29 aprile 2015

Palazzo Mastrocinque al Borgo di Taranto

Palazzo Mastrocinque da Google Street View

Pubblico sul mio blog un articolo di Fabio Venere, pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno di Mercoledì 12 Marzo 2014

Lo stabile di via Pitagora 42: è di tre piani. I coniugi lo cedettero in memoria del figlio morto in Eritrea nel 1933. Da una donazione del 1945: ora le borse di studio per i giovani

Il Comune di Taranto venderà Palazzo Mastrocinque per pagare delle borse di studio a dei giovani studenti tarantini. Ma qual è la storia di quest’immobile?

 di Fabio Venere

Una ricostruzione analitica ed interessante è pubblicata sul blog “Sulle sponde del Galeso” di Gianluca Lovreglio che, a sua volta, fa riferimento ad un testo redatto dall’ex assessore comunale al risanamento della Città vecchia e all’Attuazione del programma, Lucio Pierri.
Ed allora, questi i fatti e le date da ricordare. Il 3 giugno 1945, con atto notarile redatto da Domenico Mazzilli, alla presenza del sindaco di Taranto, l’archeologo Ciro Drago e dell’avvocato Alfredo Fighera presidente della Deputazione provinciale, Beniamino Mastrocinque, dottore in Scienze naturali e in Medicina e chirurgia, insieme alla moglie Camilla Baldari, volendo onorare la memoria del loro unico figlio, Fortunato, partito il 20 giugno 1939 volontario per l’Africa orientale e morto il 3 febbraio 1941 nell’ospedale inglese di Tessenei in Eritrea in seguito a ferite riportate due giorni prima nella battaglia di Barentù, donavano al Comune e alla Amministrazione provinciale di Taranto un immobile di loro proprietà sito in via Pitagora 42, composto da piano terrano, tre piani superiori e fabbricato interno, affinché fossero costituite due fondazioni scolastiche da trasformarsi in ente morale, da intitolarsi: Borsa di Studio Fortunato Mastrocinque, dottore in Medicina veterinaria e laurea ad honorem in Scienze naturali. Fondazioni che avrebbero dovuto, alla morte dei donatori, vendere l’immobile e col ricavato della rendita istituire le borse di studio.
I coniugi Mastrocinque si riservavano il diritto di usufrutto dell’intero fabbricato, che era stato costruito su suolo acquistato nel 1884 da Fortunato Mastrocinque. Si stabilì, inoltre, che ciascun ente avrebbe dovuto investire la propria quota rinveniente dalla vendita dell’immobile in titoli nominativi dello Stato, intestati alla fondazione stessa, la cui rendita doveva finanziare due borse di studio annuali di 18mila lire per perfezionamento di laureati in materie letterarie o giuridiche da parte del Comune, e in materie scientifiche da parte della Provincia.
Il 24 di gennaio del 1959, la Gazzetta ufficiale pubblicava il decreto del Presidente della Repubblica che istituiva la Fondazione Mastrocinque. Da un estratto del registro delle deliberazioni del consiglio di amministrazione, presieduto dal sindaco Salvatore Spallitta, il 9 febbraio 1962, si apprende che la signora Camilla Baldari, vedova di Beniamino Mastrocinque, era anche essa deceduta due anni prima, il primo settembre 1960, e che l’immobile era occupato da diversi inquilini, anche morosi. Si decideva di affidare la gestione ordinaria del fabbricato appartenente alla Fondazione Comunale alla omonima Fondazione provinciale con obbligo di rendiconto, segno che anche la Provincia aveva nel frattempo provveduto a costituire la propria Fondazione. Si demandava alla stessa Fondazione Provinciale di normalizzare i contratti, con facoltà di locare ulteriormente, riscuotere i fitti, agire in giudizio, di accertare le condizioni del fabbricato per le operazioni di manutenzione ordinaria e straordinaria.
Nel 1958 era stato indetto il primo concorso pubblico per il conferimento di una borsa di studio di lire 30mila lire. Concorso andato deserto!
Nel 1988, la Provincia si dichiara disponibile ad acquistare l’intero immobile.
Di Palazzo Mastrocinque si sarebbe tornato a parlare in una lettera del sindaco di Taranto, indirizzata il 19 aprile 2002 al presidente della Provincia, con cui si chiedeva l’uso del bene relativamente alla quota di proprietà della Provincia, ipotizzando un recupero dell’immobile attingendo a finanziamenti Urban 2 e Por. A due anni di distanza lo stesso sindaco, l’8 gennaio 2004, chiedeva nuovamente al presidente della Provincia la disponibilità dell’immobile per destinarlo ad attività culturali, quali la biblioteca del mare ed uffici, contando su finanziamenti Urban II. Il presidente della Provincia rispondeva subito assicurando la disponibilità della Provincia. Veniva conseguentemente messo in moto l’iter procedurale per la realizzazione dell’opera, attraverso la redazione del progetto di recupero, l’approvazione dello stesso, l’indizione della gara, la scelta della impresa appaltatrice e l’aggiudicazione dell’opera, che veniva effettuata l’11 aprile 2005.
Successivamente la procedura si arenava non potendosi stipulare contratto con l’impresa vincitrice mancando da parte del Comune i requisiti di proprietà, non essendo stata tradotta la volontà di cessione della quota di spettanza della Provincia con atti amministrativamente validi.

