25 agosto 2016

Il Palazzo di Città a Taranto tra vecchi e nuovi equilibri istituzionali e formali


Il Palazzo di Città a Taranto (1865-1869) tra vecchi e nuovi equilibri istituzionali e formali


di Vittorio Farella

articolo edito in: AA.VV., Kronos. Periodico del Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia. Università degli Studi di Lecce, n. 5-6  - direttore B. Vetere, Galatina 2003
Il testo seguente è stato trovato in rete sul sito www.issuu.com

La fase storica all’interno della quale si inquadra la complessa vicenda della ricostruzione della Casa Comunale è quella caratterizzata dalla ripresa di centralità di una città nella quale i processi di industrializzazione savoiarda interferirono seriamente tanto sullo sviluppo urbanistico che sulla evoluzione del suo sistema economico complessivo. Si chiude, cioè, la fase borbonica di misera provincia e si apre quella del grande porto militare mediterraneo con annesso arsenale marittimo (1).
L’annosa vicenda prende le mosse da un primo intervento di rafforzamento e ristrutturazione parziale dell’impianto preesistente (1864) e, negli anni successivi, parallelamente al crescere di un’ambizione municipale e alla diffusa volontà di affrontare in modo radicale e risolutivo la realizzazione di un’ampia e monumentale Casa comunale, le progettazioni si susseguono alternando mani diverse, da quelle dell’ingegnere Davide Conversano, autore delle prime elaborazioni progettuali (1865), a quelle dell’ingegnere Giovanni Galeone che portò a compimento i lavori reinterpretando ma anche modificando in maniera incisiva il primitivo disegno (1868-1869) e fino agli interventi di rimodellazione degli spazi interni e di ridefinizione dei prospetti che hanno interessato l’edificio per tutto il corso del Novecento (2).

Il primo progetto generale dell’opera, redatto dal Conversano e presentato il 20 Ottobre 1865 per l’approvazione, si presenta particolarmente complesso ed ambizioso volendo non solo assicurare spazi adeguati a tutte le branche dell’amministrazione pubblica, ma anche destinare parte del primo piano alla funzione “di una rappresentanza di considerazione ed anche per ricevere qualche distinto personaggio” prevedendo a tal fine anche “una grande Sala per Galleria” nonché un certo numero di “camere che possono addirsi bene a stanze da letto, a Gabinetto o sala da pranzo ed a tutti gli altri bisogni di una casa abitata” (3). La particolare complessità dell’edificio porterà il Conversano a presentare, in corso d’opera, diversi progetti suppletori e tuttavia non vedrà la conclusione dei lavori che spetterà, invece, all’ing. Giovanni Galeone.

Che Davide Conversano avesse proposto un progetto abbastanza sommario fondato su un’idea della monumentalità ancorata a modelli neoclassici, persino peggiorati nel tentativo di coniugare lessici formali più recenti, lo si desume in qualche modo dalla severa relazione sul progetto formulata da Alessandro Aurinela, ingegnere reggente del Genio Civile di Lecce, e rimessa al sindaco di Taranto, peraltro con una serie di osservazioni di natura economico-amministrativa (4). Relazione che appuntava con burocratica sufficienza e certosina puntigliosità non solo talune inadeguate soluzioni nella distribuzione dei locali per le necessità delle diverse branche dell’Amministrazione, ma ancor più gli errori tecnici e progettuali - in realtà solo presunti - sui quali si era voluto fondare la fabbrica, alla cui definizione si sottolineava la insufficiente quantità di allegati grafici e di dettaglio.
Dura e per certi versi comprensibile fu la reazione del Conversano non solo perché per eccesso di zelo e senza il suo consenso si era voluto sottoporre il progetto all’approvazione del Genio Civile come se riguardasse la costruzione di ponti e strade, ma soprattutto perché l’ing. Aurinela, con evidente saccenteria, era entrato nel merito anche del piano artistico del palazzo rigettando alcune soluzioni prospettate, come l’avancorpo tetrastilo che inquadra il portale principale, l’arrotondamento dei quattro cantonali dell’edificio, la collocazione a suo dire incongrua delle paraste sui prospetti e perfino la forma e le dimensioni delle aperture a finestre e balconi.
“Non ho potuto trovare - così scrive a tal proposito il Conversano al Sindaco di Taranto - negli studi architettonici di qualunque entità essi si fossero il divieto di usare colonne e pilastri nel modo come sono usati nel prospetto del Palazzo Comunale di Taranto. Il Signor Ingegnere Regente dice essere ciò un errore di massima in cui facilmente si cade, ma cadere in errore con Palladio, con Vitruvio, con lo Scamozzi, con Vignola e con altri sommi Ingegneri anteriori e posteriori è cadere decorosissimamente “...
“Sugli angoli dell’edificio portati a spicoli circolari, anzicchè a spicoli retti, come vorrebbe il Signor Ingegnere Regente, gli si risponde che ciò non è mio difetto potendosi usare o l’uno o l’altro modo a seconda le circostanze, e circostanza imponente era per noi la strettezza delle strade e la svoltata di esse precisamente a tutti e quattro gli angoli dell’edificio per dar commodità al giro delle vetture”...
“Il Signor Ingegnere trova che le fasce son mal collocate e che le vorrebbe in corrispondenza de’ muri divisionali dell’interno. Ma domando se quelle del disegno sono forse piazzate a staccio, oppure negli estremi di ogni compartimento? Si guardi il progetto e poi si giudichi della osservazione del Signor Ingegnere a tal riguardo.
Non saprei cosa fare come non far comparire disgradevoli agli occhi del Signor Ingegnere Regente le finestre del pianterreno ed i balconi de’piani superiori e deformi le cornici de’ frontoni di essi. Ma cosa avrei dovuto fare? Farle più larghe? Rotonde? Ellittiche? Ornate di bassorilievi? D’arabeschi? Essi tutti son considerati e per larghezza e d’altezza in proporzione all’edificio cui son adattati e dalle locali e particolari circostanze pure” (5).

E d’altra parte in città fra i notabili si fece un gran parlare su un progetto che lasciava un po’ tutti segretamente insoddisfatti. Qualcuno si spinse perfino a voler di fatto limitare le attribuzioni dell’ingegnere Conversano. Si cominciò così a parlare della necessità di una scala monumentale che potesse esaltare, tramite un più adeguato corredo figurale e ornamentale e un’articolazione plano-altimetrica più imponente, la solennità di un luogo di rappresentanza pubblica. Un certo ing. De Lens produsse così una sofisticata - questa sì economicamente molto ardita - proposta di sistemazione della scala monumentale sulla quale fu chiamata a discutere e decidere la Giunta municipale alla stessa insaputa del Conversano. Ma la città era davvero piccola (e forse lo è ancora) sicché le voci giunsero all’interessato che, con una vibrante rimostranza epistolare, rivendicò l’onorabilità della sua professione gravemente minacciata da una manovra probabilmente mirante perfino al suo esonero, in realtà comunque di grave diminuzione sul piano professionale giacché rimetteva ad altri la soluzione degli elementi monumentali essendo state ritenute insufficienti perciò le molte altre da lui proposte.

E Davide Conversano, ingegnere del Genio Civile di Taranto, si risentì veramente molto giacché, tra i rilievi sfavorevoli della Prefettura di Terra d’Otranto, già ricordati, tra i crolli subitanei di porzioni di cornicione d’attico, tra quanto qualcuno della Commissione di sorveglianza andava calunniando riuscendo perfino a far deliberare il Consesso cittadino non curandosi del rischio che ciò comportava “di faccia alla pubblica opinione” per l’immagine del “valente” professionista, avvertiva quanto tale ginepraio nuocesse alla sua figura di uomo pubblico. Ma l’episodio, che pure ci restituisce il tenore minuscolo della vita di una cittadina di Terra d’Otranto, si colorò dei toni della tragedia umana giacché la morte del Conversano (giugno 1868) deve ritenersi molto prossima a queste vicende di affanni del contingente che avevano così seriamente provato l’uomo.
Già nel marzo del 1868 lo stesso Conversano aveva chiamato a coadiuvare l’ingegner Giovanni Galeone perché potesse in qualche modo curare le fasi terminali della costruzione. Questi affronta gli ultimi problemi strutturali e distributivi rimasti insoluti senza però sconvolgere il preesistente impianto e nel pieno rispetto del lavoro affrontato dal Conversano, come esplicitamente dichiara nella Relazione allegata al Progetto suppletivo pel nuovo Palazzo municipale presentato il 20 Settembre del 1868:

