24 agosto 2016

Il triste Natale del 1910 a Taranto

Ex convento S. Francesco (da www.tuttinpuglia.it)

Il triste Natale del 1910

 di Roberto Nistri

Dopo l'epidemia colerica dell'estate del 1886, il morbo tornò ad infierire sulla città di Taranto nel 1910, addizionando nuove sofferenze e preoccupazioni ad una situazione generale di preoccupante deterioramento delle condizioni della città e dei ceti popolari: per tutto il 1909 e il 1910 si era segnalato un continuo aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, e sempre più gravoso diventata il problema del carofitti.
La diffusione del colera indusse pesanti contraccolpi economici: a torto o a ragione venne posta sotto accusa l'ostricoltura (alla fin fine un capro espiatorio per eludere le pesanti responsabilità degli amministratori di fronte alle paurose carenze di ordine igienico-sanitario che affligevano il territorio), l'industria dei frutti di mare era entrata in fase di ristagno, una ventina di operai vennero licenziati.
I primi tumulti nella città vecchia vennero originati dall'opposizione popolare al trasferimento della salma d'una giovane donna ritenuta dalle autorità portatrice del colera. Una situazione esplosiva, bastavano alcuni incidenti occasionali per far divampare la sommossa. Nella mattinata del 31 dicembre la tensione sociale sfociò nella tragedia: tre morti e numerosi feriti. Un gruppo di dimostranti prese ad assalire i negozi di corso Garibaldi, per scontrarsi poi con il corpo delle Guardie Municipali. Una marea montante, da nessuno fomentata e tantomeno organizzata: un composito movimento popolare che si allargava a macchia d'olio, avendo come epicentro il cuore ribelle della "vecchia Taranto".
La folla, inferocita ma disarmata, prese a fronteggiare i militi. A questo punto accadde qualcosa di poco chiaro: sembra che alcuni colpi di moschetto siano stati esplosi contro i popolani da due finestre della caserma "Cesare Rossarol". La folla prese a sbandare e i carabinieri, perduto ogni controllo, incominciarono a sparare all'impazzata.
Giunse di corsa numerosa truppa con la baionetta innestata, la folla si disperse, dieci popolani vennero arrestati, morti e feriti giacevano al suolo.
La domenica successiva la classe operaia commemorò i suoi caduti con un imponente corteo, al quale parteciparono ventotto leghe di lavoratori. Nel comizio tenuto in piazza Fontana il repubblicano Contursi e il socialista Lefemmine denunciarono le insopportabili condizioni di vita della popolazione.
Alcuni giorni dopo la "Voce del Popolo" intervenne sulla questione, legando giustamente i moti di Taranto a un comune malessere di tutta la popolazione meridionale, con l'intento forse di ridimensionare le responsabilità specifiche della classe politica tarantina: "la stampa ha affermato in un primo momento che il ristagno dell'industria delle ostriche ed il licenziamento di appena una ventina di operai determinarono l'agitazione. Non ci par vero. Non vedete invece che questi tumulti e questi eccidi si rassomigliano tutti? Bari, Andria, Ostuni, Taranto, sono le tappe dolorose dell'ignoranza e della miseria, nelle quali si dibattono le nostre popolazioni. Ieri erano la crisi agricola ed il rincaro delle pigioni e dei viveri che ne ridestavano ancora gli istinti più violenti, oggi le condizioni sanitarie, che sono una causa grave ed immanente di disagio" ("Voce", 11 gennaio 1911).
È vero, c'è un innegabile tessuto comune di subalternità e oppressione, di disillusioni e frustrazioni, che si moltiplicano sul tramontare della belle epò que, ma c'è anche il problema specifico di Taranto, la cittadella industriale, il "polo di sviluppo" in cui la miseria nuova si è aggiunta alla miseria vecchia: "a Taranto, come in moltissimi altri comuni del Meridione, v'è un mondo da riparare (...) All'infuori delle opere a carattere militare, d'interesse nazionale, in che modo il Governo è venuto incontro a Taranto perché il suo miglioramento sociale, economico, igienico e morale, armonizzassero con l'importanza politico-militare che le ha voluto dare? I lavori di bonifica, le sistemazioni idrauliche, le costruzioni di fognature sono e resteranno sempre un ironico mito leggendario" ("Il Giornale d'Italia", 19 aprile 1911).

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