16 febbraio 2016

Il castello di Avetrana (il Torrione)

Il castello di Avetrana (il Torrione)

Riduzione e adattamento da: Il castello di Avetrana tra storia e restauro verso il riuso, a c. dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, dell'Assessorato alla P. I. e Cultura della Regione Puglia, del CSPCR di Manduria, Avetrana 1987. Testi di Roberto Bozza, ricerca storica di Regina Poso, grafica e disegni di Alessandro Spalatin e Roberto Bozza.

Cenni storici. 

Il complesso fortificato di Avetrana è conosciuto come il "Torrione". Il nome evidenzia la parte più antica ed imponente del complesso e sposta subito l'attenzione sulla Torre quadrata, che costituì il principale caposaldo del sistema difensivo di quei luoghi, sul quale si attestarono le successive fortificazioni e poi, verosimilmente, la cinta muraria della città, di cui ancora si conservano tracce fisiche e storiche.

L'intero complesso del "Torrione" è posto all'estremo ovest dell'abitato, dove ancor oggi il centro antico, idealmente chiuso dal solco del fossato e dalla linea delle mura, confina direttamente con la campagna.

Del castello restano ancora la grande torre quadrata, gran parte di una torre tonda d'angolo (attestata tra due cortine, di cui quella ovest è conservata mentre quella nord è diruta), da una torretta bassa e quadrata di incerta funzione, ed infine da una cortina interposta tra torre tonda e torretta.

Al di sotto si sviluppano numerosi ed assai vasti ambienti ipogei, per lo più trappeti, depositi e granai, oltre alle casematte della torre tonda angolare.

La linea di difesa definita verso ovest dalla cortina del Castello, era, probabilmente, collegata con la cinta muraria.

Il primo nucleo fu dunque la grande Torre quadrata, anteriore al 1378, come vedremo in seguito, circondata da un fossato e raggiungibile mediante una ripida rampa di scale, a sua volta collegata con la torre da un ponte levatoio, facilmente difendibile, e di cui restano visibili nei muri gli appoggi per le travi lignee.

Presumibilmente quando le funzioni militari del Castello non furono più preminenti il ponte mobile in legno venne sostituito con un altro, fisso ed in muratura, che ancora si conservava ai primi di questo secolo.

Le originarie finestre erano monofore; pochissime, strette e solo ai piani superiori.

Tutte le altre sono da ritenersi rimaneggiamenti successivi, o adeguamenti alle mutate esigenze difensive.

L'interno era scandito da solai in legno (quello bivoltato al piano terreno è notevolmente tardo) e da un'unica volta in corrispondenza dell'accesso dal ponte, oltre a quella di copertura.

Le altre e più tarde fortificazioni erano anch'esse cinte da un fossato.

I trappeti (frantoi oleari) tra cui quello settecentesco, ubicato al di sotto del teatro dei primi del Novecento, si mostrano ancora completi delle vasche e delle mole; sono intercomunicanti tra di essi e con gli altri ambienti sotterranei, tra cui i depositi e le casematte della torre tonda.




LA STORIA E L'ARCHITETTURA

Sino al 1986 poco più che un rudere, il "Torrione" è stato oggetto di un ottimo intervento di restauro conservativo e recupero da parte dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, con finanziamenti concessi dall'Assessorato alla Cultura della Regione Puglia ai sensi della Legge Regionale del 26/03/1979 n. 37.

Le notizie storiche disponibili non sono numerosissime.

Tuttavia dal Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili e notabili e feudatarie di Terra d'Otranto, Lecce 1927, apprendiamo che già in epoca angioina il Casale di Santa Maria della Vetrana venne donato a Pietro Tocco, Gran Siniscalco del Regno, e che nel 1378 gli venivano assegnati due soldati.

Tale data costituisce un termine ante quem circa l'esistenza della torre.

Il feudo, e dunque anche le sue difese, passò poi alla famiglia De Raho, e, dopo la morte di Teodora di Giacomo Raho, ritornò alla regina Giovanna II, che lo donò a Giovanni Dentice di Napoli, il quale a sua volta nel 1423 lo vendette a Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

Tenuto per pochi anni da Francesco Montefuscoli, nel 1481, e quindi in epoca aragonese, passò alla famiglia Pagano, portato in dote da una Montefuscoli.

