26 febbraio 2015

Sui governanti di questa nazione

Sui governanti di questa nazione

Sembra un quotidiano di oggi, ma è Platone
 

"A mio parere, quando un popolo democratico, assetato di libertà, viene ad essere retto da cattivi coppieri, si ubriaca di libertà pura oltre il dovuto e perseguita i suoi governanti (a meno che questi non siano del tutto remissivi e non concedano molta libertà) accusandoli di essere scellerati e oligarchici.

Il popolo insulta coloro che si mostrano obbedienti alle autorità, e li tratta come uomini di nessun valore, contenti di essere schiavi, mentre elogia e onora in privato e in pubblico i governanti che sono simili ai sudditi e i sudditi che sono simili ai governanti.

Per un tale popolo è inevitabile che la libertà tocchi il suo culmine e l'anarchia diventa tale che penetra anche nelle case private.

Ad esempio un padre si abitua a diventare simile al figlio e a temere i propri figli, il figlio diventa simile al padre e pur di essere libero non ha né rispetto né timore dei genitori; uno straniero si eguaglia a un cittadino e un cittadino ad un straniero.

E accadono altri piccoli inconvenienti dello stesso tipo: in una tale situazione un maestro ha paura degli allievi e li lusinga, gli allievi dal canto loro fanno poco conto sia dei maestri sia dei pedagoghi; insomma, i giovani si mettono alla pari dei più anziani e li contestano a parole e a fatti, mentre i vecchi, abbassandosi al livello dei giovani, si riempiono di facezie e smancerie, imitando i giovani per non sembrare loro spiacevoli e dispotici.

La somma di tutti questi elementi messi insieme rammollisce l'anima dei cittadini a tal punto che, se si prospetta loro un minimo di sudditanza, si indignano e non la sopportano. E finiscono per non curarsi neppure delle leggi, scritte e non scritte, affinché tra loro non ci sia assolutamente alcun padrone.

E così che nasce la tirannide."

Platone, "La Repubblica" (libro VIII, p.105)

25 febbraio 2015

La peste a Taranto, tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia

La peste a Taranto, tra ricostruzioni giornalistiche e storiografia

Qualche anno fa vi fu un interessante confronto sulla peste a Taranto. Tutto prese inizio dall'articolo di Mario Gianfrate apparso sulle colonne del Corriere del Giorno del 13 settembre 2009, p. 26. A questo articolo rispose, con competenza, il compianto dott. Alberto Carducci, sulle colonne dello stesso quotidiano il 19 settembre 2009, a p. 31. Consiglio di leggere entrambi gli scritti.
Primo articolo:

Quando Taranto conobbe l'incubo della peste bubbonica
di Mario Gianfrate

La notizia è di quelle che fanno accapponare la pelle. Dapprima bisbigliata, si diffonde con la rapidità del fulmine di casa in casa, nelle strade e nei vicoli della città vecchia, gettando una luce sinistra sulla popolazione: la peste, il terribile morbo che, solo nominare, genera terrore, è approdata a Taranto. E’ quanto basta per evocare nell’immaginario collettivo, scene raccapriccianti di morti accatastati e di improvvisati lazzaretti, di bubboni ascellari e di cinici monatti, descritte dal Manzoni nei “Promessi Sposi”. Casi accertati di peste bubbonica si sono, infatti, verificati il 7 settembre 1946 nell’Arsenale. Nei primi giorni, però, la notizia è stata tenuta sotto stretto riserbo per evitare inconsulti allarmismi; solo dieci giorni dopo l’Alto Commissariato per l’Igiene e per la Sanità pubblica emette un comunicato nel quale si conferma la presenza di focolai di peste bubbonica localizzata nell’Ufficio Spedizioni della Direzione armi dello stesso Arsenale. Il morbo ha già contagiato dieci operai che operavano all’interno dell’Ufficio; quattro di essi sono deceduti mentre gli altri sono stati isolati nel Lazzaretto. Qui spirerà un altro degli operai infettati dall’epidemia. Misure profilattiche scattano, comunque, tempestivamente con la sospensione del lavoro all’Arsenale per due giorni e del servizio tranviario; i provvedimenti predisposti dal Prefetto, d’intesa con le Autorità Militari italiane e alleate, decretano anche la chiusura di tutti i locali di pubblici ritrovi. Malgrado nei giorni successivi altri due operai – uno dei quali di Grottaglie, cittadina dove la sera fa ritorno – hanno contratto la peste, i divieti vengono revocati: all’Arsenale il 12 si riprende l’attività lavorativa e i pubblici locali possono riaprire a condizione però, come precisa un’ordinanza prefettizia, “siano sistematicamente sottoposti a trattamento con sostanze parassiticide, in conformità alle disposizioni che verranno impartite dal medico provinciale”. I cittadini sono, invece, invitati a segnalare “senza timore” al Laboratorio Provinciale di igiene e profilassi, la presenza di topi morti. Sono proprio i topi, infatti, veicolo dell’infezione che sembrava definitivamente debellata nel Paese. La popolazione però è atterrita dallo spettro di una epidemia che non lascia scampo e, come sempre accade in circostanze analoghe, più che nei consigli medici cerca rifugio e protezione nell’intervento salvifico dei santi e della religione. Il 26, l’Ufficio Sanitario della Prefettura emette un nuovo comunicato: “La distruzione delle pulci – si rileva – e degli insetti in genere è il miglior mezzo di profilassi della peste. E’ quindi opportuno usare polveri e liquidi insetticidi per le abitazioni e per gli abiti ed è necessario la pulizia della persona”. Presso la Prefettura viene, intanto, costituito un Comitato per la lotta contro la peste composto dal Medico Provinciale, da due ufficiali medici alleati, dal direttore della Sanità Militare territoriale di Bari, da un batteriologo della Direzione di Sanità Militare Marittima di Taranto e dal Direttore del locale Laboratorio provinciale igiene e profilassi. Due giorni dopo, però, un nuovo caso seppur isolato. Proseguono, comunque, gli interventi di profilassi: dal 1° ottobre le Autorità Alleate, d’intesa con quelle italiane, iniziano un trattamento con sostanze parassiticide negli scantinati, nei pianterreni e ai piani alti delle abitazioni, strade comprese, tra le palazzine e il ponte girevole: Via Cesare Battisti, Acclavio, Mazzini, Leonida, Di Palma, Piazza Immacolata, Piazza Rammellini e Via D’Aquino. Il 4 viene affisso un manifesto del Prefetto che consiglia ai cittadini alcune misure pratiche da adottare in “carenza di trappole per topi e di veleni”; si tratta di spargere, in prossimità delle proprie abitazioni, una miscela composta da “gesso in polvere parti 6, farina parti 2, zucchero parti 1”, facendo ben attenzione, quando la si prepara, di far uso “di cucchiaio senza toccarla con le mani perché i topi la fuggono sentendo odore dell’uomo”. Il miscuglio va, quindi, “disposto a mucchietti davanti ai quali è opportuno disporre un recipiente pieno di acqua perché i topi, bevendo dopo aver mangiato, muoiono per occlusione del tubo digerente”. Viene altresì suggerito di “bruciare i topi morti”. In ogni caso si dà corso a una vaccinazione di massa consistente in due iniezioni fatte a distanza di una settimana. Lo spettro della peste che, per un attimo, ha fatto tremare Taranto – e Grottaglie -, si dissolve, consentendo il ritorno della vita di tutti i giorni alla sua normalità.

