29 novembre 2015

Non siamo (solo) spartani. Cambiare strada!

Pasolini dedicò a Taranto versi pieni di ammirazione

Interessante analisi del prof. Nino Palma, che avanza l'idea di una serie di "distretti culturali" nella città jonica.



Non siamo (solo) spartani. Cambiare strada!


di Nino Palma

in: Taranto Buonasera sabato 7 novembre 2015, p. 8

Ora che il brand di Taranto città spartana ha fatto flop, tra l’altro ampiamente previsto, con la non assegnazione del titolo di capitale italiana della cultura alla nostra città, generando ulteriori delusioni e frustrazioni in una città fortemente provata, vogliamo cambiare strada?
Non mi sono mai state chiare le ragioni arcane, profonde per le quali ci si è ostinati, in tutti questi anni, a far leva semplicemente su un lembo della nostra millenaria storia – storia e storia culturale.

Così come credo che per ambire a diventare capitale della cultura, o almeno a città di cultura, occorra far leva e valorizzare tutto l’enorme patrimonio culturale di cui la nostra città può menar vanto.
Perché, voglio prima di tutto ricordare a me stesso, che Taranto è la città di Leonida, i cui versi sono stati mirabilmente tradotti da Salvatore Quasimodo e sono inseriti nella famosa Antologia Palatina; Taranto è la città di Tommaso Niccolò D’Aquino con le sue Deliciae Tarentinae; Taranto è la città di Giovan Giovine, è la città di Archita, Q. Ennio e Aristosseno; è la città di Paisiello, celebrato più a Napoli che nella sua città Natale, è la città di Raffaele Carrieri, uno dei più grandi poeti e intellettuali del Novecento, di Luigi Viola e di Cesare Giulio Viola, è la città del Premio Taranto che Ungaretti definì il più bel premio d’Italia, è la città di Michele Pierri, di Vito Forleo, di Pietro Acclavio.
E’ la città cantata sin dall’antichità da tanti poeti, da Virgilio ad Orazio, Properzio, Pascoli, D’Annunzio e per venire ai tempi ancora più vicini a noi, da Alda merini e da Pasolini, per il quale vivere a Taranto è “come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari e i lungomari. Per i lungomari, nell’acqua ch’è tutto uno squillo, con in fondo delle navi da guerra, inglesi, Italiane, americane, sono aggrappati agli splendidi scogli gli stabilimenti”.

Insomma vogliamo sdoganare tutto questo patrimonio, lo vogliamo far diventare sangue e carne di questa città, vogliamo, in definitiva utilizzare questo patrimonio culturale per intraprendere un cammino che porti questa nostra città a trasformarsi da città dei fumi e dell’acciaio, da città dei tumori e delle morti bianche (che resta ad oggi purtroppo il brand ancora prevalente agli occhi degli italiani), in città di cultura, che può quindi ambire ad un titolo, quello di capitale italiana della cultura, che fino ad oggi le è stato negato? Vogliamo uscire dal pressapochismo, vogliamo non restare abbarbicati ad improbabili brand o solo al Marta e al Castello Aragonese, che sono le uniche due risorse vitali ma non sono esaustive di tutte le bellezze di cui questa città dispone?
In sostanza, se Taranto vuole davvero ambire a diventare città italiana della cultura (a questo punto per un anno fino al 2019), va ripensata appunto in senso culturale: il che significa preliminarmente puntare sul recupero, valorizzazione e rigenerazione sociale e urbana della città vecchia e dei suoi inestimabili tesori architettonici, storici, artistici, paesaggistici e archeologici, ma significa anche gettare lo sguardo oltre e fare della cultura l'elemento fondamentale di ricucitura e di ”valorizzazione” dell’intera città. In questo senso, occorre chiedersi se non sia possibile immaginare la nostra città organizzata in distretti culturali, non isolati tra di loro ma strettamente connessi.

Il primo di essi andrebbe proposto proprio nella “Città Vecchia”. Un distretto Culturale che faccia leva su ciò che già c’è: Castello Aragonese, sistema Universitario tarantino da rafforzare, specialmente per quanto riguarda i Beni culturali che paradossalmente stanno conoscendo una fase difficile, il Liceo Musicale Paisiello il cui processo di statizzazione va completato, ma anche sulla creazione di una “Pinacoteca Civica” in uno dei Palazzi storici, in cui siano raccolte tutte le opere pittoriche di Taranto sparse altrove, in città e fuori di essa, opere di pittura laica e religiosa, sparse in tanti Palazzi istituzionali e non e che sono precluse ala fruizione dei cittadini. Con la Pinacoteca Civica, il Mu.Di. e il Museo Maiorano, si potrebbe configurare nella città vecchia un vero e proprio sistema museale. O se è troppo complicato puntare sulla pinacoteca, almeno fare in modo che molte delle opere che si trovano sparse altrove tornino nei palazzi di origine, ristrutturati naturalmente, dai quali sono state rimosse, come quelle del Palazzo De Bellis che, a quel che ci risulta si trovano a Roma o quelle del Palazzo Fornari o di altri Palazzi. In questo modo tutta la città vecchia diventerebbe un polo museale.