Carlo Pagano lo cedette nel 1567 (o 1587) per la somma di 50.000 ducati a Giovanni Antonio Albrizzi, signore di Mesagne, insignito nel 1604 del titolo di principe di Avetrana.

Dagli Albrizzi fu poi acquistato da Michele di Davide Imperiali, che nel 1691 iscriveva il proprio nome sul portale del piano nobile dell'adiacente e ricco palazzo.

Nel '700 andò infine alla famiglia Romano, originaria di Brindisi.

Attualmente il Castello è un palinsesto di strutture, adeguatesi prima alle esigenze militari e poi alle più disparate funzioni.

La Torre quadrata, sicuramente già realizzata nel 1378, ripete la tipologia federiciana delle torri di Leverano, Grottaglie, Rutigliano, Adelfia, largamente diffusa sino alla fine del '400 dalle maestranze locali.

Altri elementi di puntuale riferimento si possono trovare nelle feritoie, nelle tracce di merlatura nel tipo di bugnato della parte superiore, accostabile a quello della Torre della Leonessa di Lucera, o ai bugnati più spessi delle già citate torri di Rutigliano ed Adelfia, e della Torre Barisana di Bitonto.

La rampa d'accesso (sicuramente ed a più riprese rimaneggiata) rivela analogie formali con altri impianti angioini, ed attribuisce il nome all'adiacente e settecentesca Cappella della Madonna del Ponte.

La Torre di Avetrana, sorta ai tempi delle armi bianche e delle macchine nevrobalistiche, era di conseguenza alta, stretta e merlata.

Rimaneva però, in seguito, vulnerabilissima ai colpi delle bocche da fuoco, ed era dunque inconciliabile con le nuove necessità difensive.

Infatti tutte le fortificazioni dell'epoca, aragonesi prima e spagnole poi, iniziate dopo il 1480 (Gallipoli, Otranto, Acaja, Taranto, Corigliano, etc.), data della caduta e dei massacri di Otranto, adottarono torri più basse, munite di rampe per i pezzi d'artiglieria, e molto larghe per poter contenere un maggior numero di cannoni nelle casematte interne e sugli spalti, appostati per il tiro incrociato e radente.

Sulle cortine si rese necessaria la falsabraga, per poter manovrare agevolmente i pezzi.

A queste esigenze si attenne anche la cinta bastionata di Avetrana, con torrione cilindrico angolare e bassa torretta quadrata, di incerta funzione.

La data di quest'operazione di adeguamento difensivo si può far risalire al periodo in cui i Pagano e poi gli Albrizzi stabilirono in Avetrana la propria dimora.

Pressappoco in quegli anni veniva infatti completata la costruzione della cerchia delle mura di Taranto (1598-1599), alle quali la torretta bassa e quadrata è un tipico rimando morfologico, così come pure al Castello di Pulsano, della fine del XVI secolo.

Col venir meno delle esigenze strettamente difensive, e quindi in epoche più recenti, il complesso venne dapprima adibito ad usi agricoli, connessi all'attività dei sottostanti trappeti, forse già all'epoca degli stessi Imperiali. Infine, all'inizio del nostro secolo, fu destinato a mattatoio comunale.

A seguito di ciò vennero realizzate non poche superfetazioni e strutture, tutte intorno alla torre quadrata, e di cui restano ben visibili le tracce nelle murature esterne, mentre fossato e parte delle cortine esterne scomparvero definitivamente.

Dopo la demolizione di tali superfetazioni ed il crollo di una parte della torre tonda e della doppia volta a piano terreno all'interno della torre maggiore, il Castello assunse la sua definitiva ed attuale fisionomia, in parte verificabile attraverso un'incisione di Gustavo Strafforello (1899) e documenti fotografici del 1914, entrambi riferibili, però, ad una veduta parziale del Castello, per di più dalla parte del lato ovest, più integro.





