25 maggio 2015

Taranto, così "fallisce" una città

Gli amministratori del dissesto: Di Bello e Tucci
Per non dimenticare quel che è accaduto alla mia città, per esercizio di memoria, ripropongo un ottimo articolo sul dissesto provocato dall'allora sindaco Rossana Di Bello

Debiti, scandali e stipendi d'oro. Taranto, così "fallisce" una città

Articolo di:  Attilio Bolzoni
Tratto da: La Repubblica.it 14/10/2006

Un buco di 500 milioni: si fermeranno gli autobus e si spegneranno le luci nelle strade
Non ci sono più soldi per raccogliere l'immondizia e per seppellire i morti

TARANTO - I primi a fermarsi saranno i camion della spazzatura. E poi gli autobus. Tutti a piedi, per strade sporche e buie. In cassa non ci sono più nemmeno i soldi per pagare le bollette, in ogni pubblica via si spegneranno le luci. E per la festa dei morti non si seppelliranno più i morti: i servizi cimiteriali verranno ufficialmente sospesi il primo novembre. Il Comune di Taranto non ha più niente. Neanche un solo miserabile euro.

Quella che segue è la ricostruzione dei fatti che hanno sprofondato una città del Sud in un gorgo di debiti, il più grande dissesto finanziario di un ente locale dal fallimento della Napoli dei vicerè
degli Anni Ottanta. Un buco di quasi 500 milioni, un sindaco rovesciato dagli scandali, stipendi d'oro che hanno arricchito un clan di burocrati, un prefetto nominato a governare quella Puglia diventata
famosa per Giancarlo Cito, intruglio tra un guappo e un picchiatore nero che si era impadronito di un pezzo d'Italia.

E sono stati proprio gli eredi naturali del "feroce telepredicatore" finito in carcere per mafia a divorarsela, a mangiarsela fino all'ultima briciola. Così Taranto ha dichiarato la sua bancarotta
amministrativa e la sua bancarotta politica. "La situazione di cassa è paurosa, fatti i conti ho un'autonomia per soli 10 giorni e poi non posso più garantire i servizi essenziali", annuncia Tommaso Blonda, il prefetto incaricato di salvare questa città di 200 mila abitanti che respira i fumi della più grande acciaieria d'Europa e si sta preparando alla sopravvivenza civile.

Il prefetto ha portato con sé 5 sub commissari e 6 alti funzionari che ha piazzato nelle ripartizioni chiave del Comune, quelle dove tiranneggiavano dirigenti da 100 mila euro in su. Ma aver messo a
posto le carte - e averle spedite in procura - non basterà più ormai per sottrarsi al tracollo. "Solo un atto straordinario dello Stato può mettere in salvo Taranto", spiega il prefetto. A Palazzo Chigi ha
chiesto 60 milioni di euro sino alla fine dell'anno. Se non arriveranno, Taranto è spacciata.

Su come questa capitale di Magna Grecia sia finita così in basso, non è un gran mistero per chi ci sta o c'è nato. "È una città che appena 15 anni fa, quando doveva scegliere il proprio sindaco fra un onesto magistrato e un pregiudicato, ha preferito il pregiudicato e si è incamminata verso l'isolamento", risponde Giancarlo De Cataldo, un tarantino che vive a Roma, giudice di Corte di Assise, saggista, autore anche di quel "Romanzo criminale" che magnificamente narra le
gesta della banda della Magliana. E sospira De Cataldo: "La città migliore è quella che non ha potere".

