22 novembre 2015

L'identità sommersa di Taranto, città dei Due Mari

Identità sommersa di Taranto, città dei, Due Mari

di Cosimo Damiano Fonseca

tratto dal "Corriere del Giorno" di domenica 1 dicembre 1996

Léon Palustre de Montifaut, uno dei più insigni archeologi francesi (Saivres 1838 - Tours 1894), registrava, il 28 marzo 1867, la colpevole smemoratezza del proprio passato da parte degli abitanti di una delle più importanti città della Magna Grecia: «Mio primo pensiero, arrivando qui, fu di cercare i resti dell'antico teatro, testimone degli avvenimenti più su riportati. Nella città nulla supponeva la loro esistenza, e un vecchio prete al quale mi rivolsi non ne aveva mai sentito parlare». E aggiungeva: «Un mare senza navi, una città senza avvenimenti, un popolo che vegeta, questo è lo spettacolo desolante».

E non è solo il Palustre de Montifaut a notare questa sorta di rimozione della memoria storica di Taranto perfino da parte di un membro del clero, esponente di una tradizione culturale che doveva essere più sensibile a cogliere le voci rivenienti da epoche storiche lontane. Esattamente quarant'anni prima, Charles Didier (Ginevra 1804 - Parigi 1860), uno scrittore di origine svizzera operante in Francia, amico di Hugo, Chateaubriand, Lamartine, Lamenais e Liszt, nel suo viaggio compiuto nelle terre del sole, a proposito di Taranto, così scriveva: «Il tempo ha spazzato persino le rovine. Nemmeno un monumento dell'antica repubblica è, non dico in piedi, ma riconoscibile».

Negli stessi anni, e precisamente il 10 giugno 1806, un ufficiale napoleonico - che peraltro possedeva un gusto finissimo della grecità - Louis Courier de Méré (Parigi 1772 – Véretz, Turenna, 1825), scriveva da Taranto: «Taranto è scom­parsa, non resta che il nome, e non si saprebbe dove essa fu, senza i resti che, a una certa distanza dalla città attuale, [indicano] la posizione del­l’antica città». Resti destinati peral­tro gradualmente alla scomparsi, come constatava François Lenor­mant (Parigi 1837-1883), il celebre e celebrato autore della Grande-Grè­ce, in visita a Taranto nel 1880: «Le ultime vestigia della città antica emergenti dal suolo sono attualmen­te in via di sparizione per la co­struzione d’un nuovo quartiere sulla terraferma, fuori dell’Isola che nell’antichità conteneva la cittadella, dove Taranto s’era concentrata durante il Medioevo».
E questo, della riutilizzazione del resti antichi per la costruzione degli edifici della Città Nuova, sarà il motivo ricorrente nelle pagine della Grande-Grèce: «Il tutto è stato de­molito per fornire materiale alla costruzione del Borgo Nuovo; gli operai lavorano ancora per finire di togliere di mezzo gli ultimi resti di antiche mura».
Lapidariamente il grande ar­cheologo, in una memoria redatta nel gennaio 1882, annoterà che «quando nel 1879 ero a Taranto, la mente del Tarantini non era affatto rivolta verso la ricerca di cose an­tiche, neppure a scopo speculativo»: insomma un modo elegante per dare attualità all’icastico e ricorrente giu­dizio sulla «molle Tarentum».

In realtà quella del borgo era stata la seconda e più recente operazione di sradicamento della città antica: una città che aveva trovato nel mare e nel suo porto il segno più autentico della propria identità. Attraverso il mare fin dall’età preistorica erano giunte popolazioni in possesso di una civiltà marcatamente neolitica fino a quando l’insediamento laconico aveva fornito tutti gli strumenti urbanistici e culturali per una graduale coscienza di città. Comunque della polis greca, pur con differenti e diversificati approc­ci, ci offrono significative descrizioni Polibio e Strabone: il primo menziona l’acropoli, le mura e la fortezza presso la Porta Temenide, il taphos di Apollo Iakinthos, il Museo presso l’agorà, la necropoli nella zona orientale del centro urbano, il teatro, il porto e alcuni assi viari come la platheia, la soteira e la batheia.