20 aprile 2015

La Taranto di Raffaele Carrieri

Un ritratto di Raffele Carrieri
Raffaele Carrieri nasce a Taranto il 17 febbraio 1905. A 14 anni interrompe gli studi e abbandona la famiglia per imbarcarsi alla volta dell'Albania. Dopo diverse esperienze partecipa con D'Annunzio all'impresa di Fiume dove riporta una grave ferita. Rientra per un breve soggiorno a Taranto e riparte per stabilirsi nel 1923 a Parigi, dove conosce i poeti e gli artisti dell'epoca. Nel 1930 si trasferisce a Milano e vive scrivendo poesie e saggi d'arte. Nel 1984 muore a Camaiore.

"Il Golfo di Taranto" di Raffaele Carrieri

"...Il golfo di Taranto era composto da un semicerchio che si interrompeva al largo dalle code di due penisole: San Vito e Rondinella. Nella stessa direzione, al centro delle code, le isolette di San Pietro e di San Paolo con la poca terra formavano una barriera al mare aperto. Sia per entrare che per uscire le navi erano costrette a passare da una delle aperture, alla cui estremità, al tramonto, si accendevano i fari.
Dacché esistono mare e navigazione ci sono stati fari: nell'antichità, accendevano falò per indicare la rotta! Conosco i fari e trovo affascinanti quelli che ho visto splendere sulle mie isole e penisole.
Lo stellato mi faceva meno impressione. La luna può essere visibile o invisibile, tagliata fuori col diamante o metà dentro; può essere assente una settimana per un mese: si naviga all'oscuro.
E chi cammina sulla terra va a tentoni. Solo i fari non si interrompono di illuminare: non mi stancavo di ammirarli. Il mio piccolo mondo era chiuso entro i confini del golfo: oltre i fari un altro mare cominciava dove l'acqua era profonda, senza terre, senza estuari e coste in vista. Non un mondo solo ma tante specie di mondi.
Guardavo da quella parte dove il semicerchio del golfo si rompe e il mare batte forte. Da quella parte dove i fari fanno cadere i lumi, io continuavo a guardare.
E mi pareva scorgere grandi uccelli volare, e una luna tante volte più grande di quella che vedevo spuntare sulla piazza dell'Ammiragliato..."

