29 marzo 2015

Medioevo: ma non erano secoli bui!


Lo storico Franco Cardini, autore dell'articolo

Pubblico sul mio blog un illuminante (davvero!) articolo tratto da “Avvenire” del 07/10/2004.

Ma non erano secoli bui

Un’epoca che vide l’avvio delle scienze e tecniche moderne, lo splendore delle cattedrali, la nascita delle università e il sistema economico ancor oggi vigente


di Franco Cardini


Comincio ad essere stanco. E, con me e come me, credo lo siano la maggior parte di quegli studiosi di storia che - a differenza di molti loro saggi e avveduti colleghi - non si siano limitati a condurre le loro ricerche scientifiche nella chiusa, serena cerchia degli specialisti, ma si siano impegnati anche nel farne conoscere i risultati a un più ampio pubblico, persuasi che la cosiddetta “seria divulgazione” sia un po’ un dovere sociale degli studiosi e serva a far crescere attraverso una migliore cultura storica la società civile.
Dopo decenni di militanza nel campo della cosiddetta “alta divulgazione storica”, dopo decine di libri e centinaia di saggi e di articoli sull’argomento - libri, saggi e articoli che mi hanno indotto a sottrarre tempo a quella ricerca scientifica ch’era e resta la mia professione primaria -, debbo confessare il mio fallimento e quello di tutti i colleghi illusi al pari di me. Vi faccio alcuni esempi: i Templari, il Santo Graal, le crociate, l’inquisizione. Casi “classici”, attorno ai quali da ormai due secoli e mezzo circa almeno ruota un nugolo di menzogne, di malintesi, di falsi documenti presi per veri, d’infamie e di sciocchezze.
Da decenni (dico decenni) io e tanti altri studiosi - anche molto importanti, come Jacques Le Goff - ci sforziamo di far penetrare nel circolo dei dati comunemente acquisiti da parte della società civili alcune verità obiettive ormai definitivamente assodate: che dietro alla questione dello scioglimento dell’Ordine religioso del Tempio non v’era alcun “mortale segreto” e che quella della occulta sopravvivenza dell’Ordine nei secoli è una balla elaborata fra Sei e Settecento di cui si conosce ogni falso documento, ogni particolare; che il Graal non è una vera o falsa reliquia e nemmeno un Oggetto Misterioso, ma una leggenda maturata fra XII e XIII secolo attraverso una serie di romanzi cavallereschi; che le crociate non sono mai state delle guerre di religione; che l’inquisizione era un tribunale istruttorio concepito per combattere il dilagare dell’eresia e non un’organizzazione segreta a delinquere gestita da alcuni sadici torturatori. Su tutto ciò esiste una montagna di documentazione probatoria e irrefutabile; e, peraltro, mai confutata.
Ma non serve a nulla. E sapete perché? Semplicemente perché nella nostra società esistono anche alcuni editori, alcuni plagiari semicolti e intellettualmente disonesti che si fanno passare come “autori”, alcune riviste a grande tiratura, alcuni sodalizi che rifilano patacche onorifiche d’immaginari Ordini cavallereschi o che vendono certezze esoteriche o ufologiche a più o meno caro prezzo, alcuni (molti) giornalisti specie televisivi titolari di rubriche che si presentano come specializzate nel “far luce” sui “misteri della storia” e i cui fine immediato è aumentare l’audience, cosa che con programmi seri sarebbe più ardua; e tutti questi signori sono interessati a ingannare il pubblico e a spremergli danaro; ed esiste una buona fetta dell’opinione pubblica abbastanza ignorante da abboccare a quegli uncini e da cadere in quelle trappole e troppo poco colta per accedere a letture migliori, troppo pigra per rimettersi in discussione e ampliare, migliorandolo, il raggio delle sue conoscenze.
Ecco perché riemerge periodicamente la Leggenda Nera del medioevo come “secoli bui”, una balla inventata durante il Settecento illuministico e trascinatasi durante Romanticismo ed Evoluzionismo. Riemerge perché la maggior parte della gente, che magari ha la licenza delle medie superiori, non riesce ancora nemmeno a capire che il cosiddetto “medioevo” è un’astrazione e una convenzione e che nel lungo millennio fra V e XV secolo accadde di tutto e il contrario di tutto: che allora e non solo allora ci furono le invasioni barbariche e i roghi inquisitoriali, ma anche l’avvio delle scienze e delle tecniche moderne, lo splendore delle cattedrali gotiche e della razionalità scolastica, la fondazione delle Università e del sistema economico-finanziario ancora vigente. Ma andate a spiegar tutto questo agli spacciatori di patacche che hanno dalla loro le case editrici, la produzione cinematografica, la televisione: e che, se solo volessero, potrebbero divulgar davvero autentica cultura, e magari anche guadagnarci su. Andate a dirlo a chi ha fatto i miliardi scrivendo, stampando, girando, distribuendo patacche come Il codice da Vinci o The Body; andate a raccontarlo a chi sfrutta la semicultura e la pigrizia mentale accoppiata al puerile bisogno di mistero purché sia facile da capire; andate a lamentarvi con chi si arricchisce gestendo i supermarkets delle nuove religioni e i disneylands dove s’incontrano e interagiscono la vecchia paccottiglia occultistica dell’Ottocento e l’industria dei termovalorizzatori mentali gestiti dai sacerdoti del New Age che fonde e rielabora questa spazzatura pseudointellettuale e la rivende rivestita di lucente stagnola postmoderna. Eccoli qua, i Secoli Bui.
Altro che oscuro medioevo...

28 marzo 2015

L'impossibile emulsione. Una città al tempo delle leggi razziali

“L'impossibile emulsione. Una città al tempo delle leggi razziali” di Francesco Terzulli, edizioni Palomar, Bari.


“Questo studio indaga nella vita quotidiana di una città del sud negli anni tra la proclamazione dell'Impero fascista e l'armistizio, per dimostrare che le leggi razziali non furono un'appendice removibile del fascismo, ma la sua intima essenza. Alla luce di queste considerazioni, si constata come, eliminando le leggi razziali, viene meno, con un effetto domino a catena, tutta l'architettura del cesarismo totalitario. Cadono in sequenza: l'imperialismo, le politiche coloniali, il bellicismo, il culto della romanità civilizzatrice, le politiche demografiche e sanitarie, l'economia autarchica e corporativa, l'uso scientifico della propaganda, la militarizzazione della gioventù. Non rimane nulla da salvare del fascismo liberticida”.