Dopo Cito e le scorribande ricattatorie dagli schermi della sua Antenna 6 o la caccia grossa agli emigrati sui marciapiedi, il destino di Taranto era come segnato. Mantenuta nel dopoguerra dall'arsenale dell'Ammiragliato, ingrassata poi dalle commesse dei cantieri navali, tramontato il sogno industriale degli anni '60 e '70, è andata sempre disperatamente in cerca di padroni. Trovandoli di volta in volta. In quel tribuno prima, in quell'allegra compagnia di giro che poi ha vinto le amministrative del 2000 prosciugando le finanze comunali. "Io ho perso contro il 65% dei voti dell'altro candidato a primo cittadino: subito dopo, noi dell'opposizione, siamo stati costretti a portare 20 chili di carte alla magistratura", ricorda Ludovico Vico, oggi parlamentare eletto nell'Unione e rivale dell'ultimo sindaco, Rossana Di Bello. È cominciato con lei - una che da Fi è passata a capeggiare una lista civica - l'inizio della fine del Comune di Taranto.

Eventi e poi eventi e ancora eventi. Tutti di cartapesta. E costosissimi. E appalti e appalti e ancora appalti. Tutti a trattativa privata. E assunzioni a go go. E incarichi, consulenze, contratti a ore per aspiranti clienti da sistemare a ogni tornata elettorale. Direttamente in Comune. O nelle "partecipate", l'Amat (servizio trasporti) e l'Amiu (nettezza urbana). Assunzioni dopo assunzioni, nell'ultima primavera sono diventati più di 3mila quelli che prendono una busta da paga dal Comune.

E intanto i conti sono andati in rosso. Il disavanzo era di oltre 83 milioni di euro nel 2004, è lievitato a quasi 138 milioni nel 2005. I debiti fuori bilancio sfiorano i 150 milioni. Gli oneri latenti sono
di quasi 160 milioni di euro. Il commissario straordinario stima con precisione il "buco" fra i 446 e i 447 milioni. Con un trucco le voci passive le hanno trasformate in attive, i debiti in crediti, nelle
entrate sono finite le voci "uscite" delle partecipate e voci incerte come quelle dei tributi ancora non riscossi. Una contabilità taroccata dal primo all'ultimo numero.

Il sindaco Di Bello si è dimesso subito dopo una condanna a 16 mesi per l'appalto dell'inceneritore, in 33 sono sotto inchiesta per falso in bilancio. "Il Comune è stata una fabbrica di distribuzione
indiscriminata di ricchezza, c'è stato un saccheggio", spiega Roberto Nistri, insegnante di storia e filosofia al liceo classico Archita per tanti anni, scrittore anche lui. E aggiunge Gino d'Isabella, uno dei segretari della Cgil: "L'ultima giunta ha costruito il suo potere su sabbie mobili che poi hanno risucchiato la città". Hanno mandato in rovina Taranto. "Stiamo solo cercando di farla migliore e ci
riusciremo". È stato uno degli ultimi solenni giuramenti della Di Bello alla "Voce del Popolo", battagliero quindicinale che ha seguito ogni passo della vicenda amministrativa. Poi è sparita.

È una sacca Taranto. Di veleni, di soperchierie. Uno uno Stato nello Stato come ai tempi di Cito. Adesso hanno chiuso le mense scolastiche, cancellati i buoni libro, ridotto le auto dei vigili urbani. E a fine mese i dipendenti comunali non avranno più lo stipendio. Da qualche settimana, fuori dal Municipio, ogni mattina arriva puntuale Giovanna, una ragazzina che distribuisce piccola pubblicità. Sta in piedi davanti al portone, ha in mano un pacco di foglietti colorati e tutti uguali. Vanno a ruba. Promettono: "Un prestito eccezionale dedicato solo a te, tassi e condizioni riservati ai dipendenti pubblici di Taranto".

(14 ottobre 2006)

21 maggio 2015

Le scoperte archeologiche nell'area del Borgo

Resti dell'anfiteatro di Taranto
Le scoperte archeologiche nell'area del Borgo
di Silvia De Vitis

Il Borgo di Taranto venne realizzato con un piano regolatore generale alla fine del XIX secolo, in concomitanza con l'installazione dell'Arsenale militare. Mentre venivano alla luce le testimonianze dell'antichità, l'abitato moderno si sovrapponeva alla polis greca, al municipium romano ed alle necropoli relative.