"Gli odori a Taranto" di Raffaele Carrieri
"...Odore dopo odore potrei ricostruire le stagioni della mia infanzia a Taranto. Le sento risorgere con l'olio che frigge per il capitone la vigilia di Natale. L'odore dell'acciuga al contatto del fuoco. L'odore dell'uovo sbattuto nella pastetta. L'odore delle spezie: cannella, chiodi di garofano, noce moscata, pepe. E quello dell'anice che somiglia a un prato di montagna. Mia madre ha zampettato trascinando come una vecchia formica cartocci di polverine, ramoscelli, grani e granelli da macinare. Un archeologo che ricostruisce con pezzetti di marmo un tempio è meno premuroso della formica mia madre coi cartocci. La vedo lavorare con una sorta di rapimento molecolare. La vedo pesare un granello e poi dividerlo.
La vedo unire e separare mucchietti di farina e formare pozzi d'acqua tiepida.
La vedo impastare tagliare e friggere. La vedo mentre rivolta le frittelle nella padella e apprezzo il gesto sicuro della mano: non sbaglia un colpo! Mi sembra di assistere a una moltiplicazione di forme. Le sue capacità prendono l'aspetto visibile di cose ben fatte. Queste forme sono mia madre, e tutte le cose che investe, e tutte le cose che muove, anche quelle non finite per poterle mettere in luce. Una presenza sentita anche dai muri..."

Chèradi, mie isole

Il mastro ho chiuso dei mari
E la rosa dei venti
Ho ceduto ai giovani marinai
Che partono domani
Sulle ali del libeccio.
Partono allegri
I giovani marinai
E ciechi sono al cordoglio
Del capitano
Che non si volta
A piangere il bastimento.
In silenzio si estinguono
I capricciosi estuari.
Chèradi, mie isole:
Spegnete il raggio verde
Dall'iride dei fari

Raffaele Carrieri

Se qualche poco di luce

Se qualche poco di luce
Da lontano mi viene
E da te Jonio gentile
Che le muse riconduci
Ai lidi degli Dei:
Fra l'uva e l'uliva
Eros ancora versa
Vino agile e resina...

Raffaele Carrieri

18 aprile 2015

I segni del privilegio - Castelli e manieri erano la materializzazione del "signore"

Pubblico sul mio blog un articolo su "Le pietre del potere", pubblicato dal Corriere del Giorno (Provincia Jonica) del 26 novembre 2004

I segni del privilegio - Castelli e manieri erano la materializzazione del "signore"

di Francesco Tanzarella

Palazzi e medioevo, potere, relazioni sociali e vestigia antiche. Di questo e di altro si è discusso mercoledì scorso, in un piacevolissimo dibattito tenuto nel castello Stella Caracciolo, per l’inaugurazione della mostra fotografica “Le Pietre del Potere – Medioevo in Terra Jonica”.

L’allestimento itinerante, curato dal C. R. S. E. C. TA/49 con la collaborazione dello storico Gianluca Lovreglio, del fotografo Leonardo Pisani, e dello studio “De Franchis”, ha fatto tappa nella struttura del piccolo centro jonico, dopo aver toccato le città più importanti della provincia.

Va subito spesa una parola sulla scelta del castello: forse la struttura meglio conservata di un territorio ricco di simili, ma non altrettanto di cura. Perché il medioevo, infatti, ed il castello che ne è simbolo, non si “museizzano”, non si conservano, una volta per sempre, cristallizzati in una forma da guardare pagando il biglietto”.

Sono parole dello storico Lovreglio, che rappresentano il senso di un allestimento che prima di “mostrare”, smentisce.

Il medioevo, infatti, ritenuto “convenzione cronologica”, periodo buio pretestuosamente utilizzato per controbilanciare l’epoca dei “lumi”, o l’umanesimo cinquecentesco, altro non è, se non un’astrazione un espediente linguistico e storiografico comodo per descrivere un rapporto di potere.