“A chi voglia considerare le particolarità del palazzo municipale in costruzione si appresenta subito l’idea della necessità di apportarvi qualche modifica nell’intendimento di accordare le costruzioni eseguite secondo l’antico Progetto con le altre molte che ulteriormente si sono e proposte ed accettate. E già è noto come quella saggia costumanza che i Pittori hanno di venir ritoccando le sparte tinte delle loro tele devesi anche dall’Architetto seguire quando ei per mala ventura s’imbatte ad espletare un edificio incominciato senza unità di concetto. Se non che la mancanza di questa unità di concetto non può in verun modo addebitarsi all’illustre autore del Progetto primitivo perciocché i documenti in forza de’ quali egli compilò quel progetto valgono non pure a giustificarmelo, ma a salvarlo ancora d’ogni qualsiasi accusa che gli si volesse avventare. Ciò conveniva a me qui rammentare a testimonianza di quel giusto rispetto che pel defunto collega mi ebbi e di quella riserba con la quale alla compilazione di questo progetto mi accingo" (6).
Così il nuovo direttore dei lavori, l’ingegner Giovanni Galeone, nominato il 19 giugno 1868 all’indomani della scomparsa del Conversano, si accingeva a portare a compimento quella contrastata vicenda che caratterizzò la realizzazione di questa importante opera pubblica della città di Taranto. Già componente di rilievo della Commissione di sorveglianza nominata dal sindaco Angelo Farese per coadiuvare e ulteriormente rappresentare la municipalità nel suo sforzo per la realizzazione di una Casa comunale moderna e monumentale, il Galeone si trovò a dover dirimere aspetti amministrativi, architettonico-progettuali ed operativi e proprio nella fase nella quale ormai i lavori, iniziati all’indomani dell’asta pubblica tenutasi in Taranto con il sistema delle tre candele il 14 maggio del 1864, erano pervenuti alla copertura del piano d’attico.
Si trattò indubbiamente di un impegno complesso, rivolto soprattutto a risolvere le problematiche esistenti e a consegnare in tempi brevissimi il palazzo. Il suo esito, perciò, non si discosta sensibilmente dalla primitiva ipotesi del Conversano tanto per impianto che per definizione delle facciate. Una soluzione sicuramente non ardita, tutta dentro il solco di una concezione della monumentalità pubblica propria del periodo postunitario nel quale l’architettura, alla ricerca di espressioni aderenti alla vita moderna e alla nuova svolta storico-istituzionale, ripropone ancora per inerzia e stancamente schemi e linguaggi di ispirazione neoclassica desunti prevalentemente dall’edilizia privata aristocratica. Un giudizio sugli esiti se per certi versi colloca entro uno scenario abbastanza angusto l’intera operazione progettuale, ben ci indica una indisponibilità all’arditezza che forse meglio altrove venne in simili occasioni dispiegata. Ad ogni modo l’intervento risultò efficace e migliorò sensibilmente quanto fino a quel momento si era definito. In epoche successive, poi, vari ulteriori interventi permetteranno di configurare, sia nei prospetti che nell’articolazione e distribuzione degli spazi interni, l’attuale stato e configurazione del Palazzo di Città (Figg. 1-2).
Si tratta di un edificio in cui molto si avverte quella generalizzata trascuratezza nella soluzione particolare propria dell’edilizia pubblica, una sorta cioè di contraddizione fra la necessità di rappresentare il pubblico interesse attraverso interventi di indiscussa monumentalità e l’impossibilità di ricondurre tale necessità ad un’unica volontà ordinatrice capace di dare forma ad un’idea fortemente perseguita. Una contraddizione strutturale che presenta eccezioni solo nelle realizzazioni maggiori di regime e che appunto colloca pure quest’opera tra le molte altre sulle quali appare difficile esercitare giudizio.
Intorno a un cortile centrale, nel quale una sorta di verticalità di illuminazione permette di riconoscere al piano terra in penombra perimetri e misura dell’invaso, sui lati lunghi del quale due appartamenti sono destinati al personale di guardiania e sorveglianza, solo a fatica si indovina l’ubicazione dello scalone a due rampe che permette l’accesso al piano nobile. Sebbene per misure rammenti una ricercata monumentalità, il sistema della sua illuminazione e la scarna ornamentazione ce lo restituiscono in una percezione di eccessività (Figg. 3-4).
L’accesso nella grande sala che distribuisce nelle due direzioni intorno alla chiostrina le varie stanze della pubblica funzione, consente una pausa dovendosi il visitatore orientare o verso l’ala di Sud-Est, più propriamente utilizzata per le funzioni del Gabinetto del sindaco e degli Affari generali - tutti ambienti questi ultimi affacciantisi su una vasta anticamera - oppure verso l'ala di Nord-Est destinata in origine agli uffici tecnici.
Sul prospetto di levante una grande Galleria, che riproduce per misura lo spazio della porzione di androne che precede la chiostrina, risulta l’ambiente destinato alla rappresentanza pubblica.
Il secondo piano superiore, che ripropone del sottostante la partizione distributiva e la pezzatura dei vani, risulta invece destinato a sede della Sala consiliare nonché agli uffici dello Stato civile, agli archivi, all’Ufficio sanitario.
Si tratta in realtà di un sistema distributivo abbastanza aperto, dove l'anello di circolazione intorno al cortile centrale pur rendendo i singoli ambienti passanti, non presenta una geometria fondata sull’essenzialità. Al contrario, i vari uffici appaiono articolati per zone funzionali ed i collegamenti reciproci risultano definiti attraverso passi eccessivi o perché troppo angusti o perché fuori misura.
All’interno, nella Galleria, i corredi di ornamentazione rimangono risolti nella realizzazione di una decorazione a tempera su tela incartata ancorata a un sistema di arcarecci in legno che definiscono il controsoffitto voltato a padiglione a sesto molto ribassato; decorazione effettuata secondo spolveri geometrici fondati su motivi ricorrenti secondo i riferimenti grafici del più diffuso repertorio classicheggiante (Figg. 5-6). I settori di cromatismo risultano contenuti in uno spettro esiguo mentre la maggiore qualità consiste nel sistema di ombre proprie e portate da sorgenti luminose centrali, di modo che l’intera descrizione tenta un riuscito trompe-l’oeil volumetrico. Negli ulteriori vani di rappresentanza le decorazioni si risolvono in stucchi e rosoni centrali di produzione seriale ancorché di buona qualità e, infine, in una più recente rappresentazione a tempera di più vivaci cromatismi posta nella sala di accesso al piano nobile con lo stemma della municipalità.
Quanto agli esterni, la compagine formale delle quattro facciate rimane fondata su una pretenziosa monumentalità del portale sulla Piazza Castello, impostato su un avancorpo tetrastilo appena aggettante dalla quinta muraria che definisce l’intero prospetto su questo versante (Figg. 7-8).
Su una modulazione di paraste scandite con la rigida osservanza della simmetria centrale, ai vari piani si definiscono elementi di coronamento in opere da scalpellino, più propriamente in corrispondenza delle paraste gemine che al primo piano vengono risolte nei modi del capitello ionico e al secondo piano nei modi di quello corinzio. Ulteriori elementi lapidei consistono, infine, nella cimasa di coronamento, in due conchiglie in bassorilievo, nelle volute di raccordo tra il muretto d’attico e il timpano di cuspide, a sua volta sormontato da un festone mistilineo pure in pietra.
Ai numerosi segni di verticalità si contrappongono, in un tratto di più spiccato aggetto, balconate ai piani, continue sull’intero corpo centrale, coronate sul piano d’attico da una cimasa che ritiene l’orologio della pubblica piazza e lo stemma della città. Un cornicione d’attico su modiglioni, secondo la serialità del dentello, sottolinea una orizzontalità che in qualche modo nega la sostanziale verticalità denunciata dal complesso murario.
Tutte le aperture sono risolte su uno standard formale omogeneo per ciascun livello, caratterizzato da uno stipite scorniciato la cui piattabanda è sormontata da un timpano di evidente aggetto. Quello triangolare del piano nobile, equilibrato e canonico, si presenta come il più pregevole. La serialità delle aperture (porte dei balconi e finestre dei piani superiori) si mantiene disciplinata entro lo schema su tutte e quattro le facciate. In quella di Ponente, infine, un ulteriore portone, di eccessiva misura, si apre verso la chiostrina centrale rimanendo testimonianza di una modalità dei tracciati viari urbani propri, e per lunghi secoli, a questa porzione di città. La casa del governatore, che precedentemente occupava questo sito, collegava con un sottoportico su arco - l’Arco del Governatore - la parte più interna dei quartieri militari sotto-mura con la Piazza Castello.
Sintesi di quella contraddizione fra una pretesa monumentalità e una contrazione del gesto creativo pare potersi riconoscere nell’androne al piano terra, dove a una sostanziale complessità degli elementi formali principali (i portali sulla Piazza Castello e su Vico Quartiere risultano in asse e di misure equivalenti; i pilastri che reggono le spinte delle volte dei porticati, insieme a un corredo formale di finiture, si determinano nella sostanziale qualità delle trasparenze; la chiostrina centrale permette la percezione di una ricercata verticalità) corrisponde una sensazione di incombenza degli orizzontamenti voltati che appiattiscono e diminuiscono la misura dell’invaso e dove l’elemento di raccordo, cioè il vano scale, rimane sfuggente e per misure persino inadeguato (Fig. 9), di modo che una sostanziale dissociazione nella regola progettuale (il troppo grande, il troppo piccolo) accompagna il visitatore in ogni parte dell’edificio.