Secondo articolo

La verità sulla peste a Taranto
di Alberto Carducci

Sul Corriere di domenica scorsa 13 settembre è comparsa una pillola di storia a firma di Mario Gianfrate, a proposito della peste bubbonica tarantina del “settembre 1946”. Mi preme avvertire i lettori che l’anno indicato nell’articolo è inesatto, poiché l’episodio epidemico pestoso di Taranto – l’ultimo segnalato in Europa – rimonta agli inizi del settembre dell’anno precedente e risulta già concluso entro la fine del 1945. Il focolaio epidemico ha preso corpo durante l’occupazione militare alleata della città, in concomitanza allo sbarco in Arsenale di un carico di cascami di cotone arrivati da Malta con un mercantile inglese, che durante la navigazione aveva presentato a bordo un caso di peste con decesso, non denunciato alle nostre autorità. La pillola di storia indica inoltre un numero inferiore di contagiati a Taranto (in realtà nel 1945 ce ne furono circa trenta, tra civili e militari, con una mortalità del 50%), segnala un clima di panico cittadino che in realtà non si verificò e, in particolare, non rende giustizia alla convulsa opera di contrasto a una patologia non di routine attuata da alcuni ufficiali medici della Marina Militare Italiana (Umberto Monteduro, Giuseppe Barbagallo, Alfonso Leone, ecc.) che, con i precari mezzi a disposizione, riuscirono a spegnere l’epidemia in soli quattro mesi, giovandosi (la circostanza va sottolineata) della fattiva collaborazione degli Inglesi, che misero a disposizione, oltre alle prime dosi di vaccino antipestoso, anche alcune novità terapeutiche (DDT, Penicillina), nonché l’esperienza di due ufficiali medici indiani in servizio nell’ospedale militare alleato di Statte (all’epoca in India la malattia era allo stato endemico) e dei due artefici della derattizzazione nel porto fluviale di Londra. A chi volesse approfondire l’argomento, estremamente interessante, consiglio la lettura di alcune pubblicazioni: a partire da quella del direttore del Lazzaretto Municipale di Taranto (A. Gentile, 1946) agli articoli giornalistici comparsi in occasione del 40° anniversario dell’episodio di peste tarantina su alcuni quotidiani pugliesi, con i ricordi di due protagonisti del tempo: gli ufficiali medici in pensione Giuseppe Barbagallo, (“Corriere del Giorno”, 26 settembre 1985) e Alfonso Leone, (“Gazzetta del Mezzogiorno” , 17 settembre dello stesso anno). Il secondo autore è ritornato sull’argomento nel 2000, in forma esaustiva, con una preziosa documentazione inedita e con un’ampia prefazione di Giovangualberto Carducci sulla rivista di storia patria tarantina “Cenacolo”. Nel 2001, dopo aver esperito ricerche in alcuni archivi (Leone, Storico del Comune di Taranto, ecc.) e interrogato a lungo i due ufficiali medici, ho avuto modo di riferire sulla peste tarantina (misconosciuta per il veto imposto nel 1945 dagli Alleati) al XLI Congresso Nazionale della Società Italiana di Storia della Medicina (vedi Atti, Mesagne 2002), in un momento di viva attualità per l’incombente minaccia bioterroristica. Nel maggio 2002 l’argomento è stato ulteriormente analizzato a Taranto in occasione del Convegno (con mostra documentaria) organizzato da Ada Del Conte, (presidente della locale Associazione Culturale L’Immagine) a Palazzo di Città, con l’intervento dei due ultranovantenni protagonisti dell’evento all’epoca ancora in vita: l’ammiraglio medico Giuseppe Barbagallo (nel 1945 direttore della Sala Medica dell’Arsenale) e il capitano medico Alfonso Leone (all’epoca ufficiale addetto alla Direzione di Sanità di Taranto), nonché i familiari del Direttore di Marisan generale medico Umberto Monteduro e del dott. Arturo Gentile, direttore del Lazzaretto Municipale. A tutti i personaggi, già premiati nel 1948 con una medaglia per i benemeriti della Sanità italiana, in occasione del Convegno è stata donata una targa di riconoscenza dell’Amministrazione tarantina. Nel 2004, al generale medico Umberto Monteduro, il vero protagonista della lotta antipestosa, è stata poi intitolata una strada cittadina. Più di recente, il periodico tarantino “Voce del Popolo” ha dedicato alcune pagine, a più voci, a “L’ultima peste d’Europa” (15 gennaio 2005).

24 febbraio 2015

La storia della masseria Solìto e dei personaggi ad essa legati

La storia della masseria Solìto e dei personaggi ad essa legati

Dal "Corriere del Giorno" del 9 luglio 2011 p. 27

Cinque secoli di storia “documentati” meritano rispetto
di Paolo Domenico Solito

Esattamente due anni fa su queste pagine portai un contributo alla conoscenza storica della masseria Solìto e dei suoi antichi proprietari, nell’ottica di una auspicata salvaguardia del fabbricato, il cui valore morale, evidenziato da tanti uomini al servizio della cultura e della città, può essere riassunto nelle parole fermate sul Corriere dal prof. Gianluca Lovreglio: “E’ assodato da tutti i maggiori intellettuali, studiosi e docenti della nostra città, senza eccezione alcuna, che la masseria Solìto rappresenta un bene storico di Taranto”. Aderisco all’invito di tornare sull’argomento, nel momento in cui una decisione del Tar e l’inspiegabile arrendevolezza della competente Sovrintendenza ci riportano alla “politica delle ruspe”, protagonisti i “costruttori-distruttori che da sempre violentano la storia tarantina”, per citare il parere del rappresentante di “Etica e politica”, Biella. Nel mio articolo ripercorsi i passaggi di proprietà della masseria, che forse nel medioevo fu dei Cavalieri gerosolimitani di S. Giovanni, presenti sin dal sec. XII a Taranto, dove introdussero il culto del Battista, che divenne uno tra i più antichi Compatroni; certo nel ‘600 i proprietari pagavano ancora un canone annuo alla Commenda di Monopoli dell’Ordine di Malta. In quel secolo fu degli Amontinato, patrizi tarantini, che forse la possedevano già dal Cinquecento; Crisostomo (alias Cristoforo) Amontinato infatti nel 1503 riceveva in enfiteusi dal Capitolo delle terre in località Corvisea, ossia in zona. Nel 1637 la vendettero agli Gnettaro, con cui strinsero anche parentela a quei tempi, che furono gli ultimi per il loro nome; ed in seconda generazione fu dell’abate don Francesco Antonio Gnettaro, singolare figura di canonico della Cattedrale e medico. Alla morte di questi la proprietà passò al Capitolo di cui il reverendissimo dottor fisico aveva vestito la cappa e la mitria; e dal Capitolo fu nel 1717 concessa in enfiteusi perpetua, dietro pagamento di un congruo canone annuo, alla famiglia Solìto, che la possedette per oltre 150 anni e che finì per darle il nome. Nome, quello dei Solìto, che qui era già allora vecchio di oltre due secoli, e non approdato “a Taranto nella prima metà del 1700”, come scrive in un suo recente volume Enzo Risolvo, che simpaticamente correggo per aver voluto accorciare di duecent’anni e passa la mia tarentinità.

Il primo Solìto che possedette la masseria, ingrandendola con acquisti e realizzandovi restauri e migliorìe (sicché il preesistente caseggiato deve molto alla sua opera), fu don Domenico Antonio (1685-1768), prete partecipante del Capitolo Metropolitano e titolare del beneficio di S. Cataldo, nonché al dodicesimo dei 25 ecclesiastici che la famiglia produsse sin dalla prima metà del Seicento: un record insuperato tra i due mari. Dopo di lui la masseria passò tra vari rami della famiglia, e annoverò proprietari degni di nota. Come don Ciro (1748-1828), uno dei più facoltosi possidenti tarantini, conduttore di feudi e latifondi della mensa arcivescovile, membro del Collegio elettorale dei Possidenti sotto i Napoleonidi, ricordato anche come pubblico amministratore: dell’Università di Taranto fu decurione più volte, deputato annonario ed eletto (oggi diremmo assessore).

Più noto di Ciro fu il fratello maggiore, l’abate don Angelo, dottore in utroque jure, canonico tesoriere del Capitolo e vicario generale dell’Arcidiocesi sotto mons. de Fulgure, che di quel santo arcivescovo godette la stima, come pure del celebre predecessore Capecelatro. L’abate Solìto, erudito in varie materie sacre e profane, è ricordato tra gli “Uomini celebri” nella “Storia di Taranto” di de Vincentiis (1878), come ecclesiastico “di somma dottrina”. Ma, se non più dotto, ancor più celebre fu suo nipote Domenico, ultimogenito di Ciro, nato nel 1790. Anch’egli uomo di Chiesa, per non tradire una consolidata tradizione familiare, fu dottore in teologia, prete non partecipante del Capitolo, poi protonotaro apostolico onorario e monsignore, vissuto per molti anni nella Roma papalina. Ma fu anche uomo di penna illustre ai suoi tempi, come storiografo e naturalista, socio corrispondente dell’Accademia Gioenia di Catania, autore di varie pubblicazioni di respiro locale e nazionale (un suo volume del 1845 persino ristampato ai nostri giorni). Il suo nome compare più volte sul monumentale “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”(1840-79) di Gaetano Moroni, e nel numero de “Le cento città d’Italia” dedicato a Taranto (1899), in compagnia di pochi altri “sommi uomini che vi nacquero” della statura di Paisiello. E in questo 150° anniversario dell’Unità è il caso di ricordare che mons. Solìto fu interessante figura emblematica di un’epoca; prima del 1860 dei Borboni suddito fedelissimo, tanto da dedicare una sua opera a S.A.R. donna Luisa Carlotta di Borbone, infanta di Spagna e duchessa vedova di Sassonia (di cui fu cappellano a Roma), ed un’altra (una “Prolusione storica del Regno di Napoli”) intitolandola fin sul frontespizio “per la fausta ricorrenza del giorno onomastico di Sua Maestà Siciliana” e concludendola enfaticamente – dopo aver lodato “le virtù del Regnante Ferdinando II ”- col “porgere al Dio della Misericordia suppliche e voti, onde si degni di concedere al nostro re gli anni di Nestore, la gloria d’Alessandro, la felicità di Sesostri”(preghiere invero non esaudite). Ma dopo il 1860, ormai anziano, al pari di tanti altri patrioti dell’ultima ora divenne filosabaudo ed entusiasta della “crescente grandezza della nostra patria italiana, già rigenerata a nuov’ordine politico”; più realista del re, fu vicepresidente e canonista della Società Emancipatrice del Sacerdozio, fondata a Napoli (dove si era trasferito) nel 1862, che chiedeva nientemeno che la fine del potere temporale, l’abolizione del celibato ecclesiastico, la nomina dei vescovi da parte del re e non più del papa: un programma davvero rivoluzionario, tanto che dopo poco la Società fu sciolta d’imperio per ordine del governo. Al tempo in cui visse mons. Solìto, proprietari della masseria furono, dopo suo padre, il fratello don Giuseppe (1771-1850), dottore in leggi, alto funzionario borbonico, ispettore delle Finanze del Regno delle Due Sicilie; e quindi i figli di questi, don Domenico (1806-1875), sacerdote della Cattedrale, e don Francesco Paolo (1816-1886), avvocato, vissuto lungamente a Napoli. Ma con la loro generazione cessò il dominio della famiglia sull’antica masseria; per arginare una crisi economica dovettero vendere negli anni ’70 quasi l’intero patrimonio immobiliare superstite, compreso il palazzo avito in via Duomo, e persino il giuspatronato sulla cappella gentilizia nella Cattedrale. Il resto è storia nota, con Luigi Viola e con suo figlio Cesare Giulio che dà alla masseria l’immortalità quantomeno letteraria, con il suo capolavoro Pater.

