontentò sempre della brodaglia che gli passava il carcere.

La situazione si fece sempre più disperata, molti fecero domanda di sottomissione e ben presto furono scarcerati, tanti non sapevano come fare per entrare nelle grazie delle autorità del carcere, diffamarono, accusarono Federico di atti sovversivi come l'aver sputato sulla foto del Duce e del Re. In seguito all'accaduto si riunì d'urgenza il Consiglio, formato dal Direttore, dal medico e dal cappellano, che sentenziò "sette mesi di cella di isolamento a pane ed acqua".

Poco tempo dopo la partenza per Roma, processo al Tribunale Speciale; era l'8 maggio 1928. I due fratelli si videro in Tribunale, Francesco lo portarono con la lettiga, era in condizioni pietose. La sentenza per Federico fu di 10 anni e 6 mesi; per Francesco 5 anni, che rispose al Presidente Sannia con queste precise parole "li fa lei per me?".

Questo mi fu detto dopo il processo da uno dei testimoni e precisamente da colui che arrestò Federico, Egidio Talamo, socialista in passato, era diventato guardia nazionale e poi camicia nera e negli ultimi tempi custode del Palazzo di Città fino alla morte.

Dopo il processo, il 28 maggio, Federico nelle carceri di Roma fece domanda di vedere il fratello Francesco, ma ebbe un netto rifiuto, rifiuto ribadito del resto anche in Tribunale, in occasione del processo allorquando tentò di avvicinarsi al fratello. A distanza di due giorni, precisamente il 30 maggio 1928 Francesco cessava di vivere e Federico nello stesso giorno partiva alla volta della casa penale di Saluzzo (Cuneo) nella quale doveva scontare tra le altre cose la condanna inflittagli dal carcere di Taranto.

Per le privazioni e i disagi della cella, molte volte lo trovarono disteso per terra privo di sensi, i percorsi cella infermeria si fecero sempre più frequenti. Queste notizie mi venivano dal direttore della casa penale di Saluzzo. Come persona umana, mi pregava di persuadere Federico a fare domanda di sottomissione al Duce. Sapevo che era tutto inutile, era irremovibile.

Niente e nessuno sarebbe riuscito a fargli rinnegare i propri ideali per i quali era vissuto e per i quali sarebbe morto. Dalla casa penale di Saluzzo, Federico venne trasferito all'isola di Procida, dove anche le domande di lavoro gli venivano respinte. Nel 1932 ci fu il decennale del fascismo e Mussolini dette l'amnistia per i reati politici e Federico poté fare ritorno a Taranto. Appena giunto a Taranto non perse tempo, con le idee sempre più ferme e decise, cominciò ad organizzarsi.

Intanto la paura si era insidiata in tutte le file, pochissimi erano rimasti sulla breccia, molti gli voltarono le spalle, Voccoli l'esortò alla calma, i momenti erano difficilissimi. Trovò la sua città completamente trasformata, il regime fascista aveva lasciato il suo segno. Federico si rammaricò di tale situazione ma non si diede per vinto, ancora una volta si rimboccò le maniche e continuò a lottare nel buio trascinando con sé nuovi compagni. Uno di questi tradì consegnando l'elenco con i nominativi.

Tutti furono tratti in arresto, compresi Federico e Voccoli. Ci fu un nuovo processo al Tribunale Speciale di Roma, Federico si assunse tutta la responsabilità, la condanna fu di 19 anni e 8 mesi di reclusione perché recidivo, tutti gli altri furono scarcerati compreso Voccoli.

Federico fu mandato a scontare la sua pena nella casa penale di Castelfranco Emilia e dopo due anni, per congestione polmonare morì.

Era il 29 maggio 1936: Federico Mellone, tra le braccia di un compagno di nome Turi Libero, morto di recente, cessava di vivere. A distanza di dieci anni dalla morte appresi dal custode del Cimitero di Castelfranco Emilia che i resti mortali di Federico Mellone furono deposti nell'ossario del comune.
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("Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978 )
Requisitoria del Tribunale Speciale fascista contro Federico

4° MELLONE FEDERICO


"È il prototipo del comunista tronfio, protervo, integrale. Il suo odio antifascista e la sviscerata devozione alla causa del partito sono talvolta stimolate da una punta di inconfessata ambizione ma ogni suo atteggiamento ideologico è rispondente alla più ortodossa dottrina comunista come ogni suo atto va dritto allo scopo con macchiavellica [sic] decisione. Può accettare per disciplina o per piacere ai compagni anche un umile incarico, ma nell'eseguirlo assume il contegno del vecchio comunista autoritario e pretenzioso. Non ammette accomodamenti, rifugge dagli opportunismi, sprezza i pericoli e le sanzioni punitive.

"Essere o non essere": ed egli è fervido ed irriducibile comunista disposto a tutto osare per l'abbattimento del Regime e l'instaurazione della dittatura proletaria. Tutta l'attività svolta dal Mellone dall'immediato dopo guerra a tempi recentissimi s'informa a tale logico imperativo; non è da meravigliarsi se perciò ha sempre goduto tra i compagni di fede influenza notevole e fama di comunista al cento per cento.

