21 marzo 2016

Alda Merini, Michele Pierri e la verità sugli anni di Taranto

Michele Pierri, da: culturasalentina.wordpress.com
Pubblico sul mio blog una testimonianza di Angelo Carrieri. Probabilmente edita su carta, è stata da me rintracciata in rete sulla pagina Facebook "Taranto com'era", senza altri riferimenti. Mi sembra comunque una lettura interessante, se non altro perchè ancora una volta si ribadisce, da parte di un testimone diretto, il carattere e l'anima dei tarantini.
G. L.


Alda Merini, Michele Pierri e la verità sugli anni di Taranto

di Angelo Carrieri
 

Il racconto di un testimone diretto di quel connubio


Difensore non ad oltranza di ciò che è indifendibile, della nostra città e dei suoi cittadini, devo confessare che non ho mai condiviso i ricorrenti, non lusinghieri apprezzamenti su quello che la nostra città ha significato nel percorso di vita, oltre che di poesia, della più grande poetessa del 2° Novecento Italiano.
In un certo senso – e penso di averlo chiarito presso la libreria Mandese – il rapporto con Taranto, nell’immaginario della Merini, è stato condizionato fortemente dalla parte finale del suo soggiorno tarantino. La Taranto, che – per sua stessa ammissione – riteneva, con tutto il nostro Mezzogiorno, “retriva”, si palesò terra di «canto, melodia e sole»: insomma, dopo circa un decennio di esperienza manicomiale al “Paolo Pini” di Milano, la Merini, ormai vedova del primo marito Ettore Carniti, sposò Michele Pierri, poeta e medico tarantino, che era stato allievo – come chirurgo – dell’allora beato Giuseppe Moscati.
“Su quel treno di Taranto, infinito, ove guarirà l’ombra della mia giovinezza”: erano le parole con cui la poetessa stessa dava voce alla speranza che nutriva all’indomani della sua partenza da Milano.
Su come fosse maturata la condizione di quella partenza e dal successivo soggiorno tarantino in via Pupino 2 fui silenzioso testimone per molti mesi, allorché, trovandomi a casa Pierri (che frequentavo dai primissimi anni ’70), giungevano interminabili e costosissime telefonate interurbane, dopo le quali il “dottore” – così lo chiamavo- tornava nel suo studio, dove mi sentivo parcheggiato, “sconvolto” finanche visibilmente, dal crogiolo di quel «grande inconfessabile languore amoroso» che è la follia, che, quando prende la forma di scrittura – ma, forse anche di affabulazione diretta - in A. Merini, viene vissuta prima come esperienza fisica e solo dopo come vocazione letteraria comunemente intesa…
Sarà, come sempre, la stessa Merini a ricordare nella sua biografia che «per quattro anni ci eravamo amati al telefono», e, laddove non fosse proprio così, sicuramente per molto tempo avevano vicendevolmente nutrito la considerazione che l’uno aveva dell’altra ed Alda Merini aveva sicuramente di Michele, se ricordiamo che ha voluto esprimerla sia in prosa (“Lui era un grande poeta. Scompariva nel suo studio dove restava per ore in tutto silenzio”) sia – e soprattutto – in poesia: «Cesare amò Cleopatra, / io amo Pierri divino / che non conduce nessuna guerra, / che è solo condottiero di nostalgia, / ma il mio povero letto / giace nel solstizio d’estate / ed è un audace triclinio / quando lui a sera in vena d’amore / mi dice parole di patriottismo segreto».
Ma torniamo a Taranto: “bella” la definì con oggettivazione ingenua, ma efficace; il suo “golfo azzurro” costituì per lei il tranquillo rifugio e l’avvio di un periodo finalmente positivo, dopo la vedovanza, la povertà ed il venir meno di una serie di tutele della cultura ufficiale (da Manganelli a Spagnoletti, da Quasimodo a Pasolini), che, se non le avevano procurato chissà quali vantaggi…, sicuramente ne avevano autorizzato una qualche inserzione nel circuito buono della poesia del secondo Novecento.
E fu proprio il nostro concittadino Spagnoletti che, a mio avviso, operò per procurare alla Merini (qualcuno mi disse impietosamente che la scaricò…) la risoluzione di quel burrascoso segmento della sua vita, vissuta fra i clochard di Milano (uno, di nome Titano, lo fece soggiornare nella sua povera casa per cinque anni) e la dissipazione delle prime possibilità economiche rivenienti dalla sua poesia e dall’attenzione da cui cominciava ad essere circondata.
Naturale, a mio avviso, anche se confacente alla cultura del sospetto che noi tarantini amiamo esercitare soprattutto sugli altri (guai a ricordarci che eguale legittimità avrebbe, se esercitata su di noi), che molti sospettassero come «interessata» una relazione fra due persone, distanti per età (all’incirca trenta), per condizione sociale (l’uno, illustre chirurgo, andato in pensione come direttore sanitario del SS. Annunziata) e per igiene mentale (matta o caratteriopatia che fosse la Merini).
