28 dicembre 2015

Lo spettacolo del medio evo: due interpretazioni a confronto

Taranto. Matrimonio di Maria d'Enghien (edizione 2013)

Lo spettacolo del medio evo: due interpretazioni a confronto

di Gianluca Lovreglio

Note:
©Gianluca Lovreglio 1999. Tutti i diritti riservati.
Edizione elettronica (e-text) del saggio apparso su "Galaesus. Studi e ricerche del Liceo Classico Archita di Taranto", n. XXII (1997/98), pp. 39-45


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Tralasciamo l’annoso problema delle mezze stagioni, e proviamo ad occuparci di una sola di esse: l’estate.

Perché l’estate? Un tempo, il caldo clima italico consigliava tutti, ma proprio tutti, di lasciare senza indugi le città per le agognate villeggiature. Era il tempo in cui solo gli organizzatori delle poche feste di partito osavano avventurarsi nella preparazione di eventi culturali e sociali nelle città deserte. Il velo fu squarciato dalle magiche "estati romane", in quella Roma di Argan di tanti anni fa…

Da allora molto è cambiato, e complici la crisi economica e le "vacanze intelligenti", non più un deserto ma un pullulare di cittadini ansiosi anima le strade estive delle nostre città. Allora ogni "buon amministratore" si scopre impresario e mette in campo nuove idee da esporre al suo pubblico, e… sorpresa! L’Italia si scopre un paese medievale.

Non fa eccezione la Puglia, da sempre apportatrice di novità di seconda mano e di idee culturali nella accezione più legata al denaro di questo termine.

Un pullulare di fiere, sagre in costume (pseudo)medievale, tornei, rievocazioni percorre questa terra dal Gargano a Leuca nei mesi più caldi. Ogni paese, ogni città scopre di avere un nobile passato, e nella maggior parte delle occasioni si guarda al medio evo e al Rinascimento, alcune volte per motivi coreografici, altre per motivi veramente storici.

Noi non stileremo classifiche, e neppure cercheremo di orientarci nel mare magnum del medio evo cucinato in salsa d’estate, ma vi proporremo due avvenimenti, o come si usa dire oggi, eventi, che hanno caratterizzato l’estate 1998 di due comuni distanti tra loro, Taranto e Troia. Due esempi, quindi, di come si possa allestire lo spettacolo della storia, con i pregi e i difetti di questo tipo di manifestazione. Non occorrerà un giudizio preciso su quanto vi racconteremo: troppo diverse sono le valutazioni secondo le intenzioni degli autori e le attese degli spettatori. Vale, come sempre, una massima generale: quando qualcosa è fatta bene, fa bene a tutti.

La prima rappresentazione risale al luglio 1998. L’Amministrazione provinciale di Taranto, in collaborazione con la compagnia "Teatro Crest" e l’Accademia degli Audaci mette in scena la vita di Maria D’Enghien, sfortunata principessa di Taranto. Ascesa al principato dopo la morte del marito Raimondello nel 1406, Maria D’Enghien subì per ben due volte l’assedio del re Ladislao, che disperando di poter prendere la città con la forza, l’ottenne con l’inganno proponendo le nozze, subito accettate, alla principessa. Seppur sconsigliata dai suoi fedeli, la principessa passò alla storia per l’ostinata volontà di sedere sul trono napoletano, anche se fu regina solo per pochi mesi, dopo i quali fu spedita, prigioniera, a Castenuovo in Napoli. Liberata assieme ai figli nel 1420, si ritirò a Lecce dove visse fino al 1446.

Il testo, affidato al regista - autore del "Teatro Crest" Mauro Maggioni, è tratto dal libro di Giuseppe Russo "La Regina in catene, ovvero l’avventurosa storia di Maria D’Enghien principessa di Taranto". Per capire il senso dell’operazione, occorre spendere qualche parola sul racconto, il cui autore rivela subito che "non ha pretese di essere un romanzo storico né una narrazione storica romanzata"

"Non me ne voglia il Lettore", continua Russo nella nota che precede l’inizio del romanzo, "se a volte l’afflato dell’immaginazione e dell’affetto ha superato le vicende storiche con i colori della fantasia, ma giustifichi le eventuali imprecisioni della ricostruzione degli eventi con il consulto dei numerosi testi storici di ben più insigni ed affidabili autori".