Accanto a questo primo distretto culturale se ne possono immaginare altri nei diversi quartieri della città, a partire dal borgo umbertino, per il quale, oltre all’iniziativa intrapresa dall’A.C. di ristrutturazione del cinema-teatro Fusco, occorre pensare ad un piano esecutivo e di dettaglio di rigenerazione urbana che ponga fine al devastante fenomeno dell’edilizia di sostituzione, valorizzi le aree demaniali dismesse o da dismettere, sottraendole alle mire speculative, riqualifichi il Lungomare e la villa Peripato, i siti archeologici e le aree pedonali e punti soprattutto alla ristrutturazione e ad una destinazione d’uso appropriata del Palazzo degli uffici, sede storica del Liceo Archita, nel quale ipotizzare l’istituzione di un “Polo Bibliotecario” e di un “Museo/Galleria di Arte Moderna e Contemporanea”, di cui la nostra città è priva. Tutto questo, insieme all’area del “mercato coperto”, ove si trova un anfiteatro da riportare interamente alla luce, al “Museo Archeologico” e al “Museo Etnografico”, può costituire un secondo Distretto Culturale.

Un terzo Distretto Culturale può far leva su parte delle aree dell’Arsenale M.M., per le quali il decreto su Taranto prevede progetti di valorizzazione. Di particolare interesse sono le aree della ex Stazione Torpediniere, nella quali ora che sono state dismesse, si può pensare alla creazione di un “Parco Museale del Mare e della Marineria”, che congiuntamente al recupero dell’affaccio costiero sul Mar Piccolo, è stato in parte già elaborato nell’ambito dell’Area Vasta Tarantina con apposita scheda progettuale.
In questo ambito possono trovare collocazione anche gli interventi di riqualificazione e valorizzazione delle aree demaniali dismesse, quali gli ex Baraccamenti Cattolica, la Caserma Mezzacapo, l’ex Cinema Arsenale, senza dimenticare l’ex Palazzo Frisini che non può restare abbandonato a se stesso, e che andrebbe invece consolidato, ristrutturato, riqualificato e destinato anch’esso a contenitore culturale.

Continuando nell’ottica di una visione complessiva del recupero della città di Taranto, e ritenendo obiettivo prioritario il recupero del Mar Piccolo, per la cui bonifica si registrano difficoltà e ritardi, vero elemento urbanistico e paesaggistico di ricucitura della varie parti di città, si può immaginare un quarto Distretto Culturale nella zona dei Tamburi, con il recupero dell’affaccio sul Mar piccolo e la riqualificazione della zona del fiume Galeso dove è importante rispolverare l’antica idea della creazione di un “Parco Letterario”, intitolato ai grandi poeti che hanno decantato questo fiume “qua niger umectat flaventia culta” (Virgilio, Georgiche, IV, 126) e che hanno cantato Taranto!

Un quinto Distretto Culturale può interessare il quartiere “Paolo VI”, dove abbiamo già la presenza di strutture importanti come il Politecnico, ma che può fare anche perno sul riutilizzo della Masseria Vaccarella e soprattutto sulla riqualificazione della Circumarpiccolo, fino al “Convento dei Battendieri” e all’area protetta della “Palude La Vela”, area che va allargata fino a includere la “Salina Grande”, l’area intorno alla “Palude Erbara” e la zona ove oggi insiste il “Parco Cimino”.

Questa, credo, sia la carta da giocare, insieme ad altre ovviamente (Porto, aeroporto, rete trasporti, infrastrutturazione ecc.). Non solo per immaginare una città futura e uno sviluppo alternativo alla monocultura industriale, ma anche per l’attribuzione a Taranto, in uno degli anni a venire, del titolo prestigioso di capitale italiana della cultura, per non parlare del fatto che un eventuale turista che dovesse approdare da noi saprebbe che cosa fare e che cosa visitare. Ma riusciremo tutti insieme (enti locali, forze politiche, sociali, tessuto associativo e imprenditoriale, classe dirigente) a far sistema, ad avere uno sguardo lungo che si proietti oltre il contingente e faccia prevalere la logica del bene comune, per tirare la città fuori dalle secche in cui oggi appare impantanata?

Un appello, infine, vorrei rivolgere a quella che un tempo si chiamava intellighentia della città: quella poca che è rimasta! Un appello ad unire le forze, ad uscire dal privato, a ritrovare lo spirito combattivo di impegno civile che un tempo pure c’è stato, e a farsi quindi portavoce di un progetto che punti al recupero del bello che abbiamo e ad uno sviluppo alternativo della nostra città.

23 novembre 2015

Francesco Basile il partigiano che Taranto, sua città, ha dimenticato

Francesco Basile il partigiano che Taranto, sua città, ha dimenticato

di Mario Gianfrate

La piazza del Municipio di Tuscania, dedicata Francesco Basile
in "Corriere del Giorno", 7 maggio 2013

Dai sette colli sui quali Tuscania, nel viterbese, è arrampicata, domina la valle. I resti della città medievale la rendono un piccolo salotto, accogliente e ricco di storia. Aveva poco più di cinquemila anime nel ’45, quando finì la guerra che lasciò cicatrici rimarginate ma visibili, ricordi incancellabili. La piazza della cittadina, quella in cui sorge il Palazzo del Comune, ricostruito nel diciannovesimo secolo, è intitolata a Franco Basile, un giovane partigiano di Taranto, ammazzato qui dalla violenza nazifascista. Le foto della targa e della piazza, me le fornisce Fabrizio Marziali, funzionario del Comune di una cortesia e di una disponibilità non comuni.