L’importanza del porto viene particolar­mente evidenziata: «Tutta la costa italica - scriveva Polibio nel libro X delle sue Storie - dallo stretto e dalla città di Reggio fino a Taranto per lunghezza di 2000 stadi e più, è completamente priva di porti, fatta eccezione del porto di Taranto che è rivolto verso il mare di Sicilia e guarda verso le regioni della Grecia [...]. Così chi dalla Sicilia e dalla Grecia va in uno del luoghi suddetti (cioè quelli della costa) approda necessariamente nel porto di Taranto e in questa città avvengono tutti gli scambi e i commerci con gli abitanti di tale regione d’Italia».

L’immagine della città offerta da Strabone è polarizzata sia sull’in­sediamento antico sia su quello nuo­vo della colonia Neptunia, fondata all’interno della polis. La città risulta costituita da due nuclei principali, l’arx e la zona del foro; permangono altresì il ginnasio e l’agorà con la presenza del colosso lisippeo raffigurante Zeus.

Della felice posizione del porto Strabone ci fornisce una preziosa testimonianza chiamandolo «grande e bello», chiuso da un ponte, dalla circonferenza di 100 stadi, chiara­mente alludendo all’insenatura del Mar Piccolo diviso dal promontorio di Punta Penna in due bacini di diseguale ampiezza nel primo dei quali, quello di ponente, versa le sue acque il Galeso, cantato da Virgilio. Le puntuali indagini di Gino Lo Porto (1970, 343-383) sulla topo­grafia antica di Taranto, agli ele­menti descrittivi di Polibio e di Stra­bone hanno fornito preziosi riscontri circa i primitivi insediamenti, l’u­bicazione dell’area dell’acropoli, la consistenza e l’ampiezza delle mura: il tutto ormai sommerso dagli edifici di culto e dalle strutture abitative della Città Vecchia.

Ma anche della successiva espansione urbana di Taranto, avvenuta a cominciare dal V secolo a. C. verso l’est della sua penisola, non vi sono tracce appariscenti né testimonian­ze vivamente apprezzabili.
Come è noto, al circuito arcaico delle mura si aggiunge, intorno alla metà del V secolo a. C., una nuova muraglia della lunghezza di oltre 10 chilometri che cingeva le sponde ver­so i due mari raggiungendo la Salina Piccola e la Masseria del Carmine.

Questa nuova cinta muraria aveva nobilitato l’impianto della città, come scriveva Anneo Floro (1, 13, 2): «Tarentus magnitudine et muris portuque nobilis». E in realtà per l’articolazione del sistema viario - che farà scrivere a Livio: «Planae et satis latae viae pa­tent in omnis partis» (XXV 11, 16), per la intersecazione di numerose porte, per la presenza di alcune torri, per la disposizione delle grandi in­sulae, per l’ampiezza dell’agorà, per la predisposizione dei materiali, per la peculiarità delle necropoli, Ta­ranto poteva ben vantare questa pa­tente di nobiltà.

Del ricchissimo patrimonio della città fecero man bassa i Romani quando, nel 209 a. C., saccheggia­rono l’acropoli, i templi, gli edifici di maggiore dignità architettonica asportando tesori d’arte, statue e pitture. Ne fornisce non sospetta te­stimonianza Strabone nel II secolo d. C., che ricorda appunto le stigmate inferte alla città dai Cartaginesi e le spoliazioni effettuate dai Romani sull’acropoli della città.

Il destino della città si avviava irrimediabilmente al tramonto, an­che se un ultimo rigurgito di gran­dezza, non certo pari a quello del periodo magnogreco, si registrava durante l’età imperiale, come dimo­stra la crescita demografica, la ri­presa dei commerci, l’erezione di nuove strutture monumentali, quali l’anfiteatro, gli acquedotti, le terme. Comunque anche della facies ro­mana della città, al di là di esili umbratili e sporadici ritrovamenti, nulla si era stratificato nella realtà e nella memoria.