I RESTAURI

Le principali e più delicate opere di consolidamento statico hanno interessato la Torre quadrata.

è stato dapprima effettuato un preconsolidamento, che ha permesso, mediante un reticolo cementato, di rigenerare il nucleo interno dei paramenti murari, completamente rarefatto.

I cantonali sono stati rinforzati con perforazioni annate incrociate, e tutta la struttura è stata infine resa solidale ed omogenea mediante tiranti in acciaio Diwidag di grande diametro, collocati entro perforazioni carotate orizzontali e diagonali, saturate con resine epossidiche, ed ammorsati alla struttura mediante piastre di ancoraggio.

Alcuni elementi architettonici e strutturali, fessurati o pericolanti (architravi, piattabande, etc.) sono stati puntualmente conservati, provvedendo però al ripristino del loro corretto comportamento statico.

Le volte sono state accuratamente risanate e consolidate mediante la realizzazione di "cappe annate" in calcestruzzo, che hanno consentito l'integrale recupero della loro funzionalità ed i necessari collegamenti orizzontali dei paramenti in elevato.

In tal modo l'intero assetto del "Torrione" è stato completamente ricostruito, e la struttura è ritornata integra, solidale ed omogenea.

Il tutto senza segni visibili, né all'interno né all'esterno.





Anche i locali sotterranei ed il vecchio teatro sono interessati da dissesti statici rilevanti, ed anche per essi sono state approntate opportune opere di consolidamento, in particolare per il secondo, dove le volte necessitano di "cappe armate" e le pareti ed i pilastri in muratura, fessurati per schiacciamento, di interventi finalizzati alla ricostruzione dell'originaria integrità strutturale e di comportamento statico.

8 febbraio 2016

La fata e Taras

LA FATA E TARAS

di Gianluca Lovreglio


La storia della mia bellissima città, in una fiaba catullo-calviniana, con la colonna sonora di Marley, De Andrè, Battisti, Guccini, Raiz...
Già edita nella raccolta di componimenti dell'associazione Terra delle Gravine in occasione della notte di San Giovanni 2013


I suoi occhi. Particolari. Blu cobalto. Un colore mai visto prima, in una donna. Fu grazie a quegli occhi che Taras si innamorò, perdutamente, e lasciò la sua casa di legno, la sua terra e le sue abitudini di sempre per seguire la sua fata bionda...

Vissero tra le selve costiere dello Jonio, coccolati dal vento, dalle acque limpide che scorrevano accanto alla caverna, e si nutrirono di storie. La fata bionda conosceva migliaia e migliaia di storie, tante quante ne aveva vissute, o ascoltate, o create, nei suoi cinquemila anni trascorsi prima di incontrare Taras il guerriero. Amavano far colazione con storie di eroi, pranzare con le storie della Terra, cenare con le storie d'amore. Talvolta, a merenda o come piccolo spuntino, la fata bionda preparava densissime storie di viaggio, con particolari esotici gustosissimi. Quando Taras aveva un malanno - un raffreddore, magari, o un mal di testa - ecco che subito una storia di mare lo sollevava e lo guariva d'incanto.

Gli occhi blu cobalto s'informavano di nuovi colori, quand'ella - la fata - raccontava le sue storie. E non pensiate che fossero sempre uguali, sempre le stesse, no! Alcune erano condite con spezie leggere, altre piccanti di peperoncino, altre ancora dolci di zucchero e miele. Talvolta le sue storie sapevano di mandorla, talaltra di vaniglia. Quand'era di umore cattivo, la fata preparava storie che sapevano d'aceto, o di frutta acerba, o di sale.

Giunse Taras, stanche e vecchie le membra, all’ultimo albero della sua personale foresta. Fu quel giorno, consapevole d’aver ormai esplorato tutti i sentieri del suo bosco, che chiese alla fata l’ultima storia, la storia d’un luogo, una città.

La fata iniziò a narrare d’un luogo caro più di altri agli dei e alla madre Terra. Circondato dal mare, dapprima un piccolo villaggio di coloni della stessa stirpe del nostro eroe, poi - sempre più grande e più bello - diventa città. Il suo popolo mite esempio di raffinatezze, dedito alla filosofia, all’arte e famosa per la bellezza delle sue donne.

