29 novembre 2015

Non siamo (solo) spartani. Cambiare strada!

Pasolini dedicò a Taranto versi pieni di ammirazione

Interessante analisi del prof. Nino Palma, che avanza l'idea di una serie di "distretti culturali" nella città jonica.



Non siamo (solo) spartani. Cambiare strada!


di Nino Palma

in: Taranto Buonasera sabato 7 novembre 2015, p. 8

Ora che il brand di Taranto città spartana ha fatto flop, tra l’altro ampiamente previsto, con la non assegnazione del titolo di capitale italiana della cultura alla nostra città, generando ulteriori delusioni e frustrazioni in una città fortemente provata, vogliamo cambiare strada?
Non mi sono mai state chiare le ragioni arcane, profonde per le quali ci si è ostinati, in tutti questi anni, a far leva semplicemente su un lembo della nostra millenaria storia – storia e storia culturale.

Così come credo che per ambire a diventare capitale della cultura, o almeno a città di cultura, occorra far leva e valorizzare tutto l’enorme patrimonio culturale di cui la nostra città può menar vanto.
Perché, voglio prima di tutto ricordare a me stesso, che Taranto è la città di Leonida, i cui versi sono stati mirabilmente tradotti da Salvatore Quasimodo e sono inseriti nella famosa Antologia Palatina; Taranto è la città di Tommaso Niccolò D’Aquino con le sue Deliciae Tarentinae; Taranto è la città di Giovan Giovine, è la città di Archita, Q. Ennio e Aristosseno; è la città di Paisiello, celebrato più a Napoli che nella sua città Natale, è la città di Raffaele Carrieri, uno dei più grandi poeti e intellettuali del Novecento, di Luigi Viola e di Cesare Giulio Viola, è la città del Premio Taranto che Ungaretti definì il più bel premio d’Italia, è la città di Michele Pierri, di Vito Forleo, di Pietro Acclavio.
E’ la città cantata sin dall’antichità da tanti poeti, da Virgilio ad Orazio, Properzio, Pascoli, D’Annunzio e per venire ai tempi ancora più vicini a noi, da Alda merini e da Pasolini, per il quale vivere a Taranto è “come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari e i lungomari. Per i lungomari, nell’acqua ch’è tutto uno squillo, con in fondo delle navi da guerra, inglesi, Italiane, americane, sono aggrappati agli splendidi scogli gli stabilimenti”.

Insomma vogliamo sdoganare tutto questo patrimonio, lo vogliamo far diventare sangue e carne di questa città, vogliamo, in definitiva utilizzare questo patrimonio culturale per intraprendere un cammino che porti questa nostra città a trasformarsi da città dei fumi e dell’acciaio, da città dei tumori e delle morti bianche (che resta ad oggi purtroppo il brand ancora prevalente agli occhi degli italiani), in città di cultura, che può quindi ambire ad un titolo, quello di capitale italiana della cultura, che fino ad oggi le è stato negato? Vogliamo uscire dal pressapochismo, vogliamo non restare abbarbicati ad improbabili brand o solo al Marta e al Castello Aragonese, che sono le uniche due risorse vitali ma non sono esaustive di tutte le bellezze di cui questa città dispone?
In sostanza, se Taranto vuole davvero ambire a diventare città italiana della cultura (a questo punto per un anno fino al 2019), va ripensata appunto in senso culturale: il che significa preliminarmente puntare sul recupero, valorizzazione e rigenerazione sociale e urbana della città vecchia e dei suoi inestimabili tesori architettonici, storici, artistici, paesaggistici e archeologici, ma significa anche gettare lo sguardo oltre e fare della cultura l'elemento fondamentale di ricucitura e di ”valorizzazione” dell’intera città. In questo senso, occorre chiedersi se non sia possibile immaginare la nostra città organizzata in distretti culturali, non isolati tra di loro ma strettamente connessi.

Il primo di essi andrebbe proposto proprio nella “Città Vecchia”. Un distretto Culturale che faccia leva su ciò che già c’è: Castello Aragonese, sistema Universitario tarantino da rafforzare, specialmente per quanto riguarda i Beni culturali che paradossalmente stanno conoscendo una fase difficile, il Liceo Musicale Paisiello il cui processo di statizzazione va completato, ma anche sulla creazione di una “Pinacoteca Civica” in uno dei Palazzi storici, in cui siano raccolte tutte le opere pittoriche di Taranto sparse altrove, in città e fuori di essa, opere di pittura laica e religiosa, sparse in tanti Palazzi istituzionali e non e che sono precluse ala fruizione dei cittadini. Con la Pinacoteca Civica, il Mu.Di. e il Museo Maiorano, si potrebbe configurare nella città vecchia un vero e proprio sistema museale. O se è troppo complicato puntare sulla pinacoteca, almeno fare in modo che molte delle opere che si trovano sparse altrove tornino nei palazzi di origine, ristrutturati naturalmente, dai quali sono state rimosse, come quelle del Palazzo De Bellis che, a quel che ci risulta si trovano a Roma o quelle del Palazzo Fornari o di altri Palazzi. In questo modo tutta la città vecchia diventerebbe un polo museale.