A Torre Borraco riaffiora una nave naufragata 2000 anni fa

A Torre Borraco riaffiora una nave naufragata 2000 anni fa

La soprintendenza avvisa: il reperto va tutelato. Ne parliamo con Arcangelo Alessio


Pubblico sul mio blog un articolo tratto dal Corriere del Giorno di mercoledì 25 agosto 2010 p. 26


di Silvano Trevisani

E' stata certamente una recente mareggiata a sollevare la coltre di sabbia che nascondeva i resti di una nave antica a pochi metri dalla battigia di Torre Borraco, amena spiaggia di San Pietro in Bevagna, svelandone i contorni. Sono stati dei bagnanti, infatti, a rilevare i resti di questa nave e a informarne i militari della Tenenza di Manduria, che erano impegnati in servizi di controllo economico del territorio sul litorale orientale della provincia ionica. E così, con l’ausilio del nucleo sommozzatori della sezione operativa navale della Guardia di Finanza di Taranto, i militari hanno rinvenuto quella che essi stessi definiscono come un’imbarcazione di epoca romana risalente al periodo tra il II e I secolo avanti Cristo. Così prosegue la nota informativa del comando provinciale di Taranto: “L’imbarcazione, posizionata a duecento metri dalla battigia e adagiata su un fondale di circa quattro metri di profondità, ha caratteristiche strutturali tali da far ritenere il suo utilizzo per il trasporto di masserizie. Circostanza questa desumibile dalla particolare forma “bombata” dello scafo adibito a stiva e confermata dal rinvenimento nell’area adiacente all’imbarcazione di anfore in terracotta, alcune delle quali in buono stato di conservazione, notoriamente adibite al trasporto di vino e olio. Il basso fondale ha consentito di individuare ad occhio nudo i cosiddetti “fascioni” in legno della nave, solo in parte sommersa dalla sabbia. E' tuttora in corso un’attività di coordinamento con la soprintendenza ai Beni archeologici di Taranto per l’avvio delle successive fasi di classificazione e catalogazione dei reperti rinvenuti”. Fin qui la nota della Finanza che ha individuato lo scafo, ma informazioni più precise si potranno avere solo successivamente con l'intervento della soprintendenza, che dovrà decidere cosa fare, nella ormai cronaca carenza di mezzi. Intanto, come ci precisa il dirigente archeologo della soprintendenza archeologica, esperto della materia, Arcangelo Alessio, responsabile del servizio di Tecnologia subacquea per la Puglia si pone ora un problema di sorveglianza del sito che, come mostra la foto, appare in realtà molto prossimo alla riva, e non potrà non attirare l'interesse di molti curiosi. Non è il primo rinvenimento del genere, fatto nelle acque del Tarantino. Per altre navi non si è ancora potuto intervenire, anche per la delicatezza che impone l'intervento di eventuale ripescaggio e successiva conservazione dei fasciamo di legno portato in secco dopo molti secoli di permanenza in acqua salata.

Ne chiediamo conferma allo stesso dottor Alessio.
“Effettivamente la conservazione dei fasciami di legno ripescati è una materia molto delicata poiché di solito il legno sommerso viene attaccato dalla “teredo”, un mollusco che ha per caratteristica quella di succhiare la cellulosa. Il legno attaccato dalla teredo appare integro e invece è fragile e “svuotato”, e necessita quindi di interventi di consolidamento che ne evitino il repentino sfaldamento”.

Non vi era un progetto della soprintendenza proprio finalizzato al trattamento dei fasciami di legno ripescati?
“Effettivamente vi sarebbe già un laboratorio attrezzato dalla soprintendenza presso il Museo del mare di Nardò, dove però bisogna risolvere un problema di gestione del capannone nel quale il laboratorio stesso è allogato. Qui dovrebbe essere quanto prima trattata la nave che fu ripescata, come si ricorderà, nella baia di Torre Sgarrata, e che è attualmente conservata nel Castello aragonese di Taranto”.

Come si interviene in questi casi?
“In primo luogo si lava il legno in acqua distillata e poi lo si consolida per riportarlo a recuperare la sua robustezza”.

Anche il carico di quella nave fu ripescato.
“Sì. Si trattava anche in quel caso di sarcofaghi, alcuni dei quali sono pure nel Castello, mentre altri sono conservati, o dovremmo dire “depositati”, nell'Ospedale militare, in attesa di un restauro”.

Ma vi sono molte altre navi in attesa di “ripescaggio”.
“Ne sono state rinvenute altre tra Manduria e Pulsano. Voglio ricordare soprattutto quella che fu rinvenuta a San Pietro in Bevagna, a 150 metri dalla battigia, carica di 22 sarcofaghi, che certamente, con il loro peso, tengono sepolto lo scafo sotto la sabbia. Si tratta del reperto più importante a nostra disposizione e che, per questo, abbiamo valorizzato trasformandolo, con l'aiuto dell'Istituto centrale di restauro, in un parco marino. I subacquei interessati al reperto, possono accostarvisi e, aprendo un apposito sportellino, “leggere” la storia della nave e del suo naufragio. Altri due relitti sono stati poi ritrovati nella baia di Lido Silvana, nei cui fondali si trovano ancora”.

