3 agosto 2015

Ma Taranto ha più di Sparta

Alessandro Leogrande

Ma Taranto ha più di Sparta

Il mito ambivalente della storia


di Alessandro Leogrande

in: Corriere del Mezzogiorno 21 novembre 2014

Scrive Luciano Canfora che all'Università di Monaco di Baviera, per il 2 maggio 1945, era stata indetta da Helmut Berve, professore di storia antica, una grande conferenza pubblica sul mito di Sparta. L'incontro non si tenne per cause di forza maggiore: il Reich millenario crollò proprio in quei giorni. Eppure Hitler aveva sempre coltivato il mito di Sparta come «il più luminoso esempio, nella storia umana, di Stato a base razziale», un vero e proprio modello per il Terzo Reich che voleva preservare la propria purezza sterminando ebrei, zingari, slavi ...

Per la verità, il mito di Sparta non è stato alimentato solo dal nazismo. Anche per Mably, maestro di Robespierre, Sparta era un esempio, ma questa volta in senso rigidamente comunitario. Insomma, si può dire con Constant che nei secoli Sparta abbia sedotto chiunque, proprio come Mably, «detestava la libertà individuale come si detesta un nemico personale». Per questo sorprende un po' sentire il ministro della Cultura Dario Franceschini affermare non solo che Taranto sia «l'unica città spartana del mondo», ma che sull'esaltazione di tal passato dai contorni imprecisati debba puntare tutto per la sua rinascita. Perché? Perché «Sparta», ha sottolineato il ministro, «è un brand che nel mondo ha un successo incredibile. Investire su questo deposito di memoria è anche una grande carta nella competitività del turismo mondiale».

Ora, a parte il fatto che Taranto fu fondata da coloni espulsi da Sparta (espulsi, cioè, proprio da quel mondo chiuso che ogni totalitarismo successivo avrebbe voluto riedificare pietra su pietra), l'affermazione del ministro pone davanti a un bivio. O si mette tra parentesi ciò che Sparta è realmente stata, un regime militare-autoritario che sempre Canfora non esita a definire terroristico, e si riduce quindi il passato a pura plastica, brand pubblicitario per una imprecisata strategia turistica.

Ma non si capisce, a questo punto, perché tra tutti gli elementi di storia reale che Taranto può riconsiderare ci si debba rifare proprio a una sorta di genesi edulcorata. Oppure quel passato, e i miti che ha generato, vanno seriamente presi in considerazione. E allora non si capisce perché una città che vuole collocarsi nel XXI secolo debba rinchiudersi dietro mura tanto grigie e asfittiche. È meritorio il tentativo di pensare a una via d'uscita dalle secche della crisi industriale nel segno della cultura. Tuttavia un conto è pensare al MarTa come epicentro di una azione più vasta. Altro è rispolverare il mito ambivalente di Sparta.

Perché non pensare invece a tutte le epoche storiche che la città ha attraversato? E perché, al posto di un'identità guerriera, non pensare a ciò che Taranto è stata fin dalla Magna Grecia, un punto di incontro tra Oriente e Occidente?

Etnia spartana? I documenti non confermano

Etnia spartana? I documenti non confermano.


Dopo la conquista romana di Taranto, "deportazioni, emigrazione spontanea o indotta che rendono drammatico il problema demografico" (F. Porsia, Taranto. Le città nella storia d'Italia, Laterza, Bari 1980, p. 21).






"Su circa 350 epigrafi tarantine di età tardorepubblicana e imperiale pochissime sono bilingui o greche" (L. Moretti, Problemi di storia tarantina, in: ACSMG X, Taranto 1970, p. 63).

2 agosto 2015

Il castello di Taranto nei domini di Giovanni Antonio Del Balzo Orsini

Il castello di Taranto nei domini di Giovanni Antonio Del Balzo Orsini

di Gianluca Lovreglio

©Gianluca Lovreglio 1999. Tutti i diritti riservati.