Appendice
Provincia di Terra d’Otranto
Circondario di Taranto
Comune di Taranto
Progetto per l'edificazione del fabbricato della Casa Comunale di Taranto.
L'anno mille ottocento sessantacinque, il giorno venti del mese di Ottobre in Taranto.
Io Davide Conversano, ingegnere di Taranto, per invito ricevuto da questo Signor Sindaco, mi son recato nella Segreteria Comunale, in dove si è trovato lo stesso Signor Sindaco con la Giunta Municipale, la quale ha fatto proposta per la costruzione dell'edifizio della Casa Comunale per intero su di un piano generale, e su di questo piano levare il corrispondente estimativo.
Il piano che la Giunta richiede deve esser tale da soddisfare tutti i bisogni che ha il Comune di località per allocarvi i rami più interessanti della sua amministrazione e dipendenti della stessa; e perciò la ripartizione e distribuzione delle località istesse per lo intero edificio deve essere regolato su di questo concetto.
Tutte le branche dei rami dell’Amministrazione Comunale che devono essere piazzati nel nuovo edifizio, e che sono i più interessanti, dovranno essere nel pianterreno, come sono le scuole diverse diurne e serali, da poter i locali istessi addetti ad esse servire nelle occasioni per le riunioni dell’elezioni amministrative e politiche ed anche per altre circostanze, compatibili sempre con la esistenza delle scuole. Per piazzarvi la Cancelleria della Conciliazione, l’Ufficio dell’Alloggio, quello de’ Dazi o altro di esercizio della economia urbana. Il primo piano alzato destinarsi interamente all’Ufficio della Segreteria Comunale, col Gabinetto del Sindaco, quello per la Giunta, la sala per la riunione del Consiglio, una grande sala per Galleria e, se è possibile, avere locali tali per le sezioni di cui si compone l’Ufficio.
Per la ripartizione di questo 1° piano dev’essere fatta in modo che deve servire tanto per l’uso indicato, quanto per quello di una rappresentanza di considerazione ed anche per ricevere qualche distinto personaggio, dovendovi perciò per questo esservi delle camere che possono addirsi bene a stanze da letto, a gabinetto o sala da pranzo ed a tutti gli altri bisogni di una casa abitata.
Potendo essere facile che per gli usi cui si vuol destinare questo primo piano alzato venisse ad aver località poco sufficienti a tutt’i bisogni che ha l’Ufficio della Segreteria pei diversi impiegati addetti a ciascuna sezione, sarà bene che la proposta del piano artistico si estendi pure al progetto del 2° piano del nuovo
edifizio onde avvalersene ove precisamente il bisogno lo richiedesse, senza ricorrere a nuovi progetti, dovendosi di ciò tener considerazione per edificar le mura della solidità necessaria da sostenere il gravame di un 2° piano.
Quindi il progetto da levarsi dovrà contenere tutte le opere e lavori necessari per le diverse località del pianterreno , quelle della ripartizione di un 1° piano alzato e l’altre per quella di un 2° piano; e tutti questi lavori dovranno essere distinti piano per piano, onde potesse l’Amministrazione regolarne la esecuzione e la condotta a seconda le convenienze e gl’interessi comunali.
Vi è però da osservare una condizione che vi esiste per questo progetto qual è quella che per lo sviluppo di questa Casa Comunale vi è un primitivo progetto parziale dell’opera che riguardava la modifica e la riforma di una porzione di quello che era e in tanti diversi lavori per la somma di £. 20000,00 e che dato in appalto, venivano eseguiti, quando l’Amministrazione Comunale risolvendo di rifare il tutto su di un piano generale conveniva col partitario di quel primo progetto di ridurre i tanti diversi articoli di lavori che comprendeva in quelli solamente di fondazioni ed opere basse, onde liberare il nuovo ed esteso progetto dagl’intralciamenti che quei lavori sparsi in tanti vari punti gli apportava. Difatti così è stato praticato, e questi lavori del primo progetto, o fondazioni e murature fuori terra della facciata alle Mura, di quella al Largo del Castello e di una piccola parte di quella a S. Michele, e tutto sino al pavimento del primo piano.
E’ perciò che nel nuovo progetto deve tenersi ragione di questa circostanza, onde non comprendere nello stesso quei lavori che si trovano già eseguiti e che si appartengono solo alla parte del pianterreno.
Vi è a tener ferma la idea di isolare del tutto il nuovo fabbricato della Casa Comunale, distaccandolo dalla Casa Galassio e di tanto da lasciar libera una strada comoda per vetture.
Spiegata l'idea generale per la distribuzione e destinazione di tutte le parti che compongono ciascun piano dell’edifizio, e come sono designate nelle rispettive piante che vanno alligate al presente progetto, con la indicazione dell’uso a cui ciascuna parte dev’essere destinata, se ne riportano i dettagli e gli estimativi per ognuno.

NOTE
1. Sugli aspetti urbanistici e sull’insediamento dell’arsenale militare a Taranto dopo l’Unità d’Italia si rinvia a G. C. Speziale, Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Bari 1930; AA. VV., La Città al Borgo. Taranto fra ‘800 e ‘900, Taranto 1983; R. Massafra - R. Nistri, Città cittadini civiltà dell’industria. Economia e società a Taranto dal Medioevo ai giorni nostri. Fra cronaca e storia, Taranto-Martina Franca 1985; AA. VV., La Marina e Taranto. Centenario dell’Arsenale, Taranto 1989.
2. Per notizie in dettaglio sulla evoluzione della fabbrica si rinvia a D. L. De Vincentiis, Storia di Taranto, Taranto 1878, Seconda edizione Taranto 1983, pp. 29-35; V. Farella, La Città Vecchia di Taranto. L’esperienza di risanamento e restauro conservativo, Brindisi-Taranto 1988, pp. 342-349; F. Porsia - M. Scionti, Le città nella storia d’Italia. Taranto, Bari 1989, p. 107.
3. Cfr. la cartella “Il Palazzo di Città” presso l’Archivio Storico Comunale di Taranto, Cat. X, b. 254 e il documento riportato in Appendice.
4. Ibidem
5. Ibidem
6. Ibidem

24 agosto 2016

Il triste Natale del 1910 a Taranto

Ex convento S. Francesco (da www.tuttinpuglia.it)

