7 ottobre 2015

Luoghi, fatti e personaggi dell'età medievale e moderna

Luoghi, fatti e personaggi dell'età medievale e moderna

di Vittorio De Marco

Note:
edizione elettronica de "La vita feudale nei casali del tarantino in un libro affascinante di Nicola Cippone edito dalla Nuova Editrice Apulia", di Vittorio de Marco, tratto dal: "Corriere del Giorno", martedì 26 aprile 2000
Tutti i diritti sono riservati all'autore dell'articolo e alla testata "Corriere del Giorno"

Così come ho già avuto modo di sottolineare qualche giorno fa in un articolo sul Corriere del Giorno", dietro le ricerche e le pubblicazioni di Nicola Cippone c'è sempre un preciso progetto culturale: una memoria da rinverdire o consolidare, monumenti da conservare e proteggere, patrimoni urbanistici da salvare, la storia di interi territori da riscoprire. Mi riferisco in particolare al denso catalogo che riguarda la Via Appia del l993, in cui l'autore ci accompagna lungo tracce straordinarie di quel percorso, alcune delle quali dimenticate come il ponte romano nei pressi della gravina Gennarini; alla ricerca Le fiere, i mercati, la fontana della pubblica piazza di Taranto (1989), ad un interessante saggio a parso su "Cenacolo" dell'89 su Documenti per una storia del Borgo nuovo di Taranto, dove è stato messo in luce un nuovo e diverso aspetto del sito, alla monografia del '96: Civiltà del porto e rotte mediterranee. Si tratta di un'opera continua di recupero della storia del nostro territorio ormai più che ventennale. Un recupero inteso a cogliere e precisare le dimensioni spazio temporali di questo territorio attraverso una lettura che non si limita al documento cartaceo, ma va alla ricerca delle fonti monumentali, piccole e grandi per cui, sempre attento all'intreccio di causa-effetto, anche una pietra votiva, una pietra miliare come testimonianza parlante, perché posta in un dato luogo e non in un altro, ha un suo particolare e preciso significato.

Insomma, l'officina di Nicola Cippone è abbastanza ricca e complessa piena di strumenti metodologici e lenti di ingrandimento. Anche l'opera La vita feudale nei casali del tarantino, XI-XVII secolo, (Nuova Editrice Apulia) non sfugge a questa metodologia di ricerca e di lavoro sulle varie tipologie di fonti. Passano sotto i nostri occhi momenti e fatti dei casali di Grottaglie, Montemesola, Leporano, S. Martino, S. Giorgio, S. Maria della Camera, Belvedere, Carosino, Civitella, Faggiano ed altri. Si va dai casali che col tempo sono diventati cittadine, a quello, come S. Crispieri, che pur esistendo ancora oggi, sembra sia stato toccato da un punto di vista demografico, da una sorta di immobilità secolare, quasi si trovasse sotto un incomprensibile incantesimo, a quelli ancora, scomparsi del tutto. Scorrono nomi di feudatari laici ed ecclesiastici, passaggi e vendite di feudi da una famiglia all'altra, ripopolamenti spontanei o imposti, demani, milites, adhoe, cedularia, albanesi e così via. Insomma, il mondo feudale dell'età medievale e moderna, che formalmente abbiamo consegnato alla storia con le leggi eversive del 1806, ma che nella sostanza, sulle spalle di tante categorie sociali è rimasto ben oltre quella data topica. "L'entroterra tarantino - osserva Cippone - disposto ad arco intorno alla città e punteggiato di casali, era il contesto sul quale era tessuta la tela dei rapporti d'amicizia e di parentela della nobiltà in un consorzio solidale, dal quale nascevano le iniziative degli stessi per impadronirsi delle proprietà ecclesiastiche".

L'intento dell'autore non è stato naturalmente quello di scrivere la storia tout-court di questi insediamenti e delle rispettive vicende feudali, bensì di analizzarne alcuni momenti nodali ovvero presentare aspetti di vita quotidiana così come sono venuti alla luce attraverso una lunga e paziente ricerca in vari archivi del territorio e in quello di Stato di Napoli. Il paesaggio agrario fa da fitto sfondo alle vicende dei singoli casali: "il paesaggio medievale (dell'agro tarantino) - scrive Nicola Cippone - si caratterizzava con estesi boschi e distese di uliveti, di vigneti e di grano, scanditi da appoderamenti, le "corrigie", che erano strette fasce di terra i cui due lati corti confinavano rispettivamente con un tratturo e con un altro appezzamento; i lati lunghi con altri poderi ad essi allineati in lunghe teorie. Questa scansione consentiva di ridurre il problema di accesso ai piccoli poderi in una vasta distesa di campi dati generalmente in fitto". E' un paesaggio agrario punteggiato non solo da masserie, ma da chiese, cappelle rurali, badie, conventi, a significare la folta presenza delle istituzioni ecclesiastiche con il loro cospicuo patrimonio che dai Normanni in poi, come ricorda Cippone documentando lasciti, donazioni e privilegi, è andato sempre più crescendo. E ancora un paesaggio agrario "con una fitta rete di poderi adibiti prevalentemente a vigneti". La quotidianità, o come meglio si dice, il vissuto quotidiano economico e socio-religioso è legato intimamente alla terra, oggetto di contese, compravendite, soprusi da parte di feudatari laici ed anche ecclesiastici, motivo di controversie giuridiche infinite nei tribunali di Napoli, aspirazione ancora poco cosciente e delineata nell'età moderna del contadino locale. Il mio riferimento non è solo alla terra come complessivo paesaggio agrario, fatto di terreni sativi, boschi, zone macchiose ecc., ma è anche ai luoghi fisici di agglomeramento urbano, ai casali e cittadine dove il fisco, con i suoi arrendatori, commissari, agenti esattoriali aveva le sue vittime che si dannavano una vita per assicurarsi appena il necessario alla sopravvivenza, non certo per divagare sul superfluo; un mondo, quello delle gabelle e del fisco che sembrava essere composto da una gran massa di sanguisughe che salassavano il popolo e le stesse università; agglomerati urbani attorno ai quali l'economia locale stentatamente ruotava, dove i feudatari spadroneggiavano, dove insistevano al contempo devozioni radicate e pratiche magiche o superstiziose, dove il luogo ecclesiastico ed il suo spazio intorno rappresentavano una sorta di motore immobile.

"L'attaccamento del contadino alla chiesa - scrive Cippone - era evidente in ogni aspetto della vita quotidiana: il lavoro dei campi, le fiere, i "panieri" erano scanditi dalle festività religiose; le ore del giorno dal rintocco delle campane che si espandeva anche per chilometri nel silenzio dei campi; la pubblica platea era generalmente il sagrato; le sedute del decurionato si svolgevano nella chiesa".