Ma tornando al matrimonio, ho – per la prima volta – confessato in pubblico che, pur pesandomi enormemente la “violenza” implicita della richiesta, ebbi l’insolenza (ma fu soprattutto un atto di amore per il Maestro…) di chiedere a Pierri per quale motivo stessimo per andare – io testimone e lui nubendo ottantenne – al SS. Crocifisso, dove avrebbe sposato la Merini. La risposta – non la ricordo a memoria – fu molto simile al concetto da lei espresso, con altre parole, nel Delirio amoroso: «lui voleva ripagarmi dei tanti anni di sofferenza. Io invece già lo amavo».
Pierri disse a me, suo testimone, che non voleva lasciarla per strada, alla mercè della violenza del mondo e di una sopravvivenza sempre più precaria («Io nacqui destinata a soffrire. Mi auguravo di morire. Ma la vita fu feroce: mi lasciò sopravvivere…».
A Taranto la Merini incontrò, oltre lo scrivente, persone eccezionali che sposarono i suoi progetti di ripresa creativa ed editoriale: fra tutte, ricordo “Le satire della Ripa”, che, senza Giulio De Mitri ed amici pittori già impegnatisi in un particolarissimo Omaggio a M. Pierri , non avrebbero visto la luce.
C’è quindi un secondo, decisivo, tempo della creatività della Merini, legata agli anni meridionali, agli amici qui conosciuti, alla vicinanza di quel Pierri, che, nel Sud, era tappa obbligata di quanti, fossero poeti o rettori universitari, venivano nella casa del soggiorno della Merini – me presente - a trovare Michele Pierri, ad indagarne l’anima, a coltivarne l’amicizia.
E quel tempo la Merini lo scorda disinvoltamente, assorbendolo indistintamente in quella «terribile ansa di dolore e di ignominia che è la psichiatria di Taranto», dove soggiornò per sole 2 settimane e non certo per un tempo maggiore, come ha amato diffondere nelle sue ricostruzioni più fantasiose che autentiche: e di tanto, fra gli altri, è stato testimone Michele Romano, autorevole neurologo tarantino, per altro amico di Michele Pierri, presente alla serata da Mandese. Quanto ai figli (ma, in verità, non solo quelli…), trovavo in qualche misura giustificabile la loro preoccupazione (in alcuni più evidente…) per la decisione del padre, decisione che ne cambiò e stravolse la vita, così come mi accorsi da subito, pur facendo un’assoluta revisione di quell’atteggiamento di tanti – io fra quelli - propensi a collocare in una sfera di santità un uomo straordinario come Pierri, il più straordinario che io potessi conoscere nella mia vita. Più probabile che parole infuocate – come osserva la Merini nella sua prosa – Pierri amasse ancora sentirle da una donna e che, in qualche misura, le volesse ricambiare, e non solo nella dimensione letteraria, ad una donna così speciale, che gliele aveva risvegliate.
Alla malattia della Merini, altalenante nei suoi picchi ma giammai superata, si aggiunse quella del marito Michele Pierri ed in qualche modo – certo ora più comprensibile – l’ostilità della famiglia, che riteneva ormai impossibile un legame, in cui Pierri, ormai bisognoso lui stesso di assistenza, potesse provvedere ad una donna di trent’anni più giovane ed addirittura “violenta”, suo malgrado, in alcune manifestazioni di intemperanza nei confronti di Pierri ( il più volte citato Rocco, portiere di casa in quegli anni, mi fece a parte di alcuni episodi che non ricordo – nemmeno a me – con piacere…).
Il soggiorno nella psichiatria tarantina, dalle «due settimane» in cui si svolse, diventò circa di tre anni, come riporta certa biografia, forse autorizzata dalla Merini stessa e da un clichè vittimistico cui ha amato indulgere in certi anni.
Non meraviglia che ne conseguisse un’immagine di Taranto, che avrà tante altre colpe, ma fra le tante non ha certo quella di non essere stata ospitale con una personalità così eccezionale, i cui problemi erano – per altro – difficilmente risolvibili fuori di una rete di relazioni familiari e sanitari e che risentivano, comunque, della instabilità della persona e della ingombrante crescita del suo personaggio.
Il ritorno a Milano, forse, anzi certamente, più infelice del viaggio di qualche anno prima per Taranto, fu l’avvio di un periodo diverso, e più ricco di risultati di notorietà e di fama letteraria internazionale. Sarebbe scorretto, a mio avviso, ritenere Taranto e quanto da lei vissuto nella nostra città, estranei al suo ulteriore successo, così come sarebbe ugualmente colpevole continuare a credere nello stereotipo di una Taranto malevola con la più grande poetessa del secondo nostro novecento.