Edizione elettronica (e-text) del saggio apparso su "Galaesus" n. XX (1995/96), pp. 53-63. 

Avvertenza: nel saggio a stampa la notazione è puntuale. In questa versione (blog) non è possibile riprodurre tale notazione.


Introduzione

Il nuovo impulso ricevuto dalle ricerche sulle fortificazioni tarantine a partire dal 1992, ha contribuito a compiere un enorme passo in avanti rispetto alle troppe ricostruzioni, alcune delle quali francamente insostenibili anche per quei tempi, che gli storici tarantini del secolo scorso e dell’inizio del ‘900 avevano fatto della storia del castello tarantino. È un dato ormai acquisito che il primo castello (inteso come struttura fortificata autonoma) a Taranto sia stato opera dei Normanni prima della formazione del regnum meridionale. La nuova fortezza aragonese è stata dunque riedificata o riadattata nello stesso sito del castello normanno, un luogo che ha conservato, nel corso dell’intera storia tarantina, le caratteristiche strategiche peculiari per la difesa della città.

Le vicende dei due principi di Taranto, Raimondello e Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini, hanno un testimone d’eccezione : il castello che i Normanni edificarono e che gli Svevi e i primi sovrani angioini trascurarono ignorando, per vari motivi, la sua manutenzione. Un evento allo stesso tempo lieto e triste, il matrimonio di una principessa, segnò l’apice della storia di questo castello, nonché l’unico momento, forse, in cui i tarantini sentirono come "loro" una struttura nata più con lo scopo di soggiogare la cittadinanza che per difenderla.

Una unione, quella tra Maria d’ Enghien e Ladislao D'Angiò, controproducente sia per la principessa sia per il futuro stesso del principato. Ma in questa sede c’interessa esaminare un altro aspetto della vicenda: il fatto che il matrimonio fu fastosamente celebrato nella cappella situata all’interno del castello normanno. Nella storiografia ottocentesca è accaduto spesso che i due manieri, quello normanno e quello aragonese, fossero confusi.

Al contrario crediamo che il vero e forse l’unico elemento che può indurre a considerare l’ubicazione della principale fortificazione della città come una linea ininterrotta che parte dai Bizantini per arrivare agli Aragonesi è la sua insostituibilità strategica, la sua posizione ai margini del contesto urbano che ha reso possibile una continuità strutturale pur all’interno di un quadro di variazione delle domande da parte del ceto dirigente di turno.

Non sappiamo con quanta cognizione di causa, per fare un esempio, lo studioso Palumbo descrivesse il castello aragonese ambientandovi gli avvenimenti di Maria e Ladislao!

I documenti parlano un linguaggio più chiaro. Un manoscritto dell'Archivio Dipartimentale di Marsiglia del 1406 riproduce il giuramento di fedeltà prestato assieme all’omaggio feudale da Maria d’Enghien, quale principessa di Taranto al sovrano Luigi II. Il testo completo è stato edito da Gennaro Maria Monti, che lo pose alla attenzione degli studiosi come primo esempio di volgare quattrocentesco. All’interno del documento si legge che la cerimonia si tenne "in castro Tarenti in sala magna dicti Castri", alla presenza di tutti i notabili del principato. Si tratta della prima conferma diretta e documentata che i lavori di riparazione per lungo tempo ordinati dai re angioini, erano stati eseguiti, e che le sale del castello non solo erano agibili, ma imbandite a festa per l'occasione.

1. Giovanni Antonio principe di Taranto

Dopo la morte di Ladislao, avvenuta nel 1414, il Principato passò prima a Giacomo della Marca, marito della nuova regina Giovanna II, quindi, nel 1420, a Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini.