25 marzo 2015

Baudelaire: perdita d'aureola

Baudelaire: perdita d'aureola

- Oh! Come! Voi qui, caro? Voi in questo luogo malfamato? Voi, il bevitore di quintessenze! Voi, il mangiatore d'ambrosia! Davvero, ne sono sorpreso!
- Mio caro, vi è noto il mio terrore dei cavalli e delle carrozze. Poc'anzi, mentre attraversavo il boulevard in gran fretta, e saltellavo nella mota, in mezzo a questo mobile caos, dove la morte arriva al galoppo da tutte le parti ad un tempo, la mia aureola, ad un movimento brusco che ho fatto, m'è scivolata giù dalla testa nel fango del selciato. Non ho avuto il coraggio di raccoglierla. Ho giudicato meno sgradevole il perdere la mia insegna che non farmi fracassare le ossa. E poi, ho pensato, non tutto il male vien per nuocere. Ora posso andare a zonzo in incognito, commettere delle bassezze e abbandonarmi alla crapula come i semplici mortali. Ed eccomi qui, assolutamente simile a voi, come vedete!
- Dovreste almeno fare affliggere che avete smarrita codesta aureola, o farla reclamare dal commissario.
- No davvero! Qui sto bene. Voi solo mi avete ravvisato.
D'altronde, la grandezza m'annoia. E poi penso con gioia che qualche poetastro la raccatterà e se la metterà in testa impudentemente.
Render felice qualcuno, che piacere! E soprattutto render felice uno che mi farà ridere! Pensate a X, o a Z!...Eh? che cosa buffa, sarà!...

A Grottaglie restaurato l'organo della chiesa madre, uno dei più antichi d'Italia

Pubblico sul mio blog un articolo tratto dal Corriere del Giorno di giovedì 26 agosto 2010, p. 25


A Grottaglie restaurato l'organo della chiesa madre, uno dei più antichi d'Italia


Grottaglie si gode il "ritrovato" organo, uno dei più antichi d'Italia


Nell’importante cornice dei prossimi festeggiamenti del santo Patrono S. Francesco De Geronimo, Grottaglie vive un evento carico di particolare significato culturale, storico e artistico. Nella serata di venerdì 3 settembre 2010, nella storica Chiesa Madre dedicata all’Annunziata, in piazza Regina Margherita, ci sarà l’attesa inaugurazione dell’antico organo a canne con la benedizione dello strumento da parte dell’arcivescovo di Taranto monsignor Benigno Luigi Papa e con il concerto del maestro Francesco Di Lernia.

Si tratta di un appuntamento attesissimo non solo dai cittadini di Grottaglie, orgogliosi di ritrovare un autentico cimelio e un importante segno della propria storia, ma da molti appassionati dell’antica musica organistica e dell’arte rinascimentale. L’organo a canne, risalente alla prima metà del Cinquecento e risistemato nel 1587 dall’organaro leccese Orfeo de Torres, costituisce, insieme con l’elegantissima cantoria, restaurati rispettivamente dalla Ditta Fratelli Ruffatti di Padova e da Maria Gaetana Di Capua di Martina Franca, un’eccezionale e finissima testimonianza di arte rinascimentale. Viene dato giustamente grande risalto a quello che, senza dubbio, si può definire un vero e proprio evento culturale-artistico, se si pensa che dal restauro è emerso essere questo l’organo funzionante più antico di Puglia e uno dei più antichi d’Italia; inoltre, il re degli strumenti restaurato a Grottaglie, a distanza di quasi mezzo millennio, conserva pressoché intatte le originali caratteristiche tecniche, foniche e artistiche. La descrizione e il restauro dell’organo sono illustrati da un riconosciuto esperto di arte organaria, il maestro Francesco Ruffatti, secondo il quale “la cassa di risonanza dello strumento presenta una facciata ripartita in cinque campate le cui canne, in stagno, corrispondono all’intero registro del Principale. La seconda e la quarta campata sono ora sormontate da tele rappresentanti lo stemma araldico dei Colonna; è stato possibile appurare che in origine esistevano, al loro posto, altre due serie di canne, in funzione decorativa (i cosiddetti “organetti morti”, tipici dell’estetica organaria Rinascimentale). La tastiera è di 45 tasti (Do1-Do5) con prima ottava “scavezza”, ovvero priva dei primi quattro tasti cromatici. I tasti diatonici sono ricoperti in legno di bosso con frontalini scolpiti, mentre i cromatici sono in noce colorito di nero. La pedaliera è del tipo “a leggio” e comprende 8 tasti. I registri, comandati da pomelli in bronzo, sono 8 e cioè: Principale - Ottava - Flauto in XV - Decima Quinta - Decima Nona - Vigesima Seconda - Vigesima Sesta - Vigesima Nona; in più sono presenti il Tiratutti più due effetti speciali, ossia il Tremolo e l’Uccelliera. Il somiere maestro è a tiro, in legno di noce, con coperte fissate mediante chiodi forgiati a mano.