Le “pietre del potere”, i palazzi ed i manieri, sono appunto la materializzazione del concetto, la conferma di una sensazione che vuole la parola “medioevo” legata più ad un atteggiamento storicamente trasversale che ad una rigida classificazione. Lovreglio, durante il dibattito, è chiaro nell’individuare la ragione di questa sensazione: I “signori” che ancora nel ‘700 erigono palazzi dal truce aspetto governativo ricorrono a quest’espediente per giocare ancora il ruolo di dominus”, spiega lo storico, “non lo fanno per sottolineare l’importanza del casato, quanto soprattutto per giustificare la condizione di privilegio nella quale si trovano ad esercitare un potere retrò, dal vago sapore medievale”.

Si tratta di un medioevo della mentalità, trascinato in alcune zone d’Italia fino ai primi del ‘900, aberrazione di un periodo che fu florido e che la frustrazione dei cronisti trecenteschi volle uniformare a quel secolo realmente funesto da essi vissuto.

La corte, la cavalleria, le dame ed i codici d’onore, sono l’immagine corretta del medioevo, un esercizio di “saper vivere” che anche nella cucina trova confortanti conferme. L’appassionato ed “invitante” intervento della prof. ssa Maria Teresa Coltoti, linguista dell’Università di Bari, ha svelato almeno due aspetti della culinaria medievale: era florida e ricca di ricette, e nell’Italia meridionale coltivava la sua sublimazione. Il rinnovato vigore degli studi sulla letteratura culinaria, infatti, ci porta verso un periodo profondamente segnato dall’arte della cucina, sapientemente intrecciata con le esperienze straniere (spagnola e araba) e la fantasia della necessità (il pubblico della mostra ha anche fatto esperienza diretta dei sapori antichi, gustando un particolarissimo buffet medievale preparato da tre ristoranti locali).

Completata la rivalutazione ideologica, dell’architettura medievale è superfluo dire che l’imponenza ne è il segno distintivo.

La partenza è la medesima: simboli o dimore, la necessità di porti al centro della vita di comunità ne dilata le grandezze.

Due esempi sono portati all’attenzione del pubblico: il castello Stella – Caracciolo, che ospita la mostra, ed il complesso Episcopio – Palazzo Baronale di Castellaneta.

Del primo, il “competente” intervento del sindaco di Palagianello, l’arch. Francesco Petrera, traccia immediatamente la peculiarità: il castello, riferimento di un abbozzo di urbanistica ante litteram, con la città che si sviluppa sotto le mura del medesimo, seguendone le ideali direttrici.

Don Domenico Giacovelli, archivista e cancelliere della Curia castellanetana, ha descritto invece la singolarità dell’incontro che segna gli edifici castellanetani: tra il potere civile ed il potere ecclesiale.

Nato castello normanno, il palazzo baronale attraversò numerose vicissitudini prima di essere acquisito al patrimonio diocesano e divenire seminario; ed anche allora, la storia di questo splendido manufatto restò incerta.

L’episcopio deve la sua forma attuale al corposo restauro che mons. Vassetta fece durante il suo episcopato, riprendendolo dallo stato indegno (come lui stesso fece incidere sullo stipite dell’ingresso) in cui versava.

Strutture queste, che aspettano un restauro doveroso che le reinserisca nel tessuto culturale e tradizionale del territorio, perché, parafrasando le parole del prof. Loreto, che con il prof. Terzulli ha offerto la collaborazione dei due istituti superiori dei quali sono dirigenti, “bene architettonico e territorio siano endiadi e non binomio”.

15 aprile 2015

Vite precedenti... A Taranto nell'Italia del 1700

Un momento della puntata, nella città vecchia di Taranto

Tempo fa mi capitò, quasi per caso, di prestare la mia opera di storico per una casa di produzione svedese, che produceva il programma "Tidigare liv", poi trasmesso anche in Italia da Sky con il titolo di "Vite precedenti". Fu una avventura straordinaria, ma non chiedetemi se creda davvero nella reincarnazione...