Il triste Natale del 1910

 di Roberto Nistri

Dopo l'epidemia colerica dell'estate del 1886, il morbo tornò ad infierire sulla città di Taranto nel 1910, addizionando nuove sofferenze e preoccupazioni ad una situazione generale di preoccupante deterioramento delle condizioni della città e dei ceti popolari: per tutto il 1909 e il 1910 si era segnalato un continuo aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, e sempre più gravoso diventata il problema del carofitti.
La diffusione del colera indusse pesanti contraccolpi economici: a torto o a ragione venne posta sotto accusa l'ostricoltura (alla fin fine un capro espiatorio per eludere le pesanti responsabilità degli amministratori di fronte alle paurose carenze di ordine igienico-sanitario che affligevano il territorio), l'industria dei frutti di mare era entrata in fase di ristagno, una ventina di operai vennero licenziati.
I primi tumulti nella città vecchia vennero originati dall'opposizione popolare al trasferimento della salma d'una giovane donna ritenuta dalle autorità portatrice del colera. Una situazione esplosiva, bastavano alcuni incidenti occasionali per far divampare la sommossa. Nella mattinata del 31 dicembre la tensione sociale sfociò nella tragedia: tre morti e numerosi feriti. Un gruppo di dimostranti prese ad assalire i negozi di corso Garibaldi, per scontrarsi poi con il corpo delle Guardie Municipali. Una marea montante, da nessuno fomentata e tantomeno organizzata: un composito movimento popolare che si allargava a macchia d'olio, avendo come epicentro il cuore ribelle della "vecchia Taranto".
La folla, inferocita ma disarmata, prese a fronteggiare i militi. A questo punto accadde qualcosa di poco chiaro: sembra che alcuni colpi di moschetto siano stati esplosi contro i popolani da due finestre della caserma "Cesare Rossarol". La folla prese a sbandare e i carabinieri, perduto ogni controllo, incominciarono a sparare all'impazzata.
Giunse di corsa numerosa truppa con la baionetta innestata, la folla si disperse, dieci popolani vennero arrestati, morti e feriti giacevano al suolo.
La domenica successiva la classe operaia commemorò i suoi caduti con un imponente corteo, al quale parteciparono ventotto leghe di lavoratori. Nel comizio tenuto in piazza Fontana il repubblicano Contursi e il socialista Lefemmine denunciarono le insopportabili condizioni di vita della popolazione.
Alcuni giorni dopo la "Voce del Popolo" intervenne sulla questione, legando giustamente i moti di Taranto a un comune malessere di tutta la popolazione meridionale, con l'intento forse di ridimensionare le responsabilità specifiche della classe politica tarantina: "la stampa ha affermato in un primo momento che il ristagno dell'industria delle ostriche ed il licenziamento di appena una ventina di operai determinarono l'agitazione. Non ci par vero. Non vedete invece che questi tumulti e questi eccidi si rassomigliano tutti? Bari, Andria, Ostuni, Taranto, sono le tappe dolorose dell'ignoranza e della miseria, nelle quali si dibattono le nostre popolazioni. Ieri erano la crisi agricola ed il rincaro delle pigioni e dei viveri che ne ridestavano ancora gli istinti più violenti, oggi le condizioni sanitarie, che sono una causa grave ed immanente di disagio" ("Voce", 11 gennaio 1911).
È vero, c'è un innegabile tessuto comune di subalternità e oppressione, di disillusioni e frustrazioni, che si moltiplicano sul tramontare della belle epò que, ma c'è anche il problema specifico di Taranto, la cittadella industriale, il "polo di sviluppo" in cui la miseria nuova si è aggiunta alla miseria vecchia: "a Taranto, come in moltissimi altri comuni del Meridione, v'è un mondo da riparare (...) All'infuori delle opere a carattere militare, d'interesse nazionale, in che modo il Governo è venuto incontro a Taranto perché il suo miglioramento sociale, economico, igienico e morale, armonizzassero con l'importanza politico-militare che le ha voluto dare? I lavori di bonifica, le sistemazioni idrauliche, le costruzioni di fognature sono e resteranno sempre un ironico mito leggendario" ("Il Giornale d'Italia", 19 aprile 1911).

13 agosto 2016

Poesia: Sogno campane d’argento e d’oro suono

Sogno campane d’argento e d’oro suono

Poesia di Gianluca Lovreglio (2011)

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

Sogno campane d’argento e d’oro suono

Sogno campane d’argento e d’oro suono
Organi in movimento dove fallisce il sole

S’alluna l’immortale eco del sangue
e arriva, arriva e si diparte.

Luce non odo: desiderio infame, ora!

Atto di sale,
di fuoco e pane,
di senso e fame,
luce m’assale...

Sì! dimmi, fanciulla che balla

Il sogno ti fa bella

Fuori! Mi desto e muoio!

Caduto eroe senza vergogna
pentomi di tanto clamore vigore calore.

Scottato nell’asse di ghiaccio
so, sì, che non ho di quel che so.

Arrendo e basisco, arretro e ruggisco

Ancora...

Sogno campane d’argento e d’oro suono

(c) Gianluca Lovreglio 2011

Poesia: I viaggi immaginari

I viaggi immaginari

Poesia di Gianluca Lovreglio (1990)

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

I viaggi immaginari

Strane atmosfere
danzano qui sul mondo
in una notte nera
con uomini neri
e nubi dense
circondano l’essere
di gioie mortali e
d'infiniti percorsi.
Storie...
da raccontare ai vivi
solo dopo la morte.
Sangue e liberazione
giorni di festa, scuri
sopra una mano tesa
dagli inscritti germogli rosa.
Vie affollate, gente
che danza.
In ordine, alla notte travestita
o, forse, alla morte.

© Gianluca Lovreglio 1990

30 aprile 2016

Alda Merini. Non vedrò mai Taranto bella

Il 30 aprile 2010 il Consiglio comunale di Taranto quasi a "risarcimento" concede la cittadinanza onoraria alla poetessa Alda Merini, all'unanimità dei 24 consiglieri presenti e votanti, con la seguente motivazione: "La Città di Taranto, in segno di riconoscimento per l'intensa attività poetica e letteraria, frutto di un intelletto singolare e geniale, capace di indagare con passione i luoghi più reconditi dell'animo umano, conferisce la cittadinanza onoraria post mortem ad Alda Merini".
G. L.

Alda Merini

Poesie per Charles



Non vedrò mai Taranto bella
non vedrò mai le betulle
né la foresta marina:
l'onda è pietrificata
e le piovre mi pulsano negli occhi.
Sei venuto tu, amore mio,
in una insenatura di fiume,
hai fermato il mio corso
e non vedrò mai Taranto azzurra,
e il mare Ionio suonerà le mie esequie.

Tratta da: Vuoto d'amore, a cura di Maria Corti, Einaudi, Torino 1991. Collezione di Poesia, n. 224. Torino, Einaudi, 1991.



21 marzo 2016

Alda Merini, Michele Pierri e la verità sugli anni di Taranto

Michele Pierri, da: culturasalentina.wordpress.com
Pubblico sul mio blog una testimonianza di Angelo Carrieri. Probabilmente edita su carta, è stata da me rintracciata in rete sulla pagina Facebook "Taranto com'era", senza altri riferimenti. Mi sembra comunque una lettura interessante, se non altro perchè ancora una volta si ribadisce, da parte di un testimone diretto, il carattere e l'anima dei tarantini.
G. L.