Le “stecche” dei registri sono a cuneo, caratteristica tipica ed esclusiva dell’organaria meridionale. La manticeria, sostituita durante un intervento inopportuno nel 1934, è stata riportata alla configurazione d’origine attraverso la ricostruzione di due mantici “a libro” con azionamento manuale mediante stanghe. E’ stato installato un elettroventilatore per permettere l’azionamento dei mantici senza l’intervento del “tiramantici”. Le canne, tutte molto antiche, presentano anche tracce di restauro databili ai secoli scorsi. Da segnalare la presenza del Flauto in Decimaquinta di forma conica. Si tratta, secondo quanto è dato sapere, del più antico flauto di questa foggia che si conosca in tutta Italia. Lo strumento dispone in tutto di ben 360 canne, esclusi gli effetti speciali. Il “corista” è stato fissato in base ai risultati di una lunga ricerca estesa a tutte le canne dello strumento. E’ risultato molto “basso” o “calante”, come consueto per l’organaria del Sud della penisola. L’accordatura è del tipo “mesotonico”, come d’uso nel Rinascimento. I lavori di restauro hanno seguito criteri strettamente filologici. Tutti gli sforzi sono stati rivolti alla massima conservazione, ripristino e valorizzazione del materiale originale. Allo scopo sono state utilizzate tecniche e materiali d’avanguardia. Il restauro dello strumento è stato eseguito dalla Famiglia Artigiana Fratelli Ruffatti di Padova, azienda leader nel settore del restauro e conservazione del patrimonio organario storico”. Il restauro delle parti lignee (cassa d’organo e cantoria), condotto da Maria Gaetana Di Capua, oltre a riportare alla luce una straordinaria testimonianza di arte rinascimentale, finemente intagliata e decorata con spigliata e piacevole policromia, “ha messo in evidenza elementi costitutivi di epoca antecedente che testimonia come in passato fosse molto frequente il riuso dei materiali. La cassa misura cm. 340 di larghezza per cm. 420 di altezza con una profondità di 90 cm. e si presenta con fronte a cinque campate entro le quali le canne, per un totale di 45, sono disposte a cuspide. Gli elementi lignei costitutivi della cassa sono risultati essere in legno di mogano e in minima parte in legno di noce scolpito. Nella parte superiore della seconda e terza campata è emerso lo stemma della famiglia Colonna (sec. XVI) su due pannelli in tela di lino che, con molta probabilità, furono collocati su un impianto più antico forse risalente alla fine del Quattrocento. Sono state, inoltre, rinvenute decorazioni sulle pareti laterali della cassa d’organo raffiguranti vasi, delfini e motivi vegetali con toni sul terra di siena su fondo scuro. L’elegante balaustra, finemente intagliata e decorata in cromie azzurre, rosse e ocra, realizzata in legno di noce, misura cm. 870 di larghezza per cm. 180 di altezza. A testimonianza del riuso dei materiali, all’interno della cassa a livello della trabeazione è stata ritrovata una decorazione modulare a tempera su base di colore rosso raffigurante vasi, delfini e fogliame”. Più che legittima, perciò, la soddisfazione del parroco D. Eligio Grimaldi, il quale rileva come “fino a pochi mesi fa, l’antico organo della Chiesa Madre nascondeva le sue qualità eccezionali e la sua notevole antichità che solo ora, dopo un meticoloso restauro, sono riemerse con la piacevole sorpresa di rivelarsi uno strumento di straordinaria importanza nel panorama dell’arte organaria. E infatti, l’analisi tecnico-fonica dello strumento, come pure l’osservazione della cassa lignea e della cantoria fatte rispettivamente da Francesco Ruffatti e da Maria Gaetana Di Capua, hanno trovato oggettivo riscontro nella ricerca storico-documentale effettuata dallo storico Rosario Quaranta nel locale Archivio Capitolare (Polizze del 1501 e del 1587, Visita pastorale di Mons. Lelio Brancaccio del 1577 e Conclusioni Capitolari) e che consentono di ritenere che l’organo, certamente anteriore al 1568, appartiene alla prima metà del Cinquecento e ha accolto elementi di un organo precedente, risalente presumibilmente alla fine del secolo XV.

L’organo della Chiesa Madre torna finalmente a risplendere e a risuonare dopo un lungo restauro che, effettuato sotto la direzione della Soprintendenza ai Beni Storici-Artistici-Etnoantropologici della Puglia, è stato voluto e sostenuto dalla Cei, dall’Ufficio Beni culturali della Curia di Taranto e dalla stessa parrocchia”.
[…] Appuntamento da non perdere, quindi, venerdì 3 settembre [2010], nella chiesa madre di Grottaglie, alle ore 19, con la Concelebrazione Eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Taranto monsignor Benigno Luigi Papa, cui seguirà l’inaugurazione dell’organo con i saluti delle Autorità (don Eligio Grimaldi Parroco Chiesa Madre di Grottaglie, Raffaele Bagnardi sindaco di Grottaglie, don Francesco Simone direttore Ufficio diocesano Beni Culturali Ecclesiastici, Fabrizio Vona, soprintendente regionale Beni Storici- Artistici - Etnoantropologici della Puglia, Angela Convenuto, soprintendenza Beni Storici - Artistici - Etnoantropologici di Taranto) e con l’illustrazione dell’intervento di restauro e delle vicende dell’organo da parte di Francesco Ruffatti, Maria Gaetana Di Capua e Rosario Quaranta. Dopo la benedizione dello strumento da parte dell’arcivescovo, il maestro Francesco Di Lernia terrà il concerto inaugurale con l’esecuzione di rari pezzi d’organo che esalteranno le qualità dello storico strumento (in programma: Anonimo del sec. XVII-XVIII: Tenor di Napoli; Bernardo Pasquini (1637 - 1710) Tre arie - Variazioni per il Paggio Todesco, “Flores del Música” di A. Martín y Coll (sec. XVII) Chacona; Baldassarre Galuppi (1706-1785) Allegro – Largo; Gaetano Valerj (1760-1822) Sonata XI - Sonata X; Alessandro Scarlatti (1660-1725) Toccata - Canzona in sol - Fuga del Primo Tono Johann Pachelbel (1653-1706) Partite su «Was Gott tut, das ist wohlgetan»).
[…] Non è difficile ipotizzare e augurare che, grazie a un’accorta valorizzazione e utilizzazione nell’ambito della programmazione dell’antica musica per organo a livello locale e nazionale, l’antichissimo organo di Grottaglie farà parlare molto di sé e farà sentire in futuro per molti anni ancora la sua voce melodiosa.

24 marzo 2015

D. e l'ottimismo

D. e l'ottimismo

di Gianluca Lovreglio



Taranto, 15 febbraio 2011. Ho sempre invidiato al mio amico D. il suo inguaribile ottimismo. Niente riesce a scalfire la forza delle sue convinzioni, e la sua fiducia nel futuro, qualunque cosa accada. Uno degli aspetti più interessanti di questo suo carattere lo riversa in politica, dove entrambi eravamo impegnati qualche tempo fa, prima che io me ne allontanassi per inseguire altri interessi per me più soddisfacenti sul piano personale.

Il mio amico D., sin da quando si faceva politica insieme, riesce a trovare il lato positivo anche nelle peggiori sconfitte elettorali. Segue un metodo semplice: ridurre la scala di osservazione sino a trovarne una con risultato più che positivo. In pratica, D. non si limita a dire che il bicchiere è mezzo pieno, ma che se il bicchiere fosse più piccolo non solo sarebbe tutto pieno, ma il liquido si verserebbe addirittura.

Un esempio di questa tecnica può essere questa ricostruzione, si direbbe di fantasia ma, vi assicuro, molto molto vicina a un dialogo reale che poteva vederci protagonisti qualche anno fa.