La città greca aveva, caso unico, una singolare commistione fra abitato e necropoli. La particolare situazione topografica del territorio spiega questa anomalia: la città in espansione verso oriente (poiché aveva il mare sui restanti tre lati) inglobava la contigua necropoli. Ai margini orientali della città vi era il quartiere artigiano, dove sono state individuate e scavate numerose fornaci. Il rinvenimento di stipi votive ci rivela la ricchezza dei santuari urbani.

La città romana si sovrappose grosso modo alla polis, con un nuovo nucleo presso la rada Santa Lucia. Tracce molto evidenti ne sono state recuperate, anche recentemente e riguardano soprattutto le domus con mosaici. Particolare rilevanza assumono i rinvenimenti nell'area della Villa Peripato, consistenti in alcune tombe di VI e V secolo a.C. e nei resti di una domus di età imperiale romana con mosaico pavimentale. Tutta l'area compresa fra piazza Roma, via Pitagora, via Mignogna e la costa di Mar Piccolo ha restituito testimonianze antiche in grande abbondanza; nell'area della villa gran parte del deposito archeologico non è stato toccato dai lavori edilizi del Borgo, e risulta perciò essere un campione di area urban
Terme Pentascinenses
a antica quanto mai importante. Le necropoli romane occupavano tutta l'area ad oriente della città, a partire dalla rada di Santa Lucia, sul Mar Piccolo, sino all'Ospedale Civile SS. Annunziata. Nel secolo scorso negli scavi dell'Arsenale militare venne individuato un muro che divideva nettamente la città romana dei vivi da quella dei morti.
In età augustea il municipium venne arricchito di monumenti, fra i quali l'anfiteatro, un complesso monumentale dedicato alla famiglia Giulio-Claudia e l'acquedotto delle aquae nimphalis che da Saturo giungeva sino alle Terme Pentascinenses, un grande complesso termale con ginnasio situato nell'area compresa tra via Anfiteatro, via Principe Amedeo, via Duca di Genova e Regina Elena: oggi lo definiremmo un Beauty Center.

Al Museo Nazionale è visibile un'iscrizione che ricorda il restauro avvenuto nel IV secolo d.C. a cura di un privato, Furio Quintilio Togio. La presenza di un centro termale ancora in età così tarda è un indizio della qualità ancora buona della vita urbana di Taranto. Appartenenti alla stessa epoca, nell'attuale piazza del Carmine, vennero ritrovate le iscrizioni funerarie della comunità ebraica (IV-IX sec. d.C). Nel 494/495 una lettera di papa Gelasio I ci informa dell'esistenza della Cattedrale cristiana e dell'annesso Battistero, che dovevano anch'esse situarsi nell'area del Borgo prospiciente Mar Piccolo: la leggenda medievale, infatti, colloca in quel sito le vicende miracolose della venuta di S. Pietro e S. Marco a Taranto. Se non è stata distrutta, cosa probabile, si potrebbe ancora sperare di trovare la Cattedrale fra la Villa Peripato e l'Ospedale militare. Ancora non visibile, ma di grande importanza storica, è l'ex convento di Sant'Antonio, ad est della Villa Peripato, costruito sui resti di una chiesa quattrocentesca, edificata su iniziativa del principe di Taranto, Raimondello del Balzo Orsini, utilizzando le colonne e forse parte delle strutture di un preesistente edificio di età romana.