Tracce cospicue, anche inedite di questo grandioso affresco, grandioso non perché generatore di una grande storia, ma per il semplice fatto di essere inzuppato di umanità viva e operante, appartenente in gran parte alla categorie dei vinti, si trovano in questa ricerca di N. Cippone. Volendo toccare più da vicino alcune delle problematiche affrontate in quest'opera, e in qualche modo vicine al mio armamentario metodologico; a mezza strada tra il moderno ed il contemporaneo, mi fermerei innanzitutto e brevemente sul problema demografico, vera e propria cartina al tornasole delle generali condizioni socioeconomiche delle popolazioni dei casali. Dall'andamento demografico si possono intuire infatti le cicliche crisi economiche, le crescenti vessazioni fiscali, le avversità naturali. E di conseguenza, le migrazioni interne, l'allontanamento definitivo o temporaneo dalla propria terra di interi nuclei familiari, l'insofferenza per le generali condizioni economiche e fiscali, le rivolte, come quella, classica, del 1647, ripresa dall'autore e arricchita di nuovi documenti. L'esempio più emblematico, ricordato anche da Nicola Cippone, è quello di Grottaglie che sin dall'inizio del XVII secolo, non riusciva a liberarsi da una gran quantità di debiti. Grottaglie viveva e soprattutto subiva la doppia infeudazione laica ed ecclesiastica: vi era infatti, come è noto, la giurisdizione mista e criminale di competenza del feudatario laico e quella civile appartenente all'arcivescovo di Taranto pro-tempore, feudatario ecclesiastico. Tra l'altro, le reciproche diffidenze e lotte, ebbero sempre una ricaduta negativa sulla vita della cittadina. Nel 1616, ad es., l'Università di Grottaglie si lamentava delle sue disastrate condizioni economiche con l'arcivescovo cardinale Bonifacio Caetani: "Le miserie di questi suoi vassalli delle Grottaglie sono arrivati al colmo (...). La strettezza di dinari che corre per tutti e la sollecitudine di creditori sono state causa che quasi tutte le vettovaglie se trasportano fuor di questa terra per complire a chi si deve". Gli abitanti rischiavano di morire di fame, mentre molte terre rimanevano incolte. Non era solo Grottaglie a trovarsi in quelle condizioni; Cippone ricorda anche la situazione di Leporano, Torricella e Pulsano, sulla scorta di inediti documenti notarili, da cui emerge un fattore inquietante, tipico di casali sottoposti per lungo tempo ad esorbitanti pesi fiscali. Una parte dei casali si spopolava; ed è sempre Grottaglie in prima fila in questo triste fenomeno. Tra l'altro, ad ingiustizia sì aggiungeva ingiustizia in quanto i casali continuavano ad essere tassati su un numero di fuochi che non era più quello reale, sì che chi rimaneva era costretto a pagare di più. Intorno al 1644, la popolazione di Grottaglie era calata del 50%: da 1223 fuochi a circa 600.

Un altro esempio ci viene da Leporano: "Nel 1621 in quel casale nonostante la fertilità del suolo, "una buona parte dell'huomini di detta terra si sono ritirati parte in la città di Taranto et parte per le terre convicine per non essere angariati (...). Essi viveriano comodamente per li gran territori, et vittovaglie che seminano, ma per li debiti che tengono, così in generale, come in particulare, et per la frequenza de li commissarii, la maggior parte stanno poveri e maltrattati". Sembra però, da ciò che la ricerca di Cippone ci suggerisce, che almeno dalla fine del '600, qualche volta sono i feudatari stessi che favoriscono ripopolamenti e rinascite. Il caso riportato è quello dei casali di Torricella e Monacizzo, acquistati alla fine del XVII secolo dai Muscettola di Leporano. Dopo tale acquisto, scrive l'autore, "fu necessario ristrutturare l'organizzazione del feudo. Si avviò un programma di sviluppo economico e demografico. Fu incoraggiata l'immigrazione con la costruzione di case a schiera".

Dove approdavano i fuoriusciti? Il documento citato di Leporano ci suggerisce la risposta: in qualche casale vicino o lontano dove probabilmente la pressione fiscale era più sopportabile e nella città di Taranto non infeudata. Quello che la peste fu in quegli anni per altre zone del mezzogiorno, lo furono per Grottaglie ed altri casali imposizioni fiscali e debiti. Come dire, che la rivolta masanelliana avrebbe potuto avere inizio proprio dalle nostre parti. E alla rivolta del 1647, Nicola Cippone dedica naturalmente la sua attenzione, arricchendola di un documento inedito relativo proprio a Grottaglie; un documento, tra l'altro, così diverso nel suo epilogo rispetto alla sostanziale ferocia dell'avvenimento così come raccontato in altre fonti: si tratta di un attestato di certa Giuditta Caraglia, che accenna alla rivolta avutasi a Grottaglie nel luglio 1647, nella quale venne ucciso anche il fratello Diego, incendiata la loro casa e distrutti loro beni. Ella però, con questo atto pubblico, non lanciava maledizioni, ma perdonava gli assassini del fratello, e rivoltasi alla città perdonava "non solo l'homicidio patrato in persona del detto quondam D. Diego suo fratello, ma che perdona per il sangue di detto suo fratello, quale stima più delli beni temporali. Perdona ancora per l'incendio di sua casa"; dunque un vero andare controcorrente in un pesante clima di redde rationem, veramente una rara eccezione che conferma tuttavia l'efferatezza di quella sommossa che interessò, come sappiamo anche Taranto e Martina Franca. Un altro interessante argomento toccato in questo libro riguarda le comunità albanesi, che Cippone riprende in relazione alle loro consuetudini ecclesiastiche, ma anche alle loro tradizioni ed ai loro usi e costumi; lo studio della presenza albanese costituisce in qualche modo un passaggio obblighi affronta e analizza le vicende dei casali tarantini. E l'autore ce li riporta alla memoria sottolineando tra l'altro il loro valore militare, la loro rissosità, il carattere non facile, la loro capacità di sfuggire alle maglie del fisco, ma anche, alla fine la sconfitta sul fronte religioso con la non tanto lenta, e in parte forzata, latinizzazione.

Soldati e capitani albanesi provenienti dalle contrade di Taranto si trovano in numerose campagne militari condotte dagli spagnoli in mezza Europa. Si trattava di eccellenti soldati, come le testimonianze e la documentazione riportata da Cippone ci permette di capire; in alcuni inventari, citati in questo libro, di nobili albanesi, soprattutto del capitano Nicolò Renisi del 1618, feudatario di Rocca e S. Martino, ricorrono numerose voci di armi convenzionali del tempo, e così nell'inventario del nipote, Busicchio Renisi, di qualche anno dopo; nella stessa documentazione rintracciata, sono anche elencati tutta una serie di privilegi e concessioni reali a favore di questi feudatari di origine albanese tra XVI e XVII secolo, segno e indice della importanza militare che questi signori si erano guadagnati sui campo. Oltre l'aspetto religioso quindi, è emersa da questa ricerca un'altra caratteristica degli albanesi residenti nel tarantino e in altre zone del Mezzogiorno. Quella da noi più conosciuta restava finora la vicenda religiosa degli albanesi; e da questo punto di vista, essi appaiono, già al tempo della visita pastorale di mons. Brancaccio, posti sul piano inclinato di una decadenza irreversibile.