Accanto a questo primo distretto culturale se ne possono immaginare altri nei diversi quartieri della città, a partire dal borgo umbertino, per il quale, oltre all’iniziativa intrapresa dall’A.C. di ristrutturazione del cinema-teatro Fusco, occorre pensare ad un piano esecutivo e di dettaglio di rigenerazione urbana che ponga fine al devastante fenomeno dell’edilizia di sostituzione, valorizzi le aree demaniali dismesse o da dismettere, sottraendole alle mire speculative, riqualifichi il Lungomare e la villa Peripato, i siti archeologici e le aree pedonali e punti soprattutto alla ristrutturazione e ad una destinazione d’uso appropriata del Palazzo degli uffici, sede storica del Liceo Archita, nel quale ipotizzare l’istituzione di un “Polo Bibliotecario” e di un “Museo/Galleria di Arte Moderna e Contemporanea”, di cui la nostra città è priva. Tutto questo, insieme all’area del “mercato coperto”, ove si trova un anfiteatro da riportare interamente alla luce, al “Museo Archeologico” e al “Museo Etnografico”, può costituire un secondo Distretto Culturale.

Un terzo Distretto Culturale può far leva su parte delle aree dell’Arsenale M.M., per le quali il decreto su Taranto prevede progetti di valorizzazione. Di particolare interesse sono le aree della ex Stazione Torpediniere, nella quali ora che sono state dismesse, si può pensare alla creazione di un “Parco Museale del Mare e della Marineria”, che congiuntamente al recupero dell’affaccio costiero sul Mar Piccolo, è stato in parte già elaborato nell’ambito dell’Area Vasta Tarantina con apposita scheda progettuale.
In questo ambito possono trovare collocazione anche gli interventi di riqualificazione e valorizzazione delle aree demaniali dismesse, quali gli ex Baraccamenti Cattolica, la Caserma Mezzacapo, l’ex Cinema Arsenale, senza dimenticare l’ex Palazzo Frisini che non può restare abbandonato a se stesso, e che andrebbe invece consolidato, ristrutturato, riqualificato e destinato anch’esso a contenitore culturale.

Continuando nell’ottica di una visione complessiva del recupero della città di Taranto, e ritenendo obiettivo prioritario il recupero del Mar Piccolo, per la cui bonifica si registrano difficoltà e ritardi, vero elemento urbanistico e paesaggistico di ricucitura della varie parti di città, si può immaginare un quarto Distretto Culturale nella zona dei Tamburi, con il recupero dell’affaccio sul Mar piccolo e la riqualificazione della zona del fiume Galeso dove è importante rispolverare l’antica idea della creazione di un “Parco Letterario”, intitolato ai grandi poeti che hanno decantato questo fiume “qua niger umectat flaventia culta” (Virgilio, Georgiche, IV, 126) e che hanno cantato Taranto!

Un quinto Distretto Culturale può interessare il quartiere “Paolo VI”, dove abbiamo già la presenza di strutture importanti come il Politecnico, ma che può fare anche perno sul riutilizzo della Masseria Vaccarella e soprattutto sulla riqualificazione della Circumarpiccolo, fino al “Convento dei Battendieri” e all’area protetta della “Palude La Vela”, area che va allargata fino a includere la “Salina Grande”, l’area intorno alla “Palude Erbara” e la zona ove oggi insiste il “Parco Cimino”.

Questa, credo, sia la carta da giocare, insieme ad altre ovviamente (Porto, aeroporto, rete trasporti, infrastrutturazione ecc.). Non solo per immaginare una città futura e uno sviluppo alternativo alla monocultura industriale, ma anche per l’attribuzione a Taranto, in uno degli anni a venire, del titolo prestigioso di capitale italiana della cultura, per non parlare del fatto che un eventuale turista che dovesse approdare da noi saprebbe che cosa fare e che cosa visitare. Ma riusciremo tutti insieme (enti locali, forze politiche, sociali, tessuto associativo e imprenditoriale, classe dirigente) a far sistema, ad avere uno sguardo lungo che si proietti oltre il contingente e faccia prevalere la logica del bene comune, per tirare la città fuori dalle secche in cui oggi appare impantanata?

Un appello, infine, vorrei rivolgere a quella che un tempo si chiamava intellighentia della città: quella poca che è rimasta! Un appello ad unire le forze, ad uscire dal privato, a ritrovare lo spirito combattivo di impegno civile che un tempo pure c’è stato, e a farsi quindi portavoce di un progetto che punti al recupero del bello che abbiamo e ad uno sviluppo alternativo della nostra città.

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