20 maggio 2015

L'Archita e il Palazzo degli Uffici

L'Archita e il Palazzo degli Uffici

Intervento a mia firma apparso su "Quotidiano" del 19 agosto 2009

È probabile, ma di questo gli ultimi studi non concordano, che nel periodo greco-ellenistico nello spazio oggi occupato dal palazzo degli uffici si estendesse fino all'attuale Via Mignogna l'antico Ginnasio, il famoso Foro del Mercato e il Portico ornato di colonne e di statue, tra le quali furono quelle di Giove e di Eracle, opera del greco Lisippo.
Il destino culturale di questo luogo, se così fosse, sarebbe il continuum storico di più lunga durata della nostra città. Fernand Braudel, probabilmente, prenderebbe ad esempio questo particolare aspetto della città jonica.
La costruzione del Palazzo Orfanotrofio fu iniziata - scrive il preside Medori su uno dei primi numeri di Galaesus, la rivista dell'Archita - fin dal 1791 per decreto del re delle Due Sicilie Ferdinando IV di Borbone. Era inizialmente destinato ad accogliere gli orfani dei militari. Ma, dopo la rivoluzione del 1799, i lavori furono interrotti per lungo tempo. Ripresero nel 1872 e terminarono nel 1894. Il palazzo fu ridotto alla forma quadrangolare attuale su disegno dell'Ing. Giovanni Galeone.
L'inaugurazione ufficiale del palazzo avvenne il 28 giugno 1896. Il Sindaco di allora, Alessandro Criscuolo, si rivolse con queste parole alle scolaresche dell'«Archita»:
«... Venga la nuova scuola: qui il fulgido pensiero del vero, qui le alte e pure ispirazioni dell'arte! L'amore del bello, la fede nel buono dia luce e fiamme, qui, al cuore ed al pensiero di una forte, austera e generosa italica gioventù. Che da queste aule esca a portare nelle case e nella vita, nei pubblici negozi, nel Foro, nella cattedra, sui campi delle battaglie, forza di braccio, di pensiero, di coscienza [...]».
Criscuolo, retoricamente ispirato, terminava così la sua prolusione: «Oh! Archita, filosofo, legislatore, elleno fra gli elleni, o padre nostro sapiente, divinatore e buono, tu, oggi, ritorni in mezzo a noi. L'ombra sua torna, ch'era dipartita.»

Che dire altro? Cosa aggiungere, se non che oggi il "padre nostro" Archita, al quale la nostra città ha dedicato solo un meschino parcheggio ed una statua sfregiata in villa Peripato, oltre che il liceo, oggi scapperebbe dalla irriconoscibile Tarentum, da un orrendo Borgo nuovo riempito come un uovo di inutili SUV - emblema spocchioso del tarantino evasore parvenu - deturpato da chianche bianche di pessima qualità, da terribili luminarie finto Ottocento, dai finti sampietrini realizzati in asfalto, dall'abominevole fontana equestre di piazza Bettolo, da quel muraccio marrone che impedisce la visione del mare...

L'argomento più importante, credo, è quello di sapere una volta per tutte cosa vuole farne, la città di Taranto, del più prestigioso edificio del Borgo. La discussione è ormai più che quarantennale, ma ogni volta sorge un ostacolo che impedisce la realizzazione di qualsiasi progetto. A mio modestissimo e piccolissimo parere, ero e rimango contrario a qualsiasi manomissione del manufatto simbolo del Borgo: secondo me questo edificio dovrebbe essere ristrutturato possibilmente in maniera rispettosa della sua storia, e dovrebbe essere destinato a ospitare le istituzioni culturali più rappresentative della città, il Liceo Archita, l'Università, e, di nuovo, la Biblioteca Acclavio. Oppure - perchè no - una pinacoteca!

18 maggio 2015

Il Museo nazionale di Taranto

Uno dei famosissimi ori di Taranto
Un percorso entro le principali testimonianze archeologiche del Borgo, primo quartiere tarantino costruito dopo l'abbandono delle vecchie mura medievali, oltre la città vecchia.