Dopo aver letto il romanzo, è possibile rendersi conto di quanto queste precisazioni iniziali sono necessarie, perché il medico tarantino (quella del chirurgo è la professione di Russo) di imprecisioni ne commette, non solo nella narrazione di vicende storiche. Appaiono contraddittorie allora le parole dello stesso autore, il quale dopo poche righe dichiara che scopo del suo lavoro è quello di "appassionare il lettore Tarantino alla sua storia e di legarlo alle sue radici che non sono solo Magna Grecia" (il maiuscolo di "Tarantini" è originale).

Di quale storia intende parlare Russo dopo aver appena negato al suo lavoro la patente di "romanzo storico"? Lette in questa chiave le precisazioni di Russo appaiono una excusatio per evitare polemiche e problemi con gli studiosi locali, ed infatti per romanzo "storico" sta passando quest’opera, e le vicende della Taranto quattrocentesca rischiano di essere conosciute, complice una amministrazione dalla sensibilità culturale di scarso livello, attraverso la promozione di scritti di questo tipo. [NDA 2015: dal 1996 al 1999 amministrazione De Cosmo]

Ben diversa è l’interpretazione del testo operata dal regista Maggioni. La pièce teatrale ha il merito di aver "riscoperto" il testo e la sua protagonista superando di slancio tutte le difficoltà insite nel dover fare storia recitando. Maggioni parte da altre basi: l’avventurosa vita di Maria D’Enghien e "il suo carattere determinato ce la fanno assomigliare ad un’altra famosissima figura medievale femminile: Giovanna D’Arco. Come la Pulzella d’Orléans, Maria non avrà nessun problema ad abbandonare gli abiti femminili per indossare corazza ed elmo [li indossa solo durante il matrimonio, N.d.R.] e salire sugli spalti a difendere le mura della città dall’attacco del perfido Ladislao di Durazzo. Come Giovanna D’Arco a perderla sarà il proprio orgoglio, e se la prima verrà immolata su un rogo, il destino della seconda sarà quello di finire rinchiusa in una stanza del castello nuovo di Napoli dopo essersi fatta abbagliare dall’offerta di Ladislao a diventare sua sposa e regina. Un dramma storico che richiama per molte assonanze due opere del grande W. Shakespeare: Riccardo III e Riccardo II. E proprio a queste due opere si sono ispirati i personaggi che affollano la scena de "La Regina in catene".

A parte l’eccessiva tensione drammatica (quasi ovvia, per un autore teatrale), Maggioni inserisce la "Regina" in un contesto ideologico più che storico, e ne fa la protagonista assoluta di un dramma shakespeariano, riuscendo a penetrare in profondità il personaggio: tutto quello che manca nel romanzo!

La messa in scena, austera nei mezzi, è per fortuna ricca di idee. La professionalità del Teatro Crest, compagnia che opera da anni con progetti che spaziano dalla collaborazione con la scuola all’interscambio culturale europeo, con la Germania in particolare, è emersa anche nelle due rappresentazioni della "Regina in catene". Sulla scena allestita negli spazi della masseria Vaccarella, si sono alternati undici attori: oltre ai personaggi, la voce dei narratori ha avuto il compito di inquadrare le vicende di Maria nel loro periodo storico.

Pensata per l’allestimento all’aperto, la rinuncia alla "quarta parete" ha reso più credibile la rappresentazione, operando verso un coinvolgimento diretto del pubblico. I costumi dei personaggi, infine, non sono d’epoca, ma hanno chiari riferimenti al ‘400. Unico elemento scenografico, che lasciava intuire l’elemento ideologico presente nella trasposizione, è un grande trono simbolo del potere, in nome del quale si sono intrecciati i tristi destini dei personaggi.

Poche settimane dopo, a Troia, qualcun altro si è occupato di medio evo, in un’accezione diversa, con scopi e significati altri. Giunta alla quarta edizione, l’appuntamento troiano con i "Grandi processi storici" ha proposto ad agosto il "Processo ai film sul medio evo".

Quella dei "processi" è un’idea nata qualche anno fa, in seno alla Scuola - Laboratorio di medievistica voluta dalla Amministrazione comunale di Troia e affidata alla direzione di Raffaele Licinio, professore di "Antichità e istituzioni medievali" presso l’Università di Bari.

Dopo le prime edizioni, nelle quali la fantasia dell’ "Anonima G. R." ha messo in scena i "Processi" a Federico II (1995), alla Prima Crociata (1996), a Enrico VI (1997), la rappresentazione del 1998 è stata condotta dal gruppo teatrale della Scuola - Laboratorio "I Giullari".

Piuttosto che un processo storico ai film sul medio evo, si è trattato di un processo alla trasposizione della storia, in particolare a come il medio evo è stato rappresentato sul grande schermo a partire dal 1895, anno mitico della nascita del cinema.