Per quanto sia stata imputata alla severità del Brancaccio la decadenza del rito greco nei casali albanesi della diocesi, la situazione, da questo punto di vista era già compromessa da tempo; Brancaccio forse ha cercato di dare una spinta un po' più energica per accelerare il processo di latinizzazione, ma già nei primi due decenni del '600 le punte del rito greco, Faggiano e San Marzano, avevano ammainato quella bandiera e chiesto di abbracciare il rito latino. Certo, sono le università che fanno questa richiesta ai vescovi del tempo; bisognerebbe poi capire se ci furono resistenze mentali più che materiali tra gli stessi abitanti a questa volontà espressa dall'autorità locale. Siamo già in questo periodo probabilmente alla terza generazione di albanesi nel nostro territorio ed i legami religiosi con la madre patria e con il mondo greco, anche per un processo fisiologico erano ormai di poco conto. Restarono lacerti di usi e costumi, alcuni dei quali arrivati fino ai nostri giorni.

Spesso Nicola Cippone, nelle sue ricerche, sì innamora più di quello che non esiste più che di ciò che esiste ancora, perché ciò che non esiste più stimola la sua curiosità, lo porta sul territorio dì un casale scomparso alla ricerca anche del più piccolo segno, ancora negli archivi nella speranza che l'indagine di giorni e settimane faccia venir fuori qualche documento: riemergono così Mennano, Civitella, Belvedere, Salete, riconsegnati alla memoria anche attraverso tracce materiali e documentarie inedite sottoposte all'attenzione ed alla curiosità dei lettori. E proprio parlando dei casali albanesi si sofferma tra gli altri su quello di Civitella, distante un miglio da Carosino, ormai completamente scomparso: "nessuna traccia di rudere - scrive quasi sconsolato l'amico - nemmeno un tufo, perché probabilmente, ormai del tutto abbandonato, gli abitanti dei casali vicini hanno riutilizzato anche l'ultima pietra. (...) Civitella scomparve poco alla volta e di esso oggi non è rimasta alcuna traccia. Nel sito vi è una distesa di ulivi, una masseria che conserva il toponimo ed un'antica colombaia a pianta circolare".

Ma se il luogo dove sorgeva il casale resta completamente muto alle sollecitazioni del ricercatore, i materiali d'archivio gli vengono incontro. "I materiali d'archivio - scrive con soddisfazione - ne hanno consentito la ricostruzione anche nei piccoli fatti di vita quotidiana". Un casale, quello di Civitella, che consuma la sua vicenda tra la metà del '500 e la fine del '600, registrando la sua massima espansione demografica intorno al 1669, quando contava 54 fuochi, superando il numero di abitanti dei casali vicini. Dai rogiti notarili rintracciati da Cippone è possibile ricostruire il numero dei fuochi in alcuni anni tra '500 e '600, alcuni cognomi esistenti, contratti dotali, elenchi di possessioni: tutti dati che permettono di disegnare la curva, per così dire, della vicenda demografica ed economica di questo casale. Parlando dei casali albanesi si è accennato al ruolo della Chiesa. Nell'Alto Medioevo, anche dalle nostre parti, grazie a continue donazioni essa diventa ricca potente e fattore determinante per lo sviluppo economico della società locale. Anch'essa viene coinvolta in qualche casale nella gestione feudale: Grottaglie ne è l'esempio più emblematico, ma non solo: "I casali di S. Martino, S. Demetrio, S. Teodoro - ci ricorda Cippone - toponimi di santi guerrieri pervenutici dalla cultura cluniacense con l'avvento dei Normanni, fecero parte del patrimonio ecclesiastico, come Grottaglie e Salete". La presenza ed il ruolo della Chiesa nelle vicende feudali dei casali tarantini è spesso ripresa dall'autore in relazione soprattutto a Grottaglie e Monacizzo.

Le rivalità tra la Chiesa e i baroni laici è un aspetto che caratterizza nel tempo la storia dei nostri casali. La prima rivendicava diritti e privilegi nei confronti dei secondi, sempre interessati a favorire l'erosione del patrimonio ecclesiastico a loro vantaggio. Anche questa è una storia spesso macchiata di soprusi e violenze talvolta fisiche: l'esempio più significativo, se vogliamo, è assassinio nel 1662 dell'arciprete di Grottaglie, Francesco Caraglia, ad opera certamente di sicari del feudatario laico Giovanni Cicinelli di Cursi e per lui del principe di Faggiano, suo nipote e agente generale a Grottaglie. La lotta tra il clero di Grottaglie e il barone laico si era in tutto il '600 andata accentuando, trasformandosi sempre più in una lotta tra l'arcivescovo pro-tempore, barone civile e il principe di Cursi, interessando spesso le nunziature apostoliche di Napoli e Madrid, i dicasteri romani il vicerè di Napoli e lo stesso re di Spagna. Al di là dei personaggi contingenti, si trattava di una lotta di principio che scavalcava l'arcivescovo di Taranto e il principe di Cursi, per diventare emblema della lotta che in tante altre parti del regno, clero e vescovi sostenevano contro le prepotente dei baroni, non bastando per ciò né le scomuniche né la vigile attenzione della Congregazione romana Super Immunitatis o della nunziatura di Napoli.