Il Museo nazionale


Il Museo che occupa l'antico convento dei padri Alcantarini, adiacente alla chiesa di S. Pasquale, sorse su iniziativa dell'archeologo Luigi Viola, per raccogliere i reperti archeologici recuperati nel corso dell'edificazione del Borgo. Prima della attuale esposizione, che ha preso il nome di MarTA, era diviso in due sezioni: la sezione greco-romana, che ne costituiva il nucleo più antico, ospita pezzi provenienti dalla necropoli greca e dalla città romana.
Di particolare interesse è il settore della scultura, con la Kore di Montegranaro, statua femminile di fanciulla databile al VI secolo d.C.e la testa di Eracle in riposo che riecheggia l'analoga statua di Lisippo. Grande importanza hanno i frammenti scultorei provenienti da due zone precise del Borgo di Taranto, quella di via Pupino angolo via Di Palma, ove si trovava una basilica dedicata alla gens Giulio Claudia, e quella compresa fra via Anfiteatro, via Principe Amedeo, via Duca di Genova e via Regina Elena ove sorgevano le Terme Pentascinenses.
Da via Pupino - via Di Palma provengono la bella testa di Augusto con il capo velato e le statue di togati poste all'entrata della sala degli ori, mentre dalle terme provengono, oltre all'iscrizione che documenta il restauro delle stesse nel IV secolo d.C, una statua di genio con cornucopia, un altare dedicato a Giove e altri frammenti. Nel settore della ceramica, troviamo una grande esposizione delle merci in circolazione nel Mediterraneo fra VII e III secolo a.C. già protagoniste in passato dell'esposizione della mostra "Atleti e Guerrieri".
Gli ori, celebri in tutto il mondo, testimoniano lo sfarzo delle produzioni tarentine in età ellenistica. I reperti provengono sia dalla necropoli cittadina che dalla Daunia (sono famosi i gioielli della tomba degli ori di Canosa e di quella di San Paolo di Civitate). Nella stessa sala si possono ammirare gli oggetti, soprattutto vetri, provenienti dai corredi funerari di età romana e le oreficerie bizantine. Recentemente è stato anche riallestito il monetiere con monete greche, romane e medievali. Nei corridoi sono esposte le terrecotte provenienti sia dalle stipi votive dei santuari - presenti in gran parte nell'area del Borgo - sia dalla necropoli.
La sezione preistorica ospita reperti provenienti da tutta la Puglia. Pertinenti all'area del Borgo di Taranto sono i vasi geometrici Iapigi (X - IX secolo a. C.) rinvenuti nel corso della costruzione dell'edificio del Banco di Napoli in Piazza della Vittoria.

(riduzione e adattamento del testo della dott. Silvia De Vitis, in "Il Borgo" (guida), Taranto 1998)

16 maggio 2015

Il Liceo "Archita" di Taranto

Oggi vi propongo una breve sintesi della storia del glorioso liceo classico "Archita" di Taranto, a cura di uno dei suoi docenti più ilustri, il prof. Adolfo Mele.

Il Liceo "Archita" di Taranto

Il Liceo Ginnasio "Archita" sorse nel 1872 come istituzione scolastica comunale e divenne Regio Liceo-Ginnasio con annesso Convitto nel 1899; da quella data, salvo brevi parentesi belliche, è ospitato nel Palazzo degli Uffici, in locali ottenuti dalla sopraelevazione del vecchio Orfanotrofio per i figli di militari deceduti, istituito dai Borboni alla fine del '700; questo storico edificio, dichiarato bene culturale e sotto vincolo della Soprintendenza ai beni A.A. C.C. di Bari, ha con i suoi lati dettato l'orientamento del reticolato viario del Borgo, mentre sul prolungamento del suo asse è stato successivamente posto il ponte girevole, tagliando l'ultimo torrione nord del Castello Aragonese.
Il primo regio preside del liceo "Archita" fu un italiano irredento, il trentino Dal Lago, tra l'altro benemerito studioso della stazione neolitica di Scoglio del Tonno.