Una "azione giudiziaria" intentata per capire e vagliare le ricostruzioni che registi e sceneggiatori hanno attuato del "loro" medio evo, e per consentire al pubblico di appropriarsi di quelle armi critiche che consentono di poter giudicare un prodotto che non è storia, anche se a volte molto le si avvicina, e non è pura fantasia, anche se a volte gli "effetti speciali" prendono il sopravvento.

Perché poi nella produzione cinematografica - afferma Vito Attolini, critico cinematografico della "Gazzetta del Mezzogiorno" e docente di "Storia del cinema" nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bari - "ci si rivolga con frequente regolarità al medio evo o se ne proponga una visione metaforica al presente, per quali ragioni esso eserciti un fascino così tenace è cosa che non può spiegarsi soltanto con fattori esterni o in termini di pura spettacolarità".

Insomma, come devono "leggersi" i film sul medio evo? Come deve confrontarsi lo storico rispetto ad una produzione innocente in partenza, ma addirittura dannosa se adoperata sconsideratamente? A questa serie di interrogativi lo spettacolo creato e curato dal laboratorio troiano ha cercato di dare una risposta.

L’operazione troiana, rispetto a quella tarantina, assume un taglio didattico e culturale, anche se usa a piene mani le armi dell’ironia, le uniche forse con le quali si possa avvicinare ed arrivare al pubblico più vario, al "lettore comune" e allo "spettatore comune" (ammessa l’esistenza di queste categorie).