La ricerca di Cippone non si ferma alla scontro istituzionale tra vescovo e barone a Grottaglie, ne coglie altri aspetti legati alla condotta quotidiana poco edificante di alcuni preti, alla "schiera non ordinaria di uomini facinorosi", citando un documento del tempo, di cui il barone civile si serviva "per atterrire quel popolo", alle elezioni dei sindaci delle cittadina svolti con "intricati brogli elettorali compiuti dalle fazioni dei due baroni" con lunghe inchieste che si trascinavano nel tempo, alle contestazioni infinite per il pagamento di collette, al commercio di grano, a fatti che si consumano davanti la porta della collegiata o nella piazza della cittadina. Insomma, anche le rivalità tra i due feudatari, creando fazioni opposte rendevano dinamica, nel bene e nel male, la vita quotidiana, se così posso esprimermi, le cui tracce Cippone ci presenta sfilandole dai rogiti notarili del tempo, dopo averli pazientemente cercati e trovati. Non meno interessante è un altro argomento legato alla lettura della facies urbanistica ed all'architettura dei casali, alla riscoperta delle cinte murarie di cui erano circondati alcuni di essi, nonché alla individuazione e descrizione delle dimore urbane dei feudatari, a cui dedica un lungo e ricco capitolo. Egli si ferma tra gli altri su Montemesola, su come, a partire dalla sua ricostruzione, alla fine del XVI secolo, si struttura, cogliendo suggerimenti e notizie dai rogiti notarili che riportano, tra XVI e XVIII secolo, tracce di descrizione di parte dell'abitato, notizie sulle quattro porte della cittadina, che risulta quindi circondata da una cinta muraria come lo erano Leporano e Pulsano. C'è da dire su questo punto che in genere, già dagli inizi del '600, dove vi erano casali e cittadine murate, frequentemente formate dall'insieme dei muri esterni di alcuni edifici civili e religiosi, pur conservando ancora l'originale struttura difensiva, con torri e porte, non se ne curava più granché la conservazione, lasciando piuttosto cadere lentamente le mura e rovinare i portali di legno e pietra che un tempo serravano le porte. di accesso. Non so se ciò avviene per Montemesola, ma avviene certamente a Leporano per la Porta Nova di cui si parla in questo libro, e anche per quelle case sorte intorno al castello dei Muscettola. Tornando al sistema murario di Montemesola, "ancora oggi osserva Cippone - appare evidente una netta separazione fra le nuove aree di espansione urbana ed il centro storico". L'incremento demografico nell'età moderna in questo casale, influisce notevolmente sul tessuto urbanistico, basti citare ciò che avviene agli inizi del '700 proprio per l'incremento demografico promesse dal Saraceno, feudatari del tempo; "il paese si trasformò: le case, che prima erano piccole ed incannucciate (con una copertura a spioventi, travi di legno e canne, su cui poggiavano le tegole), furono sostituite da altre nuove lamiate, (la lamia è la volta in muratura)". Sono questi, a mio parere, importanti segnali di un consolidamento definitivo, irreversibile, di un casale, di un paese, di una cittadina: se la sua facies urbanistica si trasforma, vuol dire che le condizioni economiche generali e particolari sono migliorate, che si vive nel complesso in un clima più dinamico e sereno.

Anche Taranto, alla fine del '600, superata la recessione economica dei decenni precedenti, registra una rinascita demografica, urbanistica ed anche culturale. Restano sempre poi interessanti per lo storico sociale, gli inventari, quando si riescono a trovare, di case e palazzi come in questo caso l'inventario del palazzo marchesale di Montemesola inserito in un atto notarile del 1720. Più complessa l'evoluzione urbanistica di Grottaglie, caratterizzata fin dal tardo medioevo, dall'aggregazione intorno al nucleo centrale Casalgrande, di aggregati minori come Casalpiccolo e Pazzano e dal trasferimento alla fine del XIII secolo degli abitanti di Salete. "Il raggruppamento di quei casali - osserva Cippone - posti intorno, avvenne evidentemente quando Grottaglie fu chiusa e munita con una cinta muraria". L'aspetto urbanistico viene trattato anche per Leporano, San Giorgio, Carosino e due casali scomparsi - quelli che più piacciono a Cippone - S. Martino e Belvedere. Non possiamo che scorrere in modo veloce anche questi aspetti, invitando i potenziali lettori e scoprire da soli i suggerimenti, le ipotesi, i documenti che l'autore su questo argomento è riuscito a trovare e che presenta in questo lavoro. Un accenno però al due casali scomparsi: S. Martino e Belvedere.

La loro involuzione e scomparsa viene vista e ipotizzata da Cippone nell'assenza di un feudatario che curasse la loro manutenzione e difesa. San Martino è casale albanese. Una interessante descrizione del casale risale al 1609, riportata in un inventario redatto dopo la morte di Nicolò Basta, barone di Roccaforzata e San Martino. Dalla descrizione l'autore ricostruisce la facies di questo piccolo casale, formato sostanzialmente da tredici case "tutte poste intorno a due cortili; al centro del secondo cortile è indicato un puzzo d'acqua sorgente d'uso comune. Fra le case che lo chiudono è posta quella dentro la quale vi habita il preite et cappellano della capella di S. martino intitolata a S. Maria di Costantinopoli". Insomma si contano una chiesa, un mulino, tredici case, una piccola piazza con un pubblico fonte. Ma anche in queste piccole realtà la piazza rappresentava lo spazio pubblico per eccellenza nell'ambito dei rapporti comunitari. Lo stato di degrado del casale è già presente alla fine del '600: la cartina al tornasole è rappresentata dalle condizioni fatiscenti della chiesa che poi crollerà definitivamente nel 1838.

E Cippone chiude quasi con una nota di tristezza, il paragrafo su S. Martino: "Oggi nel luogo in cui sorgeva il casale vi sono uliveti, vigneti, muretti a secco e la strada che congiunge Roccaforzata a Monteparano. Tra gli abitanti ed i contadini del luogo, solo gli anziani sanno indicarne ancora il punto preciso". Insomma quasi un moto di disappunto per questo ed altri casali che non sarebbero dovuti scomparire o che comunque qualche traccia l'avrebbero dovuta lasciare. E almeno il casale di Belvedere rispetta questa sorta di consegna: ha lasciato dietro di sé qualche traccia, a sud-est delle ultime case di S. Giorgio e Cippone, attraverso alcuni documenti, ipotizza che il casale si spopolò a causa della ribellione masanelliana. Quale vissuto quotidiano viene alla fine fuori da questa ricerca, dalla lettura di questo libro, dall'impostazione metodologica che Cippone gli ha dato? Non è semplice definire la qualità del quotidiano attraverso alcuni segnali. La lettura ad es., degli inventari di dimore feudali ci presenta spesso interni domestici essenziali e modesti, almeno fino alla fine del Cinquecento. Poi il gusto cambia: ci sono stanze riservate alla socialità e stanze riservate al vissuto quotidiano, l'arredo si fa più raffinato, così come lo stile di vita di questi feudatari dominati dalla cultura delle apparenze. Ben diverso appare il vissuto quotidiano di chi, come ho già detto, deve badare all'essenziale e non mai al superfluo, né tanto meno alle apparenze. Un vissuto quotidiano in cui la Chiesa, con le sue cadenze ritornate dalla fitta ammagliatura devozionale e istituzionale gioca un ruolo di primo piano. Una Chiesa che Cippone presenta con luci ed ombre - dai così detti chierici selvaggi, ai litigi tra preti della stessa chiesa, a violenze materiali, ad una certa corruzione che tocca la sfera morale ecc. - ma senza sradicarla dal contesto del tempo e della mentalità, attento quindi a non dare giudizi condizionati dalla netta sfasatura temporale con cui l'uomo del '900, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo, si differenzia da uomini, mentalità, abitudini gesti che dall'anno Mille, si può dire che in molti aspetti, arrivano quasi intatti a una manciata di decenni dal tempo che viviamo.