La Biblioteca dell' "Archita"

Tra le altre dotazioni di cui il Liceo "Archita" è fornito c'è la biblioteca, ricca di circa 10.000 volumi e annate di riviste, che vi si sono raccolti nel corso della storia dell'Istituto.
Contiene testi editi in questo suo secolo di vita, ma ha attinto anche al mercato
antiquario (con una libreria di Pistoia, nel 1895, aveva un conto aperto di £ 79,50, i cui ultimi due acquisti, due testi del 1684 e del 1719, costavano £ 2): tale mercato era attivo nel '800 e nel Sud già con la confisca dei beni ecclesiastici sotto i Borboni (1818) e soprattutto dopo l'Unità d'Italia.
In questa biblioteca nessun campo di studio, nessuna materia d'insegnamento è trascurata: ai testi classici e letterari si affiancano raccolte di documenti, collane di riproduzioni di monumenti ed opere d'arte, trattati di scienze naturali ed applicate, volumi sull'attività sportiva e le Olimpiadi moderne, opere di didattica; ai classici italiani, latini e greci, si affiancano testi in lingua straniera (inglese, francese, tedesco, spagnolo), testi sanscriti, opere delle più diverse letterature tradotte in italiano (o in altro idioma più accessibile dell'originale); accanto a trattati impegnativi e ponderosi contiene anche testi divulgativi e accessibili agli allievi.
Molto ampia è anche la scelta dei periodici, con raccolte spesso complete, di prestigiose pubblicazioni e riviste. Non pochi sono i testi rari, tra cui alcune cinquecentine ("Rime e prose" di Mons. Giovanni Della Casa, 1564; la "Historia d'Italia" di F. Guicciardini, del 1599; gli "Historiae Mundi libri XXXVII" di Plinio il Vecchio a cura del Dalechampius del 1587; di Procopio di Cesarea, volgarizzati, le guerre gotica, vandalica e persiane e lo scritto "De gli edifici di Giustiniano imperatore" del 1544 -1547; i Commenti dello Scaligero al De causis plantarum di Teofrasto e al De plantis dello pseudo-Aristotele, del 1566; la traduzione latina, del 1564, delle voci storiche e antiquarie della raccolta bizantina Suida).
Possiede inoltre, pressoché completa, la raccolta dei Rerum Italicarum Scriptores (R.S.I.), dovuta a L. A. Muratori (edizione a cura di G. Carducci); le opere "minori" dello steso Muratori; la raccolta dei classici latini delle edizioni Pomba (inizio 1800) di Torino; la serie quasi completa delle pubblicazioni della Società di Storia Patria per la Puglia; i discorsi parlamentari di C. Cavour; scritti del Ricasoli; ampie raccolte di Documenti diplomatici italiani; le opere complete di Campanella, Hume, Metastasio, Hegel, Gioberti, Rosmini, Croce. Molti i lavori di storia e cultura locale e di studiosi della questione meridionale. Ultimamente si sta incrementando la dotazione di studi, opere e strumenti di documentazione sulla cultura del '900. E' in corso il riordino integrale e l'informatizzazione della biblioteca.

Il codice architiano "Diplomi dei Principi di Taranto".