Ci siamo occupati, qualche tempo fa, di Franco Basile. Il caso ci consente di aggiungere altri elementi alla sua vicenda umana e resistenziale del partigiano tarantino, troppo presto stroncata dal cieco furore dei tedeschi; ce ne offre l’occasione, la testimonianza di Caterina Pani, raccolta in un bel volume di Chiara Cesetti (“La notte e l’alba”, Edizioni Il Campano, Pisa) pubblicato qualche anno fa, nel 2007.

Caterina Pani – che è nativa di Trieste – ha solo undici anni quando conosce Franco, “un bel ragazzo capitato a Tuscania dopo lo sbandamento, ed essendo di Taranto non era riuscito a tornare a casa”. Ricordi lontani, di bambina, sbiaditi dal tempo ma impressi nella mente: “Portava in testa una bandana rossa e si era unito al gruppo di partigiani che operava in zona”.

Franco Basile, del I Reggimento Granatieri, all’annuncio dell’Armistizio diramato nella serata dell’8 settembre 1943, si è unito alla Brigata Matteotti che opera nel territorio. Si distingue in numerose azioni di guerra contro le truppe nazifasciste.

Un anno dopo, dalla Rupe di Pian di Mola, assiste impotente al bombardamento della città e, coraggiosamente, mettendo a rischio la propria incolumità, accorre sul posto scavando sotto le macerie per trarre in salvo i feriti.

Caterina racconta gli ultimi istanti di vita di Franco; riportiamo per intero la sua testimonianza, la sequenza di un film in bianco e nero dalla pellicola graffiata con impressi gli attimi di vita prima della morte : “Il giorno precedente la sua uccisione, l’otto giugno, c’era stato il bombardamento in Piazza e noi eravamo scappati alla Moletta, in una grotta su un terreno di proprietà di un mio zio. Anche gli animali seguivano gli uomini in queste fughe, per metterli al riparo dalle razzie e dalle perquisizioni. Franco ed altri uomini amici e parenti dei miei familiari, stavano sotto il ciliegio poco distante, quando arrivò un tedesco. Gli si avvicinarono e Franco gli disse, toccandogli i pantaloni: E’ ora che te le levi, queste braghe, che… senti? Ed indicò verso pian di Mola, dove si udivano vicinissimi i mezzi degli alleati, come a dire che ormai la guerra per lui era finita. Cencio del zì Peppo, invece, gli toccò il fucile, gli disse di lasciarlo e di entrare insieme con loro, dove avrebbe potuto mangiare. Il tedesco rifiutò. Si allontanò e loro entrarono. Franco si mise a smontare la pistola ed a pulirla, mentre mio padre preparava per tutti pane e formaggio.

Il ponte sul Marta era già saltato e si sentiva il rumore cupo degli automezzi alleati che stavano arrivando. Poi ci fu un momento di calma e Franco disse che sarebbe salito più in alto, al riparo di un’altra grotta, per vedere cosa stesse succedendo e controllare i movimenti delle truppe che erano alla Spianata.

Verso le tre del pomeriggio mio padre disse: “Questo ragazzo non è più tornato. Adesso scendo in basso, vicino al fiume, vado a vedere come sta la mucca e guardo anche di lui”. Uscì e alzando gli occhi vide il sangue colare da una roccia: il corpo di Franco era riverso in terra, ucciso con un colpo in testa. Il tedesco, un irriducibile, si era appostato vicino al cancello di ingresso del terreno ed ogni tanto lo sentivamo sparare contro le truppe che si avvicinavano e udivamo le sue pallottole fischiare davanti all’entrata della grotta: uno di quei colpi era diretto contro Franco, riconosciuto come partigiano.

Intanto gli Americani guadarono il fiume e la gente cominciò ad urlare: “So’ arrivati, so’ arrivati! Siamo liberi!”. Uscimmo di corsa dai nostri nascondigli e nonostante il gran tripudio per l’arrivo dei liberatori, qualcuno venne a prendere il corpo di Franco con un carrettino. Ricordo che era senza scarpe”.

Scriverà di lui Beno Gessi, comandante della Brigata Matteotti, divenuto dopo la Liberazione sindaco della città: “Con entusiasmo e coraggio visse le ultime ore della sua giovinezza, confondendo la sua sorte con quella dell’Italia, che dal sangue dei figli migliori trae nuove forze e la nuova vita.

E’ morto con negli occhi la visione della mamma e dell’Italia alla quale aveva donato il suo sangue per cancellare l’infamia di oltre vent’anni di oppressione e per riconquistare tutte le libertà del pensiero e del lavoro”.

Nella Piazza di Tuscania, su di una targhetta c’è il suo nome. Oggi neppure gli abitanti della cittadina sanno chi possa essere quel nome, che sta lì, in quella piazza, dove frotte di monelli si rincorrono gioiosi nelle belle giornate di primavera. Quelli che c’erano, poco a poco, sono scomparsi e, con essi, la memoria di Franco.

Taranto, però, non può dimenticare. E’ giunto il tempo – mi rivolgo direttamente al Sindaco della città – di saldare con Franco Basile un debito di riconoscenza, riconoscenza per quel partigiano morto per la libertà. Così che “le genti che passeranno”, le nuove generazioni ignare di quanto accaduto – e lo avvertiamo, palpabile, ogni giorno – possano dire “ Oh, che bel fiore”.