«Fu lì che nacqui», s’interruppe la fata, e aprendo l’eterea veste di bisso celeste, pose se stessa allo sguardo del guerriero morente, che con l’ultima forza del suo animo vitale, avviluppò tra le braccia la sua fata, carezzando mollemente la linea del suo petto, sino a comprendere tra i palmi le forme perfette dei suoi seni, e pose le sue labbra sul suo viso, moltiplicando i baci a mille a mille, d’una dolcezza che parve infinita ai due amanti. Quand’ei la prese pei fianchi, gli occhi della fata divennero cangianti, dei colori dell’arcobaleno, e l’estasi fu per entrambi sublime, a corona gentile del loro perduto amore.

Suonava per loro il vecchio Marley, accompagnando i sussulti d’amore con il lento ritmo dei battiti del cuore. Riprese la fata la sua storia, che narra adesso di greggi ed armenti, d’una immensa statua d’un dio, d’un re greco generoso in battaglia, dei suoi elefanti e del generale colle insegne di lupa che lo sconfisse. Narrò di ville e di vino, di giardini, di teatri, di terme.

Racconta poi di un generale nero, e d’una armata di africani, e d’un altro generale colle insegne di lupa.

Vennero poi genti greche, ed altre arabe di lingua. Narra adesso la fata d’un porto di pescatori, di navi e di un fiorente commercio. «Oui, trés belle» s’ascoltò poi nelle strade della città che vide il natale della fata.

A tali racconti Taras prestava orecchio attentissimo, e parve quasi che l’ombra del suo ultimo albero si stesse allontanando, per tanto nutrimento traesse dai racconti della fata amor suo.

Venne il tramonto. E la fata continuava il racconto. Fu la volta d’una regina in catene, e di genti del paese del Cid, che tennero cara la sua città. Narrò d’un castello, e di mura possenti, d’un canale che ancor oggi meraviglia gli astanti. Si ascoltò poi la lingua di Mozart, tra i suoi vicoli, e poi di nuovo bandiere bianche, rosse e blu adornarono le sue strade, ed un’aria di libertà. Tornarono i napoletani, e subito dopo soltanto un dialetto aspro ma sincero, e la lingua del sì, risuonò per questa terra baciata dagli dei. Nuovi borghi e quartieri abbellirono e ingrandirono la città narrata dalla fata, poi arrivò la fabbrica delle navi, e la tragica guerra degli uomini…

Era ancora molto bella, questa terra, anche quando un cupo duce ne tesseva le sorti, e poi una guerra, di nuovo. La fata s’accinse a raccontare l’ultimo capitolo. Fu il turno del Mostro, un’orribile creatura che screziò per sempre il volto della terra così cara alla fata. E fu proprio mentre narrava della carie nera e del marcio sangue, che il cuore di bimbo di Taras non resse. Si coprì il volto col mantello. Ed il silenzio scese col buio.

4 febbraio 2016

Il castello normanno e aragonese di Taranto

Foto di Gianluca Lovreglio

Il castello normanno e aragonese di Taranto


di Gianluca Lovreglio


Già edito in www.mondimedievali.net

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.


Dopo la conquista romana le mura magno-greche della città di Taranto furono completamente distrutte, come naturale punizione e umiliazione. Fino almeno al VI secolo, ma anche oltre, Taranto non fu dotata di un impianto strutturale che potesse ragionevolmente intendersi come castello. Se è vero che Procopio di Cesarea chiama Taranto «fortezza», la sua testimonianza può riferirsi alla città presa nel suo complesso, piuttosto che ad un impianto militare difensivo vero e proprio. Nell’età che vide Taranto sotto la dominazione bizantina, i dominatori edificarono, insieme alla città, un frourion, una rocca, una struttura fortificata che presumibilmente non era altro che un raddoppio delle mura nel punto della città, il più alto, che costituiva l’antica acropoli. Furono i Bizantini, quindi, che intorno al 967 d. C., chiudendo una parte angolare delle mura di fortificazione della città, crearono un primo nucleo della principale fortezza medievale di Taranto.