Eppure basterebbe la storia precedente i Viola, con i suoi personaggi illustri, a dare alla masseria dignità e speranza. Basterebbe il fatto che un quartiere che da essa prende il nome, e che non abbonda certo di monumenti antichi, dovrebbe salvaguardare un tale topico edificio e considerarlo un suo simbolo privilegiato. Basterebbe il fatto che l’antica dimora agreste campeggia come immagine di copertina del bel volume “Masserie del Tarantino” di Antonio Vincenzo Greco, da noi il più esperto studioso della materia, e che sarebbe il colmo abbattere proprio quella masseria-immagine. Condivisibile lo sdegno giustificato dell’architetto Nevio Conte, che scrive “non si può accettare che detto manufatto, povero sì… ma ricco di tanta storia, possa essere eliminato per realizzare 8 insulsi alloggi che ben potrebbero essere spostati altrove”. Invece la storia è dimenticata, le patrie memorie calpestate, la fama di un bel romanzo non ha forza sufficiente per fermare lo scempio, ed a monsignor Domenico Solìto, illustre personaggio e specchio di un’epoca, nella ricorrenza centocinquantenaria dell’Unità d’Italia la sua città dedica non una strada o una targa, ma l’abbattimento della sua casa di campagna. Ogni commento appare superfluo.

23 febbraio 2015

Cenare al buio…


Cenare al buio…

Manduria (Ta), 2 aprile 2011. Le “Cene Senza Senso” sono un progetto nato per sensibilizzare l'opinione pubblica sul disagio della cecità in modo innovativo, fuori da ogni retorica, senza la necessità di raccogliere fondi fine a se stessa. Il punto fondamentale è trasformare in esperienza positiva il “non vedere”, portando il cliente a vivere il buio come dimensione sensoriale che stimoli e sappia acuire i restanti quattro sensi. La scelta di utilizzare il cibo come mezzo per la realizzazione effettiva di questa esperienza è fondamentale: l'olfatto, il tatto, il gusto sono particolarmente stimolati dalle pietanze, mentre l'udito percepisce la presenza dei commensali e la sensazione di vuoti e pieni cui solitamente non siamo abituati a dar peso per via delle continue informazioni visive.

Un’esperienza davvero interessante, quella svoltasi alla fattoria “Il noce” di Manduria il 2 aprile. Accolti da un aperitivo, anch’esso preparato e servito dai ragazzi dell’associazione “Incontri ravvicinati” di Firenze, si inizia ad entrare nel “focus” della serata.
Accompagnati in sala direttamente al buio, ci immerge da subito in una atmosfera che a noi che possediamo il bene della vista sembra irreale. La prima sensazione è di stordimento. La testa barcolla, il senso dell’equilibrio vacilla, ed immediatamente ci si accorge di quanto sia importante la presenza degli altri, che ci aiutano creare una mappa mentale senza la quale ci sentiremmo veramente perduti. Lo spazio cambia. Il vuoto sembra enorme, le distanze si allungano. Il calore e la vicinanza delle nostre “guide” si trasforma in bussola ed in àncora. In un mondo buio, i non vedenti sono gli unici a vedere e a poterci guidare, e già questa sola riflessione dà l’idea dell’importanza di vivere – almeno una volta nella vita – questo tipo di esperienza.
Cercare la propria sedia, il tavolo, costruire la mappa della propria mensa alla ricerca delle posate, del tovagliolo, dei bicchieri, col rischio continuo che qualcosa cada, che il bicchiere si versi, che la nostra posata sia usata per sbaglio dal commensale accanto. Tutto questo rende da subito partecipi di una situazione del tutto nuova, diversa, inattesa. La forma di ogni cosa diventa importante, essenziale: distinguere la forchetta dal coltello, la bottiglia dell’acqua da quella del vino, sono le prime tappe obbligate alle quali sottoporsi.
Intanto si commenta, si parla, si cerca la presenza dell’amico, del commensale. I toni diventano immediatamente altissimi, non ci si rende neppure conto, ma si sta urlando tutti, e continui sono i richiami da parte dei ragazzi dell’associazione, che per servire hanno bisogno di un volume più basso. Ci avreste mai pensato, prima? In un mondo buio il cameriere non lo puoi chiamare alzando la mano, ma solo pronunciando il suo nome, e aspettando che egli arrivi e ti tocchi la spalla…
Arriva il cibo, e già dall’antipasto ci si accorge di come occorra distinguere le pietanze attraverso il tatto. Le posate servono a poco, se non sai come raccogliere, cosa tagliare… e in un batter d’occhio le nostre maglie iniziano a raccogliere ciò che inevitabilmente cade. Poi incomincia il balletto dell’acqua e del vino. Le bottiglie devono essere passate di mano in mano, piano, con calma, e tutta la tavola collabora alla bevuta di ogni singolo commensale. Qualcuno si offre di versare, e ci sono solo due modi per farlo senza far tracimare il bicchiere: affidarsi all’udito, ma è quasi impossibile date le grida, ed al tatto, di certo il mezzo più sicuro.
Intanto il pane che hai preso poco fa chissà dove è andato a finire, e sei costretto a prenderne un altro pezzo. Lo ritroverai solo alla fine, quando le luci saranno di nuovo accese, e rispunterà ad un centimetro dalle tue mani. Era proprio lì, è rimasto per tutta la serata, ma era come se non ci fosse, al buio, perso per sempre…
Ogni portata è una catena, ogni sparecchio una collaborazione tra tutti. E’ incredibile quanto si scopra subito che l’uomo è un animale sociale, e che nelle situazioni più estreme solo la collaborazione, l’intesa può fare in modo di salvare ciascuno, di rendere a tutti la vita più facile.
E il cibo? Tutto buonissimo: i sapori si moltiplicano, al buio: di ogni pietanza si distinguono chiaramente i profumi, la consistenza, la presenza di ciascun ingrediente. Sembrano piatti altamente elaborati, quelli che mangiamo, eppure il cuoco ci informa che si tratta di piatti tipici della tradizione italiana. E ciascuno formula ipotesi, si lancia in spiegazioni più o meno dettagliate circa la preparazione, solo alla fine si scoprirà la verità…
Intanto ciò che deve succedere succede, a chi manca di esperienza: qualche piatto cade, qualche bicchiere si rovescia, i tovaglioli cadono, persi nelle tenebre…
Fino al disvelamento finale. Piano, molto piano, torna la luce, dapprima quella naturale, del fuoco, a ricordarci che gli uomini partono da lì, che la società umana ha iniziato dal fuoco la propria crescita culturale, sociale, filosofica. Poi si accendono le luci moderne. Quanto tempo è passato? Anche il tempo - soprattutto il tempo - nelle tenebre, diventa una variabile soggettiva. Per uno un’ora, per un altro due ore, per un altro ancora tre ore…
Qui c’è il vero messaggio, la vera forza comunicativa di questa esperienza: noi torniamo a vedere, ma per i nostri cuochi, per i nostri camerieri, nulla – proprio nulla – è cambiato, e continuano a servirci barcollando, tastando, toccandoci la spalla, esattamente come hanno fatto nelle due ore precedenti. Cosa dire? Soltanto provandola, questa stupefacente esperienza, si può iniziare a capire per un momento – un momento soltanto – cosa sia la realtà di chi la luce non può sceglierla.
Grazie, mille, ragazzi, grazie davvero per averci insegnato tutto!

22 febbraio 2015

Io odio i tarantini (incivili)


Io odio i tarantini (incivili)

Taranto, 21 aprile 2011. Zona centrale, a due passi dal Carmine. Casa mia, praticamente. Giovedì santo. Escono i perdoni dalla chiesa. Folla, gente, accalcata. Bisogno urgente. Dove farla? In un bar, la risposta più ovvia. Invece il porco cornutazzo tarantino vede un portone aperto, il mio. Entra, e come se niente fosse, piscia nell'androne, appena dopo la prima rampa.

ODIO I TARANTINI INCIVILI. LI ODIO PROFONDAMENTE!

L'unica cosa che riesce a consolarmi è una maledizione in pieno stile Alex Drastico (il personaggio di Albanese, ricordate?). Eccola:

CORNUTO!
Sappi che quello era il portone di casa mia...
Tu puoi pulirlo, disinfettarlo, puoi riverniciarlo, puoi raschiare l'intonaco, puoi farci quello che vuoi, ma resta sempre il portone di casa mia e a ricordartelo saranno le mie maledizioni forever...
Le maledizioni ti si attaccheranno alle tue mutande, sul glande e sotto lo scroto, alla gonade destra ed a quella sinistra, così che si affloscino in una notte tutta buia mentre stai per chiavarti la più bella gnocca della tua vita... nel frenulo che ti si staccherà all'improvviso quando ti accorgerai che non potrai più tirar fuori l'attrezzo dall'ano della tua compagna, inondandosi di sangue. Una volta terminato l'amplesso doloroso ti sorgerà il dubbio che qualcuno ti abbia maledetto... Io!