22 novembre 2015

L'identità sommersa di Taranto, città dei Due Mari

Identità sommersa di Taranto, città dei, Due Mari

di Cosimo Damiano Fonseca

tratto dal "Corriere del Giorno" di domenica 1 dicembre 1996

Léon Palustre de Montifaut, uno dei più insigni archeologi francesi (Saivres 1838 - Tours 1894), registrava, il 28 marzo 1867, la colpevole smemoratezza del proprio passato da parte degli abitanti di una delle più importanti città della Magna Grecia: «Mio primo pensiero, arrivando qui, fu di cercare i resti dell'antico teatro, testimone degli avvenimenti più su riportati. Nella città nulla supponeva la loro esistenza, e un vecchio prete al quale mi rivolsi non ne aveva mai sentito parlare». E aggiungeva: «Un mare senza navi, una città senza avvenimenti, un popolo che vegeta, questo è lo spettacolo desolante».

E non è solo il Palustre de Montifaut a notare questa sorta di rimozione della memoria storica di Taranto perfino da parte di un membro del clero, esponente di una tradizione culturale che doveva essere più sensibile a cogliere le voci rivenienti da epoche storiche lontane. Esattamente quarant'anni prima, Charles Didier (Ginevra 1804 - Parigi 1860), uno scrittore di origine svizzera operante in Francia, amico di Hugo, Chateaubriand, Lamartine, Lamenais e Liszt, nel suo viaggio compiuto nelle terre del sole, a proposito di Taranto, così scriveva: «Il tempo ha spazzato persino le rovine. Nemmeno un monumento dell'antica repubblica è, non dico in piedi, ma riconoscibile».

Negli stessi anni, e precisamente il 10 giugno 1806, un ufficiale napoleonico - che peraltro possedeva un gusto finissimo della grecità - Louis Courier de Méré (Parigi 1772 – Véretz, Turenna, 1825), scriveva da Taranto: «Taranto è scom­parsa, non resta che il nome, e non si saprebbe dove essa fu, senza i resti che, a una certa distanza dalla città attuale, [indicano] la posizione del­l’antica città». Resti destinati peral­tro gradualmente alla scomparsi, come constatava François Lenor­mant (Parigi 1837-1883), il celebre e celebrato autore della Grande-Grè­ce, in visita a Taranto nel 1880: «Le ultime vestigia della città antica emergenti dal suolo sono attualmen­te in via di sparizione per la co­struzione d’un nuovo quartiere sulla terraferma, fuori dell’Isola che nell’antichità conteneva la cittadella, dove Taranto s’era concentrata durante il Medioevo».
E questo, della riutilizzazione del resti antichi per la costruzione degli edifici della Città Nuova, sarà il motivo ricorrente nelle pagine della Grande-Grèce: «Il tutto è stato de­molito per fornire materiale alla costruzione del Borgo Nuovo; gli operai lavorano ancora per finire di togliere di mezzo gli ultimi resti di antiche mura».
Lapidariamente il grande ar­cheologo, in una memoria redatta nel gennaio 1882, annoterà che «quando nel 1879 ero a Taranto, la mente del Tarantini non era affatto rivolta verso la ricerca di cose an­tiche, neppure a scopo speculativo»: insomma un modo elegante per dare attualità all’icastico e ricorrente giu­dizio sulla «molle Tarentum».

In realtà quella del borgo era stata la seconda e più recente operazione di sradicamento della città antica: una città che aveva trovato nel mare e nel suo porto il segno più autentico della propria identità. Attraverso il mare fin dall’età preistorica erano giunte popolazioni in possesso di una civiltà marcatamente neolitica fino a quando l’insediamento laconico aveva fornito tutti gli strumenti urbanistici e culturali per una graduale coscienza di città. Comunque della polis greca, pur con differenti e diversificati approc­ci, ci offrono significative descrizioni Polibio e Strabone: il primo menziona l’acropoli, le mura e la fortezza presso la Porta Temenide, il taphos di Apollo Iakinthos, il Museo presso l’agorà, la necropoli nella zona orientale del centro urbano, il teatro, il porto e alcuni assi viari come la platheia, la soteira e la batheia.

L’importanza del porto viene particolar­mente evidenziata: «Tutta la costa italica - scriveva Polibio nel libro X delle sue Storie - dallo stretto e dalla città di Reggio fino a Taranto per lunghezza di 2000 stadi e più, è completamente priva di porti, fatta eccezione del porto di Taranto che è rivolto verso il mare di Sicilia e guarda verso le regioni della Grecia [...]. Così chi dalla Sicilia e dalla Grecia va in uno del luoghi suddetti (cioè quelli della costa) approda necessariamente nel porto di Taranto e in questa città avvengono tutti gli scambi e i commerci con gli abitanti di tale regione d’Italia».

L’immagine della città offerta da Strabone è polarizzata sia sull’in­sediamento antico sia su quello nuo­vo della colonia Neptunia, fondata all’interno della polis. La città risulta costituita da due nuclei principali, l’arx e la zona del foro; permangono altresì il ginnasio e l’agorà con la presenza del colosso lisippeo raffigurante Zeus.

Della felice posizione del porto Strabone ci fornisce una preziosa testimonianza chiamandolo «grande e bello», chiuso da un ponte, dalla circonferenza di 100 stadi, chiara­mente alludendo all’insenatura del Mar Piccolo diviso dal promontorio di Punta Penna in due bacini di diseguale ampiezza nel primo dei quali, quello di ponente, versa le sue acque il Galeso, cantato da Virgilio. Le puntuali indagini di Gino Lo Porto (1970, 343-383) sulla topo­grafia antica di Taranto, agli ele­menti descrittivi di Polibio e di Stra­bone hanno fornito preziosi riscontri circa i primitivi insediamenti, l’u­bicazione dell’area dell’acropoli, la consistenza e l’ampiezza delle mura: il tutto ormai sommerso dagli edifici di culto e dalle strutture abitative della Città Vecchia.