20 marzo 2016

Pinocchio a Taranto? Una bugia col naso lungo....

Foto: www.leavventuredipinocchio.com

Pinocchio a Taranto? Una bugia col naso lungo....

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata sul mio blog il 24 ottobre 2007. Oggi pubblico una versione ampliata e aggiornata.


Ha tenuto banco, nell'estate tarantina del 2007, una diatriba nientemeno che... sulla casa della fatina di Pinocchio. Succede che con scarsa professionalità alcuni operatori diano scorrette informazioni ai turisti, per aggiungere "panna montata" a una storia, come quella della nostra città, che è già affascinante di per sè, e che non ha alcun bisogno di invenzioni atte a provocare lo stupore del pubblico. La nostra storia stupisce già, così come la decadenza della nostra amata città, costretta alle bugie... di Pinocchio.

La "vera" casa di Pinocchio non è affatto in Sicilia, come scrisse Sferra alle testate giornalistiche joniche, ma presso il Lago di Martignano a pochi chilometri dal Lago di Bracciano in provincia di Roma, inoltre, come può vedersi dalle foto, le due costruzioni NON sono affatto somiglianti. Qui sotto inserisco la foto della vera "casa della fata", e la foto della casina lanciasiluri, quest'ultima presa dal sito "www.viaggiareinpuglia.it", cioè un sito turistico, che "spaccia" (è proprio il caso di dirlo) ancora oggi il mito della casa della fata turchina.
Sembra che l'origine di tutto sia stata la puntata di "Lineablu" n. 9 del 24 luglio 2004, dal titolo: "A bordo della Garibaldi". Sarebbe interessante rivederla, ma la rete dimentica in fretta, e della puntata non ho trovato alcuna traccia. Gianluca Lovreglio

Ecco la lettera di Sferra, pubblicata da Tarantosera qualche giorno dopo il suo invio:

«Ma quale casa di Pinocchio?!»
Da: Tarantosera del 21/08/2007

Gentile signor direttore, chiedo scusa se occupo un poco di spazio sul suo giornale. La mia missiva è solo una segnalazione a tutti i tarantini e non, che da quattro anni ascoltano il cicerone delle navette dell’Amat sul mare. Questa persona si è inventata una bugia, ha pubblicato e ancora va commentando, che la palafitta lancia siluri che si trova dopo Punta Penna Pizzone, nei pressi di Cimino, è la casetta dalla fatina di Pinocchio. Racconta che il regista Luigi Comencini con tutti gli attori sono venuti qui a Taranto a girare una sequenza del film “Le avventure di Pinocchio”, dove Gina Lollobrigida ha fatto la parte della fata turchina (Ma quanne maje ha venùte ‘stu fatte a Ttarde?!). Signor direttore, ho avuto un po’ di tempo e ho fatto un po’ di ricerche e ho trovato che Gina Lollobrigida, la fatina di Pinocchio, con Comencini hanno girato il film sul litorale palermitano in Sicilia e precisamente a Mondello... come dimostrano le numerose fotografie dello stesso film che le invio e spero che lei ne pubblicherà qualcuna a dimostrazione della verità (Cume se dice ‘a buscìje vé da nanze e a veretà vé da réte). E’ per niente onesto prendere per i fondelli l’ignaro, che sempre ha creduto chi commenta realmente la storia, le “Culacchje de Storie”, originali e documentati.

Cataldo Sferra (presidente dell’associazione culturale “Il Tarantino”)

* * * * *

Caro Sferra, lei ha sfatato un luogo comune e gliene siamo grati. Nessuno ha mai visto a Taranto Comencini e la Lollobrigida per girare Pinocchio. E’ vero, la casina lancia siluri nei pressi di Punta Penna Pizzone è assai somigliante alla casa della fata turchina e a forza di sentirci ripetere che proprio quella era, abbiamo finito un po’ tutti per crederci davvero. Le foto che lei ha gentilmente inviato (tra cui quella che pubblichiamo) chiariscono definitivamente che l’ambientazione non è quella di Mar Piccolo. A parte la somiglianza della palafitta non c’è altro. Il contesto paesaggistico è completamente diverso. Alla guida turistica, della quale è comunque apprezzabile lo spirito d’iniziativa per far conoscere la città, consigliamo d’ora in poi di limitarsi a dire che quella palafitta, per via della somiglianza con quella del film, è comunemente ribattezzata la casa della fata turchina. Che vuole, Sferra, in questi anni abbiamo creduto ad un’altra favola. Noi tarantini di favole, purtroppo, ne abbiamo ascoltate spesso. Il guaio è che ci crediamo.