Le maledizioni ti si attaccheranno al sellino della tua bici che salterà via mentre stai salendo al volo e un ferro nel culo ti insegnerà a non mettere più il naso tra i cazzi miei e in più prego madre natura di infradiciarti di grappoli di emorroidi... di farti sputare sangue una mattina appena alzato, di spappolarti gradualmente il fegato, di farti sordo, muto, ma non per sempre, minchia! Che la voce ti venga sporadicamente e per popchi secondi nei quali tu spari delle cazzate immani...
Era il portone di casa mia, cornutazzo!
T'accechi un occhio e ti renda daltonico l'altro... ti doti di un olfatto dove ovunque tu percepisca solo odore di merda... che ti doti di una gobba e se già ce l'hai, che in questo caso te la accentui, così che l'unica cosa che tu riesca a vedere sarà i tuoi coglioni!
Ed in fine... che uno stormo di piccioni incazzati ti scambi per l'assessore all'ecologia riempiendoti integralmente di scagazzate così che tu debba scappare nella prima toilette pubblica, ma con la giacca ricoperta di merda...
Buon fortuna... Cornuto!

21 febbraio 2015

Cesare Giulio Viola candidato al Parlamento

Nel 1952 lo scrittore si candidò con i liberali
Cesare Giulio Viola candidato al Parlamento
Gustoso aneddoto legato ad uno dei più insigni uomini di cultura che Taranto abbia mai avuto. Pubblico sul blog l'articolo che ne ha tratto la professoressa Minervini sulle pagine del Corriere del Giorno di domenica 8 novembre 2009, p. 31

di Josè Minervini

Nelle foto, tratte dall'articolo del Corriere: manifesti elettorali nello stabile di via Anfiteatro angolo via Acclavio e Viola quarantenne

[…] Pubblichiamo oggi due foto inedite, custodite con religiosa cura dall’avvocato Enrico Viola, portavoce della sua famiglia. Una foto ritrae Cesare Giulio Viola, all’epoca quarantenne: bell’uomo, non c’è che dire e di autentico fascino mediterraneo. Dalla foto si comprendono chiaramente le fortune che il nostro illustre concittadino ebbe con le donne. L’altra fotografia è davvero un documento importante perché è la testimonianza della tarentinità di Cesare Giulio e di una sua esperienza politica sconosciuta ai più, perché ignorata dalle biografie ufficiali, forse per il suo esito negativo. Nella foto si vede un edificio di via Anfiteatro, alle spalle dell’ex convento dei Carmelitani. Anche le pietre parlano, si sa; infatti, sul cornicione, chi aguzza la vista può leggere questa scritta: “Al Parlamento della Repubblica Cesare Giulio Viola il più tarantino dei candidati”. Ebbene, sì: Cesare Giulio si candidò alle elezioni politiche del giugno 1952, nelle liste del Partito Liberale Italiano, il cui simbolo – la bandiera tricolore – appare sui manifesti attaccati lungo tutto il muro, insieme ad altri, ma in minor numero, del Partito Repubblicano, simboleggiato dall’e d era. Sul muro d’angolo, con un po’ di difficoltà, si possono scorgere le fiamme tricolori del Movimento Sociale Italiano, un manifesto, in alto, del Partito Comunista con falce e martello e, tra due manifesti del PLI, la stella del Partito Monarchico. Per evitare eventuali osservazioni o critiche dell’opposizione, poiché viveva a Roma e non a Taranto, Cesare Giulio rivendicò la sua tarentinità a chiare lettere (… il più tarantino dei candidati).
Ecco Cesare Giulio Viola candidato al Parlamento

L’autore di “Pater” e di “Pricò” non venne eletto e ci rimase male, ovviamente. Fu a Pulsano che il “Poeta”, come i pulsanesi lo chiamavano con simpatia e ammirazione, ottenne un bel successo elettorale. I notabili liberali del luogo, i dottori Alberto Elia, Cosimo Lorè e l’allora sindaco Giovanni Schirano, hanno sempre ricordato la colta eloquenza e l’eleganza da uomo di mondo che caratterizzavano il “Poeta”. A Pulsano Viola arrivò con la sua macchina di grossa cilindrata, guidata dal suo autista personale, cosa insolita all’epoca e che fece colpo sui pulsanesi. Scortato dai suoi amici di partito, lo scrittore si spostava di casa in casa, come allora si era soliti fare in campagna elettorale, affascinando tutti con le sue maniere gentili. Immancabile la pipa fra le labbra, che spandeva intorno un buon profumo di tabacco. Proprio un gran signore, lo ricordano così a Pulsano, un uomo di lettere che tenne un discorso culturale più che un comizio elettorale. C’era da immaginarselo. Mi piace ricordare che fu il professor Francesco Chiffi, liberale di spicco e corrispondente del quotidiano “Il Tempo”, ad averlo presentato a Pulsano e ad averlo aiutato nella campagna elettorale, sostenendolo con convinta passione. Quando si dice la coincidenza: quasi vent’anni dopo, i destini delle famiglie Viola e Chiffi s’incrociarono nuovamente, perché la figlia del professor Chiffi, Ada, che era una deliziosa ragazza laureata in Medicina e Chirurgia (fra le prime dottoresse in Medicina del territorio), in seguito specializzata in Ortopedia, avrebbe incontrato e poi sposato l’avvocato Enrico Viola (cugino di Cesare Giulio), che ringrazio per la sua cortesia e la sua disponibilità. […]

20 febbraio 2015

Storici misteri (ed avventure) del territorio di Taranto

Storici misteri (ed avventure) del territorio di Taranto

di Silvia de Vitis, archeologa

Lo spazio nel quale viviamo - e del quale spesso non ci rendiamo conto - è uno spazio storico: perché una strada ha una certa direzione?...; perché passa proprio in un dato punto e non due metri più in là?...; perché una contrada o una masseria hanno un certo nome?…: tutto ciò non è frutto del caso, ma della Storia.

Quando - spesso non approfonditamente - si studia questa materia a scuola, si spiegano e talvolta si imparano i grandi eventi: le guerre, i re e i trattati.

Esiste però una storia del territorio che parla degli insediamenti umani, della vita quotidiana e del lavoro nei campi o sul mare. Prima dei palazzi e dei residence, il territorio a Est di Taranto è stato al centro di un intenso popolamento.

La presenza di sorgenti, la vicinanza al mare, il clima eccellente lo hanno reso sin dall’antichità uno spazio agricolo ottimale. Non meno importante è stato il rapporto con il mare. Sul mare sorgevano sicuramente importanti fattorie greche, le cui ceramiche si rinvengono sovente nei campi e lungo le spiagge fra Lama e San Vito. Nel Mar Grande i tarantini trovavano pesci e molluschi che permettevano loro di sopravvivere anche nei periodi più duri. La pinna nobilis (parricella) forniva proteine più di una bistecca, oltre al prezioso bisso. Sul mare si affacciavano alcuni fra i più importanti monasteri: San Vito al Pizzo, San Demetrio, San Tomaso.

La moderna Talsano nasce prima dell’XI secolo dall’omonima abbazia proprietà del ricco monastero di San Pietro Imperiale (attuale San Domenico). Le torri costiere nascono a partire dal 1500 per contrastare i pericolosi pirati nascosti sulle Isole Cheradi. Tutte queste storie - solo elencate - rendono bene la ricchezza di memorie che è possibile rintracciare.

Ma partiamo dal mare, dal quale ogni cosa ha inizio…i nostri suoli e rocce sono infatti ex fondali marini. Dal mare proviene vita. Dal mare del capo San Vito - dice il Blandamura, grande studioso della Taranto del passato - proveniva il corallo più raffinato lavorato a Torre del Greco.

Ma dal mare proveniva anche pericolo. Riferisce il prof.Giuseppe Mastronuzzi nel rapporto per il progetto “Posidonia” nel 2000: “Recenti studi hanno permesso di riconoscere lungo le coste delle Isole Cheradi e lungo tutta la costa ionica salentina - da Taranto a Santa Maria di Leuca - gli effetti di almeno un maremoto prodottosi in seguito al sisma che il 5 dicembre del 1456 colpì con una magnitudo stimata al 10° Mercalli il napoletano e al 7° Mercalli il tarantino. A tale circostanza, ricordata dalle cronache per aver provocato il parziale crollo del campanile del Duomo di San Cataldo, D’Aquino (fine1600), Carducci (1771) e Blandamura (1925) attribuiscono la distruzione del Casale di Punta Lo Scanno sull’Isola di San Pietro. In tale occasione, blocchi del peso di 80 tonnellate furono spostati per circa 40 m verso l’interno. Ecco come si spiegano i grandi lastroni sui quali prendiamo il sole, e dai quali ci tuffiamo in cerca di sollievo dal caldo torrido…..