Tra gli altri pregevoli testi della biblioteca del Liceo "Archita" spicca un codice manoscritto, che reca sul dorso ottocentesco il titolo "Diplomi dei Principi di Taranto".
E' un codice in quarto di 263 fogli (cioè di 526 pagine), scritto da almeno due mani, la prima attiva dopo il 1535 e la seconda (o, se più, l'ultima) non prima del 1604.
Nel 1930 il Preside Pasquale Ridola lo acquistò "da uno sconosciuto" e da allora è entrato nella biblioteca del Liceo "Archita"; è di solito perciò chiamato codice architiano.
Ai veri e propri "Diplomi dei Principi di Taranto" cui si riferisce il titolo (i primi 30) ne seguono altri 14 di Sovrani aragonesi di Napoli e uno dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo, tutti in ordine cronologico, dal primo (di Filippo d'Angiò, aprile 1330) all'ultimo (di Carlo V, dicembre 1535).
Gli altri 45 documenti non sono in ordine cronologico e sono datati dal 3 gennaio 1471 al più presto e fino al giugno 1604, tranne l'ultimo (il più antico) del 1452 che ne contiene un altro del 1434 al suo interno. Questi documenti sono lettere, memoriali, suppliche, istrumenti concessioni, bandi, sentenze, arbitrati, etc. Tra gli altri è particolarmente interessante uno schizzo topografico del Fosso (oggi Canale navigabile) che circondava l'antico Castello.
Il nostro codice è copia (probabilmente non integrale) del perduto Libro Rosso della città di Taranto, cioè della raccolta delle copie autentiche dei privilegi e delle lettere concessi da Principi o Sovrani alla Università (cioè comunità cittadina) di Taranto (sono conservati, ricchi di miniature, stemmi e sigilli, i Libri Rossi di Palermo e di Lecce, ad esempio).
Prima che l'ultimo Principe di Taranto, Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini, morisse nel 1462, un Libro Rosso di Taranto era stato già raccolto e organizzato: ma si è perso ed è il nostro codice dell'Archita che lo sostituisce, come fonte e testimone di conoscenze e dati storici e istituzionali. Dal codice architiano poi, forse nel 1 700, è stato copiato (con alcuni salti e - forse - varianti) un codice della Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli, intitolato "Privilegi della città di Taranto" (Bibl. Naz. NA - ms. XIV - A - 26).
La storia del Principato di Taranto nominalmente inizia con Boemondo I nel 1105, di fatto e di diritto nel 1294 con gli Angioini e termina - come si è detto - nel 1462, quando Taranto divenne città del regio demanio.
La massima estensione di questo "Stato nello Stato" fu tra Roseto Capo Spulico (CS), Barletta (BA) e Acerra e Marigliano (NA); sempre esso fu collegato all'Oriente: ad Antiochia di Siria, all'Impero Latino di Oriente, all'Albania, a Corfù e Cefalonia, all'Etolia e Acarnania, all'Acaia; in Italia, oltre a Taranto, le sue città più importanti furono Conversano, Galatina, Lecce; originali e interessanti furono le forme della cultura (greca, latina e volgare), dell'arte e delle scienze che in esso si produssero.
A partire, 700 anni fa, dagli Angioini e poi fino agli Aragonesi e al dominio spagnolo, nel nostro codice architiano si può seguire, non in tutti i particolari, ma in modo abbastanza continuato, la storia di Taranto e di riflesso del suo Principato e del Sud in genere, specialmente per gli aspetti istituzionali e socioeconomici.
Favoriti dalla debolezza del potere centrale, specie sotto gli Angioini, si verificarono una ricerca, anche in Taranto, di maggiore libertà di movimento e commercio dei sudditi e poi anche l'organizzarsi di consorterie, sedili dei nobili, arti e corporazioni, università, che - strani "comuni" meridionali - vivono forti dei privilegi che ottengono da Principi e Re, ma ne chiedono sempre la convalida e dimostrano una notevole litigiosità al loro interno e con le comunità vicine, con cui vogliono commerciare, ma su cui vogliono primeggiare.
Finito il Principato, le sue campagne si impoverirono e spopolarono, vi si diffuse la pastorizia, si ridussero le colture, i commerci e i rapporti internazionali, le sue coste, da Barletta a Monopoli, furono sotto influenza o occupazione veneziana; poi vi sbarcarono i Turchi a saccheggiare Otranto (nel 1480) e infine tutto fu regolato da lontano, da Napoli o da Madrid.
I documenti del codice architiano parlano soprattutto di Taranto e - sullo sfondo storico delineato - informano su autonomie locali, tasse, esenzioni; su truppe acquartierate, confini, istigazioni militari; su pascoli, pesca, appalti e chiuse, mercati e fiere; nominano preti e chiese; nobili, popolani, schiavi; cristiani e giudei, latini e greci, stranieri e residenti; e ci fanno così cogliere alcuni vividi sprazzi di un mondo non tutto nero e non tutto luminoso.
Al valore storico poi si aggiunge quello linguistico: i documenti sono in latino (basso, oppure umanistico) e in italiano, con notevoli forme e strutture di volgare e con un lessico interessante e ricco di numerosi forestierismi (specie francesi e spagnoli).
Diverso dal "Libro Rosso della Città di Taranto", documentato dal codice architiano è il "Libro Rosso della Dogana di Taranto (il codice dell'Archita dichiara, al foglio 238 r., di aver trascritto da esso un bando del 1489: questa altra raccolta - anch'essa perduta, ma attestata dal 1543 - conteneva consuetudini, norme e disposizioni relative alla pesca e alle attività marittime: ne sopravvivono tre copie: una a Lecce, le altre a Taranto, alla Biblioteca arcivescovile e alla civica biblioteca "Acclavio" (detta, quest'ultima, codice acclaviano).