Foto  1: www.leavventuredipinocchio.com


Foto 2: Elio Little, in www.viaggiareinpuglia.it

Ecco ora il documentato articolo pubblicato da Francesca Rana il 18 agosto 2007 su Nuovo Quotidiano di Puglia

C’era una volta la troupe del regista Luigi Comencini in cerca del luogo ideale dove ambientare l’incontro tra la fata turchina e Pinocchio… Fu, forse, il Mar Piccolo di Taranto? Su questo fiabesco aneddoto raccontato negli ultimi anni si addensano sempre più nubi. La casina della fatina del film “Le Avventure di Pinocchio”, con il grande Nino Manfredi, non sarebbe né qui, come racconta ripetutamente Enzo Risolvo, presidente dell’Associazione “Taranto Centro Storico”, a bordo delle motonavi Adria e Clodia dell’Amat, né a Mondello, in Sicilia, come sostiene Cataldo Sferra, presidente dell’Associazione “Il Tarantino”. Le romantiche sequenze nelle quali Gina Lollobrigida incantava il più famoso dei monelli, Pinocchio, Andrea Balestri, nel 1971, sarebbero state girate ed ambientate nel Lazio. «La casetta della fatina si trovava sul Lago di Martignano in provincia di Roma nella prima parte delle riprese – spiega Stefano Garavelli, ideatore e webmaster del sito ufficiale www.leavventuredipinocchio.com, a nome di Multimedia San Paolo, editrice del film – nella seconda parte, è stata smontata e posta sulle saline in località Saline di Tarquinia in provincia di Viterbo sul Mar Tirreno. Non è un punto di vista. È la verità di chi è stato dietro le quinte e l'ha vista coi propri occhi. Il resto sono burle o dicerie false».

Un anno dopo, nel ’72, Leo Pantaleo era nel cast de “Lo Scopone Scientifico” di Comencini: «Dopo 15 giorni trascorsi a stretto contatto sul set, il regista avrebbe dovuto fare almeno una battuta su Taranto, non vi pare? Invece, nulla. Non è sicuramente vera la storia della casetta sulle sponde di Mar Piccolo».

Incuranti di rettifiche e smentite, i cultori di tradizioni tarantine restano ancorati alle proprie convinzioni. Sferra, nei giorni scorsi, in una lettera mandata ai giornali aveva puntato il dito contro il Cicerone delle navette, definito il “Pinocchio Tarantino”. Secondo lui, la casetta della fatina sarebbe addirittura nel palermitano e non sarebbe la palafitta lanciasiluri, situata dopo il Ponte Punta Penna, nei pressi di Cimino: «Cume se dice “a busìe ve de nanze” e “a veretà vè da rète” – aveva affermato alla fine della sua missiva – non è onesto prendere per i fondelli». Risolvo, accusato di aver inventato una bugia a vantaggio dei passeggeri, ribatte: «La trasmissione televisiva Linea Blu, di Rai Uno, nel 2004 raccontò questo episodio (e, dunque, ha la TV il naso più lungo?! ndr). Non ho certezze o documenti. Però, tanti anziani lo confermano. Quella parte del film deve essere stata girata a Taranto.

Alla gente piace sentirlo dire. Molti adulti hanno a loro volta ascoltato versioni diverse secondo le quali la casetta era sul Lago di Iseo o a Caserta. Indagherò e vedrò se la Marina Militare ha concesso lo spazio a Comencini negli anni ’70. Magari, risulta un’ambientazione diversa ed invece il regista in persona era proprio sulle sponde di Mar Piccolo». I pinocchi sono più di uno? In totale buona fede, ipotesi più certa, entrambi hanno tramandato storie veramente raccontate ai ragazzini negli anni ’70? Oppure, c’è qualcosa di vero nella leggenda? Un altro capitolo di questo giallo fiabesco venuto a galla durante l’estate sarà raccontato prestissimo. Sognare un colpo di scena, perfino con un pizzico di illusione, non farà male a nessuno.