Figlio di Raimondello Orsini e Maria d’ Enghien, Giovanni Antonio poté entrare in possesso dei suoi beni solo dopo la morte di Ladislao. Dopo aver sposato nel 1417 Anna Colonna, nipote del papa Martino V, riebbe il principato di Taranto con l’appoggio della madre ed ebbe molta importanza a corte, attirandosi però l’ostilità di Giovanna II. Appoggiò allora, per la successione nel regno, Alfonso d’ Aragona contro Luigi d’Angiò. Dopo l’ascesa al trono di Alfonso vide accrescere la sua potenza con la nomina a connestabile e duca di Bari.

Alla morte di Alfonso si ritirò a Taranto, e nel 1459 si mise a capo dei baroni ribelli a Ferdinando in favore di Giovanni d’Angiò, figlio di Renato. Sconfitto dopo una serie di lotte si riconciliò con Ferdinando, ma morì poco dopo, nella notte del 14 novembre 1463 nel castello di Altamura, ucciso, sembra, dai sicari mandati dal re.

Morto Giovanni Antonio, il principato passa a Isabella di Chiaromonte, nipote del principe deceduto. Unendosi in matrimonio con Isabella, Ferrante I realizza, dopo una storia pluricentenaria, il definitivo passaggio alla corona del principato di Taranto. In piena sintonia con i Tarantini, che avevano immediatamente innalzato il vessillo del sovrano aragonese.

Giovanni Antonio fu un valido stratega a capo di un organismo feudale autonomo, solo nominalmente dipendente dalla corona. Tutta la tradizione storiografica concorda nel sottolineare la vastità dell’estensione territoriale del principato di Taranto, e il potere politico e militare che questo principe riuscì ad assumere negli anni compresi tra il regno di Giovanna II (1414-1435) e quello di Ferdinando I (1458-1494).

È grazie all’inventario dei beni posseduti dall’Orsini, definito "più potente del re", databile tra il 1420 e il 1435, e a noi pervenuto grazie ad una copia napoletana, che possiamo fare il punto delle fortificazioni della città. Il documento nomina prima il "castrum cum fortelliciis et membris suis, scituatum, prout evidenter apparet, supra et prope mare magnum, in Pictagio Balei civitatis eiusdem" (si tratta, ovviamente, del castello più antico), poi "turrim unam magnam in latere pontis supra mare cum fortilliciis et membris suis", la torre di Raimondello.

Dall’inventario si evince un tipo di controllo della città non comune agli altri esempi di infeudamento di quest’epoca: spettavano allo stato competenze quali lo jus dohane, fundaci, exitura, altrove appannaggio dell’Università.

L’università tarantina rivendica al principe inutilmente il proprio dominio su fortificazioni, artiglierie, munizioni da guerra per averle allestite a proprie spese. In realtà si tratta di adempimenti di prestazioni obbligatorie, alle quali la città è tenuta e per le quali è autorizzata ad avvalersi del contributo dei casali e dei baroni del territorio.

Purtroppo l’inventario non fornisce elementi sullo stato delle strutture, ma si limita a descrivere una città che a prima vista può sembrare munitissima e imprendibile, protetta com’è da ogni lato (basti pensare alla cinta muraria inframmezzata da torri che circondava la città, ad eccezione, forse, del lato sul mar Grande).

Grande impulso riceve intanto la costruzione di torri e castelli. A partire dal Quattrocento, in Italia meridionale si realizza una rapida differenziazione della costruzione di impianti difensivi, ma anche un adeguamento degli edifici preesistenti ad esigenze militari sicuramente nuove, o a adeguamenti in senso residenziale per i nuovi feudatari. Castelli e torri cominciano ad assumere il ruolo di rappresentanti di una feudalità sempre più rapace e prepotente, in grado di amministrare la giustizia criminale e civile, insieme con una graduale ma sostanziale dispersione e precarietà del potere sovrano.

Il potere centrale inaugura nello stesso tempo una politica militare basata sul potenziamento di alcuni importanti nodi difensivi strategici, non sempre coerente con l’appoggio dato ai comuni per contendere il potere baronale.