La lettura di questo libro alla fine, ci fa capire ancora meglio che cosa ha significato per tutti i paesi, Città, cittadine infeudate del regno di Napoli l'eversione a ella feudalità agli inizi dell'800, quello scrollarsi finalmente dalle spalle secoli di ingiustizie, di oppressione fiscale, di tasse e gabelle di ogni risma, di umiliazioni delle università, dei loro sindaci ed eletti spesso usati dai feudatari come scherani o capri espiatori del malcontento popolare. "Nella storia - osserva Cippone - l'abolizione dei diritti feudali, ha costituito un evento epocale di grande giustizia sociale". Il suo lavoro ci fa dunque rivivere figure e momenti di quei difficili secoli perché, comunque, ne resti memoria; ci riporta in luoghi dove sorgevano casali ora scomparsi, coniugando sempre la ricerca archivistica con l'indagine de visu, per cogliere gli "scarti" temporali, i con testi oggi "Straniti" a causa - di violente manomissioni del territorio quale pesante contributo alla modernità.

Come egli stesso spiega nell'introduzione: "La presente ricerca costituisce un tentativo di recuperare le secolari vicende di questi casali e di salvarne alla damnatio memoriae quel vassalli con i loro baroni". E trattando delle vicende feudali di Grottaglie ritorna su questa riflessione che mi permetto di leggere: "Passarono gli anni, cambiarono i vescovi e intere generazioni si spensero, senza che il quadro,sociale desse segni di cambiamento e di progresso. La piazza, le cantine, gli stretti vicoli sono Io sfondo di numerosi episodi di vita quotidiana finora descritti. Il senso della storia è la dimensione temporale dei lunghissimi secoli trascorsi come fossero solo qualche settimana, e lo si coglie soprattutto se quelle piazze, case, cantine ci sono ancora oggi, vissute e possedute, trascurando il particolare che i veri, legittimi proprietari sono vissuti e le abitavano centinaia di anni or sono, percorrendo quei vicoli con le basole consumate, entrando negli inverosimili portoni barocchi costruiti su modeste case, sfiorando gli spigoli di quelle smussandoli". Cippone coglie la fissità, certamente apparente, della storia che lascia per secoli immutate situazioni, angoli di vita quotidiana, case, palazzi, vicoli; ora il nostro tempo, con rapidissima accelerazione, rischia di spezzare il filo rosso di questa storia orizzontale che è durata secoli, fino quasi ad arrivare sulle e della prima metà del Novecento.

L'augurio e la speranza di Nicola Cippone, che chiude questo libro, e che riguarda il presente come continuo imminente futuro, affinché le tracce del passato non solo di quello nobile, ma anche di quello dei vinti, non venga ulteriormente disperso e cancellato può e deve essere da tutti noi condiviso: "Occorre salvare - scrive - dall'incuria dei secoli il palazzo del barone, ma anche le case modeste dei cretaioli, del maestro d'ascia o dei contadini; conservare le basole dei vicoletti e l'antica bottega dell'ebreo che conciava pelli. Cancellare questi piccoli segni e restaurare le ricche dimore baronali è come strappare le pagine della storia di tutti e di tutti i giorni per conservare solo, la memoria di chi li opprimeva". Come dire, che le ingiustizie subite allora, si riverberano anche oggi allorquando si distrugge o si altera il fitto tessuto urbanistico minore dei centri storici, dove nei secoli si è consumata la vicenda umana dei vinti: anche loro hanno diritto ad essere tolti dall'oblio, come ha fatto l'amico Cippone in questa ricerca, e riconsegnati dignitosamente alla memoria collettiva.

6 ottobre 2015

Federico II e la simbologia del potere imperiale: i castelli di Puglia

Federico II e la simbologia del potere imperiale: i castelli di Puglia

Un piccolo articolo scritto quando ero studente, oggi superato da nuovi ed importanti studi sulla stessa tematica...

Mi piace inserirlo nel mio blog perchè ho avuto l'immenso onore di conoscere personalmente Reinhard Elze: ricordo quanto rimasi affascinato dalla sua figura di studioso ed intellettuale, ma così umano...

Note:
Pubblicato a stampa in: «Economia e potere» n. 1/95 pp. 39-43.
© edizione elettronica di Gianluca Lovreglio
© Gianluca Lovreglio 2000