G. - "Hai visto, D., a queste elezioni politiche abbiamo perso con una differenza di 10 punti percentuali!"

D. - "Hai ragione, però nel Mezzogiorno la differenza è più bassa, siamo a 8 punti"

G. - "Vero, D., ma sempre una sconfitta, è!"

D. - "Non proprio: in Puglia, per esempio, il nostro candidato ha perso per soli 3 punti, quindi possiamo dire che qui da noi è andata meglio che nel resto del Mezzogiorno"

G. - "Si, il ragionamento fila, però anche qui in Puglia la nostra coalizione è stata sconfitta, seguendo il risultato nazionale"

D. - "Daccordo, ma se guardiamo a Taranto, la differenza di voti tra le coalizioni è veramente minima: appena mille voti in meno, l'uno per cento, con una campagna elettorale più capillare avremmo potuto vincere, qui a Taranto"

G. - "Lo so, D., forse abbiamo sbagliato qualcosa, ma ciò non toglie che pure nella nostra città abbiamo perso le elezioni"

D. - "Certo, la città è persa, non lo nego, però non tieni conto della straordinaria vittoria che abbiamo ottenuto qui nel Borgo, il nostro quartiere, dove abbiamo preso 200 voti in più degli avversari. Non si vinceva nel nostro quartiere da 10 anni!"

G. - "Va bene, D., questo è un dato che mi rincuora, però, alla fine, il consiglio di quartiere non decide gran che, soprattutto quando al Comune c'è una amministrazione di segno diverso, e poi 200 voti in più non sono tantissimi"

D. - "Già, in tutto il quartiere effettivamente la differenza è minima, ma se prendiamo i dati elettorali dei seggi dove i nostri amici candidati erano più conosciuti, la vittoria è stata schiacciante! Insomma, io non mi dichiaro affatto insoddisfatto di queste elezioni!"


Il dialogo può andare avanti all'infinito. Se proprio la sconfitta elettorale è innegabile su tutti i fronti, a D. non sparisce mai e poi mai il sorriso e la soddisfazione. E' l'unico che conosca capace di dichiararsi soddisfattissimo della sconfitta elettorale più cocente, solo perchè è riuscito a far votare per sé o per il suo partito un suo lontano zio notoriamente dell'altra parte politica!

Quando qualcuno mi chiede cosa sia l'ottimismo, io non rispondo con una definizione, ma con un nome: il mio amico D.

23 marzo 2015

La scuola come merce. Gli ammortizzatori sociali e il Trattato di Lisbona


La scuola come merce. Gli ammortizzatori sociali e il Trattato di Lisbona



Qualche riflessione a margine sul dibattito sugli ammortizzatori sociali, ovvero i contributi di disoccupazione, proposti dal PD il 05 aprile 2009. Rileggere oggi questo mio scritto del 2009 ha un che di amara profezia...


Taranto. 5 aprile 2009. A mio parere gli ammortizzatori sociali sono una richiesta appena accettabile da parte di un sindacato. Nel quadro della difesa del lavoratore, infatti, si inserisce come una proposta che viene incontro alla fascia di lavoratori più debole, quella del precariato.

Ma tutto cambia, se a portare avanti la proposta degli ammortizzatori sociali è un partito politico, e non un sindacato. Da un partito, anzi, dal più importante partito dell'opposizione, ci si aspetterebbe delle PROPOSTE concrete, e soprattutto ci aspetteremmo una diversa FILOSOFIA ed impostazione CULTURALE rispetto alla scuola come bene pubblico.

Accettare gli ammortizzatori sociali, anzi, sbandierarli ai precari come "azione concreta" nei confronti di questi ultimi, significa di fatto la MORTE della diversità culturale della sinistra rispetto alla destra.

Significa infatti che anche a sinistra, anche nel PD è prevalsa ormai l'impostazione della SCUOLA COME MERCE, che risponde, in quanto tale, alle logiche di mercato. Su questo terreno si avverte come non mai l'omologazione culturale che attraversa il nostro intero arco parlamentare, da destra a sinistra, quello stesso "pensiero unico" che sottende ad iniziative quali la "commissione Bertagna" e la legge delega sulla scuola della Moratti, il "quaderno bianco" di Fioroni, fino alle ultime proposte di legge della Aprea e di Pittoni-Cota. Una impostazione culturale sostenuta da organizzazioni rigorosamente bypartisan, quali la Fondazione Treellle e la Fondazione Agnelli, nonchè da alcune organizzazioni di "pasdaran" della scuola, come l'ANP.

Di cosa si tratta? Di una mutazione genetica del modo di intendere l'istruzione, non solo qui in Italia, ma anche in Europa. Trattare i tagli alla scuola allo stesso modo dei tagli alla Fiat o alla Zanussi, significa, come sottofondo culturale, che anche la sinistra, ESATTAMENTE COME LA DESTRA, considera la scuola non più un bene fondamentale costituzionalmente garantito, ma come una "offerta" come le altre, che di per sé deve sottostare alle stesse logiche del mercato globale. Di fondo c'è la STESSA considerazione dello studente come "utente" (ricordate la Moratti?), o, peggio, del genitore come "cliente" dell'istituzione scuola.

IO NON CI STO !!! NOI NON CI DOBBIAMO STARE !!!

La cultura non è merce, la cultura non può sottostare alle stesse regole di mercato di una qualunque merce!

Questa impostazione filosofica discende in realtà dal Trattato di Lisbona, firmato dal governo Prodi e ratificato dal governo Berlusconi ALL'UNANIMITA' dei voti. Sostanzialmente legata a fattori politico-economici, tale trattato fu la "pezza a colori" inserita da Prodi dopo lo smacco della bocciatura (a ragione) della Costituzione europea da parte della Francia e di altri paesi aderenti all'Unione. Notizie sul trattato di Lisbona le trovate qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_di_Lisbona#Contenuti

Allo stesso link è possibile, cliccando sui collegamenti esterni, arrivare al testo integrale in italiano del Trattato.