Ecco il link di you Tube, per chi desiderasse rivedere la puntata:

https://www.youtube.com/watch?v=Tf-HHkMykP0

Puntata nr. 7

La vita come Bernard nell'Italia del 1700

In "Vita precedente" questa settimana e’ Anna Lena Mellblom, 33 anni reponsabile di progetto di un’azienda svedese, che ricerca il suo passato. Con l’aiuto del terapeuda Jörgen Sundvall, Anna Lena viene riportata indietro nel tempo durante una sessione di regressione. Durante la regressione Anna Lena rivede come lei visse nel sud dell’Italia intorno al 1700 come Bernard, figlio in una ricca famiglia del luogo.

Dopo la regressione Anna Lena disegna su carta quello che ricorda di questa esperienza. Da che parte d’Italia lei proviene e come la gente e le cose erano durante la sua vita precedente. Secondo la sua esperienza lei fu un ricco giovane intorno ai 20 anni che visse in una citta’ con la sua famiglia. La citta’ si affaccia sul mare ed e’ cinta da mura.
Insieme a Pontus Gårdinger (conduttore del programma) Anna Lena fa visita a quella citta’ in Italia che lei ha segnato sulla cartina per controllare sei i suoi racconti corrispondono a realta’.
La citta’ in questione e’ Taranto, fondata dai greci 2700 anni fa.

Un esperto del luogo, Gianluca Lovreglio, e’ incredibilmente colpito quando vede la cartina della citta’ di Taranto che Anna Lena ha disegnato.

Un monumento "fai da te"

Pubblico sul mio blog un articolo tratto dal Corriere del Giorno di martedì 31 agosto 2010, p. 25

Un monumento "fai da te"
Iniziativa di un noto benzinaio tarantino


Non è l’autostrada del sole, l’asse principale della rete stradale italiana che collega Milano a Napoli: è la nostra via Cugini, dedicata all’ufficiale del Genio del Regio Esercito, che con il collega Messina, diresse i lavori per la costruzione del vecchio ponte girevole, inaugurato nel 1887.

Non è la chiesa di San Giovanni Battista di Firenze, chiamata anche la chiesa dell’autostrada: è una stazione di rifornimento della Erg, proprio nella nostra via Gugini, gestita da qualche decennio da due cognati, Ciro Greco e Luigi Schirone, che hanno il fattore comune del temperamento schivo e riservato. In questa area di servizio, c’è una piccola colonna sulla quale è fissata una parte di una pietra tombale, risalente forse al terzo secolo prima della nascita di Cristo. Questa piccola storia cittadina inizia nella passata primavera quando iniziano dei lavori di ammodernamento di tutto l’impianto di distribuzione dei carburanti: vanno sostituiti, in particolare, i serbatoi interrati con altri di maggiore capienza. Cominciano i lavori per asportare i vecchi serbatoi e successivamente si procede a un ampliamento dello scavo e, non è certo un colpo di scena nella nostra città, appaiono delle tombe a fossa, scavate nella terra e chiuse da pietre tombali. In questa area, come da antichi documenti, sorgeva la necropoli cittadina: era la zona sacra dedicata a Persefone, figura della mitologia greca e dea dell’oltretomba. Interviene ovviamente la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, che ha sede proprio nella nostra città, per effettuare analisi e prelievi del corredo funerario: oggetti di ornamento personale, ma anche di carattere rituale, cioè connessi con il simbolismo e le pratiche funerarie.

Arriva in seguito il nulla osta della Soprintendenza che autorizza la prosecuzione dei lavori all’impianto di distribuzione dei carburanti, terminati da qualche settimana. Rimane, dimenticata in un angolo, una parte di una pietra tombale, che era destinata a essere portata via con il materiale di risulta. Nasce così l’idea di Ciro Greco: viene eretta una piccola colonna in muratura, la pietra viene trattata con una vernice trasparente di protezione dagli agenti atmosferici e viene collocata sulla colonna. Viene apposta una piccola targa sulla quale si legge: “Chi onora questa pietra sarà benedetto. Chi la ruba sarà ma ledetto”.

