10 giugno 2015

I brogli del 6 aprile e le violenze che contagiarono il Tarantino

I brogli del 6 aprile e le violenze che contagiarono il Tarantino
In occasione del 10 giugno, pubblico volentieri sul mio blog un articolo di Mario Gianfrate apparso sul Corriere del Giorno di Domenica 7 giugno 2009, a p. 30.
Il 10 giugno 1924: l'omicidio di Giacomo Matteotti. I brogli del 6 aprile e le violenze che contagiarono il Tarantino

di Mario Gianfrate

Roma, martedì 10 giugno 1924, ore 16,15 circa. Giacomo Matteotti, segretario e deputato del Partito Socialista Unitario è appena uscito di casa in Via Pisanelli. E' un afoso pomeriggio di una estate imminente, pieno di sole. voltato l'angolo di Via Romagnosi, imbocca il Lungotevere Arnaldo da Brescia. La strada è deserta; non c'è traccia neppure degli agenti di Pubblica Sicurezza che, ininterrottamente, sorvegliano i suoi movimenti. Temerario com'è, Matteotti non dà importanza alla circostanza, quando una Lancia nera, fino a quel momento ferma a un lato della strada, gli si accosta. Ne scendono quattro, cinque uomini che si avventano su di lui. Sono i sicari della "Ceka", la banda capeggiata da Amerigo Dumini alle dirette dipendenze del Viminale, sorta con lo scopo di reprimere gli oppositori del regime. Matteotti reagisce, tenta di svincolarsi ma è sopraffatto e caricato a forza sull'automobile che parte ad alta velocità. Alla scena hanno assistito due ragazzini che, in lontananza, giocano a palla. La loro testimonianza si rivelerà decisiva, se non per la giustizia, almeno per la Storia. Il cadavere di Matteotti sarà ritrovato due mesi dopo, il 16 agosto, mezzo sepolto in una pinetina a qualche chilometro dalla Capitale, detta "Quartarella", in circostanze quantomeno strane. Il 6 aprile in Italia si sono svolte le elezioni politiche generali in un clima di brogli e di violenze perpetrate dagli squadristi; agli oppositori del fascismo è stato impedito di fare propaganda, le sedi dei partiti democratici devastate, in alcuni casi i candidati sono stati selvaggiamente bastonati e uccisi. Non è rimasta estranea agli atti di violenza la Terra Jonica: a Castellaneta ai possibili elettori socialisti e comunisti vengono sottratti i certificati elettorali per non consentire loro di poter esercitare il diritto di voto. Le squadre fasciste assaltano l'abitazione dell'ex sindaco Calò che si difende con ogni mezzo, scaraventando pietre e quanto gli capiti tra le mani sugli aggressori. Intervengono allora i Reali Carabinieri che prelevano il Calò e lo consegnano alle camice nere; ridottolo in mutande, gli fanno attraversare il tratto che separa Vico La Ruota e la piazza del Rione Mauricelli, schernendolo. Gli operai dell'Arsenale che hanno sottoscritto le liste di sinistra verranno perseguitati e, in alcuni casi, licenziati. Nella seduta di insediamento della nuova Camera Mussolini ha fatto inserire all'ordine del giorno, a sorpresa, la convalida degli eletti, prendendo in contropiede l'opposizione che deve ancora raccogliere le prove documentali delle illegalità commesse dai fascisti per presentare ricorso alla Giunta delle elezioni. La mossa di Mussolini getta nello scompiglio i deputati di opposizione, impreparati ad affrontare la discussione. Ma non Matteotti che, alzatosi dal suo scranno, chiede di parlare. Il suo è un intervento a braccio, improvvisato, ma documentatissimo di fatti e circostanze e che si concretizza in un duro atto di accusa contro il fascismo. Dalla lunghezza del resoconto stenografico l'intervento non avrebbe dovuto superare una ventina di minuti. i prolunga, invece, per oltre un'ora e mezzo per le continue interruzioni e minacce della palude fascista. Matteotti, senza lasciarsi intimidire, conclude implacabile il suo discorso difendendo "la libera sovranità del popolo italiano" e chiedendo l'invalidamento delle votazioni per le palesi irregolarità che le hanno caratterizzate. Mussolini che ha seguito senza scomporsi il discorso del deputato socialista con il mento appoggiato sulle braccia conserte, sbotta: "Ma che fa Dumini, le seghe?". Ai suoi compagni di fede che gli si accalcano intorno e si congratulano con lui, Matteotti dice: " Bene, congratulatevi pure, ma adesso cominciate a preparare la mia commemorazione funebre". Il delitto Matteotti provoca la crisi del regime. L'opposizione cosituzionale, che ha una guida politica moderata nel liberale Giovanni Amendola, abbandona il Parlamento e si ritira sull'Aventino su una linea attendista, auspicando l'intervento di Vittorio Emanuele III che non ci sarà mai. L'indecisione e la scelta strategica di "non turbare l'ordine pubblico" - scelta peraltro contestata dai comunisti che vorrebbero un'azione di forza contro il fascismo - lascia, di fatto, senza guida i lavoratori. Si verificheranno dei sussulti di dissenso ma quasi isolati e spontanei. A Mottola il socialista Luigi Greco verrà processato per "vilipendio delle istituzioni" a causa della sua protesta per l'assassinio del deputato del PSU. A Castellaneta, dove nel cimitero è stata trovata esposta una fotografia di Matteotti, viene arrestato Nicola Brugnola che, licenziato dal suo posto di lavoro, sarà poi costretto a emigrare in Africa. Stessa sorte riservata all'arsenalotto Cosimo Giungato che lascerà la città per trasferirsi a Milano.