Al prossimo link, invece, trovate un articolo molto dettagliato sulle politiche europee sulla scuola e il trattato di Lisbona:

http://www.leggepopolare.it/doc_prep/lsb_2000_folder/lsb_2000_folder/Lisb_2000

Nel 2004 Renzetti aveva già le idee chiare. Riporto solo le conclusioni, riferite ad un partito, i DS, che adesso non esiste più:

"Lisbona 2000 è l’inizio dell’assalto privatistico alla scuola pubblica"

13 marzo 2015

Indice di criminalità, nel 2009 il più basso era a Taranto

Pubblico sul mio blog un articolo apparso sulle pagine del Corriere del Giorno del 3 febbraio 2010:


Resi noti dal procuratore i dati relativi all'anno appena trascorso [2009]


Indice di criminalità, il più basso a Taranto [nel 2009]


Rispetto all'anno precedente c'è stato un incremento delle notizie di reato, alcuni delitti sono risultati in diminuzione, altri in leggero aumento. Ma, una volta tirate le somme e confrontati i dati del 2008, si può dire che a Taranto l'indice di criminalità è il più basso della Puglia. Già, proprio così. Nonostante fra la gente cresca sempre di più l'esigenza di poter contare su una maggiore sicurezza, la “città dei due mari” è da prendere come esempio positivo. E' quanto emerso ieri mattina nel corso della conferenza stampa tenuta a Palazzo di Giustizia dal procuratore capo dott. Franco Sebastio subito dopo l'ennesima, brillante operazione che, condotta dalle Forze dell'Ordine, è sfociata nel sequestro di unità immobiliari che sarebbero state acquisite con proventi di attività delittuose. Sottolineando il continuo impegno della Procura su ogni fronte, nel prendere in esame i risultati conseguiti nell'arco del 2009, il dott. Sebastio ha fatto riferimento a cifre; effettuato confronti con il periodo immediatamente precedente; illustrato dati relativi ai procedimenti avviati e definiti; fornito la spiegazione di alcuni fenomeni criminali; si è soffermato sulla serie di episodi delittuosi che pur destando preoccupazione non deve suscitare eccessivi allarmismi; ed ha invitato ad aver fiducia nell'opera delle Forze dell'Ordine e della magistratura, che si accinge ad affrontare un nuovo anno di lavoro con un organico insufficiente dal punto di vista numerico. Un aspetto che il dott. Sebastio ha reso chiarissimo quando ha evidenziato come, ad oggi, la Procura debba fare a meno di ben 4 unità rispetto al 2008, quando già i pubblici ministeri non bastavano. Una situazione tutt'altro che incoraggiante se si pensa alle montagne di fascicoli che negli uffici giudiziari sono istruiti settimanalmente. Il contesto per poter andare avanti non è dei più semplici, ma questo non ha di certo rappresentato (né lo rappresenterà in futuro) un ostacolo per gli inquirenti tarantini. Che, come ha più volte ribadito il dott. Sebastio, svolgono il proprio lavoro con grande impegno, grande professionalità e senza trascurare nulla. Proprio perché “Taranto - ha dichiarato il procuratore - ha diritto ad avere iniziative giudiziarie oculate. E' nostro dovere agire con la massima discrezione anche perché quello degli organi inquirenti è un lavoro complesso e delicato. E per ciò che riguarda i rilievi che sono stati mossi sabato scorso dal presidente della Corte d'Appello di Lecce dott. Mario Buffa, devo dire che sono stato rasserenato dai suoi successivi chiarimenti. Del resto, i risultati conseguiti sono la migliore testimonianza del nostro lavoro.” (E.R.)

12 marzo 2015

Docenti fannulloni? Miti da sfatare. Quanto lavora un insegnante italiano a confronto con uno tedesco

Pubblico sul mio blog una interessante considerazione della collega Mila Spicola, che quando scrisse questo articolo non era ancora dirigente del PD. Poi si cambia...

Scuola italiana: docenti fannulloni?

Miti da sfatare: quanto lavora un insegnante italiano al confronto con un collega tedesco?

di Mila Spicola

Secondo un sondaggio l’idea del “docente fannullone”, promossa da Brunetta, rilanciata da Tremonti e accolta dalla Gelmini, ma attecchita senza resistenze nell’ opinione pubblica italiana, deriva non tanto dalla qualità del lavoro offerto (il 65% dei genitori intervistati è sostanzialmente soddisfatto dei docenti dei proprii figli, il 20% addirittura entusiasta, con un indice di gradimento molto alto se conforntato con quello di altre categorie di lavoratori del pubblico impiego) quanto da altri fattori: rapporto lavoro vacanze in primis.
Vediamo di saperne di più.

STIPENDIO

Lo stipendio medio di un insegnante tedesco è superiore, e non di poco, rispetto a quello dei suoi omologhi italiani. Lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore in Italia dopo quindici anni di insegnamento è di 27.500 euro lordi annui Un insegnante tedesco, allo stesso livello di carriera, guadagna 45.000 euro all'anno. All’inizio della carriera, oggi, un insegnante delle medie, tanto per fare un esempio, io, guadagna 18.500 euro netti, tredicesima inclusa. (Scelgo il caso tedesco perché in questi giorni stanno scioperando per avere un aumento salariale, a dir loro non adeguato).

QUANTO LAVORANO?
Gli insegnanti tedeschi hanno una media di 22 ore di lezione frontale alla settimana contro le 18 degli insegnanti del nostro paese, ma bisogna tenere conto del fatto che le ore di lezione in Germania sono solo di 45 minuti Ore effettive di lavoro:
DOCENTI ITALIANI 18 ore di 60 min
DOCENTI TEDESCHI 16,3333… ore di 60 min

Non entro nel confronto tra le ore di lavoro prestato oltre le ore effettive di lezione frontale. Quelle quantificabili: riunioni, ricevimenti, programmazioni e quelle non quantificabili: aggiornamenti, studio, preparazione delle lezioni, correzioni dei compiti, visite guidate. Nella maggior parte prestate a titolo gratuito.