Altri pericoli venivano dai frequentatori delle isole Cheradi, i pirati. Fra il XV e il XVII secolo, feroci pirati si annidavano nei boschi di san Pietro e san Paolo, che vennero disboscati incendiando la vegetazione per impedire ai predoni di nascondervisi. Furono proprio i pirati a saccheggiare le nostre terre nel 1594, guidati da un famoso pirata dignitario dell’impero ottomano, Sinan Bassà Cicala. Nato da una nobile famiglia genovese trasferitasi a Messina, il giovane Scipione Cicala nacque nel 1548. All’età di 15 anni venne dato in ostaggio con il padre a Costantinopoli, dove divenne Gran Visir. Il 14 settembre le sue navi approdarono alle isole Cheradi. In due battaglie cruente distrussero sia l’abbazia di Santa Maria della Giustizia presso capo Rondinella, tuttora esistente, sia il monastero di San Vito al Pizzo. Dopo alcuni giorni i Turchi abbandonarono Mar Grande, rinunciando al tentativo di prendere la città sia da mare, sia da terra, come avevano cercato di fare il 19 settembre, quando distrussero del tutto il monastero di San Vito e si spinsero oltre Talsano e Leporano spargendo il terrore.

Insomma, non serve pensare ai Caraibi e alle isole di sogno per immaginare scenari fantastici…la nostra mente ci permette di scavalcare i limiti del tempo e ritrovare le storie del passato. Storie vere, avvenute dove ora ci sono le nostre case e le nostre scuole. Per attuare questa magia la bacchetta magica giusta è solo…la voglia di conoscere.

19 febbraio 2015

I miei concittadini evasori



I miei concittadini evasori



Diciamo che a giudicare dai suv che stazionano prepotenti intorno a casa mia, non era affatto difficile intuire che la mia città fosse abitata da evasori fiscali professionisti. So dove abitano. Li vedo ogni giorno, sotto casa, a far spese nei negozi di lusso, o seduti ai tavolini in piazza, di fronte al Carmine. Mi fanno schifo, schifo schifo, ogni giorno di più...
Taranto regina delle ville. Ne ha il triplo di Bologna
Il Giornale, 31 maggio 2009

E pensare che Bernardo Provenzano, il boss dei boss, viveva nascosto in un tugurio, un casale in campagna dove conduceva una vita frugale. Lo costringeva la latitanza, altrimenti a Palermo avrebbe potuto godersi la particolare abbondanza di case di lusso. Al catasto risultano come abitazioni di pregio l’11,7 per cento del totale delle case. Come dire che più di una casa su dieci è una villa o un appartamento signorile. Ancora meglio va a Taranto, dove le abitazioni di pregio sono quasi il 13 per cento. Entrambe le città hanno un reddito pro capite intorno ai 13mila euro. A Bologna, con 10mila euro di reddito medio in più, le case di lusso sono il 3.5 per cento.


L’Italia divisa a metà: dall’evasione
di Enza Cusmai
Il Giornale, 31 maggio 2009
Milano - Per dare l’idea di quanti evasori siano stati pizzicati con le mani (fuori) dal 740 negli ultimi sei anni, il centro studi degli Artigiani di Mestre ha usato una metafora: a riunirli tutti, potrebbero riempire una città come Taranto. I ricercatori della Cgia hanno scelto a caso il capoluogo pugliese. Ma se avessero avuto sottomano la mappa geografica dell’evasione fiscale, si accorgerebbero di aver pescato una delle città che meriterebbe un approfondito esame da parte dell’Agenzia delle entrate.

Il capoluogo pugliese, come quasi tutto il Mezzogiorno, vive abbondantemente al di sopra dei propri mezzi. Come fa il crotonese medio, che guadagna 13.500 euro l’anno, a comprare più auto di lusso di chi vive a Torino o a Biella? E come fa il ragusano a consumare il doppio della benzina dell’abitante di Cuneo, e più energia e carburante perfino del milanese?

A porre la domanda è il clamoroso risultato di una ricerca elaborata dal Centro studi Sintesi di Venezia, una società di ricerche economiche e di mercato che ha fatto due conti semplici semplici: ha incrociato, provincia per provincia, i redditi medi che risultano dai dati ufficiali con quelli relativi ai consumi. Il risultato è inquietante: i redditi medi del Sud sono quasi la metà di quelli del Nord Italia. Eppure molte province meridionali consumano più benzina ed energia elettrica, hanno visto il numero di auto di lusso in circolazione superare quello di città del Nordest da sempre tacciate di essere capitali dell’evasione fiscale, i conti in banca crescere molto più in fretta di quelli di solide città industriali del Nord.

L’imponibile sottratto alle casse dello Stato, dicono le stime della Cgia, ammonta a circa 200 miliardi di euro l’anno e da sempre a essere crocifissi sono i piccoli imprenditori del Nordest, gli idraulici della Brianza, i dentisti delle grandi città. Che pure avranno le loro magagne da spiegare al fisco. Ma questa ricerca fa luce anche sulla reale entità del «nero» al Sud.

I redditi percepiti a Taranto, tanto per restare nella città dell’esempio iniziale, sono distanti anni luce dal tenore di vita assunto dai suoi abitanti che, in media, dichiarano un reddito di circa 13.500 euro l’anno ma spendono di benzina ben 248 euro a testa e vivono in una città in cui più di una casa su dieci è di lusso. Ma non è solo Taranto a mettersi in cattiva luce nei confronti del fisco. È in buona compagnia assieme a Crotone, Caserta, Siracusa, Catania.
Insomma al Sud, si spende più di quanto si guadagna con evidenti incongruenze tra i redditi percepiti e il tenore di vita assunto. Basta controllare alcuni indicatori significativi per rendersene conto: consumi alimentari, energia elettrica, benzina, immatricolazioni di autovetture di grossa cilindrata, apertura di depositi bancari a dispetto della crisi, abitazioni di pregio esistenti. Tutti segnali che invitano a diffidare delle ricorrenti grida di allarme lanciate dalle statistiche sul Sud, terra di disoccupazione permanente. In realtà, questa denuncia rivela che non basta presentare un reddito misero per essere poveri. Bisogna verificare se, in realtà, è il solo stipendio denunciato al Fisco che entra davvero in famiglia. E sulla base di questa classifica provinciale, l’Italia sembra spaccata in due. Congruenza tra redditi e stili di vita si riscontrano nelle province del Nord-Italia e nella dorsale adriatica. Il premio delle più corrette? Va a Prato, Bologna, Forlì-Cesena.

Taranto, evasori di... lusso
Tarantosera, lunedì 1 giugno 2009

Brutti, sporchi, cattivi ed ora anche evasori fiscali. A Taranto ci sono il triplo delle case di lusso che ci sono a Bologna, eppure il reddito medio pro capite dichiarato tra i Due Mari è di gran lunga inferiore a quello che si dividono all’ombra della Torre degli Asinelli. Quanto basta per riattizzare il pregiudizio sui meridionali, scansafatiche, spendaccioni e adusi a campare sulle spalle dello Stato. Magari a spese degli italiani che lavorano e pagano le tasse. Questa volta ci è andata di mezzo proprio Taranto, grazie ad un articolo sull’ evasione fiscale in Italia pubblicato da Il Giornale. Il quotidiano della famiglia Berlusconi ha dedicato una intera pagina a questo strano fenomeno italiano, con tanto di richiamo in prima. L’analisi prende le mosse da due studi: uno condotto dalla Cgia, l’associazione degli artigiani di Mestre; l’altro da Sintesi, una società di ricerche economiche di Venezia. Tutta roba del Nord Est, insomma. Secondo gli artigiani di Mestre, gli evasori in Italia sarebbero tanti da riempire proprio una città come Taranto. Fin qui la citazione è soltanto, per così dire, demografica. A dipingere il capoluogo ionico come città di evasori fiscali è la ricerca di Sintesi, fondata sull’ incrocio dei dati sui redditi medi e sui consumi. Taranto risulta avere un reddito medio di 13.500 euro ma la spesa per i consumi sarebbe superiore a quella di molte altre città, soprattutto del Nord, con redditi decisamente superiori. Quanto basta per far scrivere al Giornale che la Città dei Due Mari meriterebbe «un approfondito esame da parte dell’Agenzia delle Entrate». Più in là si rincara la dose, giusto per far comprendere che da queste parti si vive «abbondantemente al di sopra dei propri mezzi». «I redditi percepiti a Taranto — scrive Il Giornale — sono distanti anni luce dal tenore di vita assunto dai suoi abitanti che, in media, dichiarano un reddito di circa 13.500 euro l’anno ma spendono di benzina ben 248 euro a testa e vivono in una città in cui più di una casa su dieci è di lusso». La conclusione? «L’imponibile sottratto alle casse dello Stato ammonta a circa 200 miliardi di euro l’anno (in tutta Italia, ndr) e da sempre a essere crocifissi sono i piccoli imprenditori del Nordest, gli idraulici della Brianza, i dentisti delle grandi città». Non avevamo dubbi... Enzo Ferrari

17 febbraio 2015

Masseria Solito. Un brano di C. G. Viola


Masseria Solito. Un brano di C. G. Viola

Masseria Solito
La dote di mia madre fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito.
La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica.Vasta e varia di culture, man mano che i suoi proprietari precipitavano verso la rovina, si era andata liberando dei suoi campi, dei suoi oliveti, dei suoi giardini a noria, e intanto era rimasto il suo cuore, lì dove s’apriva il grande frantoio. Quell’ultimo lotto era stato acquistato da un tal canonico Vergine, che a sua volta s’era alzata una casetta per i suoi ozi estivi.
La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica. Al piano terra una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite alle pareti e nei soffitti a stucco.
Nella ferrata che chiudeva l’arco del portone campeggiava la lettera V: mio padre non ebbe bisogno di mutar quelle lettere. Ma molte cose mutò col tempo.
Ho sulla mia tavola la carta planimetrica di Solito: d’improvviso abrraccio, nel tempo, l’opera di mio padre, e il suo sforzo di costruttore. E, anche il suo amore per Solito.
Nella casa di Solito noi vivemmo lunghi anni, crescemmo, ci educammo alle alterne vicende della buona e della mala sorte. Conoscemmo il riso e il pianto della fanciullezza ignara, ci aprimmo ai primi sussulti della adolescenza, alle prime meditazioni, ai primi giudizi sugli uomini e sulle cose, ai primi errori.