Alda Merini, Michele Pierri e la verità sugli anni di Taranto

di Angelo Carrieri
 

Il racconto di un testimone diretto di quel connubio


Difensore non ad oltranza di ciò che è indifendibile, della nostra città e dei suoi cittadini, devo confessare che non ho mai condiviso i ricorrenti, non lusinghieri apprezzamenti su quello che la nostra città ha significato nel percorso di vita, oltre che di poesia, della più grande poetessa del 2° Novecento Italiano.
In un certo senso – e penso di averlo chiarito presso la libreria Mandese – il rapporto con Taranto, nell’immaginario della Merini, è stato condizionato fortemente dalla parte finale del suo soggiorno tarantino. La Taranto, che – per sua stessa ammissione – riteneva, con tutto il nostro Mezzogiorno, “retriva”, si palesò terra di «canto, melodia e sole»: insomma, dopo circa un decennio di esperienza manicomiale al “Paolo Pini” di Milano, la Merini, ormai vedova del primo marito Ettore Carniti, sposò Michele Pierri, poeta e medico tarantino, che era stato allievo – come chirurgo – dell’allora beato Giuseppe Moscati.
“Su quel treno di Taranto, infinito, ove guarirà l’ombra della mia giovinezza”: erano le parole con cui la poetessa stessa dava voce alla speranza che nutriva all’indomani della sua partenza da Milano.
Su come fosse maturata la condizione di quella partenza e dal successivo soggiorno tarantino in via Pupino 2 fui silenzioso testimone per molti mesi, allorché, trovandomi a casa Pierri (che frequentavo dai primissimi anni ’70), giungevano interminabili e costosissime telefonate interurbane, dopo le quali il “dottore” – così lo chiamavo- tornava nel suo studio, dove mi sentivo parcheggiato, “sconvolto” finanche visibilmente, dal crogiolo di quel «grande inconfessabile languore amoroso» che è la follia, che, quando prende la forma di scrittura – ma, forse anche di affabulazione diretta - in A. Merini, viene vissuta prima come esperienza fisica e solo dopo come vocazione letteraria comunemente intesa…
Sarà, come sempre, la stessa Merini a ricordare nella sua biografia che «per quattro anni ci eravamo amati al telefono», e, laddove non fosse proprio così, sicuramente per molto tempo avevano vicendevolmente nutrito la considerazione che l’uno aveva dell’altra ed Alda Merini aveva sicuramente di Michele, se ricordiamo che ha voluto esprimerla sia in prosa (“Lui era un grande poeta. Scompariva nel suo studio dove restava per ore in tutto silenzio”) sia – e soprattutto – in poesia: «Cesare amò Cleopatra, / io amo Pierri divino / che non conduce nessuna guerra, / che è solo condottiero di nostalgia, / ma il mio povero letto / giace nel solstizio d’estate / ed è un audace triclinio / quando lui a sera in vena d’amore / mi dice parole di patriottismo segreto».
Ma torniamo a Taranto: “bella” la definì con oggettivazione ingenua, ma efficace; il suo “golfo azzurro” costituì per lei il tranquillo rifugio e l’avvio di un periodo finalmente positivo, dopo la vedovanza, la povertà ed il venir meno di una serie di tutele della cultura ufficiale (da Manganelli a Spagnoletti, da Quasimodo a Pasolini), che, se non le avevano procurato chissà quali vantaggi…, sicuramente ne avevano autorizzato una qualche inserzione nel circuito buono della poesia del secondo Novecento.
E fu proprio il nostro concittadino Spagnoletti che, a mio avviso, operò per procurare alla Merini (qualcuno mi disse impietosamente che la scaricò…) la risoluzione di quel burrascoso segmento della sua vita, vissuta fra i clochard di Milano (uno, di nome Titano, lo fece soggiornare nella sua povera casa per cinque anni) e la dissipazione delle prime possibilità economiche rivenienti dalla sua poesia e dall’attenzione da cui cominciava ad essere circondata.
Naturale, a mio avviso, anche se confacente alla cultura del sospetto che noi tarantini amiamo esercitare soprattutto sugli altri (guai a ricordarci che eguale legittimità avrebbe, se esercitata su di noi), che molti sospettassero come «interessata» una relazione fra due persone, distanti per età (all’incirca trenta), per condizione sociale (l’uno, illustre chirurgo, andato in pensione come direttore sanitario del SS. Annunziata) e per igiene mentale (matta o caratteriopatia che fosse la Merini).
Ma tornando al matrimonio, ho – per la prima volta – confessato in pubblico che, pur pesandomi enormemente la “violenza” implicita della richiesta, ebbi l’insolenza (ma fu soprattutto un atto di amore per il Maestro…) di chiedere a Pierri per quale motivo stessimo per andare – io testimone e lui nubendo ottantenne – al SS. Crocifisso, dove avrebbe sposato la Merini. La risposta – non la ricordo a memoria – fu molto simile al concetto da lei espresso, con altre parole, nel Delirio amoroso: «lui voleva ripagarmi dei tanti anni di sofferenza. Io invece già lo amavo».
Pierri disse a me, suo testimone, che non voleva lasciarla per strada, alla mercè della violenza del mondo e di una sopravvivenza sempre più precaria («Io nacqui destinata a soffrire. Mi auguravo di morire. Ma la vita fu feroce: mi lasciò sopravvivere…».
A Taranto la Merini incontrò, oltre lo scrivente, persone eccezionali che sposarono i suoi progetti di ripresa creativa ed editoriale: fra tutte, ricordo “Le satire della Ripa”, che, senza Giulio De Mitri ed amici pittori già impegnatisi in un particolarissimo Omaggio a M. Pierri , non avrebbero visto la luce.
C’è quindi un secondo, decisivo, tempo della creatività della Merini, legata agli anni meridionali, agli amici qui conosciuti, alla vicinanza di quel Pierri, che, nel Sud, era tappa obbligata di quanti, fossero poeti o rettori universitari, venivano nella casa del soggiorno della Merini – me presente - a trovare Michele Pierri, ad indagarne l’anima, a coltivarne l’amicizia.
E quel tempo la Merini lo scorda disinvoltamente, assorbendolo indistintamente in quella «terribile ansa di dolore e di ignominia che è la psichiatria di Taranto», dove soggiornò per sole 2 settimane e non certo per un tempo maggiore, come ha amato diffondere nelle sue ricostruzioni più fantasiose che autentiche: e di tanto, fra gli altri, è stato testimone Michele Romano, autorevole neurologo tarantino, per altro amico di Michele Pierri, presente alla serata da Mandese. Quanto ai figli (ma, in verità, non solo quelli…), trovavo in qualche misura giustificabile la loro preoccupazione (in alcuni più evidente…) per la decisione del padre, decisione che ne cambiò e stravolse la vita, così come mi accorsi da subito, pur facendo un’assoluta revisione di quell’atteggiamento di tanti – io fra quelli - propensi a collocare in una sfera di santità un uomo straordinario come Pierri, il più straordinario che io potessi conoscere nella mia vita. Più probabile che parole infuocate – come osserva la Merini nella sua prosa – Pierri amasse ancora sentirle da una donna e che, in qualche misura, le volesse ricambiare, e non solo nella dimensione letteraria, ad una donna così speciale, che gliele aveva risvegliate.
Alla malattia della Merini, altalenante nei suoi picchi ma giammai superata, si aggiunse quella del marito Michele Pierri ed in qualche modo – certo ora più comprensibile – l’ostilità della famiglia, che riteneva ormai impossibile un legame, in cui Pierri, ormai bisognoso lui stesso di assistenza, potesse provvedere ad una donna di trent’anni più giovane ed addirittura “violenta”, suo malgrado, in alcune manifestazioni di intemperanza nei confronti di Pierri ( il più volte citato Rocco, portiere di casa in quegli anni, mi fece a parte di alcuni episodi che non ricordo – nemmeno a me – con piacere…).
Il soggiorno nella psichiatria tarantina, dalle «due settimane» in cui si svolse, diventò circa di tre anni, come riporta certa biografia, forse autorizzata dalla Merini stessa e da un clichè vittimistico cui ha amato indulgere in certi anni.
Non meraviglia che ne conseguisse un’immagine di Taranto, che avrà tante altre colpe, ma fra le tante non ha certo quella di non essere stata ospitale con una personalità così eccezionale, i cui problemi erano – per altro – difficilmente risolvibili fuori di una rete di relazioni familiari e sanitari e che risentivano, comunque, della instabilità della persona e della ingombrante crescita del suo personaggio.
Il ritorno a Milano, forse, anzi certamente, più infelice del viaggio di qualche anno prima per Taranto, fu l’avvio di un periodo diverso, e più ricco di risultati di notorietà e di fama letteraria internazionale. Sarebbe scorretto, a mio avviso, ritenere Taranto e quanto da lei vissuto nella nostra città, estranei al suo ulteriore successo, così come sarebbe ugualmente colpevole continuare a credere nello stereotipo di una Taranto malevola con la più grande poetessa del secondo nostro novecento.

20 marzo 2016

Pinocchio a Taranto? Una bugia col naso lungo....

Foto: www.leavventuredipinocchio.com

Pinocchio a Taranto? Una bugia col naso lungo....

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata sul mio blog il 24 ottobre 2007. Oggi pubblico una versione ampliata e aggiornata.


Ha tenuto banco, nell'estate tarantina del 2007, una diatriba nientemeno che... sulla casa della fatina di Pinocchio. Succede che con scarsa professionalità alcuni operatori diano scorrette informazioni ai turisti, per aggiungere "panna montata" a una storia, come quella della nostra città, che è già affascinante di per sè, e che non ha alcun bisogno di invenzioni atte a provocare lo stupore del pubblico. La nostra storia stupisce già, così come la decadenza della nostra amata città, costretta alle bugie... di Pinocchio.

La "vera" casa di Pinocchio non è affatto in Sicilia, come scrisse Sferra alle testate giornalistiche joniche, ma presso il Lago di Martignano a pochi chilometri dal Lago di Bracciano in provincia di Roma, inoltre, come può vedersi dalle foto, le due costruzioni NON sono affatto somiglianti. Qui sotto inserisco la foto della vera "casa della fata", e la foto della casina lanciasiluri, quest'ultima presa dal sito "www.viaggiareinpuglia.it", cioè un sito turistico, che "spaccia" (è proprio il caso di dirlo) ancora oggi il mito della casa della fata turchina.
Sembra che l'origine di tutto sia stata la puntata di "Lineablu" n. 9 del 24 luglio 2004, dal titolo: "A bordo della Garibaldi". Sarebbe interessante rivederla, ma la rete dimentica in fretta, e della puntata non ho trovato alcuna traccia. Gianluca Lovreglio

Ecco la lettera di Sferra, pubblicata da Tarantosera qualche giorno dopo il suo invio:

«Ma quale casa di Pinocchio?!»
Da: Tarantosera del 21/08/2007

Gentile signor direttore, chiedo scusa se occupo un poco di spazio sul suo giornale. La mia missiva è solo una segnalazione a tutti i tarantini e non, che da quattro anni ascoltano il cicerone delle navette dell’Amat sul mare. Questa persona si è inventata una bugia, ha pubblicato e ancora va commentando, che la palafitta lancia siluri che si trova dopo Punta Penna Pizzone, nei pressi di Cimino, è la casetta dalla fatina di Pinocchio. Racconta che il regista Luigi Comencini con tutti gli attori sono venuti qui a Taranto a girare una sequenza del film “Le avventure di Pinocchio”, dove Gina Lollobrigida ha fatto la parte della fata turchina (Ma quanne maje ha venùte ‘stu fatte a Ttarde?!). Signor direttore, ho avuto un po’ di tempo e ho fatto un po’ di ricerche e ho trovato che Gina Lollobrigida, la fatina di Pinocchio, con Comencini hanno girato il film sul litorale palermitano in Sicilia e precisamente a Mondello... come dimostrano le numerose fotografie dello stesso film che le invio e spero che lei ne pubblicherà qualcuna a dimostrazione della verità (Cume se dice ‘a buscìje vé da nanze e a veretà vé da réte). E’ per niente onesto prendere per i fondelli l’ignaro, che sempre ha creduto chi commenta realmente la storia, le “Culacchje de Storie”, originali e documentati.