VACANZE
La durata delle vacanze estive della scuola tedesca è di circa sei settimane, con alcune differenze tra i vari Länder. C'è una ragione alle differenze tra i periodi di vacanza assegnati alle varie regioni: si cerca di non far chiudere le scuole lo stesso giorno in tutta la nazione per evitare che le Autobhan (le austostrade) vadano in tilt per il troppo traffico. Le altre vacanze (non considerando come da noi , giorni festivi nazionali) nel resto dell'anno sono le Herbstferien (due settimane in autunno), le Weihnachtsferien (tre settimane di vacanze di Natale), le Osterferien (una settimana di vacanza pasquale). Non sono poche quindi le vacanze all'interno del sistema scolastico tedesco, ma il tutto è bilanciato dal notevole numero di ore di lezione settimanale per i ragazzi, 40 nel Ginnasio, ad esempio.
La lezioni in quasi tutte le scuole superiori non sono di 60 minuti ma di 45 minuti. Piccola curiosità: gli intervalli (in numero di due al giorno, sono più lunghi che in Italia: durano 20 minuti, da noi è uno di 15 minuti).

Riassumendo
VACANZE TEDESCHE 6 settimane + 2 settimane + 3 settimane = 11 settimane
VACANZE ITALIANE 8 settimane (alle medie, alle superiori sono 5) + 2 (natale) + 1 (pasqua) = 11 settimane

AVETE LETTO BENE : 11 SETTIMANE IN ENTRAMBI I PAESI

Per quel che riguarda la totalità dei docenti italiani, io ne sono certa, sarebbero felici di dimezzare i propri “privilegi” pur di guadagnare UNO STIPENDIO ADEGUATO AL LAVORO DATO, ricordiamoci che siamo una categoria di lavoratore laureato e specializzato, inquadrato come "funzionario", non come "impiegato", e dunque avverto il prossimo amico che si imbarca con me in simili discussioni: se l’argomentazione non basterà attaccherò il contro argomentatore, fisicamente.

Considerazioni.
Tempo di lavoro. Gli insegnanti italiani lavorano di più e guadagnano un terzo dei colleghi tedeschi.
Come mai nella vulgata collettiva dell’italietta media la vita dell’insegnante è “piena di privilegi”e in “Europa invece sì che lavorano gli insegnanti? “
Ho fatto il confronto con il caso del collega tedesco, quello che nell’opinione pubblica comune, rappresenta il caso simbolo della scuola modello e del “docente veramente lavoratore”, che “fatica” come un tedesco, appunto,…, che lavorerebbe di più , visti i risultati.
Eppure dati alla mano: il tedesco lavora meno di quello italiano.
Se dovessimo attenerci alle considerazioni meramente quantitative a cui si attiene in genere l’ opinione pubblica media italiana (che non si forma da sola , attenzione, ma in seguito a informazioni fornite dai media: tv in primis e stampa) ne verrebbe fuori che il docente italiano è un gran cretino: lavora di più e guadagna un terzo del collega tedesco. Da questo punto di vista lo è eccome: cretino. Sempre secondo il metro comune dell’Italia di oggi.
Ma il docente italiano, per fortuna, non segue quel metro.
Forse è il “..,3333” del risultato delle ore prestate che fa pensare a un di più…? Cioè un numero con maggiori cifre magari rappresenta una quantità maggiore?
O solo la superficialità e la velocità con cui si produce e afferma la disinformazione in Italia?
I risultati scadenti degli studenti italiani: la colpa è del singolo insegnante o di un sistema che fa acqua da tutte le parti e su cui molti, troppi, hanno la responsabilità di non averci messo le mani? Secondo voi se una fabbrica produce macchine difettose la colpa è del singolo operaio o di chi dovrebbe controllare i processi di produzione o della catena di montaggio e di chi la governa? Entrambi? Forse... ma a scale di responsabilità ben diverse.
Qualità dei risultati: coincide con la qualità del lavoro offerto? Secondo voi è sul docente che deve soffermarsi la critica o sul “sistema scuola” nel complesso?

Il miglior operaio può produrre una Ferrari se ha una catena di montaggio adatta per una 126 e per giunta difettosa?

La scuola non funziona: “a chi diamo la colpa?” Tutti hanno delle responsabilità nella crisi del sistema scolastico italiano. Politici, per incapacità reali, per disinteresse, per opportunismi di bilancio; sindacati, per autodifese di tipo corporativo; lo stesso mondo della scuola.
Il singolo docente, da sempre volto all’autoconservazione del proprio metodo di lavoro, trascurato oggi, non controllato domani, offeso sempre, si arena e galleggia nella semplice auto responsabilità: non basta. E diventa un peso non più tollerabile. Ci vuole sempre una misura di controllo e di valutazione del proprio metodo altra e non può essere quello dei risultati degli allievi, perché quei risultati sono falsati dalla realtà complessiva del sistema: molteplice e carente.

Come in tutte le categorie ci sono docenti bravi e docenti meno bravi, ma quello è solo uno dei problemi. Gli effetti di questa situazione alla fine li pagano soprattutto studenti e stessi lavoratori del mondo della scuola.

Lavoratori tra l’altro, in Italia, sottopagati (e adesso sapete a che livello), umiliati e messi ai margini. Sommiamoci il logorìo del lavoro quotidiano e ne viene fuori l’eroe di cui parla Bersani, non perché insegna nelle periferie, ma perché alza la saracinesca e fa l’appello. Non solo la alza ma fa scuola. Nonostante tutto. A Trento come a Lampedusa. E’ l’unica risorsa vera (tolti i soldi, tolte le strutture, tolti i materiali, tolte le scuole che cadono a pezzi) in Italia, allo stato attuale dei fatti, a permettere lo svolgimento di uno dei cardini della nostra Costituzione.