Da G. C. Viola, PATER, ed. Scorpione, Taranto 2003.
Immagine: da www.tarantosera.it

Salviamo la masseria Solito (10 luglio 2009)


Salviamo la masseria Solito (10 luglio 2009)

Articolo tratto dal Corriere del Giorno di venerdì 10 luglio 2009, p. 26

Le tante “singolarità” della Masseria Solito
di Antonio Vincenzo Greco

A proposito della Masseria, Solito. Come è stato giustamente detto quegli edifici costituiscono uno dei pochi relitti architettonici di un’organizzazione dello spazio extraurbano (il paesaggio agrario) che è stato superato dalla moderna espansione urbana e delle aree industriali. Già questa considerazione dovrebbe essere sufficiente per intraprendere azioni volte alla tutela, alla ristrutturazione ed alla rivalutazione culturale, facendo naturalmente salvi i diritti della attuale proprietà. A ciò si aggiungono tuttavia anche singolarità prettamente architettoniche (Masseria Solito costituisce il paradigma di fabbricati a torre affiancati e tetti con coperture ad imbrici, che è tipica del territorio tarantino) e di richiami storici, come l’essere appartenuta a Cesare Giulio Viola. Mi preme altresì fornire alcuni ragguagli di natura storica relativi a questa struttura, in parte frutto di rinvenimenti d’archivio successivi a quelli già pubblicati, quindi inediti. Come per altre masserie, anche la struttura architettonica di Masseria Solito va inquadrata in una diacronia che spazia per diversi secoli, nel corso dei quali le mutevoli fortune economiche delle famiglie proprietarie, le ristrutturazioni edilizie ed agronomiche ed i mutamenti del gusto hanno condizionato l’evoluzione delle forme architettoniche. Le prime notizie di una azienda agricola nelle contrade Musico, Corvisea e Murivetere rimontano al 1576, quando risultava in possesso alla famiglia (A)montinato. Le prima annotazioni relative a strutture edilizie datano invece al 1637, allorquando Nicola Amontinato vendeva, per 225 ducati, a Camillo Gnettari la sua possessione alla Corvisea, consistente in case terranee, cortile e palmento. Per il tramite del canonico Camillo Gnettari, figlio del precedente, la masseria pervenne quindi in potere del Capitolo metropolitano tarantino, il quale nel 1717 la concedeva in enfiteusi al reverendo Domenico Antonio Solito; in quella circostanza veniva riferita la presenza di una torre o casamento di campagna, la quale tuttavia si trovava molto malridotta ed era inabilitabile, onde per sistemarla occorreva una ingente spesa. Al sacerdote si deve quindi il definitivo rilancio dell’azienda, essendosi impegnato nell’acquisto di molte terre, nell’impianto di oliveti ed in altri miglioramenti che andavano molto al di là degli obblighi contrattuali. A lui si deva ad esempio l’edificazione di un nuovo fabbrico, adiacente alla torre diruta, e la creazione di un elegante giardino con vigneto su pergolato a colonne. Dopo sua morte, avvenuta nel 1757, la masseria rimase nella disponibilità della sorella del sacerdote, Camilla, pervenendo in seguito al nipote ex fratre Tommaso e da questi a suo figlio Ciro Solito, uomo molto attivamente impegnato nella conduzione di masserie e di interi feudi a cavallo dei due secoli, il quale a lungo la tenette, risultandone possessore ancora al momento dell’impianto del Catasto Murattiano, del 1811.

16 febbraio 2015

Salviamo la masseria Solito (16 luglio 2009)

Salviamo la masseria Solito (16 luglio 2009)

Eccoci al felice epilogo. Dopo una serie di articoli di stampa, il dibattito animato nel mondo della cultura - ma non solo - di Taranto ha portato ad un risultato concreto e per fortuna positivo per la salvezza della masseria Solito. Ad oggi, purtroppo, nessuna novità si registra in merito al recupero di questo bene. Speriamo che l'aver riportato per intero tutta la vicenda sul mio blog contribuisca a far "muovere le acque" di nuovo intorno a questo edificio così antico e prezioso.

Articolo tratto da Tarantosera di giovedì 16 luglio 2009

La Masseria non si tocca


TARANTO - Il Ministero per i Beni Culturali ferma le ruspe. La Masseria Solito, almeno per il momento, non si tocca. E’ questo il senso dell’autorevole intervento della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici, che ha inviato una nota ufficiale al Comune e alla Soprintendenza per i Beni Architettonici. La nota è del 30 giugno ed è stata scritta dal direttore regionale, l’architetto Ruggiero Martines, a seguito degli articoli sul destino della Masseria - citati nella lettera - pubblicati da TarantoSera.
«Da quanto appreso da organi di stampa (Taranto Sera del 25/6/09) — scrive Martines nella lettera indirizzata al sindaco Stefàno — parrebbe che sarebbe stata autorizzata la demolizione della storica Masseria, già residenza di C.G. Viola, sopravvissuta all’urbanizzazione recente della città, che sembrerebbe rivestire particolare interesse storico e culturale ai sensi dell’art. 10 comma 1 del Dlgs 62/08. Nel trasmettere per opportuna conoscenza copia di detto articolo di stampa, si invita codesto Comune a fornire chiarimenti in merito. La Soprintendenza è invitata a condurre gli opportuni accertamenti del caso in ordine all’interesse storico-culturale ed ai susseguenti provvedimenti di tutela. Si resta pertanto in attesa di cortese e sollecito riscontro».

Fin qui il direttore generale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia. C’è da dire che il Comune, prima che il sindaco Stefàno azzerasse la giunta, aveva formulato una proposta alla famiglia Mazzilli, attuale proprietaria della Masseria. Come noto i proprietari hanno presentato un progetto che prevede la demolizione dell’edifico e la costruzione in quell’area di un palazzo di quattro piani. Il Comune, attraverso il vicesindaco Alfredo Cervellera, ha proposto di spostare i volumi edificabili in un’area adiacente, in modo da non toccare la Masseria, che verrebbe ristrutturata e donata al Comune, a spese dei proprietari, ai quali verrebbe garantito il beneficio di scomputare i costi sugli oneri di urbanizzazione. I Mazzilli si sono riservati di dare una risposta. Il consiglio circoscrizionale ha invece sospeso l’iter chiedendo di acquisire il parere della Soprintendenza.

15 febbraio 2015

Antonio De Franchis, grafico e artista tarantino

Antonio De Franchis, grafico e artista tarantino

Rielaborazione di un articolo di Silvano Trevisani apparso sul Corriere del Giorno di Martedì 10 marzo 2009, p. 31, in ricordo di una persona che ho avuto la fortuna di conoscere.
di Silvano Trevisani

Il grafico e artista Antonio De Franchis, prematuramente scomparso l'8 marzo 2009, fu artefice dello studio grafico che, dal 1990, portava il suo nome e del quale è titolare il figlio Michelangelo. De Franchis affiancava il figliolo nell'attività che aveva già curato egli stesso negli anni del lavoro nell'Italsider, prima del prepensionamento maturato in uno dei tanti “scivoli” attraverso i quali la siderurgia si è liberata ciclicamente delle sua risorse lavorative più consolidate. In realtà Antonio De Franchis aveva svolto, negli anni passati, l'attività artistica a buoni livelli, venendo tra l'altro inserito da Franco Sossi, il grande critico d'arte tarantino, promotore dell'arte contemporanea, in alcuni suoi progetti espositivi. Ricordiamo fra tutti. “La scelta del presente, ultimi modelli d'arte in Puglia” del 1969, nella quale egli compariva assieme a Nicola Andreace, Vitantonio Russo, Alfredo Giusto, Francesco Boniello, Salvatore Spedicato, Piero Guida, Lino Sivilli, Mimmo Conenna e altri. Ricordiamo i suoi precedenti artistici e gli anni delle speranze di decollo delle sperimentazioni artistiche compiute a Taranto sotto la guida sapiente di Franco Sossi, quando il territorio ionico, in piena fase di sviluppo, sembrava ricco di potenzialità, poi andate smarrite. Ne gli anni giovanili, Antonio aveva sperimentato tecnologie innovative in campo artistico, puntando al coinvolgimento del fruitore nel processo di creazione artistica. “Animate da luci multicolori e variamente riflesse - scriveva Sossi nel catalogo pubblicato per conto della rivista Tèchne nel novembre 1969 - le opereoggetto di De Franchis non sono fruibili plasticamente ma attraverso quei valori capaci di sollecitare fruizioni percettive polivalenti, e restano, a mio avviso, tra le indicazioni più positive che siano venute fuori in Puglia dalla crisi dell'Informale. E qui devo aggiungere che con la sua più recente e complessa opera (l'ambiente audio-cinetico) egli è uscito dai limiti che aveva ben definito con le strutture precedenti. Sincronizzando il ritmo luminoso a suoni elettronici, De Franchis ha posto maggiormente in evidenza i valori ottici che acquistano la dimensione spaziale delle strutture ambientali. A questo punto lo spettatore è talmente coinvolto, immesso in una situazione spettacolare, nella quale avrà modo di verificare la sua attitudine nei riguardi della realtà. Di fatti, manovrando personalmente la pulsanteria ed avendo quindi la possibilità di scegliere e variare a sua volontà l'immagine, diviene parte attiva e complementare dell'opera stessa”. Conclusa la fase puramente artistica, anche per la dispersione di un patrimonio culturale e umano in una provincia sempre più marginale, De Franchis era passato ad approfondire professionalmente i temi della grafica applicati prima all'editoria poi a tutti i prodotti tecnologici e telematici, compresa la compugrafica e il web. Con lui è scomparso un altro dei testimoni di una stagione artistica, brave ma intensa, che andrebbe almeno ricordata alle giovani generazioni.