Cataldo Sferra (presidente dell’associazione culturale “Il Tarantino”)

* * * * *

Caro Sferra, lei ha sfatato un luogo comune e gliene siamo grati. Nessuno ha mai visto a Taranto Comencini e la Lollobrigida per girare Pinocchio. E’ vero, la casina lancia siluri nei pressi di Punta Penna Pizzone è assai somigliante alla casa della fata turchina e a forza di sentirci ripetere che proprio quella era, abbiamo finito un po’ tutti per crederci davvero. Le foto che lei ha gentilmente inviato (tra cui quella che pubblichiamo) chiariscono definitivamente che l’ambientazione non è quella di Mar Piccolo. A parte la somiglianza della palafitta non c’è altro. Il contesto paesaggistico è completamente diverso. Alla guida turistica, della quale è comunque apprezzabile lo spirito d’iniziativa per far conoscere la città, consigliamo d’ora in poi di limitarsi a dire che quella palafitta, per via della somiglianza con quella del film, è comunemente ribattezzata la casa della fata turchina. Che vuole, Sferra, in questi anni abbiamo creduto ad un’altra favola. Noi tarantini di favole, purtroppo, ne abbiamo ascoltate spesso. Il guaio è che ci crediamo.




Foto  1: www.leavventuredipinocchio.com


Foto 2: Elio Little, in www.viaggiareinpuglia.it

Ecco ora il documentato articolo pubblicato da Francesca Rana il 18 agosto 2007 su Nuovo Quotidiano di Puglia

C’era una volta la troupe del regista Luigi Comencini in cerca del luogo ideale dove ambientare l’incontro tra la fata turchina e Pinocchio… Fu, forse, il Mar Piccolo di Taranto? Su questo fiabesco aneddoto raccontato negli ultimi anni si addensano sempre più nubi. La casina della fatina del film “Le Avventure di Pinocchio”, con il grande Nino Manfredi, non sarebbe né qui, come racconta ripetutamente Enzo Risolvo, presidente dell’Associazione “Taranto Centro Storico”, a bordo delle motonavi Adria e Clodia dell’Amat, né a Mondello, in Sicilia, come sostiene Cataldo Sferra, presidente dell’Associazione “Il Tarantino”. Le romantiche sequenze nelle quali Gina Lollobrigida incantava il più famoso dei monelli, Pinocchio, Andrea Balestri, nel 1971, sarebbero state girate ed ambientate nel Lazio. «La casetta della fatina si trovava sul Lago di Martignano in provincia di Roma nella prima parte delle riprese – spiega Stefano Garavelli, ideatore e webmaster del sito ufficiale www.leavventuredipinocchio.com, a nome di Multimedia San Paolo, editrice del film – nella seconda parte, è stata smontata e posta sulle saline in località Saline di Tarquinia in provincia di Viterbo sul Mar Tirreno. Non è un punto di vista. È la verità di chi è stato dietro le quinte e l'ha vista coi propri occhi. Il resto sono burle o dicerie false».

Un anno dopo, nel ’72, Leo Pantaleo era nel cast de “Lo Scopone Scientifico” di Comencini: «Dopo 15 giorni trascorsi a stretto contatto sul set, il regista avrebbe dovuto fare almeno una battuta su Taranto, non vi pare? Invece, nulla. Non è sicuramente vera la storia della casetta sulle sponde di Mar Piccolo».

Incuranti di rettifiche e smentite, i cultori di tradizioni tarantine restano ancorati alle proprie convinzioni. Sferra, nei giorni scorsi, in una lettera mandata ai giornali aveva puntato il dito contro il Cicerone delle navette, definito il “Pinocchio Tarantino”. Secondo lui, la casetta della fatina sarebbe addirittura nel palermitano e non sarebbe la palafitta lanciasiluri, situata dopo il Ponte Punta Penna, nei pressi di Cimino: «Cume se dice “a busìe ve de nanze” e “a veretà vè da rète” – aveva affermato alla fine della sua missiva – non è onesto prendere per i fondelli». Risolvo, accusato di aver inventato una bugia a vantaggio dei passeggeri, ribatte: «La trasmissione televisiva Linea Blu, di Rai Uno, nel 2004 raccontò questo episodio (e, dunque, ha la TV il naso più lungo?! ndr). Non ho certezze o documenti. Però, tanti anziani lo confermano. Quella parte del film deve essere stata girata a Taranto.

Alla gente piace sentirlo dire. Molti adulti hanno a loro volta ascoltato versioni diverse secondo le quali la casetta era sul Lago di Iseo o a Caserta. Indagherò e vedrò se la Marina Militare ha concesso lo spazio a Comencini negli anni ’70. Magari, risulta un’ambientazione diversa ed invece il regista in persona era proprio sulle sponde di Mar Piccolo». I pinocchi sono più di uno? In totale buona fede, ipotesi più certa, entrambi hanno tramandato storie veramente raccontate ai ragazzini negli anni ’70? Oppure, c’è qualcosa di vero nella leggenda? Un altro capitolo di questo giallo fiabesco venuto a galla durante l’estate sarà raccontato prestissimo. Sognare un colpo di scena, perfino con un pizzico di illusione, non farà male a nessuno.






16 febbraio 2016

Il castello di Avetrana (il Torrione)

Il castello di Avetrana (il Torrione)

Riduzione e adattamento da: Il castello di Avetrana tra storia e restauro verso il riuso, a c. dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, dell'Assessorato alla P. I. e Cultura della Regione Puglia, del CSPCR di Manduria, Avetrana 1987. Testi di Roberto Bozza, ricerca storica di Regina Poso, grafica e disegni di Alessandro Spalatin e Roberto Bozza.

Cenni storici. 

Il complesso fortificato di Avetrana è conosciuto come il "Torrione". Il nome evidenzia la parte più antica ed imponente del complesso e sposta subito l'attenzione sulla Torre quadrata, che costituì il principale caposaldo del sistema difensivo di quei luoghi, sul quale si attestarono le successive fortificazioni e poi, verosimilmente, la cinta muraria della città, di cui ancora si conservano tracce fisiche e storiche.

L'intero complesso del "Torrione" è posto all'estremo ovest dell'abitato, dove ancor oggi il centro antico, idealmente chiuso dal solco del fossato e dalla linea delle mura, confina direttamente con la campagna.

Del castello restano ancora la grande torre quadrata, gran parte di una torre tonda d'angolo (attestata tra due cortine, di cui quella ovest è conservata mentre quella nord è diruta), da una torretta bassa e quadrata di incerta funzione, ed infine da una cortina interposta tra torre tonda e torretta.

Al di sotto si sviluppano numerosi ed assai vasti ambienti ipogei, per lo più trappeti, depositi e granai, oltre alle casematte della torre tonda angolare.

La linea di difesa definita verso ovest dalla cortina del Castello, era, probabilmente, collegata con la cinta muraria.

Il primo nucleo fu dunque la grande Torre quadrata, anteriore al 1378, come vedremo in seguito, circondata da un fossato e raggiungibile mediante una ripida rampa di scale, a sua volta collegata con la torre da un ponte levatoio, facilmente difendibile, e di cui restano visibili nei muri gli appoggi per le travi lignee.

Presumibilmente quando le funzioni militari del Castello non furono più preminenti il ponte mobile in legno venne sostituito con un altro, fisso ed in muratura, che ancora si conservava ai primi di questo secolo.

Le originarie finestre erano monofore; pochissime, strette e solo ai piani superiori.

Tutte le altre sono da ritenersi rimaneggiamenti successivi, o adeguamenti alle mutate esigenze difensive.

L'interno era scandito da solai in legno (quello bivoltato al piano terreno è notevolmente tardo) e da un'unica volta in corrispondenza dell'accesso dal ponte, oltre a quella di copertura.

Le altre e più tarde fortificazioni erano anch'esse cinte da un fossato.