Adolfo Mele
(tratto dalla guida "centro commerciale Il Borgo", Taranto gennaio 1998).

15 maggio 2015

La Torre del Gallo in città vecchia a Taranto

La Torre del Gallo in città vecchia a Taranto

Ripubblico anche sul mio blog una scheda già presente dal 2003 su www.storiamedievale.net

Epoca: VI sec. d. C? X sec. d. C.? (leggi nota)

Conservazione: è oggi inglobata in alcune abitazioni private.

Come arrivarci: nel centro storico della città, in via di Mezzo.
 





Cenni storici.

Nel corso della guerra greco-gotica Taranto, stando al racconto dello storico bizantino Procopio di Cesarea, fu conquistata da Totila nel 549. Secondo quanto scrive lo storico ottocentesco D. L. De Vincentiis, Totila cinse Taranto «di valide mura e di grandiosi edifizii, tra' quali ampliò le due antiche torri del Cane e del Gallo tuttor esistenti» (D. L. De Vincentiis, Storia di Taranto, Taranto 1878, p. 130).










Delle torri si parla anche in un articolo del sacerdote F. Ruggieri, apparso sul quotidiano «La Voce del Popolo», anno 54°, n. 14, 3 aprile 1937, dal titolo Le difese dell'antica Taranto: «sappiamo dal Carducci che Pietro Antonio Inverberato nella sua Storia di Taranto (ms.) lasciò memoria della Torre del Gallo, a fianco della postierla S. Cosimo, in via di Mezzo.
 
Essa fu riconosciuta dall'istesso Carducci, avente ai suoi tempi intorno ai merli certi galli incisi, simboli di vigilanza.

La torre quadrangolare, ròsa dai secoli, é tuttora in piedi, ma priva dei suoi merli: una vetusta tradizione che permane nel popolino vuole che Tòtila, nell'abbandonare la città, avesse in quella nascosto il suo tesoro.

Della Torre del Cane, anche menzionata dall'Inverberato, non vi è più traccia, né si può intuire a quale portula servisse di difesa» (accenti originali).










Dunque è a tal Inverberato che Carducci (e poi Ruggieri) deve la notizia, anche se dalle parole del sacerdote non riusciamo a stabilire a quale epoca risalissero queste torri.


Nota: alcuni siti web jonici fanno un po' di confusione tra la guerra greco gotica e la ricostruzione bizantina. Altri riportano la fortificazione all'epoca della costruzione della cinta muraria di epoca bizantina. Certamente la cinta muraria bizantina, risalente al X secolo, è di molto posteriore alla guerra greco gotica. Non ci rimane nulla della fonte originaria della notizia storica che ho riportato, vale a dire la Storia di Taranto manoscritta di tale Pietro Antonio Inverberato. Detto questo, potrebbe essere vera l'una ipotesi e l'altra, vale a dire: che la torre sia ben più antica della cinta muraria del X secolo, e che essa, preesistendo alla cinta, possa essere stata inglobata nella stessa, oppure, in ultima analisi, come altrove certificato da dati archeologici, che il materiale della antica torre altomedievale sia stato riutilizzato per la costruzione della nuova cinta muraria. Sarà mia cura integrare questa scheda con ulteriori indagini archeologiche edite.