14 febbraio 2015

Salviamo la masseria Solito (31 luglio 2009)

Salviamo la masseria Solito (31 luglio 2009)
Articolo tratto dal settimanale "Extra magazine", anno III, n° 30, 31 luglio 2009 pp. 6-7
“Non demolite la Masseria Solito”

La Masseria Solito rischia la demolizione. Al suo posto un palazzo di cinque piani. Il dibattito ha coinvolto studiosi e ricercatori impegnati nella difesa dello storico edificio. Per Extra il parere dello storico Gianluca Lovreglio
di Massimo Prontera

Potrebbe apparire come la solita polemica da ombrellone di questa torrida stagione estiva se non si trattasse invece di una questione particolarmente seria perché riguarda la storia e il futuro della città di Taranto. Ci riferiamo alla querelle di cui si discute in queste settimane circa la sorte della antica Masseria Solito, o meglio di ciò che resta della stessa masseria, incastonata all’interno di un isolato composto di moderni e grigi palazzoni in via Plateja. Vera “macchina del tempo” realmente calata nella nostra città, la masseria Solito è una sorta di "astronave" aliena miracolosamente atterrata in una delle strade più antiche di Taranto, riportata nelle antiche mappe cittadine e il cui tracciato è rimasto immutato anche durante l’espansione edilizia degli ultimi quarant’anni. Si tratta di una masseria dalla datazione incerta, che alcuni indizi collocano tra la fine del '600 e l'inizio del '700, mentre per alcuni potrebbe essere ancora più antica. Un esempio di architettura rurale miracolosamente scampato, finora, alle ruspe e alla "Taranto che si rinnova autodistruggendosi". I proprietari dell’isolato in questione vorrebbero procedere alla demolizione del fabbricato della masseria per dare avvio ai lavori per la realizzazione di un edificio per appartamenti di cinque piani. Il consiglio circoscrizionale Tre Carrare-Solito ha momentaneamente bloccato l’iter amministrativo per la demolizione della masseria, preferendo non esprimere il proprio parere e non dar seguito alla procedura istruita dagli uffici dell’edilità del Comune. Inoltre il Consiglio ha chiesto all'assessorato comunale che sulla questione venga acquisito il parere della Soprintendenza ai Beni Culturali. Anche l'Assessore all'Urbanistica ed Edilità Cervellera ha bloccato la pratica edilizia in corso, e ha promesso battaglia per la salvaguardia della Masseria Solito. Dall’Amministrazione Comunale arriva addirittura una proposta alternativa proposta alla proprietà in cui si prevede di costruire una sola palazzina con tutti i volumi previsti dallo "ius edificandi", ma di recuperare, a scomputo degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune, la Masseria Solito e di donarla al Comune. In tempi di dissesto, di gran lunga la proposta più avanzata che l'ente comunale potesse fare. Ma perché si è mossa tutta questa attenzione nei confronti di questo apparentemente anonimo fabbricato rurale, totalmente decontestualizzato e ridotto ormai ad un rudere? L’abbiamo chiesto a Gianluca Lovreglio, giovane ricercatore di storia medievale e moderna e socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia, curatore del blog “Sulle sponde del Galeso”, tra i più attivi difensori delle sorti della Masseria Solito.

Prof. Lovreglio, ma qual è l'importanza storica della masseria? “Molto probabilmente quello stesso manufatto è stato per anni la residenza di Luigi Viola, l’archeologo fondatore del Museo Archeologico. Lo scopriamo perché alla Masseria Solito Cesare Giulio Viola, lo scrittore figlio di Luigi, dedica un brano di "Pater", l’opera dedicata proprio al padre. «La dote di mia madre - si legge in "Pater" - fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito. La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica. (…) La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica. Al piano terra una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite alle pareti e nei soffitti a stucco (…)».