Ma anche della successiva espansione urbana di Taranto, avvenuta a cominciare dal V secolo a. C. verso l’est della sua penisola, non vi sono tracce appariscenti né testimonian­ze vivamente apprezzabili.
Come è noto, al circuito arcaico delle mura si aggiunge, intorno alla metà del V secolo a. C., una nuova muraglia della lunghezza di oltre 10 chilometri che cingeva le sponde ver­so i due mari raggiungendo la Salina Piccola e la Masseria del Carmine.

Questa nuova cinta muraria aveva nobilitato l’impianto della città, come scriveva Anneo Floro (1, 13, 2): «Tarentus magnitudine et muris portuque nobilis». E in realtà per l’articolazione del sistema viario - che farà scrivere a Livio: «Planae et satis latae viae pa­tent in omnis partis» (XXV 11, 16), per la intersecazione di numerose porte, per la presenza di alcune torri, per la disposizione delle grandi in­sulae, per l’ampiezza dell’agorà, per la predisposizione dei materiali, per la peculiarità delle necropoli, Ta­ranto poteva ben vantare questa pa­tente di nobiltà.

Del ricchissimo patrimonio della città fecero man bassa i Romani quando, nel 209 a. C., saccheggia­rono l’acropoli, i templi, gli edifici di maggiore dignità architettonica asportando tesori d’arte, statue e pitture. Ne fornisce non sospetta te­stimonianza Strabone nel II secolo d. C., che ricorda appunto le stigmate inferte alla città dai Cartaginesi e le spoliazioni effettuate dai Romani sull’acropoli della città.

Il destino della città si avviava irrimediabilmente al tramonto, an­che se un ultimo rigurgito di gran­dezza, non certo pari a quello del periodo magnogreco, si registrava durante l’età imperiale, come dimo­stra la crescita demografica, la ri­presa dei commerci, l’erezione di nuove strutture monumentali, quali l’anfiteatro, gli acquedotti, le terme. Comunque anche della facies ro­mana della città, al di là di esili umbratili e sporadici ritrovamenti, nulla si era stratificato nella realtà e nella memoria.

Concorsero certamente a distrug­gere quanto rimaneva dell’acropoli i bizantini, i quali, constatato come l’agglomerato urbano fosse privo di fortificazioni (Procopio, De Bello go­thico, VII, 3, 23), effettuano una colmata escogitando un sistema di­fensivo che segnerà durante tutto il Medioevo la divaricazione tra la Taranto del borgo e la Taranto dell’isola e che avvierà quel processo di “in­tramenialità” rimasto, oltre che una costante geostorica, una categoria mentale sino alla seconda metà dell’Ottocento.

L’obliterazione della me­moria della Taranto greco-romana constatata dai viaggiatori approdati nella città ionica nel secolo scorso ne è la riprova più appariscente: della identità, ormai sommersa, dell’an­tica città sviluppatasi dall’insediamento laconico rimarrà quale unico elemento il mare, anzi i due mari che cingono l’isola e il porto che vi in­siste. E infatti su questi tre nuclei ­e l’isola, il porto e il mare - che con­verge l’attenzione delle fonti narrative dall’età longobarda in poi. Il Chronicon Salernitanum (79, 76, 77) ci attesta che il porto veniva frequentato, tra le altre, anche da navi mercantili amalfitane.

Alle strutture portuali di Taranto, cer­tamente efficienti e funzionali, e al suo ruolo di nodo commerciale e militare mediterraneo si riferisce il monaco franco Bernardo di Bordeaux, che passò da Taranto in viaggio per la Terrasanta tra l’ 864 e l’ 866, nel periodo cioè della occupazione musulmana della città.

«Uscendo da Bari - scrive il monaco burdigalense - camminammo verso mezzogiorno per novanta miglia fino al porto della città di Taranto dove rinvenimmo sei navi in cui vi erano novemila cristiani di Benevento fatti prigionieri. In due navi che uscirono per prime dal porto dirette in Africa vi erano tremila prigionieri, le altre due che uscirono dopo dirette a Tripoli, ne trasportarono similmente altri tre­mila» (Itinerarium, 310-311).

Il cronista Erchemperto (80, 264) ci informa che nell’ 888 si imbarcò da Taranto Dauferio di Montecassino, legato di Atenolfo I a Costantinopoli. Ma dopo la riconquista bizantina il porto di Taranto perdeva la sua importanza militare, strategica e commerciale a favore dei porti adriatici di Otranto, Brindisi e, successivamen­te, di Bari. Comunque l’isola, per la collocazione morfologica e per le opere strutturali messe in atto per la sua difesa dopo la riconquista bizantina del secolo X, rimaneva un caposaldo imprendibile: se ne accorsero nel 1042 i Normanni quando tentarono di espugnare la città senza riuscir­vi.

Essi, stando alla testimonianza di Guglielmo Appulo (1, 534-549) con­fermata, peraltro, dalle Annales Barenses (ad a. 1042), «giunsero a un ponte battuto dai flutti dei due mari (l’odierno ponte di Porta Napoli, Nda), ma la presenza di grandi massi impediva l’accesso dal mare e proteggeva l’abitato in maniera tale che non era possibile raggiungerlo dal ponte e arrivare così in città. La distanza sembrava breve al viaggiatore, ma di fatto era eccessivamente lunga se si doveva effettuare il giro del litorale. In effetti Taranto è quasi da ogni parte circondata dal mare e diventerebbe un’isola se non vi si opponesse una piccola collina».