I castelli sorti ex novo databili al periodo di governo di Giovanni Antonio non sono pochi: anche se il più delle volte si sono trasformati raggiungendo un aspetto di compromesso tra il castello tipicamente medievale e il palazzo signorile, una singolare attività costruttiva caratterizzò la signoria di questo principe. Ad egli si attribuiscono significative costruzioni militari e modifiche e adeguamenti di strutture preesistenti. Si possono rintracciare interventi realizzati in questo periodo nei castelli di Lecce, dove il principe soggiornò per qualche tempo, Gallipoli, Roca, Mesagne, Francavilla, Pulsano ecc. A Bari l’Orsini intervenne sul fortino di S. Antonio, sito sul porto ed esistente almeno dal XIV secolo. La tipologia di questo intervento va esaminata in maniera più approfondita, a causa di alcune caratteristiche che lo avvicinano alle strutture tarantine. Pur non dimenticando, infatti, che costruzioni di questo tipo sono presenti in quest’epoca in quasi tutte le città meridionali, il motivo del potenziamento di questa opera di difesa barese va ricercato forse nella esigenza di controllare il porto e le dogane, con una funzione che associa anche questa piccola fortezza alla Cittadella tarantina, e dalla necessità per Giovanni Antonio di instaurare un collegamento più organico tra Bari e il principato di Taranto, valorizzando un edificio preesistente che anche in passato aveva rappresentato il simbolo del dominio feudale sulla città, un ulteriore elemento di "somiglianza funzionale" tra il fortino barese e la Cittadella tarantina.

Bari, Francavilla, Pulsano e le altre località citate, soprattutto del Salento, che videro l’intervento di Giovanni Antonio nelle loro fortificazioni, sembrano avere il dato comune di essere state interessate dalle lotte tra il principe e i sovrani, che avevano questi territori come scenario di guerra. Per una volta soltanto nella sua storia, forse, la relativa "tranquillità" di Taranto, o il fatto che si ritenesse una città inespugnabile, prevalsero sulle ragioni strategiche: nella città ionica sembra non esserci traccia, riguardo alle fortificazioni, di interventi del suo ultimo principe.

2. Oltre il castello: la Torre Nuova e la gestione delle fortificazioni

Un documento tratto dal quaderno dei conti di Francesco de Agello di Taranto, razionale e uditore dei conti del principe Giovanni Antonio Orsini conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli e datato al 1458, segnala le spese assegnate a Nuccio Camillo di San Pietro di Galatina, «gavarreto (economo) "castri magni" di Taranto per quel castello. Vi è menzionato Serafino de Alexandro di Lecce conservatore delle vettovaglie e delle munizioni del medesimo castello». È il segnale di una burocrazia che continua a funzionare. Ma alcune sorprese provengono dalle altre spese, riguardanti Letterio de Lavello detto castellano della "Turris Nova" e Domenico Abbate di Martina, citato come castellano principale della "Turris de medio nominate domini principis Raymundi": un bel dilemma da risolvere, dal momento che fino a questo momento le fortezze tarantine risultano essere due.

La Torre Nuova, almeno per i documenti, sembra uscita dal nulla. Non si tratta certamente di una fantomatica torre che più tardi sarà chiamata "centenaria", né, a causa della sua posizione, della "torre del Gallo" citata dal De Vincentiis, secondo il quale fu costruita da Totila insieme con un’altra detta "del Cane".

Citata anche come fortino, la Torre Nuova è una delle torri appartenenti alla cinta muraria, situata dalla parte del mar piccolo. Speziale, pur non entrando nel merito, la riporta come una fortificazione innalzata dopo il 1480, contemporaneamente alla ricostruzione del castello e delle mura, ma con maggiore precisione crediamo si possa affermare che la torre dei documenti del 1458 sia la stessa alla quale si riferisce Speziale. Costruita ben prima del 1480, probabilmente coeva alla torre di Raimondello, la Torre Nuova rimarrà in piedi fino al 1936, ultima ad essere demolita dopo le mura e la stessa Cittadella. In ogni caso, al tempo di Giovanni Antonio doveva trattarsi di un semplice deposito di munizioni o vettovaglie, dal momento che il ruolo principale tra i funzionari citati sembra quello del castellano del castello "maggiore" e perché, d’altra parte, si trattava di una fortificazione di nessuna importanza dal punto di vista strategico.