Un brano che ci rende una eccezionale testimonianza della storia di questo edificio che rischia adesso di venire demolito. Sulla vicenda si è aperto un serrato dibattito per difendere la masseria dalla demolizione. Cosa si porta a difesa dello storico edificio? “Sulla vicenda un quotidiano locale ha dedicato una meritoria campagna stampa, seguito poi dagli altri giornali jonici, attraverso interviste sia agli storici e ai "tecnici", sia alla proprietà. Apprendiamo quindi che per la famiglia proprietaria l'immobile non sarebbe databile al '600, ma alla metà dell'800, e che non sarebbe neppure la stessa masseria descritta dal Viola, ma una masseria vicioniore. Non sono dello stesso parere gli storici, tra cui il sottoscritto, pur ammettendo che sulla questione occorrerebbe uno studio serio, condotto sulle mappe catastali ottocentesche e su altre fonti storiche ed iconografiche. A mio parere ci sono degli indizi che inducono a ritenere che la Masseria Solito fosse davvero la residenza di campagna di Luigi Viola. In effetti quella non era l’unica masseria della zona. Nel 1700 c’era anche la Masseria del Carmine, vicina alla chiesa Santa Maria di Murivetere, che oggi non esiste più. Erano tutti possedimenti dei Padri Carmelitani. Se ne trova traccia in una mappa del ‘700 di Ottone de Berger. Poi però gli indizi: nel 1876 direttore della rivista “Il Nettuno” era tale Angelo Solito de Solis e questa circostanza conferma la ricostruzione di Cesare Giulio Viola, che parla proprio della famiglia Solito quale proprietaria, in quegli stessi anni, della masseria acquistata dal padre. Un quindicennio dopo, nel 1902, inoltre, il giornale satirico “Il solletico” prende di mira proprio Luigi Viola. Questo è il brano, riportato nel volume “La città al Borgo”: “L’archeologo a riposo scappi dal Palazzo degli Uffici con confino perpetuo a Solito, con l’obbligo di studiare le scienze vinicole”. Si fa quindi riferimento a Solito e si deve ritenere che in quella zona vi fossero terreni coltivati a vigna. Alle masserie erano infatti legate attività produttive agricole. Intorno ad esse, quindi, c’erano estensioni di terreni. Difficile pertanto che tra la Masseria Carmine e la Masseria Solito ve ne fosse una terza, così come mi sembra improbabile che vi sia un’altra famiglia Viola che in qualche modo si possa confondere con quella di Luigi e Cesare Giulio.”

Anche altri ricercatori sono concordi con la sua tesi? “Anche l'assessore Lucio Pierri, sulla base della lettura di una carta del 1881 e di una più corretta interpretazione di un altro passo del romanzo "Pater", sostiene che non possa essere messa in dubbio l'equivalenza dell'immobile odierno con la masseria Solito. Dello stesso parere gli studiosi Antonio Vincenzo Greco, che alle masserie del territorio ha dedicato il volume "Masserie del Tarantino", inserendo in copertina proprio la masseria Solito, e il prof. Cosimo D'Angela, docente universitario e presidente della Società di Storia Patria per la Puglia".

Nella querelle si è inserita, a sorpresa, anche Caterina Viola, discendente di Cesare Giulio, che nella masseria Solito è nata ed ha vissuto nell'infanzia. Caterina Viola ha anche fornito una fotografia della sua casa natale, dalla quale purtroppo non è possibile fugare completamente i dubbi.

Oltre al Viola però c’è un grande problema che riguarda la conservazione delle ultime tracce della Taranto che fu, in un territorio ormai stravolto urbanisticamente. "Sì. Una considerazione accomuna tutti gli studiosi intervenuti nel dibattito: a prescindere dal fatto che la masseria di via Plateja sia o no la stessa della quale parla Cesare Giulio Viola nel suo romanzo, essa va salvata, ad ogni costo. Fermo il diritto della proprietà di disporne come meglio crede, i vari D'Angela, Pierri, Greco, il vicesindaco, il presidente della Circoscrizione, e buon ultimo il sottoscritto, ritengono che salvare un pezzetto di storia del territorio così miracolosamente arrivato sino a noi, seppure in pessime condizioni, sia un dovere che la nostra Taranto deve a se stessa, un dovere che deve alla sua storia e alla sua tradizione, a quella civiltà contadina che l'arsenale prima e l'italsider poi hanno provveduto a cancellare, a resettare, diremmo oggi, sostituendo l'acciaio agli ulivi e le gru alle vigne che arredavano il nostro territorio urbano sino agli inizi degli anni '60. La nostra città deve dimostrare di meritare questo piccolo miracolo urbanistico, questa piccola moneta sporca improvvisamente trovata sulla strada. Per farlo occorrerà certamente risarcire la proprietà, ma soprattutto, una volta acquisito il bene alla disponibilità pubblica, proporre e realizzare un piano di recupero statico e funzionale. Tanti, forse troppi sono i sogni realizzabili: casa delle associazioni, centro sociale, caffè letterario... Questa città ha il bisogno e il diritto di riprendere a sognare, dopo decenni di incubi mostruosi dalle gambe d'acciaio e dal fiato di minerale”.

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