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Puer Apuliae è l’epiteto più usato, e forse abusato, con cui gli storici nel corso del tempo hanno definito Federico II.
Senza dubbio, per il numero e la durata delle sue frequentazioni, appare questa la regione preferita dall’imperatore; ve n’erano d’altra parte ottime ragioni, essendoci in Puglia le riserve di caccia preferite da Federico.
I primi rapporti dello svevo con questa regione risalgono al 1220, poco dopo la “presa di possesso” del regnum meridionale e la proclamazione delle Assise di Capua.
Sin da allora, infatti, verrà accentuandosi la caratteristica principale della corte di Federico II, quella di essere una “corte itinerante”, nominalmente residente a Palermo, ma di fatto al seguito dell’imperatore impegnato, vuoi per impegni bellici, vuoi per affari politici, vuoi per la caccia o il diletto, al di fuori della Sicilia.
Subito dopo aver promulgato le assise, infatti, da Capua Federico andò vagando per il regno, di cui aveva imperfetta conoscenza, essendo vissuto fino allora in Sicilia e nelle terre germaniche.
«Indubbiamente rimonta a questo periodo il suo amore per la Puglia, la più orientale delle regioni della penisola» (ABULAFIA 1988, p. 119).
La corte dell’imperatore e la sua stessa figura, stupirono i contemporanei e in seguito gli storici che si sono occupati della sua personalità, soprattutto per l’uso spregiudicato e intelligente della cosiddetta “simbologia del potere”.
Ogni atto dell’imperatore, ogni particolare, ogni costruzione fatta in suo nome, dovevano significare ai contemporanei la forza e la potenza del sovrano, dovevano far capire che il potere imperiale discendeva direttamente da Dio, in polemica aperta col papato, sostenitore della sudditanza dell’imperatore al rappresentante di Dio in terra.
Da ciò quindi discende una serie di comportamenti e di atteggiamenti del sovrano impegnato a “promuovere” la sua figura in tutti i modi allora possibili, a cominciare dalla maniera di vestire.
Non tutta però, in questa concezione, era farina del sacco di Federico e dei suoi consiglieri: già i predecessori normanni avevano fatto un uso politico dei vestimenti regali, a cui Federico aggiunse quelli imperiali, incarnando la doppia eredità normanna e sveva.
Sono normanni ad esempio il mantello e la dalmatica di Ruggero II e l’alba di Guglielmo II, «le calze rosse, come pure il cinturone per la spada, conservati nel Tesoro di Vienna insieme alle insegne che Federico aveva ereditato da suo padre, la corona imperiale, la Sacra Lancia, la croce e la spada imperiale. Nel Tesoro di Vienna inoltre si trovano ancora una spada, dei guanti e delle scarpe, che aveva fatto fare Federico II» (ELZE 1986, p. 210).
L’abbigliamento, quindi, veniva inteso come un fatto politico, un mezzo per suscitare stupore e ammirazione e per incutere timore e rispetto.
Per dare un’idea delle persone che componevano la Magna Curia, la corte dell’imperatore, è utile analizzarne un po’ più da vicino la composizione.
Subito dopo l’imperatore veniva il connestabile (o comestabile), il capo supremo dell’esercito (non il comandante). È una carica ereditata dai normanni, che con Federico II diventa più onorifica che reale, una mera dignità di corte.
Seguiva l’ammiraglio (o admiratus), capo della flotta e soprintendente a tutte le attività (anche commerciali) che avvenivano nel mare o sulle coste.
Il logoteta, una carica ereditata dalla amministrazione bizantina, è una sorta di portavoce-ministro degli esteri. Unita alla carica di protonotaro, diventa un ruolo di primissimo piano all’interno della corte. Basti pensare che era questa la carica tenuta da Pier Delle Vigne, il più ascoltato e fidato consigliere di Federico II, vero artefice della politica imperiale.
Il camerario si occupava della “camera” del re, cioè del patrimonio personale del sovrano e delle entrate fiscali; ma si occupava anche della “camera” intesa nel senso fisico della parola, dell’amministrazione, dell’alloggio, dell’arredo regio. Il camerario aveva anche il compito di sovraintendere alla sicurezza personale dell’imperatore, ed era al comando della “guardia scelta”.
Federico II utilizzò per questa importantissimo compito soprattutto personale saraceno. La politica dell’imperatore nei confronti dei musulmani è stata certamente ambigua: dopo aver sterminato la gran parte dei saraceni di Sicilia, deportò i superstiti nella cittadella - lager di Lucera, in Puglia. I pochi musulmani rimasti si dimostrarono fedelissimi all’imperatore, che trasse da questa piccola parte di regnicoli la sua guarnigione personale.
Ma la corte di Federico era un mondo variegato e numeroso: oltre ad altre cariche “istituzionali” come quelle del cancelliere, del gran siniscalco, del maresciallo (o marescalco), dei notai di corte e di altri funzionari periferici, la Magna Curia era affollata da saltimbachi, ballerine, maghi, astrologi, falconieri ecc.
«Segni di potere e di sovranità erano anche gli animali feroci o esotici», che seguivano la carovana di corte, «che il sovrano possedeva, dei quali disponeva, e che certamente nessuno ha messo in mostra in modo più coerente, come segno di pompa e di potenza, di Federico II» (ELZE 1986, p. 206).
Ma l’imperatore non era l’unico a sfoggiare i suoi simboli: anche i suoi nemici, i comuni lombardi riuniti nella Lega, avevano il loro, già sperimentato anni addietro nella battaglia contro il nonno di Federico II, Federico I detto il Barbarossa.
Grandissima deve essere stata la soddisfazione di Federico II quando nella battaglia di Cortenuova, nel 1237, le sue truppe si impossessarono del carroccio di Milano. Dopo averlo fatto sfilare con l’albero piegato fino a terra trainato da un elefante a Cremona, lo inviò a Roma, dove venne conservato sul Campidoglio, trainato da muli, a scorno del Papa, alleato dei comuni.
Simile sorte toccò al carroccio dei Cremonesi, trascinato fino a Parma dagli asini (ELZE 1986, p. 208).
Ma c’è un altro aspetto, finora poco indagato, della politica della “propaganda” imperiale: le sfilate ed i cortei.
Quando l’imperatore appariva nei cortei solenni era accompagnato da elefanti, dromedari, cammelli, pantere, leoni, linci, orsi bianchi, leopardi, girifalchi, falchi bianchi ed altri animali esotici che destavano l’ammirazione degli spettatori. Da questo breve elenco di animali che nell’Italia meridionale del 1200 erano considerate vere e proprie meraviglie viventi, si comprende l’efficacia politica che un tale movimento di persone ed animali comportava in ogni paese toccato dalla presenza dell’imperatore.
«I leopardi e i falchi servivano per la caccia, come anche i cani dei quali vengono nominati espressamente alcuni molto grandi e feroci come anche quelli da salotto estremamente piccoli» (ELZE 1986, p. 206). Guardiani e custodi di tutti gli animali esotici erano i saraceni di Lucera, che in Alta Italia come in Germania «venivano spesso osservati con stupore non inferiore a quello che si aveva per gli animali esotici» (ELZE 1986, p. 207).
Federico II era insomma un ottimo propagandatore di se stesso, e riusciva ad usare i pochi mezzi di comunicazione “di massa” del tempo nel modo migliore.
Ma come far “pesare” la presenza dell’imperatore anche nei punti più reconditi del regno, e soprattutto, come rendere permanente questa presenza?
Una risposta può forse venire analizzando tutti i significati di quel sistema castellare che Federico II ha realizzato in tutto il regno, ma soprattutto in Puglia.
Dal 1220 in poi, attraverso successive legislazioni, l’imperatore fa in modo di essere l’unico a poter edificare torri, castelli e palazzi, facendo anzi demolire le fortificazioni dei feudatari che non hanno fatto in tempo ad inginocchiarsi ai suoi piedi giurandogli fedeltà.
Un elenco delle fortificazioni del regno ci è pervenuto grazie ad un documento del 1241-1246, conosciuto col nome di Statutum de reparatione castrorum, titolo errato per un documento che presenta i risultati di una inchiesta ordinata da Federico II basata su modelli normanni.
Sono circa 250 le strutture castellari censite (ma solo in parte ne sono interessate la Calabria e la Sicilia), e di queste 42 riguardano le circoscrizioni di Terra di Lavoro e del Molise, 43 il Principato e la Terra Beneventana, 31 riguardano l’Abruzzo, 11 la Calabria, 6 la Sicilia e complessivamente 111 la Puglia e la Basilicata, «in pratica poco meno della metà delle strutture del regno» (LICINIO 1994, p. 127).
Diverse sono, in ogni caso, le esigenze che hanno portato alla edificazione di queste opere fortificate: oltre che alla difesa, alcune erano dedicate esclusivamente alla residenza (Foggia), altre a fortini di caccia (Castel del Monte).
Stupisce il dato di presenza di strutture in Puglia e Basilicata: è stato calcolato che di tutte le strutture castellari inventariate in Puglia nell’età di Federico II, circa 30 sarebbero le opere completamente ricostruite, 20 quelle sottoposte a qualche ristrutturazione, e che durante tutta l’età sveva (1220 - 1266), sono stati ampliati o tenuti in efficienza 34 castelli preesistenti, e altrettanti ne sono stati costruiti dalle fondamenta (FUZIO 1981, pp. 152 e 167).
Questi dati sono però da ridimensionare; in realtà ben poche sono, in Puglia, le fortezze fatte innalzare completamente ex novo da Federico II: Foggia, Gravina, Apricena, Lucera, Castel del Monte (LICINIO 1994, p. 137).
Non cambia, però, lo scenario: ogni terra, ogni città demaniale era dotata, durante il regno di Federico II, di un castello o di un’opera fortificata, tale da venire a crearsi una fitta “rete” di castelli poco distanti l’uno dall’altro, collegati, per così dire, “a vista”.
Ecco realizzata l’“onnipresenza” dell’imperatore: il suo sistema castellare era sì efficacissimo per la difesa del regnum, un importante punto d’appoggio per le battute di caccia, ma soprattutto, si può dire, il castello doveva ricordare al suddito chi era e quanto valesse l’imperatore, doveva parlare della sua grandezza esattamente come le sue vesti e il suo seguito di animali esotici.
E la massima espressione della potenza dell’imperatore era anche la massima espressione della sua architettura: Castel del Monte.
«Il celebre arco di trionfo di Federico II a Capua con la statua dell’imperatore, o Castel del Monte che, come una corona di forma ottagonale, domina il paesaggio» (ELZE 1986, p. 209), per non parlare di tutte le altre fortezze da lui costruite, non lasciano dubbi: anche l’architettura, con Federico II, era un simbolo del potere, una propaganda che è continuata ininterrotta fino ai nostri giorni, e che ancora oggi ci parla di questo imperatore.