Sarà stata l’esperienza di ventotto anni prima o il graduale venir meno delle guarigioni bizantine, sta di fatto che nel 1080, con fulminea rapidità, Roberto il Guiscardo espugnava la cit­tà. Il duca «raggiunse (da Trani) Ta­ranto con un nutrito gruppo di ca­valieri e subito l’assediò per terra e per mare e la conquistò» (Guglielmo Appulo, III, 671-672). Il Guiscardo nella rada di Taranto radunò le sue forze navali quando nel settembre 1084 salpava per la sua seconda spedizione contro l’impero bizantino (Ibidem, V, 127-131).

Come si può osservare, sulla scor­ta della tradizione documentaria di­nanzi esaminata delle testimonian­ze della civiltà magnogreca e romana presenti sull’isola non vi è più traccia nella memoria di cronisti e scrittori dal V all’XI secolo così come non ne ritroveremo in quelle dei quattro secoli successivi.

20 novembre 2015

Allevamento e incolto nel Mezzogiorno medievale


Allevamento e incolto nel Mezzogiorno medievale


di Gianluca Lovreglio

Edizione elettronica (e-text) del saggio a stampa: Gianluca Lovreglio, Allevamento e incolto nel Mezzogiorno medievale, apparso in Galaesus. Studi e ricerche del Liceo «Archita» di Taranto, n. XXIV (1999-2000), Taranto 2001, pp. 129-146.


© Copyright. Quest’opera è tutelata dalle norme internazionali sul diritto d'autore. L'autore-editore ha autorizzato solo la diffusione gratuita dei contenuti, riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato. E' vietata la pubblicazione e la riproduzione per fini non esclusivamente personali dei contenuti e dei commenti firmati, senza il consenso scritto dell'autore.

INDICE:

Il paesaggio medievale
1. La campagna
2. Tecniche e tecnologie
3. Habitat ed equilibrio paesaggistico
4. Agricoltura e allevamento

Allevamento e incolto dall’alto medioevo all’età normanna
1. L’incolto come elemento produttivo
2. Le fonti
3. L’arrivo dei Normanni

L’allevamento e la pastorizia in Puglia in età federiciana
1. Organizzazione e feudalità
2. Le masserie di allevamento in epoca federiciana
3. Feudalità e masserie regie
4. Funzionari regi e controllo del territorio

Attività agricola e pastorale dalla dominazione angioina a quella aragonese
1. Continuità nella gestione angioina
2. L’organizzazione aragonese e la dogana delle pecore

Bibliografia

3 novembre 2015

Anche Taranto ha avuto il suo Medioevo. L’affascinante caso della vera “Torre Nuova” e delle finte torri centenarie



Resti della Torre Nova nel 1910

Anche Taranto ha avuto il suo Medioevo. L’affascinante caso della vera “Torre Nuova” e delle finte torri centenarie.

© Gianluca Lovreglio 2009. Diritti d'autore riservati.
Edizione elettronica (e-text) dell'articolo apparso 
in “La Voce del Popolo. Il giornale di Taranto e provincia”, 11 ottobre 2009, anno 7, numero 20, pp. 20-21.

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

Tuttora ignorato a favore di un più prestigioso e splendente passato magno-greco, il medioevo vissuto dalla nostra città nasconde tuttavia aspetti affascinanti e - a volte - misteriosi, tutti da scoprire. Per illuminare secoli di storia dimenticata, un ottimo angolo di osservazione è lo studio delle fortificazioni della città bimare.
Il nuovo impulso ricevuto in questi anni dalle ricerche sul castello ha contribuito a far compiere un enorme passo in avanti rispetto alle troppe ricostruzioni, alcune delle quali decisamente fantasiose, che gli intellettuali tarantini attivi tra '800 e '900 avevano dato della storia della città. È un dato storiografico ormai acquisito, per esempio, che il primo castello (inteso come struttura fortificata autonoma) a Taranto sia stato opera dei Normanni prima della formazione del regnum meridionale.
La fortezza aragonese è stata dunque riedificata o riadattata nello stesso sito del castello normanno, un luogo che ha conservato, nel corso dell'intera storia tarantina, le caratteristiche strategiche peculiari per la difesa della città. La storia del “castello vecchio” di Taranto è ancora tutta da riscoprire, e conserva il fascino di un periodo, il Rinascimento, che in qualche misura ha visto la città jonica protagonista e scenario di contese e passioni umane.
All’interno di questa cornice, le vicende dei due principi di Taranto, Raimondello e Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini, hanno un testimone d'eccezione: proprio il castello che i Normanni edificarono e che gli Svevi e i primi sovrani angioini trascurarono ignorando - per vari motivi - la sua manutenzione.