Diversa l’attenzione che i regnanti dedicarono al castello principale : sempre nel 1458, il gavarreto Nuccio fa eseguire dei lavori per la «porta falsa Castri Magni prope mari magnum»; la "porta falsa" (nascosta), nonostante l’indicazione "prope mari" è probabilmente quella che si affaccia sul lato della città, protetta da un barbacane.

Del 1460 è invece un elenco di vettovaglie consegnate a Serafino de Alessandro di Lecce, definito conservatore delle vettovaglie e delle munizioni "Castri Magni" di Taranto.

Di qualche anno più tardo, nel 1478, è la prova del pagamento del salario di 25 ducati spettanti al personale impiegato nel castello; al castellano Giovanni Simone andavano 10 ducati, e via via minori risultano i pagamenti per quanto riguarda il resto del personale.

Tutte le fortificazioni erano dotate di personale adeguato, in grado di sostenere qualsiasi attacco e persino un assedio. I mandati di pagamento riguardavano, infatti «per lo più i panettieri, gli inservienti, gli schiavi, i custodi della Cittadella, i generi alimentari, i guarnimenti degli animali da soma» e si susseguiranno ininterrotti praticamente fino alla costruzione del nuovo castello, intrapresa dagli Aragonesi, fornendoci sempre i nomi e le successioni dei funzionari.

Nel 1463 il re Ferdinando I, «in sosta nel castello di Taranto, concede che si faccia la fiera nella piazza di S. Antonio presso la Dogana [...], e dispensa tanto i compratori quanto i venditori per tutti gli oggetti e le mercanzie dal pagamento della dogana e delle gabelle».

L’importanza di questa notizia sta proprio nella conferma diretta del fatto che le gabelle e la dogana si pagassero nei pressi della torre di Raimondello, almeno fino al 1474, quando, attraverso un privilegio di Ferdinando I d’ Aragona sappiamo che «per garantire l'utilità pubblica [della piazza della fontana], il principe Giovanni Antonio vi aveva abbattuto l'Arsenale e la dogana, trasferendoli altrove».

Al potenziamento delle fortificazioni tramite la costruzione di un complesso sul lato opposto al castello, con una funzione, però, più economico - sociale che militare, segue il declino funzionale del castello, diventato ormai obsoleto per le nuove tecniche di guerra e per l’uso sempre più perfezionato dell’artiglieria.

Secondo Speziale il castello, sorto in un’epoca di armi bianche e di macchine nevrobalistiche, dotato quindi di torri strette, alte e merlate, a protezione del tiro degli arcieri, e di un piccolo ballatoio sporgente per difendere, con proiettili scagliati dall’alto, i barbacani e le scarpe, era divenuto assolutamente inconciliabile con le sopravvenute esigenze d’artiglieria.

«La vecchia e tradizionale topografia della cinta quadrata con torri angolari», continua lo studioso delle fortificazioni tarantine, cioè la forma classica del campo trincerato romano, era gradualmente abbandonato in favore delle fortificazioni a pianta poligonale, più potenti e moderne.

C’è aria di cambiamento, quindi, in quello che era stato per tanto tempo il volto feudale della città. La modernizzazione sarà completata qualche anno più tardo, a partire dal 1486-87 quando, assieme con altre fortificazioni del regno, il castello tarantino fu adeguato alle nuove tecniche militari.