14 febbraio 2015

Salviamo la masseria Solito (31 luglio 2009)

Salviamo la masseria Solito (31 luglio 2009)
Articolo tratto dal settimanale "Extra magazine", anno III, n° 30, 31 luglio 2009 pp. 6-7
“Non demolite la Masseria Solito”

La Masseria Solito rischia la demolizione. Al suo posto un palazzo di cinque piani. Il dibattito ha coinvolto studiosi e ricercatori impegnati nella difesa dello storico edificio. Per Extra il parere dello storico Gianluca Lovreglio
di Massimo Prontera

Potrebbe apparire come la solita polemica da ombrellone di questa torrida stagione estiva se non si trattasse invece di una questione particolarmente seria perché riguarda la storia e il futuro della città di Taranto. Ci riferiamo alla querelle di cui si discute in queste settimane circa la sorte della antica Masseria Solito, o meglio di ciò che resta della stessa masseria, incastonata all’interno di un isolato composto di moderni e grigi palazzoni in via Plateja. Vera “macchina del tempo” realmente calata nella nostra città, la masseria Solito è una sorta di "astronave" aliena miracolosamente atterrata in una delle strade più antiche di Taranto, riportata nelle antiche mappe cittadine e il cui tracciato è rimasto immutato anche durante l’espansione edilizia degli ultimi quarant’anni. Si tratta di una masseria dalla datazione incerta, che alcuni indizi collocano tra la fine del '600 e l'inizio del '700, mentre per alcuni potrebbe essere ancora più antica. Un esempio di architettura rurale miracolosamente scampato, finora, alle ruspe e alla "Taranto che si rinnova autodistruggendosi". I proprietari dell’isolato in questione vorrebbero procedere alla demolizione del fabbricato della masseria per dare avvio ai lavori per la realizzazione di un edificio per appartamenti di cinque piani. Il consiglio circoscrizionale Tre Carrare-Solito ha momentaneamente bloccato l’iter amministrativo per la demolizione della masseria, preferendo non esprimere il proprio parere e non dar seguito alla procedura istruita dagli uffici dell’edilità del Comune. Inoltre il Consiglio ha chiesto all'assessorato comunale che sulla questione venga acquisito il parere della Soprintendenza ai Beni Culturali. Anche l'Assessore all'Urbanistica ed Edilità Cervellera ha bloccato la pratica edilizia in corso, e ha promesso battaglia per la salvaguardia della Masseria Solito. Dall’Amministrazione Comunale arriva addirittura una proposta alternativa proposta alla proprietà in cui si prevede di costruire una sola palazzina con tutti i volumi previsti dallo "ius edificandi", ma di recuperare, a scomputo degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune, la Masseria Solito e di donarla al Comune. In tempi di dissesto, di gran lunga la proposta più avanzata che l'ente comunale potesse fare. Ma perché si è mossa tutta questa attenzione nei confronti di questo apparentemente anonimo fabbricato rurale, totalmente decontestualizzato e ridotto ormai ad un rudere? L’abbiamo chiesto a Gianluca Lovreglio, giovane ricercatore di storia medievale e moderna e socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia, curatore del blog “Sulle sponde del Galeso”, tra i più attivi difensori delle sorti della Masseria Solito.

Prof. Lovreglio, ma qual è l'importanza storica della masseria? “Molto probabilmente quello stesso manufatto è stato per anni la residenza di Luigi Viola, l’archeologo fondatore del Museo Archeologico. Lo scopriamo perché alla Masseria Solito Cesare Giulio Viola, lo scrittore figlio di Luigi, dedica un brano di "Pater", l’opera dedicata proprio al padre. «La dote di mia madre - si legge in "Pater" - fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solito. La masseria Solito era così chiamata per essere un tempo appartenuta ad una vecchia famiglia patrizia: i Solito de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica. (…) La casa era costruita solidamente, con qualche pretesa architettonica. Al piano terra una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite alle pareti e nei soffitti a stucco (…)».

Un brano che ci rende una eccezionale testimonianza della storia di questo edificio che rischia adesso di venire demolito. Sulla vicenda si è aperto un serrato dibattito per difendere la masseria dalla demolizione. Cosa si porta a difesa dello storico edificio? “Sulla vicenda un quotidiano locale ha dedicato una meritoria campagna stampa, seguito poi dagli altri giornali jonici, attraverso interviste sia agli storici e ai "tecnici", sia alla proprietà. Apprendiamo quindi che per la famiglia proprietaria l'immobile non sarebbe databile al '600, ma alla metà dell'800, e che non sarebbe neppure la stessa masseria descritta dal Viola, ma una masseria vicioniore. Non sono dello stesso parere gli storici, tra cui il sottoscritto, pur ammettendo che sulla questione occorrerebbe uno studio serio, condotto sulle mappe catastali ottocentesche e su altre fonti storiche ed iconografiche. A mio parere ci sono degli indizi che inducono a ritenere che la Masseria Solito fosse davvero la residenza di campagna di Luigi Viola. In effetti quella non era l’unica masseria della zona. Nel 1700 c’era anche la Masseria del Carmine, vicina alla chiesa Santa Maria di Murivetere, che oggi non esiste più. Erano tutti possedimenti dei Padri Carmelitani. Se ne trova traccia in una mappa del ‘700 di Ottone de Berger. Poi però gli indizi: nel 1876 direttore della rivista “Il Nettuno” era tale Angelo Solito de Solis e questa circostanza conferma la ricostruzione di Cesare Giulio Viola, che parla proprio della famiglia Solito quale proprietaria, in quegli stessi anni, della masseria acquistata dal padre. Un quindicennio dopo, nel 1902, inoltre, il giornale satirico “Il solletico” prende di mira proprio Luigi Viola. Questo è il brano, riportato nel volume “La città al Borgo”: “L’archeologo a riposo scappi dal Palazzo degli Uffici con confino perpetuo a Solito, con l’obbligo di studiare le scienze vinicole”. Si fa quindi riferimento a Solito e si deve ritenere che in quella zona vi fossero terreni coltivati a vigna. Alle masserie erano infatti legate attività produttive agricole. Intorno ad esse, quindi, c’erano estensioni di terreni. Difficile pertanto che tra la Masseria Carmine e la Masseria Solito ve ne fosse una terza, così come mi sembra improbabile che vi sia un’altra famiglia Viola che in qualche modo si possa confondere con quella di Luigi e Cesare Giulio.”

Anche altri ricercatori sono concordi con la sua tesi? “Anche l'assessore Lucio Pierri, sulla base della lettura di una carta del 1881 e di una più corretta interpretazione di un altro passo del romanzo "Pater", sostiene che non possa essere messa in dubbio l'equivalenza dell'immobile odierno con la masseria Solito. Dello stesso parere gli studiosi Antonio Vincenzo Greco, che alle masserie del territorio ha dedicato il volume "Masserie del Tarantino", inserendo in copertina proprio la masseria Solito, e il prof. Cosimo D'Angela, docente universitario e presidente della Società di Storia Patria per la Puglia".

Nella querelle si è inserita, a sorpresa, anche Caterina Viola, discendente di Cesare Giulio, che nella masseria Solito è nata ed ha vissuto nell'infanzia. Caterina Viola ha anche fornito una fotografia della sua casa natale, dalla quale purtroppo non è possibile fugare completamente i dubbi.

Oltre al Viola però c’è un grande problema che riguarda la conservazione delle ultime tracce della Taranto che fu, in un territorio ormai stravolto urbanisticamente. "Sì. Una considerazione accomuna tutti gli studiosi intervenuti nel dibattito: a prescindere dal fatto che la masseria di via Plateja sia o no la stessa della quale parla Cesare Giulio Viola nel suo romanzo, essa va salvata, ad ogni costo. Fermo il diritto della proprietà di disporne come meglio crede, i vari D'Angela, Pierri, Greco, il vicesindaco, il presidente della Circoscrizione, e buon ultimo il sottoscritto, ritengono che salvare un pezzetto di storia del territorio così miracolosamente arrivato sino a noi, seppure in pessime condizioni, sia un dovere che la nostra Taranto deve a se stessa, un dovere che deve alla sua storia e alla sua tradizione, a quella civiltà contadina che l'arsenale prima e l'italsider poi hanno provveduto a cancellare, a resettare, diremmo oggi, sostituendo l'acciaio agli ulivi e le gru alle vigne che arredavano il nostro territorio urbano sino agli inizi degli anni '60. La nostra città deve dimostrare di meritare questo piccolo miracolo urbanistico, questa piccola moneta sporca improvvisamente trovata sulla strada. Per farlo occorrerà certamente risarcire la proprietà, ma soprattutto, una volta acquisito il bene alla disponibilità pubblica, proporre e realizzare un piano di recupero statico e funzionale. Tanti, forse troppi sono i sogni realizzabili: casa delle associazioni, centro sociale, caffè letterario... Questa città ha il bisogno e il diritto di riprendere a sognare, dopo decenni di incubi mostruosi dalle gambe d'acciaio e dal fiato di minerale”.