Il quadro storico era in quel tempo tra i più complessi ed avvincenti: all’inizio del Quattrocento l'unione coniugale tra Maria d'Enghien e Ladislao D'Angiò si rivelerà controproducente sia per la principessa sia per il futuro del principato. Ma in questa sede c'interessa esaminare un altro aspetto della vicenda: il fatto che il matrimonio più famoso della città jonica fu fastosamente celebrato nella cappella situata all'interno del castello normanno, come attesta un manoscritto dell'Archivio Dipartimentale di Marsiglia del 1406 che riproduce il giuramento di fedeltà prestato assieme all'omaggio feudale da Maria d'Enghien, quale principessa di Taranto, al sovrano Luigi II.
Dopo la morte di Ladislao, avvenuta nel 1414, il Principato di Taranto passò prima a Giacomo della Marca, marito della nuova regina Giovanna II, quindi, nel 1420, a Giovanni Antonio Del Balzo-Orsini il quale, dopo aver sposato nel 1417 Anna Colonna, nipote del papa Martino V, riottenne il principato con l'appoggio della madre ed ebbe molta importanza a corte, attirandosi però l'ostilità della regina Giovanna II.

Ma torniamo alle vicende più dei pressi del Galeso. La nostra macchina del tempo è un inventario dei beni posseduti dall'Orsini, definito "più potente del re", databile tra il 1420 e il 1435, a noi pervenuto grazie ad una copia napoletana. Grazie ad esso possiamo tracciare il punto delle fortificazioni della città nel periodo appena antecedente la loro ricostruzione. L'universitas tarantina rivendica al principe inutilmente il proprio dominio su fortificazioni, artiglierie, munizioni da guerra per averle allestite a proprie spese. In realtà si tratta di adempimenti di prestazioni obbligatorie, alle quali la città è tenuta e per le quali è autorizzata ad avvalersi del contributo dei casali e dei baroni del territorio. Grande impulso riceve in questo secolo la costruzione di torri e castelli. Per una volta soltanto nella sua storia, forse, gioca nel destino di Taranto un periodo di pace relativa, oppure il fatto che si ritenesse una città inespugnabile: contro ogni considerazione strategica, nella città ionica sembra non esserci traccia, riguardo alle fortificazioni, di interventi del suo ultimo principe.

Dal passato rinascimentale emerge infine un nuovo protagonista in pietra, in parte ancora misterioso: la Torre Nuova. Un documento - tratto dal quaderno dei conti del razionale e uditore del principe Giovanni Antonio Orsini - conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli e datato al 1458, segnala le spese assegnate a tale Letterio de Lavello detto “castellano” della "Turris Nova" e Domenico Abbate di Martina, citato come castellano principale della "Turris de medio nominate domini principis Raymundi". Un bel dilemma da risolvere, dal momento che fino a questo momento le fortezze tarantine risultano essere due, vale a dire, oltre al castello, la torre di Raimondello.
Citata anche come fortino, la Torre Nuova è una delle torri appartenenti alla cinta muraria, situata dalla parte del mar piccolo. Lo storico Speziale, pur non entrando nel merito, la riporta come una fortificazione innalzata dopo il 1480, contemporaneamente alla ricostruzione del castello e delle mura. Con maggiore precisione crediamo si possa affermare che la torre dei documenti del 1458 sia la stessa alla quale si riferisce Speziale.

Non si hanno più notizie documentarie sulla torre nuova fino all’epoca della sua distruzione, ma essa ci appare variamente disegnata in tutte le riproduzioni della città che ci sono pervenute.
Gli anziani tarantini ancora oggi ricordano questa costruzione, che nel dialetto prendeva il nome di “Ternova”, e alcuni sanno anche descriverla approssimativamente. Demolita per ordine di Mussolini nel 1936, in nome di quella cultura del piccone ancor oggi dura a morire, la torre aveva una forma rettangolare, con il lato più lungo rivolto verso la Marina. Le misure dovevano essere all’incirca m 150 in lunghezza e m 50 in larghezza. Negli anni ’30 si presentava come una costruzione a due piani.
Guardando la torre dalla marina, appariva una scala esterna all’edificio, addossata al lato destro, che conduceva agli ambienti superiori; all’altezza della strada si aprivano due entrate per altrettanti locali, mentre solo due finestre, con arco a sesto acuto, si aprivano sul piano superiore, oltre all’ingresso in cima alla scalinata. Guardando dal mare piccolo, al primo piano si aprivano numerose finestre affiancate di forma rettangolare, e gli ingressi di due locali all’altezza della strada. Non erano presenti merli o cannoniere sul tetto, il che fa pensare, dopo aver osservato le riproduzioni pervenuteci, che la costruzione dovesse essere in origine più alta dei 30 metri con i quali si presentava negli anni ’30. L’interno era abbastanza povero, con le coperture voltate a botte o a crociera.
Triste destino, quello della Torre nuova. Sino a qualche anno fa era possibile rintracciarne il disegno delle fondamenta rase al suolo, passeggiando dinanzi alla chiesa di San Giuseppe. La ricostruzione della banchina effettuata con i fondi Urban ha cancellato per sempre persino la memoria di questo monumento. La “Taranto che si rinnova autodistruggendosi” come lamentava Antonio Rizzo dalla “Voce”, ha colpito ancora.

In questa stramba città accade anche, ma solo a chi rispolvera testi di cento e più anni fa, di arrovellarsi intorno a costruzioni fantasiose inventate a bella posta dagli uomini di cultura del passato allo scopo di “nobilitare” la storia della propria provincia, così come era costume in quel tempo.