In scena i personaggi si avvicendano seguendo l’ordine dei “filoni” narrativi dei film ispirati al periodo medievale: nella prima parte sfilano Re Artù, Ginevra, Ivanhoe, Parsifal. Numerosi sono stati i film ispirati alle storie di Re Artù e dei suoi cavalieri, e seppure ogni regista ha interpretato e reso secondo il proprio stile cinematografico le vicende, unica è la fonte, quel Chrétien de Troyes (attivo fra il 1155 e il 1190) le cui poche notizie che conosciamo della sua vita si ricavano dalle sue stesse opere: fu originario della Champagne, viaggiò e soggiornò in Inghilterra, svolse la sua attività presso la corte comitale di Troyes dove compose uno dei suoi romanzi, il Lancelot, per la contessa Mana, figlia di Eleonora d’Aquitania, e presso Filippo d’Alsazia, Conte di Fiandra. Di lui ci restano cinque romanzi cortesi in versi (ottosillabi rimati a coppie), incentrati sulla cosiddetta “materia bretone”: “Eréc e Enide”, “Cligés”, “Lancelot”, “Yvain”, “Perceval”. Nei romanzi di Chrétien de Troyes, ha scritto Roncaglia, «l’avventura non è evasione, bensì volontaria determinazione, in cui, affrontando l’ignoto e superando ostacoli sem-pre più ardui, l’individuo ricerca e verifica la propria identità. il cavaliere personifica l’aspirazione dell’uomo a superare la propria condizione naturale, rafforzando la volontà ed affinando il sentimento con gli impulsi combinati della prodezza e dell’amore».
Quale tema, allora, risulta più affascinante e ricco di spunti del ciclo narrativo che si rifà alle gesta di Re Artù? «Il mito di Re Artù», ha detto il regista di “Excalibur” John Boorman, «fa parte delle aspirazioni dell’uomo occidentale. In esso quasi tutti i personaggi si cimentano (e falliscono) in imprese grandissime e si redimono alla fine quando scoprono il loro destino. […] Parliamo di un fondamentale concetto di evasione che è sempre stato l’anima del cinema».
In questo tipo di produzione letteraria si impongono ideali come quelli della forza, del coraggio, della lealtà (che caratterizzano anche l’epica carolingia), non finalizzati tuttavia ad un austero valore morale religioso. Accanto ad essi, inoltre, si collocano valori come il desiderio di gloria individuale, lo spirito d’avventura che sconfina facilmente nel gusto per il magico, il fantastico, l’esotico, la volontà di cimentarsi per raggiungere un ideale di perfezione. Ma soprattutto, nei romanzi di Troyes e dei suoi continuatori, emerge l’esperienza d’amore nei suoi multiformi aspetti: si va dall’amore come rituale sociale di comportamento all’amore come rapporto fisico e al tempo stesso sentimento com¬plesso e raffinato, che talora coesiste con il rapporto coniugale ma che più spesso esiste al di fuori di tale rapporto e allora si passa dall’amore come dedizione assoluta all’amata all’amore come processo di ingentilimento e perfezionamento tutto interiore e, generalmente, laico.
Non sappiamo dire se queste riflessioni, e gli accostamenti ai film che sembravano scorrere su uno schermo immaginario mentre i giovani attori inscenavano il processo, abbiano coinvolto tutti gli spettatori. Il registro dell’ironia, della commedia, si poteva gustare ugualmente, anche se la presenza di uno schermo vero, sul quale proiettare immagini ferme o in movimento, avrebbe scardinato l’intelligibilità ferma al primo livello, per arrivare alla profondità degli intenti degli autori.
La seconda parte prevedeva l’intervento di quattro tra i più famosi Robin Hood degli schermi, simpaticamente impegnati a rivendicare ognuno la propria “purezza” e la propria adesione alla realtà storica, intreccio risolto grazie alla consulenza dello storico medievista Licinio e del critico cinematografico Attolini, che dopo aver rilevato le numerose inesattezze presenti anche nei film più osannati, spostavano l’attenzione dalla veridicità storica al mito dell’eroe positivo (Robin) nel cinema, un mito scardinato forse soltanto dal “Robin e Marian” Richard Lester, che ci presenta un eroe invecchiato assieme alla consorte, pieno di acciacchi ma con lo “spirto guerrier” ancora indomito.
La terza sezione dello spettacolo ha visto la rumorosa entrata in scena di messer Brancaleone e della sua armata, per affrontare l’ultimo tema: la rappresentazione del medio evo “popolare”, quel medio evo cinematografico popolato da personaggi poveri e affamati, costretti a partecipare quasi per caso ad eventi che appaiono più grandi di loro. Un medio evo “basso”, “del cibo e del corpo”, destinato a diventare, nella cinematografia italiana degli anni ’70, il medio evo del sesso.
Un filo rosso lega infatti il filone “nobile” del cinema sul medio evo popolare (quello, per intenderci, interpretato da Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Ugo Tognazzi) a quello, ben più scollacciato, delle Giovannona e Ubalda. Un collegamento rintracciato dallo stesso Mario Monicelli, iniziatore del genere “popolare”: «da “L’Armata Brancaleone”, secondo me, è venuta fuori tutta l’ondata dei film medievali, compresi quelli peggiori e quelli pornografici; ma penso che persino un capolavoro come il “Decameron” Pasolini non l’avrebbe fatto, se non ci fosse stato Brancaleone».
 Fin qui la cronaca. Rimane la sensazione, a freddo, che il medio evo rappresentato a Taranto rimandi a qualcosa di falso, artificiale, un medio evo di facciata che mai sembra superare lo scoglio della superficialità. La storia è stata rappresentata in maniera del tutto differente nelle due piazze.
Azzardiamo l’ipotesi che nella prima l’organizzazione si è limitata ad un evento episodico, attaccata all’idea che al pubblico “estivo” non importa capire la storia, riflettere sul passato e sulle sue rappresentazioni, ma solo partecipare a un appuntamento mediatico. Nella seconda la storia ha assunto il carattere di appuntamento fisso con l’approfondimento, la cultura che non resta sugli scaffali ma scende in piazza e utilizza il linguaggio di tutti i giorni per entrare, piano, molto piano, a far parte della vita di ognuno.
Resta la consapevolezza, infine, che l’evento tarantino si avvicini ad un nobile surrogato della televisione, mentre quello troiano possa ben accostarsi alla lettura di un libro.
Un libro leggero, magari, e comico in alcuni tratti, ma dopo aver sfogliato l’ultima pagina sentiamo di non aver letto invano.

Nota Bibliografica
Sulle vicende di Maria D’Enghien vedi D. L. DE VINCENTIIS, Storia di Taranto, Taranto 1878 (rist. 1983), pp. 159-165. Per la storia della dominazione dei Del Balzo-Orsini vedi F. PORSIA-M. SCIONTI, Taranto [Le città nella storia d’Italia], Bari 1989, pp. 44-50.

Sullo spettacolo tarantino confronta G. RUSSO, La regina in catene, ovvero l’avventurosa storia di Maria D’Enghien principessa di Taranto, Taranto s. d. (1997); PROVINCIA DI TARANTO - ACCADEMIA DEGLI AUDACI - TEATRO CREST, La Regina in catene, testo e regia di Mauro Maggioni liberamente tratto dall’omonimo romanzo di G. Russo. Scene e costumi di Francesca Ruggiero, 9-10 luglio 1998 Circolo Masseria Vaccarella - Taranto; M. MAGGIONI, La Regina in catene, brochure di presentazione.