I trappeti (frantoi oleari) tra cui quello settecentesco, ubicato al di sotto del teatro dei primi del Novecento, si mostrano ancora completi delle vasche e delle mole; sono intercomunicanti tra di essi e con gli altri ambienti sotterranei, tra cui i depositi e le casematte della torre tonda.




LA STORIA E L'ARCHITETTURA

Sino al 1986 poco più che un rudere, il "Torrione" è stato oggetto di un ottimo intervento di restauro conservativo e recupero da parte dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, con finanziamenti concessi dall'Assessorato alla Cultura della Regione Puglia ai sensi della Legge Regionale del 26/03/1979 n. 37.

Le notizie storiche disponibili non sono numerosissime.

Tuttavia dal Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili e notabili e feudatarie di Terra d'Otranto, Lecce 1927, apprendiamo che già in epoca angioina il Casale di Santa Maria della Vetrana venne donato a Pietro Tocco, Gran Siniscalco del Regno, e che nel 1378 gli venivano assegnati due soldati.

Tale data costituisce un termine ante quem circa l'esistenza della torre.

Il feudo, e dunque anche le sue difese, passò poi alla famiglia De Raho, e, dopo la morte di Teodora di Giacomo Raho, ritornò alla regina Giovanna II, che lo donò a Giovanni Dentice di Napoli, il quale a sua volta nel 1423 lo vendette a Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

Tenuto per pochi anni da Francesco Montefuscoli, nel 1481, e quindi in epoca aragonese, passò alla famiglia Pagano, portato in dote da una Montefuscoli.

Carlo Pagano lo cedette nel 1567 (o 1587) per la somma di 50.000 ducati a Giovanni Antonio Albrizzi, signore di Mesagne, insignito nel 1604 del titolo di principe di Avetrana.

Dagli Albrizzi fu poi acquistato da Michele di Davide Imperiali, che nel 1691 iscriveva il proprio nome sul portale del piano nobile dell'adiacente e ricco palazzo.

Nel '700 andò infine alla famiglia Romano, originaria di Brindisi.

Attualmente il Castello è un palinsesto di strutture, adeguatesi prima alle esigenze militari e poi alle più disparate funzioni.

La Torre quadrata, sicuramente già realizzata nel 1378, ripete la tipologia federiciana delle torri di Leverano, Grottaglie, Rutigliano, Adelfia, largamente diffusa sino alla fine del '400 dalle maestranze locali.

Altri elementi di puntuale riferimento si possono trovare nelle feritoie, nelle tracce di merlatura nel tipo di bugnato della parte superiore, accostabile a quello della Torre della Leonessa di Lucera, o ai bugnati più spessi delle già citate torri di Rutigliano ed Adelfia, e della Torre Barisana di Bitonto.

La rampa d'accesso (sicuramente ed a più riprese rimaneggiata) rivela analogie formali con altri impianti angioini, ed attribuisce il nome all'adiacente e settecentesca Cappella della Madonna del Ponte.

La Torre di Avetrana, sorta ai tempi delle armi bianche e delle macchine nevrobalistiche, era di conseguenza alta, stretta e merlata.

Rimaneva però, in seguito, vulnerabilissima ai colpi delle bocche da fuoco, ed era dunque inconciliabile con le nuove necessità difensive.

Infatti tutte le fortificazioni dell'epoca, aragonesi prima e spagnole poi, iniziate dopo il 1480 (Gallipoli, Otranto, Acaja, Taranto, Corigliano, etc.), data della caduta e dei massacri di Otranto, adottarono torri più basse, munite di rampe per i pezzi d'artiglieria, e molto larghe per poter contenere un maggior numero di cannoni nelle casematte interne e sugli spalti, appostati per il tiro incrociato e radente.

Sulle cortine si rese necessaria la falsabraga, per poter manovrare agevolmente i pezzi.

A queste esigenze si attenne anche la cinta bastionata di Avetrana, con torrione cilindrico angolare e bassa torretta quadrata, di incerta funzione.

La data di quest'operazione di adeguamento difensivo si può far risalire al periodo in cui i Pagano e poi gli Albrizzi stabilirono in Avetrana la propria dimora.

Pressappoco in quegli anni veniva infatti completata la costruzione della cerchia delle mura di Taranto (1598-1599), alle quali la torretta bassa e quadrata è un tipico rimando morfologico, così come pure al Castello di Pulsano, della fine del XVI secolo.

Col venir meno delle esigenze strettamente difensive, e quindi in epoche più recenti, il complesso venne dapprima adibito ad usi agricoli, connessi all'attività dei sottostanti trappeti, forse già all'epoca degli stessi Imperiali. Infine, all'inizio del nostro secolo, fu destinato a mattatoio comunale.

A seguito di ciò vennero realizzate non poche superfetazioni e strutture, tutte intorno alla torre quadrata, e di cui restano ben visibili le tracce nelle murature esterne, mentre fossato e parte delle cortine esterne scomparvero definitivamente.

Dopo la demolizione di tali superfetazioni ed il crollo di una parte della torre tonda e della doppia volta a piano terreno all'interno della torre maggiore, il Castello assunse la sua definitiva ed attuale fisionomia, in parte verificabile attraverso un'incisione di Gustavo Strafforello (1899) e documenti fotografici del 1914, entrambi riferibili, però, ad una veduta parziale del Castello, per di più dalla parte del lato ovest, più integro.





I RESTAURI

Le principali e più delicate opere di consolidamento statico hanno interessato la Torre quadrata.

è stato dapprima effettuato un preconsolidamento, che ha permesso, mediante un reticolo cementato, di rigenerare il nucleo interno dei paramenti murari, completamente rarefatto.

I cantonali sono stati rinforzati con perforazioni annate incrociate, e tutta la struttura è stata infine resa solidale ed omogenea mediante tiranti in acciaio Diwidag di grande diametro, collocati entro perforazioni carotate orizzontali e diagonali, saturate con resine epossidiche, ed ammorsati alla struttura mediante piastre di ancoraggio.

Alcuni elementi architettonici e strutturali, fessurati o pericolanti (architravi, piattabande, etc.) sono stati puntualmente conservati, provvedendo però al ripristino del loro corretto comportamento statico.

Le volte sono state accuratamente risanate e consolidate mediante la realizzazione di "cappe annate" in calcestruzzo, che hanno consentito l'integrale recupero della loro funzionalità ed i necessari collegamenti orizzontali dei paramenti in elevato.

In tal modo l'intero assetto del "Torrione" è stato completamente ricostruito, e la struttura è ritornata integra, solidale ed omogenea.

Il tutto senza segni visibili, né all'interno né all'esterno.





Anche i locali sotterranei ed il vecchio teatro sono interessati da dissesti statici rilevanti, ed anche per essi sono state approntate opportune opere di consolidamento, in particolare per il secondo, dove le volte necessitano di "cappe armate" e le pareti ed i pilastri in muratura, fessurati per schiacciamento, di interventi finalizzati alla ricostruzione dell'originaria integrità strutturale e di comportamento statico.

8 febbraio 2016

La fata e Taras

LA FATA E TARAS

di Gianluca Lovreglio


La storia della mia bellissima città, in una fiaba catullo-calviniana, con la colonna sonora di Marley, De Andrè, Battisti, Guccini, Raiz...
Già edita nella raccolta di componimenti dell'associazione Terra delle Gravine in occasione della notte di San Giovanni 2013


I suoi occhi. Particolari. Blu cobalto. Un colore mai visto prima, in una donna. Fu grazie a quegli occhi che Taras si innamorò, perdutamente, e lasciò la sua casa di legno, la sua terra e le sue abitudini di sempre per seguire la sua fata bionda...

Vissero tra le selve costiere dello Jonio, coccolati dal vento, dalle acque limpide che scorrevano accanto alla caverna, e si nutrirono di storie. La fata bionda conosceva migliaia e migliaia di storie, tante quante ne aveva vissute, o ascoltate, o create, nei suoi cinquemila anni trascorsi prima di incontrare Taras il guerriero. Amavano far colazione con storie di eroi, pranzare con le storie della Terra, cenare con le storie d'amore. Talvolta, a merenda o come piccolo spuntino, la fata bionda preparava densissime storie di viaggio, con particolari esotici gustosissimi. Quando Taras aveva un malanno - un raffreddore, magari, o un mal di testa - ecco che subito una storia di mare lo sollevava e lo guariva d'incanto.

Gli occhi blu cobalto s'informavano di nuovi colori, quand'ella - la fata - raccontava le sue storie. E non pensiate che fossero sempre uguali, sempre le stesse, no! Alcune erano condite con spezie leggere, altre piccanti di peperoncino, altre ancora dolci di zucchero e miele. Talvolta le sue storie sapevano di mandorla, talaltra di vaniglia. Quand'era di umore cattivo, la fata preparava storie che sapevano d'aceto, o di frutta acerba, o di sale.