Veri costruttori di un castello a Taranto potrebbero essere stati i Normanni, che approfittando della posizione strategica dell’opera fortificata nei confronti della città, e della città nei confronti del Mediterraneo, ne sfruttarono le caratteristiche “militari”.

Federico II e gli Svevi tralasciarono la struttura, pur considerandola fondamentale nel sistema castellare del regno (non fu mai messa in discussione la sua natura di castrum exemptum): ordinarono lavori di ristrutturazione tanto puntuali nella descrizione quanto nella mancata esecuzione. Per vederli realizzati bisognerà aspettare ancora quasi un secolo. Le fonti del periodo normanno e svevo non ci consentono di congetturare l'edificazione di un vero e proprio castello: tuttavia, ben analizzando la documentazione successiva, la fortezza fatta costruire dagli Aragonesi con l'intervento (vero o presunto) dell'architetto Francesco di Giorgio Martini dal 1486 al 1492, sembra non essere una costruzione ex novo, ma una resa in forma più ampia e robusta - «in ampliorem firmiorem formam» - di un castello caratterizzato da un'architettura militare di tipo normanno.

Da alcune fonti cronachistiche e altri documenti è possibile invece ipotizzare che Taranto fosse dotata, in età normanna, oltre che di un castello anche di una cinta muraria, aperta da una parte sulla via che conduce a Bari (Porta Napoli) e dall’altra su quella che conduce a Lecce (Porta Terranea). Nel lato ovest (verso il Municipio) è posto l'ingresso principale del castello. E' questa la zona, con quel ponte d'accesso, dove secondo lo Statutum de reparatione castrorum (1241-1245) dello svevo Federico II era presente un barbacane che aveva bisogno di riparazioni. Proprio al centro del ponte che attualmente unisce l'ingresso del castello con la strada, scavalcando il fossato, è presente uno spazio di forma quadrangolare, testimonianza del barbacane.

All'interno vi è una corte, circondata da possenti cortine murarie cinte ai quattro lati dalle torri cilindriche e fornito dal lato sud con un rivellino che avanza verso il mare.

Dalla seconda metà del XIV secolo il castello di Taranto rafforza le tradizionali funzioni di carcere, come appare dai documenti del cosiddetto Libro Rosso. Un manoscritto dell’Archivio Dipartimentale di Marsiglia del 1406 riproduce il giuramento di fedeltà - o omaggio feudale - al sovrano Luigi II, di Maria d’Enghien quale principessa di Taranto. La cerimonia, divenuta famosissima e ricordata ancora oggi, si tenne «in castro Tarenti in sala magna dicti Castri», alla presenza di tutti i notabili del Principato.

Elemento di continuità nella fortezza è certamente la cappella, le cui notizie accompagnano ininterrottamente la storia del castello dal Medioevo ai giorni nostri. Sino agli anni 1269-1270, sulla scorta delle notizie dei Registri della Cancelleria Angioina, essa era dedicata alla Vergine. Nel 1277 appare per la prima volta citata col nome di S. Leonardo, nome che conserva tuttora.

La struttura originaria del castello era completata dalla torre S. Angelo, la più grande, abbattuta nel 1883 assieme ad altre due torri della cortina muraria, per far posto al ponte girevole e al canale navigabile. Nel corso della sua storia il castello aragonese è stato spesso utilizzato come carcere (fine 1700), mentre dal 1887 è proprietà della Marina Militare.

Il vero (e forse l’unico) elemento che ci induce a considerare l’ubicazione della principale fortificazione della città come una linea ininterrotta che parte dai Bizantini per arrivare agli Aragonesi è la sua insostituibilità strategica, la sua posizione ai margini del contesto urbano che ha reso possibile una continuità strutturale pur all’interno di un quadro di variazione delle domande da parte del ceto dirigente di turno.

L’inizio “classico” dell’età moderna, la data della scoperta di un nuovo mondo, segna anche la fine definitiva del castello feudale di Taranto, e il sorgere della fortezza aragonese che ancora oggi, seppur parzialmente mutila, domina il canale della città.