Se infatti si vanno poi a valutare i risultati delle eccellenze (cioè, detta in parole spicciole, cosa “realizzano” i nostri ragazzi eccellenti) al confronto con i coetanei europei arrivano le sorprese: i nostri sono geni. Sono quelli che poi, messi in condizione di agire in situazioni lavorative ottimali (all’estero ovviamente) producono il meglio: scienziati, ricercatori, architetti, avvocati, medici, anche quando provengono dalle famigerate scuole del sud. Anzi: incredibilmente la percentuale è maggiore, di eccellenze all’estero provenienti da regioni del sud dell’Italia (anche perché rappresentano il grosso dell’emigrazione italiana). Grazie a chi? Sono figli dell’orgoglio di papà e mamma? Certo, ma permetteteci di aggiungere: sono figli di un lavoro estenuante di docenti e docenti e docenti: lasciatemelo dire, di fronte a una buona percentuale di docenti da premio nobel, a una di docenti medi, e a una, minima, ve lo posso assicurare, percentuale di docente “scarso” l’alunno italiano è capace di maturare un giudizio critico effettivo e fondante che (pensate che cosa) ne aumenta la flessibilità di pensiero e l’ottima capacità flessibile dei nostri laureati di adattarsi a situazioni divertissime. Ovviamente nel caso degli allievi migliori, ma è sui peggiori che dovrebbe agire il sistema.

I dati che ho fornito all’inizio sono dati che difficilmente trapassano i media. La moda e la capacità giornalistica per quel che riguarda la scuola si limita a due tre cose: bullismo, scioperi e risultati scolastici percentualmente scarsi.

Alzi la mano chi di voi lo sapeva: che le vacanze scolastiche tedesche sono esattamente uguali a quelle italiane.

Si, ma i risultati sono diversi...
Beh: per migliorare quei risultati si dovrebbe agire a tutti i livelli della catena di montaggio, non solo all’ultimo. La riforma Gelmini si è limitata a “togliere operai” dalla catena: non a formarli, non a migliorarli, non a capire di cosa hanno bisogno per effettuare un opera migliore. Ma taglairli.
Attenzione: non a togliere i peggiori.
Ma indistintamente , sono stati tolti tra quelli che stavano alla produzione dell’albero a camme e quelli della filiera del carburatore.
Ah si..qualcosa ha aggiunto nella filiera dell’alza finestrino e dell'accendino elettrico (la famosa lavagna luminosa e il grembiulino).
Ma la macchina prodotta, se prima era una 126 un pò malandata oggi è uno strano aggeggio capace di andare a 15Km all'ora.

La disinformazione sulla scuola: stampa libera di non essere libera.
Le considerazioni di sopra sono state fatte dati alla mano.
Per trovarli ho dovuto tradurre dei siti stranieri. I nostri sono pieni o di notizie superficiali sui tagli, o di opinioni ricorrenti, masticate, rimasticate e ormai rancide, o di lamenti da ogni dove. Questo on line.
Meno che mai avrei potuti rintracciarli sulla stampa o sentirli in tv.
Come mai giornali e televisioni si guardano bene dal diffonderli (a parte l'ovvia considerazione che nessuno si è dato la pena di cercarli)? I dati di cui sopra, intendo.
(E non basta dire “le tv di Berlusconi” e “colpa di questo governo”, non mi pare di aver mai sentito un telegiornale negli ultimi dieci anni illustrare questi dati. E nemmeno di leggerli su un giornale, nemmeno su un quotidiano notoriamente “filo scolastico” come Repubblica.)

Come mai? Perché è una notizia noiosa? Perché non fa lettori? Non fa audience?

Eppure io mi ritrovo circondata di amici, anche di livello culturale e sociale elevato, avvocati, medici, funzionari, financo giornalisti persone “informate” dunque, che di questi dati non hanno assolutamente idea, che prendono per incontrovertibile verità la vulgata sbagliata e falsa “del docente privilegiato e fannullone” e ne fanno banco di discussioni accesissime.

Figuriamoci l’italiano medio: apprezza il singolo insegnante, il "proprio" in genere (chè, si sa, il "mio insegnante di filosofia però era il migliore di tutti", così come la mia maestra delle elementari, sottolineando la parola "mio", almeno 30 volte), o quello della propria memoria, "mitico insegnante che lo ha fatto diventare quello che è oggi" ma si permette, in maniera quanto meno schizofrenica, di dire peste e corna degli inseganti italiani in genere, inebetito come gli altri dalla disinformazione, dalla propaganda e, peggio, dal disinteresse a sapere veramente come stanno le cose.

Ecco i bavagli reali: la gente non sa. Inebetita con 15 pagine oggi sui litigi Fini-Berlusconi, domani su Noemi Letizia, domani su non so cosa, non si rendono conto di una cosa fondamentale per un paese democratico: la carente completezza e l’assenza di giusta varietà dell’informazione di massa in Italia.
Sono perfettamente d’accordo che il bavaglio alla stampa sia una cosa gravissima, ma certificherebbe un bavaglio già esistente: quello della dilagante scarsa professionalità , nel senso reale della professione del giornalista, dei comitati di redazione. Oggi un giornale, e vale per tutte le testate dei quotidiani, non si preoccupa di garantire la varietà reale e di assicurare uno sguardo quanto più completo della realtà, in modo tale da assicurare al cittadino un autonomo giudizio critico del fatti e della realtà, si preoccupa ahimè di trovare “lo scoop” più ghiotto, di acquisire maggiori lettori con mezzi aderenti alle normali strategie di marketing da liberismo selvaggio, di fornire ogni tanto “letture preconfezionate della realtà”. E ciò vale per ogni tipo di testata: di destra, di sinistra, di centro.
Eppure poi ritrovo fior di editoriali che si scagliano contro quello stesso liberismo selvaggio di cui il proprio giornale è consapevolmente portatore.
E allora, mi vien da dire ad alta voce “Houston, abbiamo un problema”.

La Gelmini infatti si fa forza per le sue azioni dicendo che la maggioranza degli italiani è favorevole ad abolire gli sprechi (ma va la?) ma aggiunge, incolla, accompagnano questa verità con una falsità: i docenti sono fannulloni e dunque vanno tagliati, sminuzzati, triturati.

Risultato? La falsità ha effetti di legge, legge che molti approvano, se messa nei termini della prima parte della frase.
Rimane comunque una falsità.

Ma: a chi lo dico? C’è qualcuno in grado di capire che con la disinformazione si favorisce il consenso dei più a scelte scellerate che stanno compiendo in ambiti che riguardano davvero le basi del vivere civile, oltre si sta compiendo un delitto molto grave nei confronti del futuro dei ragazzi quasi quanto i famigerati tagli?

Mila Spicola