A chi chiede qualcosa, lui, schivo e riservato, risponde semplicemente: “Sotto i nostri piedi, ci sono secoli di storia”.

14 aprile 2015

La cucina tipica Tarantina. Ricette

Tipiche pettole tarantine (dal web)

Propongo ai miei lettori alcune ricette tipiche della mia zona.

Zuppa di telline alla tarantina

Ingredienti: 2 kg. di telline (arselle). 1 buon dl di olio. 7 bicchieri di vino bianco secco. 1 cucchiaio di cipolla tritata. 2 spicchi d'aglio. 7 cucchiaio di prezzemolo. Fettine di pane raffermo abbrustolite. Sale e pepe pestati nel mortaio.

Raschiare e risciacquare le telline in parecchia acqua. Versare l'olio in un tegame di terracotta e aggiungervi la cipolla tritata e l'aglio schiacciato; non appena l'insieme imbiondisce, togliere l'aglio e aggiungere il prezzemolo tritato; quasi insieme bagnare col vino e condire con una buona presa di pepe pestato nel mortaio. Far ridurre il vino di 4/5, poi tuffatevi le telline; farle cuocere a calore vivo scuotendo la casseruola di tanto in tanto in modo che si aprano tutte. Mettere le fettine di pane, strofinate con uno spicchio d'aglio, nelle singole fondine, ricoprirle con le telline e col loro brodino (passato al passino molto fine perché il fondo contiene generalmente un poco di sabbia).

Timballo di riso all'antica

Ingredienti: 1 kg di riso di qualità, ben nettato ma non lavato. 120 gr. di burro. 2 uova intere e 1 tuorlo. 800 gr. di pesce a scelta, spinato e sfilettato. 400 gr. di frutti di mare (cozze, vongole, datteri, tartufi, arselle, cannelli) e di code di gamberetti sgusciate. 1 kg di polpa di pomodoro passata al setaccio. 1 cucchiaio di cipolla tritata con 2 spicchi d'aglio. 4 filetti d'acciughe pestati nel mortaio. 1 cucchiaio di prezzemolo tritato. 3 tuorli d'uova. Olio. Farina. Sale, pepe e noce moscata.

Far prendere l'ebollizione in una casseruola 1 l. e 1/2 d'acqua leggermente salata; gettarvi il riso, sgocciolarlo cotto al dente; mescolarlo e farlo intiepidire; metterlo in una terrina e condirlo col burro e con le uova e il tuorlo battuti. Far fumare leggermente in una grande padella dell'olio, allinearvi i filetti di pesce conditi con sale e infarinati e farli dorare; abbassare la fiamma e completarne la cottura; sgocciolarli e tenerli da parte. Nel medesimo fondo di cottura gettare i frutti di mare e le codine di gamberetti; condirli con un pizzico di sale, mescolarli per 30 secondi e sgocciolarli. Versare, quindi, 1 dl d'olio in un tegame e farvi imbiondire il trito di cipolla e aglio; unirvi il pesto d'acciuga e mescolare; unirvi subito la purea di pomodoro e condire con sale, pepe e un pizzico di noce moscata; far prendere l'ebollizione e seguitare la cottura a calore moderato per mezz'ora; completare la salsa fuori dal fuoco col prezzemolo tritato e i tuorli d'uova battuti; imburrare bene uno stampo, fare uno strato di riso sul fondo e mettere il resto del riso "addossato" alle pareti, lasciandone la quantità necessaria per farne uno strato a mo' di coperchio; disporre in bell'ordine sul fondo i filetti di pesce, i frutti di mare e le codine di gamberetti e versare la salsa; fare il coperchio col riso. Mettere lo stampo sopra una placca e passarlo nel forno. Ritirarlo con il riso leggermente dorato e con la guarnizione ben calda. Far stufare il timballo per un paio di minuti, sformarlo e servirlo subito.