Del resto le sue patenti sono date dai seguenti pregiudizi: Fermato più volte per misura di pubblica sicurezza, perquisito per ragionevoli sospetti, arrestato nel 1927 per cospirazione contro i poteri dello Stato, condannato per tale delitto ad anni 10 di reclusione, imputato per i delitti di cui agli art. 123 e 427, dell'abrogato C. P., commessi in carcere e poi prosciolto per amnistia. Era da prevedersi che un simile individuo, ritornando dalle carceri, avrebbe costituito ancora un serio pericolo all'ordine pubblico e all'ordine nazionale dello Stato. Eccolo infatti, beneficiato dal Regime, in piena combutta a Taranto con i più loschi esponenti comunisti come Voccoli, Latorre, Palumbo.

Quale il pratico risultato? La ricostituzione del partito. È più facile immaginare che descrivere la conseguente attività del Mellone. Dimentico della famiglia, cieco ai pericoli della vigilanza da parte delle autorità locali, appaga la frenesia di strafare rintracciando i vecchi compagni, convenendo sulla opportunità di dar base al nuovo movimento, creando un comitato segreto in cui riesce ad includere l'intimo amico Palumbo ed ancora visita il Pierri in omaggio alla di lui qualità di elemento intellettuale, fa la spola tra il Voccoli e gli altri dirigenti, caldeggiando le sue vedute sempre intransigenti in tema di organizzazione, fa proseliti, designa elementi atti a ricoprire mansioni di capo settore, come Candelli Umberto - D'Auria Cosimo - Calia Cataldo.

Con la sua intemperanza estremista mette a dura prova la pazienza e frustra il cauto atteggiamento degli altri dirigenti timorosi di perdersi. Ed è perciò che l'ascendente del Mellone cala e si esaurisce quasi quando viene colpito da una grave disavventura coniugale. Divenuto ridicolo è costretto ad allontanarsi per Roma, pago del compito avuto dai compagni di tentare colà l'allacciamento con autorevoli esponenti della capitale e di fuori. Non è chiara l'attività conseguentemente svolta dal Mellone ma si sa in via confidenziale ch'egli è stato in rapporti epistolari con comunisti di Milano - Bologna e Ferrara. Ritornato a Taranto per assistere alla causa di adulterio, intentata contro la moglie vi rimane preso dal demone del partito. Avvilito e irritato per la sua triste condizione morale, egli si manifesta più temerario estremista di prima. Ammiratore di Troski [sic], il fedele assertore del pensiero leninista, mette in subbuglio l'organizzazione, acclamandosi a caldeggiare l'adesione alla 4a Internazionale fondata dal predetto ex commissario del popolo.

Tutti si oppongono ma più di ogni altro il Latorre che per quietare la coscienza degli aderenti scrive una nota circolare sull'argomento. Il Mellone si irrita, protesta, ha battibecchi con alcuni dirigenti, crea infine pettegolezzi speculando sul prestigio del Voccoli. Tutto si appiana ma il Mellone è ancora garbatamente tenuto in disparte. Non può, non vuole r imanere in simile posizione umiliante e lancia il progetto della costituzione di una cellula speciale per la stampa di cui avrebbero dovuto far parte tra gli altri egli stesso, il Latorre e Voccoli, progetto che disapprovato da quest'ultimo, viene senz'altro abbandonato. Non perciò il Mellone diviene più cauto e accomodante.

In occasione del vivo contrasto di tendenze cui ha dato luogo l'arrivo della nota circolare della centrale comunista, relativa alle elezioni plebiscitarie, egli, manco a dirlo, si schiera pel Voccoli. L'intervento di questo ufficio a metà marzo decorso lo trova integro, irrequieto, irriducibile comunista come sempre".

Note:

Due sono i testi fondamentali per rintracciare la memoria dei fratelli Mellone e di tutti gli antifascisti tarantini:
- R. Nistri - F. Voccoli, Sovversivi di Taranto, C.S.P.C.R. Regione Puglia SEDI Editore, Taranto 1987
- AA. VV., Antifascismo di terra jonica, CRSEC Regione Puglia TARANTO/GROTTAGLIE/MASSAFRA, Schena editore, Fasano 1989.

A questi testi rimandiamo per una conoscenza completa dell'argomento.

7 febbraio 2017

Anfiteatro di Taranto. Pochi resti risparmiati dalla cementificazione

Anfiteatro di Taranto. Pochi resti risparmiati dalla cementificazione

di Gianluca Guastella
(archeologo)

Pochi sono i resti dell'anfiteatro di Taranto risparmiati dalla cementificazione selvaggia. Ma qualcosa ancora resta! Un patrimonio storico ed archeologico "violentato".
Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Poco a nord rispetto la riva di Mar Grande, in località Montegranaro, l'archeologo L. Viola individuò alcuni filari di muro in opus reticulatum, di forma ellittica. Fu, però, solo nelle indagini del 1927 e, successivamente, del 1963, che si provvide a fornire una documentazione grafica e fotografica dell’area archeologica. Viola ne scavò il settore settentrionale, che si può ubicare nella zona posta a valle dell’attuale Ospedale di S. Giovanni di Dio (Ospedale vecchio, fra via De Cesare, via Anfiteatro, via Acclavio e via D’aquino).
 