Abbreviazioni

FUZIO 1981: G. FUZIO, Castelli: tipologie e strutture, in La Puglia tra medio evo ed età moderna, a cura di C. D. Fonseca, Milano 1981.
ELZE 1986: R. ELZE, La simbologia del potere nell’età di Federico II, in Politica e cultura nell’Italia di Federico II, a cura di S. Gensini, Pisa 1986.
ABULAFIA 1988: D. ABULAFIA, Federico II. Un imperatore medievale, Torino 1990 (titolo or.: Frederick II. A medieval emperor, London 1988).
LICINIO 1994: R. LICINIO, Castelli medievali. Puglia e Basilicata dai Normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, Bari 1994.

Bibliografia

Sicuramente troppo vasta per essere riportata in questa sede, la bibliografia su Federico II. Rimando perciò a quella, ottima, presente nel testo di ABULAFIA 1988. Per una trattazione specifica dei castelli dall’ età normanna a quella primo-angioina, indispensabile è il testo di LICINIO 1994.

5 ottobre 2015

Annales Barenses anonymi ab 605-1043

L. A. Muratori (Fonte: Wikipedia)

Annales Barenses
anonymi ab 605-1043


Note:
© edizione elettronica di Gianluca Lovreglio, 15/01/2000
© Gianluca Lovreglio 2000


ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.


Introduzione

Questa è una copia di studio degli “Annales Barenses anonymi ab 605-1043”, tratte dall’opera di Ludovico Antonio Muratori, “Antiquitates Italiae medi aevi”, vol. I (1738).
Tra caporali (<>)sono indicate le pagine dell’edizione originale. Il cambio di colonna è preceduto dal segno /, il cambio di pagina dal segno //. Il numero delle pagine, secondo l’uso settecentesco, cambia ad ogni colonna.
La punteggiatura e l’uso delle maiuscole sono state riportate secondo l’uso moderno, così come le date sono state indicate tra parentesi quadre in numeri arabi.

ANTIQUITATES ITALIAE MEDII AEVI sive DISSERTATIONES
Tomus primus
Mediolani MDCCXXXVIII [1738]


“Anonymi Barensis monachi chronicon”
De rebus in Barensi provincia gestis.
Additis notis Nicolai Aloysisa

<p. 31>
Anno DCV [605]
Obitus sancti Gregorii Papae. Phocas regnavit annis VIII.

Anno DCXII [612]
Domitianus regnavit annis XV.

Anno DCCLXXXII [782]
Hoc anno Carolus rex celebravit sanctum Pascha in Roma et baptizatus est Pipinus filius ejus ab Adriano Papa.

Anno DCCCII [802]
Hoc anno descendit Habraam rex Sarracenorum in Calabriam, et mortuus est in Cosentia in ecclesia sancti Pancratii.

Anno DCCCCXXV [925]
Hoc anno Orie capta est a gente saracenorum mense Julio, et obitus est Eusebii in Clauso.

Anno DCCCCXXVIII [928]
Hoc anno comprendit Itachaël rex Slavorum civitatem Si- /<p. 32> pontum mense Julio, die sanctae Felicitatis, fecunda Feria, indictione XV.

Anno DCCCCXXIX [929]
Hoc anno Tarentum captum est a gente Saracenorum mense Augusti, in solemnitate sanctae Mariae.

Anno DCCCCXXXI [931]
Hoc anno obiit Ambrosius Mediolanensis Antistes.

Anno DCCCCXLIX [949]
Hoc anno intraverun Hungari in Italiam, et venerunt usque ad Idrontum, et fuit interitus. Et Placipodi obsedit Cupersanum.

Anno DCCCCLXXIX [979]
Heic inchoatum est Monasterium Barense Sancti Benedicti à Domino Hieronymo venerabili Abbate.

Anno DCCCCLXXXI [981]
Hoc anno fecerunt bellum Sipontini et Asculenses Vado Somilo.

Anno DCCCCXCVI [996]
Hoc anno obsessa est Materies, tribus mensibus currentibus, ab // <p. 33> iniqua gente Saracenorum: et in quarto mense, idest Decembri, per vim inde eam comprehenderunt, in qua quaedam femina filium suum comedit.

Anno MIII [1003]
Hoc anno obsessa est civitas Bari à Saphi Apostata, atque Caiti, et perseveravit ipsa obsidio à Mense Maio usque ad X. Kalendas Octobris. Et liberata est per Petrum Ducem Venetiarum bonae memoriae

Anno MXI [1011]
Hoc anno rebellavit Longobardia cum Male ad ipsum curcua mense Maio, IX. die intrante. Et fecerunt bellum in Betete, ubi multi Barenses ceciderunt. Et Ismaël fecit bellum in Monte Pelusio cum ipsis Graecis, et cecidit illic Pasiano.

Anno MXXI [1002]
Hoc anno obsessa est Bari a Catepano Basilio cognomento Sardonti, undecimo die astante mense Aprilis, et completis diebus sexaginta unum, fecit pacem cum ipsis. Et ipse intravit Castellum Bari, ubi sedes est nunc Graecorum Magnatum.