Alici gratinate

Ingredienti: 1 kg di alici. Pane grattugiato. Prezzemolo. 1 spicchio d'aglio. 3 cucchiai di pecorino. Sale. Olio. Origano.

Tagliare le teste alle alici freschissime, diliscarle e lavarle delicatamente sotto acqua corrente. Cospargere con poco olio il fondo di una teglia di porcellana bianca e spolverizzarla con pane grattugiato. Sistemarvi le alici in modo uniforme e richiuse, quindi cospargerle con il prezzemolo tritato, un pizzico di origano, tre cucchiai di pecorino grattugiato e qualche cucchiaio di pane raffermo grattugiato finemente. Condire con un pizzico di sale e un filo d'olio. Passarle in forno già a temperatura di 200° sino a quando non si sarà formata una leggera crosta dorata. Servire caldo nello stesso tegame di cottura.

Polpo alla luciana

Ingredienti: 1 kg e 1/2 di polpi di scoglio. Pepe. Prezzemolo. Aglio. Olio. Limone. Sale.
 
Pulire e lavare con cura i polpi, batterli con un batticarne di legno e arricciarli in un cesto di vimini. Farli cuocere in acqua bollente salata con acqua di mare per circa un'ora. Scolare e condire con prezzemolo, pepe, aglio tritato olio e succo di limone. Aggiungervi un pizzico di sale, quanto basta.

Cartellate (Carteddàte)

Ingredienti: 1 kg di farina setacciata. 1 dl d'olio. Vino bianco secco tiepido. Un pizzico di sale. Mosto di vino cotto concentrato al calore. Miele. Zucchero fine. Cannella in polvere, Farina supplementare. Olio.

Mettere la farina "a fontana" sul tavolo di marmo o sulla spianatoia e versare nel centro l'olio, il pizzico di sale e un poco di vino bianco secco tiepido. Amalgamare piano piano con le dita gli ingredienti sino a che risulti una pasta compatta; con le palme delle mani trarne un impasto liscio e sostenuto, avvolgerlo in un panno e tenerlo in un luogo fresco per un'ora e anche più se possibile. Infarinare leggermente il tavolo e mettervi sopra l'impasto; impastarlo di nuovo per un paio di minuti e con l'aiuto del matterello ricavarne sfoglie sottilissime. Col tagliapasta tagliarle in striscioline di circa 3-4 cm di larghezza; col pollice e con l'indice delle mani pizzicarle ogni 3-4 cm, arrotolarle poi in farinette di un diametro di 10 cm formandone delle specie di chiocciole. Far fumare abbondante olio in un padellone e allinearvi un poco distanziate le cartellate; sgocciolarle ben dorate e croccanti. Allinearle sul tavolo; ricoprirne la metà con vino cotto; spruzzarle di cannella in polvere; spalmare l'altra metà con miele leggermente liquido per poi spruzzarle con zucchero fine mescolato con un poco di cannella in polvere.

Pèttole - Scherpelle

Ingredienti: 500 gr di farina setacciata. 1 dl e 1/2 d'olio. 12 g di sale. 30 gr di lievito di birra. 3 dl d'acqua tiepida. Zucchero fine abbondante. Olio.
 
Impastare 1/4 della farina col lievito sciolto in un poco d'acqua tiepida; avvolgere l'impasto in un tovagliolo e farlo lievitare per 1/4 d'ora in un luogo tiepido. Con la farina rimasta fare una "fontana" sul tavolo e mettervi nel mezzo l'impasto lievitato, l'olio, il sale, 20 gr di zucchero fine e l'acqua tiepida. Amalgamare pian piano con le dita gli ingredienti sino a che risulti una pasta compatta; avvolgerla in un panno e tenerla in un luogo fresco almeno un'ora. In tempo utile per servire, far fumare l'olio in un padellone e gettarvi l'impasto a cucchiai (pochi alla volta); far dorare le pèttole, sgocciolarle leggermente gonfiate e servirle subito spruzzate con zucchero fine.