Per quanto riguarda il "Processo ai film sul medio evo" punto di partenza obbligato è V. ATTOLINI, Immagini del Medioevo nel cinema, Bari 1993, dal quale è stata tratta anche la citazione di John Boorman. Il testo contiene inoltre una ricchissima filmografia sull’argomento. Altre citazioni sono tratte direttamente - e diffusamente - dal copione del "Processo".

Le notizie su Chrétien de Troyes e la citazione sono tratte da A. RONCAGLIA, Storia della letteratura italiana, vol. II, Il Trecento, Milano 1965.

9 dicembre 2015

Piccole proposte di risistemazione urbanistica a Taranto

Foto: corrieredelgiorno.net

Piccole proposte di risistemazione urbanistica a Taranto


Le piste ciclabili sono un'ottima cosa, se realizzate con lo scopo di raggiungere un punto della città partendo da un altro. A Taranto abbiamo due piste ciclabili, una su viale Jonio, ed una su viale Magna Grecia. Entrambe poco o nulla utilizzate perchè, parliamoci chiaro, non partono da nessuna parte e non portano da nessuna parte (a meno che tu non sia un dipendente della Marina). L'unica vera pista ciclabile da realizzare dovrebbe partire da Cimino, nell'area attrezzata a parcheggio di scambio, e percorrere tutta via Cesare Battisti, virare su via Leonida ed immettersi su corso Umberto, fino al ponte girevole. Anni fa i commercianti di via Battisti si opposero, perche con la pista ciclabile si sarebbe eliminato il parcheggio in doppia fila per le auto, con conseguente calo di affari (!). Una amministrazione seria sarebbe andata avanti ugualmente.

Una alternativa a via Battisti ci sarebbe, sfruttando il muraglione dell'Arsenale, ma comporterebbe l'eliminazione di parcheggi auto su via Cugini, dall'altezza di via dei Fabbri sino a via Leonida, interessando l'area del mercato Fadini, già carente di parcheggi. Al limite, ampliando l'area parcheggio del mercato Fadini con l'area ex Arena Artiglieria ci si potrebbe pensare. In corso Umberto si può realizzare una pista ciclabile moderna e sicura sin da subito, senza perdere un solo posto auto legale (la doppia fila non lo è): la doppia corsia di marcia, infatti, è una ipocrisia tutta tarantina, perennemente occupata da auto in sosta in doppia fila. Parliamoci chiaro: sono anni che in corso Umberto le auto procedono su una sola corsia.

Eliminiamo le ipocrisie, e, visto che nessuna amministrazione e nessun comandante di polizia locale sembra fregarsene del parcheggio selvaggio, si costruisse una pista ciclabile protetta da un bel cordolo, lungo tutta corso Umberto. Pochissimi sono i commercianti, molte, invece, le scuole e gli uffici, i mercati, il museo, che la pista raggiungerebbe in sicurezza. Chissà che il traffico non ne guadagnarebbe.

7 dicembre 2015

Nasce "La Ringhiera". Riflessioni a margine

Nasce "La Ringhiera". Riflessioni a margine


Guardi i volti. E sono gli stessi, familiari, che da ragazzo vedevi brufolosi e pieni di capelli tra i corridoi austeri del liceo Archita. Ti accorgi che oggi c'è chi ha ruoli in istituzioni internazionali, chi nella politica locale, chi nell'informazione nazionale e locale, chi insegna, chi suona, chi fa l'avvocato, chi lavora in settori innovativi... La parte viva e pulsante, insomma, di una comunità. Ti soffermi a pensare, chissà se 30 anni fa tutti noi adolescenti degli anni '80 immaginavamo tutto questo... Qualcuno allora ci diceva che dall'Archita e dal Quinto Ennio sarebbe nata la classe dirigente del futuro. Ed il domani ci sembrava lontano, e quelle ci suonavano frasi vuote, buttate lì. Invece dopo trent'anni eccoci qui, riuniti in un teatro, ad applaudire chi tra noi scommette ancora nel futuro, ed incomincia una nuova impresa, anche se è da matti farlo in questo periodo storico, anche se è da matti farlo in questa città. Ma forse siamo rimasti matti, soprattutto quelli che non se ne sono mai andati, ed ancor più quelli che sono tornati. Tanti auguri per questa nuova avventura, cari amici Leonardo Lomartire, Angelo Di Leo, Michele, Ciccio... Fare gli auguri a voi significa fare gli auguri ad una intera generazione che oggi, ancora, è qui. E che non vuole proprio saperne di arrendersi e smettere di sognare il futuro. Per i nostri figli, che - intanto - sono nati, e per gli adolescenti di oggi cui tocca a noi convincere di essere il futuro che vorranno costruirsi.