Anno MXXI [1021]
Heic fecit proelium Basilius Vulcano cum Francis, et vicit illos in civitate Canni.

Anno MXXVII [1027]
Hoc Anno descendit Ispochitoniti in Italiam cum exercitu magno, idest Russorum, Guandalorum, Turcorum, Burgarorum, Vlachorum, Macedonum, aliorumque, ut caperet Siciliam: et Regium restaurata est a Vulcano Catepano. Sed peccatis praepedientibus mortuus in fecundo anno Basilius Imperator: qui omnes frustra reversi sunt.

Anno MXXXV [1035]
Heic in Epiphania Domini obiit Bisantius Episcopus, qui fuit piissimus pater orfanorum, et fundator Sanctae Ecclesiae Barensis, et cunctae Urbis custos ad defensor, atque terribilis, et sine metu contra omnes Graecos. Et electus est in ipso Episcopatu ab omni Populo Romualdus Protospatarius. Et in mense Aprili vocavit cum ad se Imperator in exilium; et quinto Idus, intrante Augusto, electus est Nicolaus.

<p. 34>
Anno MXL [1040]
Heic nono die intrante Januarii, obiit Nichiforus, qui et Dulchiano Catepanus, in civitate Ascolo. Et quinto die, intrante mense Maji, occisus est Michael Catt, qui vocatur Kirosfacti, sub castello Mutulae ab ipsis conterratis. Et septimo die astante venerunt omnes in civitate Bari cum Argyrio filio Meli. Tunc ipse Argyro sauciavit Musundo, qui erat primus inter eos, et ligatis manibus, misit eum in carcere cum Iohanne Stonense. Et omnes conterrati dispersi sunt.

Anno MXLI [1041]
Heic venit à Sicilia in Lombardia Michaël Protospatarius, et Catepanus, qui et Dulkiano unior. Mense Novembri intravit in Bari, qui et jussit in patibulo furcae appendi quatuor homines supra murum Botontinum. Mense Martio, decimoseptimo intrante, factum est proelium Normannorum et Graecorum juxta fluvium Dulibentis. Et ceciderunt ibi multi Russi et Obsequiani. Ipse vero Dulkiano cum reliquo exercitu, qui remanserat ex ipso proelio, fugam petierunt in Montem Pelosum, Deinde collectis mense Maji in unum omnibus Graecis apud Montem Majorem juxta fluenta Aufidi, initiatum est proelium quarto die intrante, ubi perierunt plurimi Natulicki, et Obsequiani, Russi, Trachici, Calabrici, Longobardi, Capitantes. Et Angelus Presbyter Episcopus Trojanus, atque Stephanus Acherontinus Episcopus, ibi interfecti sunt. Nam nempe, ut dictum est ab omnibus, qui haec noverunt, aut plures quam duo millia, exceptis servitoribus.
Hinc rediens Michaël confusus cum paucis relictis semivivis pro pavore Normannorum servientium, scripsit ad Siciliam, et venerunt ipsi Museri, Macedones, et Paulikani, et Calabrenses, et collectis insimul cum reliquis in catuna Montis Pilosi. Tunc descendit Catepanus filius Budiano in Apuliam. Michaël rediit ad Siciliam, jubente Imperatore, unde venerat.

<p. 35>
Anno MXLII [1042]
Hoc anno tertia dio intrante mense Septembri Graecorum exercitus descenderunt ex Monte Piloso, et Normanni ex castello Siricolo; inter duos montes inierunt conflictum maximum, in quo omnes miseri Macedones ceciderunt, et pauci de reliquo remanserunt exercitu. Ibi quippe Ebugiano vivus captus, et portatus est per tota Apuliam usque Beneventi patriam. Nam, ut aiunt veraciter qui in ipso bello inventi sunt, Normanni septingenti, et Graeci decem milia fuerunt. Postmodum peracto bello tertio iam dicto, inierunt pactum cum ipsis Franchis Materienses et Barenses, dum non esset, qui ex ipsorum manibus eos eriperet. Deinde mense Februarii Normanni et cives Barisani elegerunt Argiro, qui et Meli, Principem et Seniorem sibi. Mense Aprilis descendit Manichi in Tarentum, qui et magister, et coadunavit omnem exercitum Graecorum, et fecit suda in loco qui dicitur Tara. Tunc scripsit Argiri in Aversam ad ipsos Normandos et in Melfiam, et omnes venientes quasi septem milia in Mutulam.
Tunc ipse iniquus Manichi una cum cuncto agmine hostium pavore nimio exterriti, nocte fugientes reclusi sunt in Tarentum. At ipsi Normanni cuum starent ante Portam terraneam, quaerentes pugnam, et minime esset qui eis percunctaret, depraedaverunt totam Terram Oriae, et sic reversi sunt ad sua. Mense quidem Julio miseri Juvenatienses, peracto foedere cum ipsis Graecis manentibus, in Trane, ipse Princeps Argiro circumdedit eamdem miseram Juvenatiam cum Normannis et Barensibus; et ea flebilis tertia die suae obsessionis per vim capta est et expoliata omni suppellectili. Et Graeci nec non interfecti in eodem sunt. Populum vero ipse Princeps virorum ac mulierum multa praece liberavit ex Normannorum manibus. Postea vero dum Trenenses non acquiescerent Baresanis malum ingerere, ultima hebdomada mensia Iunii ipse Princeps cum, Normannis et Barensibus obsederunt eam triginta sex diebus.
Quam proeliis, vel aliis calamitatibus angustiavit tandem fortiter, nam talem Turrem ex strue lignorum ibidem componere fecit, qualis humanis oculis /<p. 36> nusquam visa est modernis temporibus. Sed ipse Argyro susceptis imperialibus literis foederatis, et patriciatus an Catepanus, vel vestati honoribus, iussit argomenta incendi. Et riversi Bari ad laudem de Sancto Imperatori Constantino Monomacho, cum suis concivibus hactenus facti talia.
Nunc ad Maniachi impietatem reducam articulum. Igitur remotis, ut dixeram, Normannis ab ejus finibus, conglobato in unum exercitu mense Iunio, Maniachi sub nocte una ad Materiem civitatem profectus est: ubi quantos per segetes, et undecumque homines cepit, ante coram Materianorum oculis plusquam ducentum occidi fecit impius. Similiter feconda profectione in Monopopolim iniquus facere non timuit.

Anno MXLII [1042]
Hoc anno mense Septembri descendit Tubaci Protospatarius, et Pardus Patricius, et Nicolaus archiepiscopus Idruntinum cum Chrysubulo, et Simpatia.
Tunc ipse iniquus Maniachi pacifica fraude eis obviam exiens, statim occidi iussit Pardum gladio, et Tubachi retrudi in custodia, quem mense Octobris occidi similter fecit.