Giunse Taras, stanche e vecchie le membra, all’ultimo albero della sua personale foresta. Fu quel giorno, consapevole d’aver ormai esplorato tutti i sentieri del suo bosco, che chiese alla fata l’ultima storia, la storia d’un luogo, una città.

La fata iniziò a narrare d’un luogo caro più di altri agli dei e alla madre Terra. Circondato dal mare, dapprima un piccolo villaggio di coloni della stessa stirpe del nostro eroe, poi - sempre più grande e più bello - diventa città. Il suo popolo mite esempio di raffinatezze, dedito alla filosofia, all’arte e famosa per la bellezza delle sue donne.

«Fu lì che nacqui», s’interruppe la fata, e aprendo l’eterea veste di bisso celeste, pose se stessa allo sguardo del guerriero morente, che con l’ultima forza del suo animo vitale, avviluppò tra le braccia la sua fata, carezzando mollemente la linea del suo petto, sino a comprendere tra i palmi le forme perfette dei suoi seni, e pose le sue labbra sul suo viso, moltiplicando i baci a mille a mille, d’una dolcezza che parve infinita ai due amanti. Quand’ei la prese pei fianchi, gli occhi della fata divennero cangianti, dei colori dell’arcobaleno, e l’estasi fu per entrambi sublime, a corona gentile del loro perduto amore.

Suonava per loro il vecchio Marley, accompagnando i sussulti d’amore con il lento ritmo dei battiti del cuore. Riprese la fata la sua storia, che narra adesso di greggi ed armenti, d’una immensa statua d’un dio, d’un re greco generoso in battaglia, dei suoi elefanti e del generale colle insegne di lupa che lo sconfisse. Narrò di ville e di vino, di giardini, di teatri, di terme.

Racconta poi di un generale nero, e d’una armata di africani, e d’un altro generale colle insegne di lupa.

Vennero poi genti greche, ed altre arabe di lingua. Narra adesso la fata d’un porto di pescatori, di navi e di un fiorente commercio. «Oui, trés belle» s’ascoltò poi nelle strade della città che vide il natale della fata.

A tali racconti Taras prestava orecchio attentissimo, e parve quasi che l’ombra del suo ultimo albero si stesse allontanando, per tanto nutrimento traesse dai racconti della fata amor suo.

Venne il tramonto. E la fata continuava il racconto. Fu la volta d’una regina in catene, e di genti del paese del Cid, che tennero cara la sua città. Narrò d’un castello, e di mura possenti, d’un canale che ancor oggi meraviglia gli astanti. Si ascoltò poi la lingua di Mozart, tra i suoi vicoli, e poi di nuovo bandiere bianche, rosse e blu adornarono le sue strade, ed un’aria di libertà. Tornarono i napoletani, e subito dopo soltanto un dialetto aspro ma sincero, e la lingua del sì, risuonò per questa terra baciata dagli dei. Nuovi borghi e quartieri abbellirono e ingrandirono la città narrata dalla fata, poi arrivò la fabbrica delle navi, e la tragica guerra degli uomini…

Era ancora molto bella, questa terra, anche quando un cupo duce ne tesseva le sorti, e poi una guerra, di nuovo. La fata s’accinse a raccontare l’ultimo capitolo. Fu il turno del Mostro, un’orribile creatura che screziò per sempre il volto della terra così cara alla fata. E fu proprio mentre narrava della carie nera e del marcio sangue, che il cuore di bimbo di Taras non resse. Si coprì il volto col mantello. Ed il silenzio scese col buio.

4 febbraio 2016

Il castello normanno e aragonese di Taranto

Foto di Gianluca Lovreglio

Il castello normanno e aragonese di Taranto


di Gianluca Lovreglio


Già edito in www.mondimedievali.net

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Dopo la conquista romana le mura magno-greche della città di Taranto furono completamente distrutte, come naturale punizione e umiliazione. Fino almeno al VI secolo, ma anche oltre, Taranto non fu dotata di un impianto strutturale che potesse ragionevolmente intendersi come castello. Se è vero che Procopio di Cesarea chiama Taranto «fortezza», la sua testimonianza può riferirsi alla città presa nel suo complesso, piuttosto che ad un impianto militare difensivo vero e proprio. Nell’età che vide Taranto sotto la dominazione bizantina, i dominatori edificarono, insieme alla città, un frourion, una rocca, una struttura fortificata che presumibilmente non era altro che un raddoppio delle mura nel punto della città, il più alto, che costituiva l’antica acropoli. Furono i Bizantini, quindi, che intorno al 967 d. C., chiudendo una parte angolare delle mura di fortificazione della città, crearono un primo nucleo della principale fortezza medievale di Taranto.

Veri costruttori di un castello a Taranto potrebbero essere stati i Normanni, che approfittando della posizione strategica dell’opera fortificata nei confronti della città, e della città nei confronti del Mediterraneo, ne sfruttarono le caratteristiche “militari”.

Federico II e gli Svevi tralasciarono la struttura, pur considerandola fondamentale nel sistema castellare del regno (non fu mai messa in discussione la sua natura di castrum exemptum): ordinarono lavori di ristrutturazione tanto puntuali nella descrizione quanto nella mancata esecuzione. Per vederli realizzati bisognerà aspettare ancora quasi un secolo. Le fonti del periodo normanno e svevo non ci consentono di congetturare l'edificazione di un vero e proprio castello: tuttavia, ben analizzando la documentazione successiva, la fortezza fatta costruire dagli Aragonesi con l'intervento (vero o presunto) dell'architetto Francesco di Giorgio Martini dal 1486 al 1492, sembra non essere una costruzione ex novo, ma una resa in forma più ampia e robusta - «in ampliorem firmiorem formam» - di un castello caratterizzato da un'architettura militare di tipo normanno.

Da alcune fonti cronachistiche e altri documenti è possibile invece ipotizzare che Taranto fosse dotata, in età normanna, oltre che di un castello anche di una cinta muraria, aperta da una parte sulla via che conduce a Bari (Porta Napoli) e dall’altra su quella che conduce a Lecce (Porta Terranea). Nel lato ovest (verso il Municipio) è posto l'ingresso principale del castello. E' questa la zona, con quel ponte d'accesso, dove secondo lo Statutum de reparatione castrorum (1241-1245) dello svevo Federico II era presente un barbacane che aveva bisogno di riparazioni. Proprio al centro del ponte che attualmente unisce l'ingresso del castello con la strada, scavalcando il fossato, è presente uno spazio di forma quadrangolare, testimonianza del barbacane.

All'interno vi è una corte, circondata da possenti cortine murarie cinte ai quattro lati dalle torri cilindriche e fornito dal lato sud con un rivellino che avanza verso il mare.

Dalla seconda metà del XIV secolo il castello di Taranto rafforza le tradizionali funzioni di carcere, come appare dai documenti del cosiddetto Libro Rosso. Un manoscritto dell’Archivio Dipartimentale di Marsiglia del 1406 riproduce il giuramento di fedeltà - o omaggio feudale - al sovrano Luigi II, di Maria d’Enghien quale principessa di Taranto. La cerimonia, divenuta famosissima e ricordata ancora oggi, si tenne «in castro Tarenti in sala magna dicti Castri», alla presenza di tutti i notabili del Principato.

Elemento di continuità nella fortezza è certamente la cappella, le cui notizie accompagnano ininterrottamente la storia del castello dal Medioevo ai giorni nostri. Sino agli anni 1269-1270, sulla scorta delle notizie dei Registri della Cancelleria Angioina, essa era dedicata alla Vergine. Nel 1277 appare per la prima volta citata col nome di S. Leonardo, nome che conserva tuttora.

La struttura originaria del castello era completata dalla torre S. Angelo, la più grande, abbattuta nel 1883 assieme ad altre due torri della cortina muraria, per far posto al ponte girevole e al canale navigabile. Nel corso della sua storia il castello aragonese è stato spesso utilizzato come carcere (fine 1700), mentre dal 1887 è proprietà della Marina Militare.

Il vero (e forse l’unico) elemento che ci induce a considerare l’ubicazione della principale fortificazione della città come una linea ininterrotta che parte dai Bizantini per arrivare agli Aragonesi è la sua insostituibilità strategica, la sua posizione ai margini del contesto urbano che ha reso possibile una continuità strutturale pur all’interno di un quadro di variazione delle domande da parte del ceto dirigente di turno.

L’inizio “classico” dell’età moderna, la data della scoperta di un nuovo mondo, segna anche la fine definitiva del castello feudale di Taranto, e il sorgere della fortezza aragonese che ancora oggi, seppur parzialmente mutila, domina il canale della città.