Crediamo tuttavia assolutamente condivisibile l’ipotesi avanzata da Carducci, secondo il quale, come già a Brindisi, è probabile che «la nuova rocca aragonese tarantina abbia inglobato e conservi tuttora alcune strutture del castello preesistente». Soltanto «un accurato esame architettonico della fortezza, fin qui mai realizzato, potrà stabilire se ciò sia avvenuto e quali siano le strutture preesistenti eventualmente riutilizzate nella fabbrica aragonese».

La "novità" del castello aragonese di Taranto potrebbe essere rappresentata, in definitiva, dalla cosa più semplice da immaginare ad una attenta lettura della sua storia : la sua "ampliorem firmiorem formam".

Bibliografia

Appaiono qui, in ordine di pubblicazione, alcuni testi utili per una conoscenza più approfondita dell’argomento trattato.

T. N. D'AQUINO, Delle delizie tarantine, Napoli 1771.

G. B. GAGLIARDO, Descrizione topografica di Taranto, Napoli 1811.

P. F. PALUMBO, Castelli in Terra d'Otranto, Lecce 1879.

A. CRISCUOLO, Ardelia, Cronaca del 1301, in «Rassegna Pugliese di scienze, lettere e arti», vol. I, n. 7 (1884), pp. 152-154.

A. CRISCUOLO, Maria D'Enghenio. Cronaca tarantina dal 1399 al 1446, in «Rassegna Pugliese di scienze, lettere e arti», vol. II, n. 8 (1885), pp. 119-122.

N. F. FARAGLIA, Storia della regina Giovanna II, Lanciano 1904.

P. PALUMBO, Castelli in Terra d’Otranto, Lecce 1906.

R. CAGGESE, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, 2 voll., Firenze 1922-1930.

P. COCO, Vicende del Libro Rosso e altri vetusti diplomi della città di Taranto, in «Taras», Taranto 1928.

P. COCO, Diplomi dei Principi di Taranto, in «Taras», Taranto 1929.

A. CUTOLO, Maria d’Enghien, Napoli 1929.

P. COCO, Porti castelli e torri salentine, Roma 1930.

G. M. MONTI, Il Libro Rosso del Comune di Taranto e le fortificazioni cittadine, in «Japigia», Bari 1930.

DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, tomo III, Graz 1954.

A. PUTIGNANI, Il libro rosso di Taranto, I, inventario dei beni dell'Università, in «Studi francescani salentini, sezione storica» 2, Taranto 1967.

A. PUTIGNANI, Diplomi dei Principi di Taranto, in «Cenacolo», II (1972), pp. 4-24; III (1972), pp. 89-104; IV (1972), pp. 173-202.

L. SEBASTIANO, Aspetti del contrasto tra Taranto e Otranto, in AA. VV., Studi in memoria di P. Adiuto Putignani, Molfetta 1973.

M. PAONE, Arte e cultura alla corte di Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, in AA. VV., Studi di Storia Pugliese in onore di G. Chiarelli, a cura di M. Paone, 6 voll., Galatina 1973-1982.

J. MAZZOLENI, Fonti per la Storia di Puglia: le pergamene di Taranto, in AA. VV., Studi di Storia Pugliese in onore di G. Chiarelli, a cura di M. Paone, 6 voll., Galatina 1973-1982.

G. MUSCA, Storia della Puglia, Bari 1979.

M. SANFILIPPO, Continuità e persistenze negli insediamenti difensivi, in La Puglia tra medio evo ed età moderna [Civiltà e culture di Puglia. 3], a cura di C. D. Fonseca, Milano 1981, pp.73-91.

L. SANTORO, Castelli angioini e aragonesi nel Regno di Napoli, Milano 1982.

A. DELLA RICCA - M. VUOZZO, Il fosso, il canale, il ponte, Taranto 1986.

FARELLA, La città vecchia di Taranto. L’esperienza di risanamento e restauro conservativo, present. di M. D’ELIA, introd. di S. BINETTI, Brindisi - Taranto 1988

R. LICINIO, Castelli medievali. Puglia e Basilicata dai Normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, Bari 1994.