Egli rinvenne 17 muraglie disposte lungo linee concentriche ed ellittiche. Un muro di forma ellittica, dello spessore di m. 0,95, le limitava tutte dalla parte esterna. Questo filare di muro doveva essere sormontato da una summa cavea (ultima gradinata esterna), la quale dalla parte del muro esterno doveva poggiare sul banco tufaceo, che in quel punto è molto elevato. La lunghezza complessiva dell’asse minore del monumento si doveva aggirare intorno al centinaio di metri .
L’attuale Ospedale di Taranto dovrebbe poggiare sul versante nord dell’anfiteatro, al di sopra delle gradinate superiori, mentre l’arena si pensa dovesse svilupparsi in corrispondenza del mercato coperto di via Anfiteatro, per un’estensione pari a circa m. 49,35 (calcolo effettuato dal Viola), incluso, forse, un cunicolo circumpodiale.
La tecnica muraria, tipica dell’età augustea e, forse, dei primi decenni del I sec. d.C., richiama altri anfiteatri pugliesi, come quello di Lucera e quello di Lecce (per quanto riguarda l’impostazione generale del monumento). Secondo alcune informazioni tramandateci dal Viola, l’anfiteatro potrebbe anche essere stato eretto sopra all’antico teatro grande di età greca (?).


Oggi sono visibili alcuni tratti di muro, inglobati negli stabili moderni (nello scantinato di una palazzina in via Acclavio è visibile un muro di 5 m circa di lunghezza e m 3 e mezzo di altezza, facente parte, probabilmente, del grande ingresso meridionale).

6 febbraio 2017

Resti di acquedotto rinascimentale presso Leporano, Taranto

Resti di Acquedotto Rinascimentale presso Leporano, Taranto

di Gianluca Guastella
(archeologo)

Questi sono i resti di un acquedotto rinascimentale, che sorge alle porte di Leporano, all'imbocco della strada per Luogovivo. Un poco in ombra, ma un monumento storico di grande pregio.

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

5 febbraio 2017

La strada di età romana in via Duomo a Taranto

La strada di età romana in via Duomo a Taranto


di Gianluca Guastella
(archeologo)

In via Duomo, nel 1931, durante i lavori di sterro per la messa in opera della fognatura, all’altezza dell’entrata principale della chiesa di S. Cataldo, viene messo in luce un tratto di strada antica (orientata E/O), lungo circa 18 m e a m. 0,70 di profondità.
Il piano stradale superiore, costituito da ciottoli informi di pietra calcarea disposti senza ordine, viene datato ad età Bizantina.
Il margine meridionale della strada, più vicino alla chiesa di S. Cataldo, era costituito da un muro a grossi blocchi di carparo. Al di sotto di questo piano, a m. 0,60 da esso, viene messo in evidenza un altro piano stradale lastricato e di fattura più regolare, pertinente ad una fase precedente della strada avente lo stesso orientamento.
Questa seconda fase sembra delimitata anch’essa, lungo il margine meridionale, da un muro in opus quadratum. In base alla presenza del lastricato e ad indizi non meglio specificati viene interpretata come strada romana che, attraversando l’intero abitato in senso E/O, usciva dalla porta Temenide, forse da identificare con il ramo urbano della via Appia Antica. Sopra il piano stradale antico è stata rinvenuta una statua virile frammentaria.
 

Sulla sinistra dell’asse stradale, al di sotto del Cappellone barocco della Cattedrale, durante la costruzione della stessa nel 1657, fu messa in luce un’iscrizione in onore di L. Giunio Columella, oggi perduta.

Questi ritrovamenti fanno pensare ad un’area pubblica che in età romana si sviluppava proprio in questa zona dell’Acropoli.
Attualmente (2017) la strada romana è interrata sotto il manto stradale di via Duomo, e perciò non visibile.

4 febbraio 2017

Una tradizione tarantina. Il caffè Ninfole

Ciro Ninfole. Fonte: pagina Facebook Caffè Ninfole

Una tradizione industriale tarantina. Il caffè Ninfole. 

Fonte: pagina Facebook Caffè Ninfole
Autore: non dichiarato

Ciro Ninfole, classe 1900, acquista la prima partita di caffè crudo che inizia a vendere nella "drogheria" di famiglia a Taranto Vecchia. Corre il lontano 1921, il caffè si tostava nei "tostini" e si consumava insieme all'orzo che nel primo dopoguerra era piu' economico.

Nel 1946 viene aperta la prima "Casa del Caffè" nella centralissima via D'Aquino dove si vendevano svariati tipi di Caffè provenienti da tutto il mondo. Siamo nel secondo dopoguerra, c'è una piccola torrefattrice e venti silos; il cliente puo' anche personalizzare la sua miscela concordando con il commesso le varie percentuali di caffè per gustare un prodotto assolutamente esclusivo per quei tempi.

Nel 1948 apre in via Berardi 50 la prima Torrefazione di Caffè.