Concorsero certamente a distrug­gere quanto rimaneva dell’acropoli i bizantini, i quali, constatato come l’agglomerato urbano fosse privo di fortificazioni (Procopio, De Bello go­thico, VII, 3, 23), effettuano una colmata escogitando un sistema di­fensivo che segnerà durante tutto il Medioevo la divaricazione tra la Taranto del borgo e la Taranto dell’isola e che avvierà quel processo di “in­tramenialità” rimasto, oltre che una costante geostorica, una categoria mentale sino alla seconda metà dell’Ottocento.

L’obliterazione della me­moria della Taranto greco-romana constatata dai viaggiatori approdati nella città ionica nel secolo scorso ne è la riprova più appariscente: della identità, ormai sommersa, dell’an­tica città sviluppatasi dall’insediamento laconico rimarrà quale unico elemento il mare, anzi i due mari che cingono l’isola e il porto che vi in­siste. E infatti su questi tre nuclei ­e l’isola, il porto e il mare - che con­verge l’attenzione delle fonti narrative dall’età longobarda in poi. Il Chronicon Salernitanum (79, 76, 77) ci attesta che il porto veniva frequentato, tra le altre, anche da navi mercantili amalfitane.

Alle strutture portuali di Taranto, cer­tamente efficienti e funzionali, e al suo ruolo di nodo commerciale e militare mediterraneo si riferisce il monaco franco Bernardo di Bordeaux, che passò da Taranto in viaggio per la Terrasanta tra l’ 864 e l’ 866, nel periodo cioè della occupazione musulmana della città.

«Uscendo da Bari - scrive il monaco burdigalense - camminammo verso mezzogiorno per novanta miglia fino al porto della città di Taranto dove rinvenimmo sei navi in cui vi erano novemila cristiani di Benevento fatti prigionieri. In due navi che uscirono per prime dal porto dirette in Africa vi erano tremila prigionieri, le altre due che uscirono dopo dirette a Tripoli, ne trasportarono similmente altri tre­mila» (Itinerarium, 310-311).

Il cronista Erchemperto (80, 264) ci informa che nell’ 888 si imbarcò da Taranto Dauferio di Montecassino, legato di Atenolfo I a Costantinopoli. Ma dopo la riconquista bizantina il porto di Taranto perdeva la sua importanza militare, strategica e commerciale a favore dei porti adriatici di Otranto, Brindisi e, successivamen­te, di Bari. Comunque l’isola, per la collocazione morfologica e per le opere strutturali messe in atto per la sua difesa dopo la riconquista bizantina del secolo X, rimaneva un caposaldo imprendibile: se ne accorsero nel 1042 i Normanni quando tentarono di espugnare la città senza riuscir­vi.

Essi, stando alla testimonianza di Guglielmo Appulo (1, 534-549) con­fermata, peraltro, dalle Annales Barenses (ad a. 1042), «giunsero a un ponte battuto dai flutti dei due mari (l’odierno ponte di Porta Napoli, Nda), ma la presenza di grandi massi impediva l’accesso dal mare e proteggeva l’abitato in maniera tale che non era possibile raggiungerlo dal ponte e arrivare così in città. La distanza sembrava breve al viaggiatore, ma di fatto era eccessivamente lunga se si doveva effettuare il giro del litorale. In effetti Taranto è quasi da ogni parte circondata dal mare e diventerebbe un’isola se non vi si opponesse una piccola collina».

Sarà stata l’esperienza di ventotto anni prima o il graduale venir meno delle guarigioni bizantine, sta di fatto che nel 1080, con fulminea rapidità, Roberto il Guiscardo espugnava la cit­tà. Il duca «raggiunse (da Trani) Ta­ranto con un nutrito gruppo di ca­valieri e subito l’assediò per terra e per mare e la conquistò» (Guglielmo Appulo, III, 671-672). Il Guiscardo nella rada di Taranto radunò le sue forze navali quando nel settembre 1084 salpava per la sua seconda spedizione contro l’impero bizantino (Ibidem, V, 127-131).

Come si può osservare, sulla scor­ta della tradizione documentaria di­nanzi esaminata delle testimonian­ze della civiltà magnogreca e romana presenti sull’isola non vi è più traccia nella memoria di cronisti e scrittori dal V all’XI secolo così come non ne ritroveremo in quelle dei quattro secoli successivi.

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