Di altre torri, di epoche diverse, alcuni studiosi tarantini hanno voluto tramandarci una falsa memoria. “Torri di carta” - si direbbe - che esistono tra pagine di inchiostro ingiallito ma che non hanno mai visto una sola pietra di quelle vere. Una di queste è la fantomatica torre definita la “centenaria”.
Leggiamo lo storico seicentesco Merodio: Taranto era «dalla parte del mar grande [...] assicurata quella dagli insulti dei nemici da cento fortificatissime torri, una delle quali chiamata centenaria, si conservò in piedi sino all'anno 1480, nel quale fu demolita per ordine di Alfonso di Aragona, duca di Calabria, e le pietre di quella adibite per le fortificazioni dell'odierna città» ; insiste il Giovine, palesemente ricalcando: Taranto «in antico era munitissima perché circondata da cento torri, delle quali a tempo suo rimaneva ancora una, detta la centenaria, e con le pietre di questa e delle altre dirute il re Alfonso fortificò la città».
Sia Merodio che Giovine copiano però un passo dell’umanista cinquecentesco Antonio De Ferraris detto il Galateo, che descrivendo la città di Otranto scrive: «La città antica era fortificatissima, si dice che il muro di cinta si congiungesse con cento torri [...]. L’ultima ha conservato il nome di Centenaria fino ai tempi nostri, i blocchi di pietra delle altre, per ordine di Alfonso, figlio di Ferdinando, furono trasportati e utilizzati per restaurare e fortificare la città» .
Merodio, non contento del plagio, giunge a situare la torre a metà circa della cinta muraria che si affaccia sul mar Grande, tra la Cittadella e il Castello, un luogo sicuramente inutile per costruirvi una fortificazione di una qualche importanza. Persa dunque la possibilità di rintracciare i resti della cosiddetta torre “centenaria”, non ci resta che menzionarla tra le invenzioni degli uomini che per primi scrissero la storia della città.

2 novembre 2015

La mafia: problema di tutti

Emanuele Basile, tarantino, ucciso dalla mafia nel 1980
La mafia, problema di tutti

di Gianluca Lovreglio


©Gianluca Lovreglio 1992. Tutti i diritti riservati.
Edizione elettronica (e-text) dell'articolo apparso su “Cultura e Ambiente” del 19-20 novembre
1992.


A volte, quando si parla di mafia, forse perché siamo ormai abituati a sentire questa parola ogni giorno, proviamo un senso di distacco, un moto spontaneo che ci dice che in fondo noi non centriamo, che non sono fatti nostri. che si uccidono tra di loro...
Non è cosi. La mafia è un problema che ci riguarda molto più di quanto noi stessi osiamo credere. Non esiste infatti solo la mafia intesa come grande organizzazione per delinquere di uomini senza scrupoli, ma un fenomeno chiamato “mafiosità diffusa”, ovvero tutta una serie di comportamenti di tutti i giorni atti a far prevalere una persona su un’altra tramite un privilegio o un
sopruso.
A chi di noi non è mai capitato di servirsi di una conoscenza, di un parente, un amico per ottenere dei piccoli privilegi?
Approfittare di una conoscenza per esempio per non dover fare lunghe code a degli sportelli, o per far viaggiare più speditamente una pratica. Questo tipo di comportamento è esattamente ciò che si intende per mafiosità diffusa.
Infatti i nostri piccoli comportamenti “mafiosi” di ogni giorno, il malcostume dilagante, costituiscono il terreno fertile nel quale vive e prospera la mafia. A noi non sembra un comportamento “mafioso” quello di chiedere un posto di lavoro ad un politico, magari pagando, o solo in cambio del voto; allora perché crediamo che i “mafiosi” siano solo quelli che ci mostra la TV, quei boss che vivono
superprotetti in bunker costruiti con chissà quali soldi? Mafiosi siamo tutti, finché non riusciremo a capire per esempio che se nessuno chiedesse raccomandazioni per un posto di lavoro, esso sarebbe
assegnato equamente. E volete dire che tutto ciò non è mafia? È mafia solo “quelli che si sparano tra loro?”.
Riflettiamo. Nella nostra democrazia (!?) ci sono degli organi preposti al controllo dei comportamenti dei cittadini. Ma chi controlla i controllori? Se coloro che ci dovrebbero dare l’esempio (i politici, i magistrati) sono i primi a pretendere tutta una serie di “privilegi”, come e perché i cittadini non dovrebbero fare altrettanto?
Fatte queste debite considerazioni possiamo passare ad esaminare quella “mafia” fatta da chi si spara.

Fino a pochissimo tempo fa infatti i nostri amministratori e i prefetti pugliesi pensavano che la mafia in Puglia non esistesse. Che fosse un fenomen o inventato. Possiamo ancora provare a consultare giornali e riviste di quattro o sei o sette anni fa, e stupirci di vedere dichiarazioni di capi della Polizia o di prefetti che parlano della mafia in Puglia come “piccola”, nascente, instabile. I fatti li hanno
clamorosamente smentiti. In realtà ognuno di noi sapeva che quelle dichiarazioni erano fandonie scritte per gettare acqua sul fuoco, ma ce le siamo tenute, ci siamo addirittura sentiti più calmi, più tranquilli: se lo dicono loro...
Poi invece si scopre tutto ad un tratto che la mafia in Puglia esiste, esiste e prospera da molto tempo, e si fa un primo processo alla cosiddetta “Rosa Bianca” del barese, ad opera del magistrato Alberto Maritati, oggi alla DIA (*); poi un altro processo a Lecce per la “Sacra Corona Unita”, ed un secondo sempre alla stessa organizzazione, tuttora in corso, ci hanno definitivamente tolto il prosciutto dagli
occhi.

(*) l'articolo si riferisce al 1992. Oggi Maritati è un politico, ex senatore del PD