13 febbraio 2015

La pesca nei mari di Taranto, attualità delle norme antiche

La pesca nei mari di Taranto, attualità delle norme antiche

Una relazione davvero interessante, apparsa sulle colonne del Corriere del Giorno di giovedì 24 dicembre 2009, p. 31, ci illumina ancora una volta sulle attività peschiere della città jonica. Da un punto di vista cronologico, possiamo considerarlo ideale "continuazione" di un mio articolo pubblicato sulla "Voce del Popolo" del 17 gennaio 2010

Nelle foto di Cerruti: selezione di pali di castagno per la mitilicoltura, l'enorme quantità di corde vegetali prodotte, ostricoltori trasportano fascine di lentisco


Storia e cultura del molluschi L'iniziativa della Fondazione Michelagnoli e del Talassografico

La pesca nei mari di Taranto, attualità delle norme antiche

Proponiamo una sintesi dell’intervento tenuto da Fabio Caffio in occasione della presentazione del volume della Fondazione Michelagnoli “Frammenti di Mare: Taranto e l’antica molluschicultura”. Tema della relazione: “La pesca nei mari di Taranto tra storia ed attualità” tema trattato anche nel nuovo volume curato dalla Michelagnoli e dal Talassografico.






La Taranto che nel 1860 cessò di far parte del Regno delle Due Sicilie era una città di circa 20.000 anime che gravitavano in gran parte sulle attività marittime. Gli abitanti vivevano ristretti nell’angusto spazio dell’Isola cinto interamente da mura e fortificazioni. L’accesso al Mar Piccolo, lungo la strada della Marina ( l’odierna via Garibaldi) avveniva attraverso piccole porte che venivano chiuse di notte in quanto era vietata la pesca dalle ore 24 sino al mattino per evitare frodi alla Dogana cui era dovuto parte del pescato. E lì, sulla riva che era stata creata intorno all’anno Mille dai Bizantini rubando spazio al mare con i ruderi degli antichi monumenti magnogreci, erano in secca le barche dei pescatori. Barche di piccole dimensioni, feluche fatte per la pesca in Mar Piccolo o tutt’al più in Mar Grande, in quanto i pescatori tarantini erano dediti ad attività locali: i mari di Taranto erano infatti ricchissimi di ogni genere di pesci e molluschi e non c’era alcun bisogno di spingersi lontano dalla Città. Poi venne la costruzione dell’Arsenale militare, iniziata nel 1883, che trasformò del tutto la riva sud del Mar Piccolo: 40 ettari vennero sottratti al mare e scomparve la Baia di Santa Lucia, sino ad allora accessibile dalla città tramite una strada in discesa posta là dove ora finisce l’odierna via Pitagora vicino al Muraglione dell’Arsenale. Il Mar Piccolo cambiò allora la sua fisionomia ed il suo habitat naturalistico, anche per effetto dello scavo ed allargamento in canale navigabile dell’antico fosso del Castello che lo mise in diretta comunicazione con il mare aperto.

Chi oggi legga i toponimi riportati sulla cartina di G.B. Gagliardo dei mari di Taranto stenta ad individuare la loro attuale collocazione. La Fontanella, spiaggia dove si praticava la pesca con la sciabica, era ove è oggi la stazione torpediniere. Le sciaje, peschiere in cui venivano messe a dimora ostriche e cozze pelose, erano nei pressi dell’attuale banchina sommergibili, mentre Santalucia era l’insenatura sottostante la villa di monsignor Capecelatro nei cui bassi fondali si faceva copiosa raccolta di telline e si prendevano, con un rastrello detto vrancuzza, ricci ed ostriche. Più avanti il Pizzone (in parte rimasto immutato) e poi posti oramai cementificati o difficilmente oggi riconoscibili come Pieschi e Mancanecchia (nel II Seno) ciascuno dei quali era dedicato alla pesca di differenti specie ittiche visto che, come ricorda Wuilleumier, Mar Piccolo era come una “immensa rete” che ne conteneva ben novantatré. Tanta abbondanza veniva però amministrata con oculatezza. Per non privare la popolazione del necessario sostentamento e non ridurre le entrate doganali derivanti dalle gabelle (ammontanti in media ad un terzo del pescato) da epoca remota si era consolidato il principio che andasse tutelato, evitando catture indiscriminate, il ciclo riproduttivo di tutte le specie del Mar Piccolo. In special modo di quelle che in certi periodi dell’anno migravano, passando per l’apertura del Ponte di Napoli (odierno ponte di pietra), verso zone limitrofe del golfo. Si spiega così che varie leggi sulla pesca emanate ai primi dell’Ottocento dalla tanto bistrattata Amministrazione borbonica (che a leggerne le carte di archivio, si dimostra invece molto provvida ed efficiente) contenevano norme del seguente tenore: “Sino a nuova disposizione saranno osservate pe' mari di Taranto gli antichi regolamenti e statuti […] le quali provveggono con determinazioni richieste da circostanze, locali, che non si distrugga il germe de' pesci…”. Le condizioni e le modalità - riaffermate da tali leggi - cui era sottoposta la pesca nei mari di Taranto da parte della popolazione locale erano riportate in un codice del 1463, il cosiddetto Libro Rosso. Esso conteneva l'inventario dei beni demaniali del Principato di Taranto al tempo di Giovanni Antonio Orsini, ultimo principe della città, stabilendo le epoche, le diverse qualità di pesci, i luoghi in cui era consentito pescare e gli strumenti da usare.

Come precisava Cataldantonio Carducci nel commentare le Delizie Tarentine del D’Aquino, “Quelle tali proibizioni hanno le loro ragioni; perché pescandosi in tal tempo, ed in tali ore… si verrebbe a danneggiare la riproduzione e si giungerebbe in seguito, ad estirpare tutto il lucroso genere...” Dopo l’Unità d’Italia emerse il rancore della popolazione contro l’Amministrazione delle Due Sicilie ritenuta responsabile di aver limitato lo sviluppo della Città per esigenze di difesa militare. Vennero così abbattute le mura e, nell’attuale Piazza Fontana, antichi monumenti come la Cittadella, la Torre di Raimondello Orsini e la Fontana di Carlo V. E si fece strada la convinzione che la pesca fosse oramai libera. Questa illusione, sostenuta nel 1863 con dotti argomenti da Cataldo Nitti,durò però poco. Apparve infatti subito chiaro che non era possibile, per non cadere nello sfruttamento indiscriminato, fare a meno delle antiche regole del Libro Rosso, anche perché non vi era, nella legislazione sabauda alcuna norma specificatamente dedicata alla tutela della pesca. Si corse così ai ripari e sia il Sindaco (al tempo Raffaele Lo Jucco) che il Comandante del Porto, sulla base di un parere del Consiglio di Stato, emanarono nel 1874 ordinanze per riaffermare la validità del Libro Rosso come fonte normativa sulla pesca nei mari di Taranto la cui violazione sarebbe stata punita con le pene sancite dal Codice per la Marina Mercantile. A questo fine venne redatta una trascrizione in lingua moderna dello stesso Libro Rosso la quale venne stampata nel 1873 col titolo “Regolamenti contenuti nel Libro Rosso del 1400 sulla pesca dei mari di Taranto ed Istruzioni dette del Codronchi del 1793”. Si realizzò così un’iniziativa lodevole che consegnò alla posterità la memoria di più di duemila anni di vita produttiva del Mar piccolo. L’articolo primo di queste Istruzioni era dedicato, ad esempio, agli “Ordigni proibiti” quali Branconi di ferro per la pesca delle ostriche e cozze pelose, in quanto “radono il fondo del Mare ed estirpano il feto dei pesci. Con l’articolo terzo si vietava la pesca delle ostriche di piccole dimensioni (perché suscettibili di ulteriore ingrossamento) e si stabiliva anche che la “pesca delle ostriche dovesse cominciare dal dì 13 dicembre sino al seguente sabato santo di ciascun anno”, quando le ostriche, divenute grasse e perfette, sono dette “incorallate”. L’articolo quarto concerneva il divieto – per impedire la cattura dei pesci di piccole dimensioni - di impiegare la mappa stretta e cioè un tipo di nassa a maglia fitta, utilizzata per pescare i coccioli (particolarmente abbondanti al di là del Pizzone nella zona di Pieschi ove ora è la Scuola Saram dell’Aeronautica). Mentre l’articolo nono, nel proibire la pesca della faloppa in Mar Grande, permetteva con il marro la raccolta - particolarmente ricca nella zona delle Fontane - delle cozze pelose le quali erano poi riposte ad ingrassarsi ed addolcirsi nelle sciaje del Mar Piccolo. Tutto questo sembrerebbe oramai travolto dalla modernità e relegato nelle pagine di chi ne coltiva nostalgicamente la memoria. Vero. Ma le Istruzioni del Libro Rosso, a leggerle attentamente, sono un testo di straordinaria attualità poiché anticipano i dettami della legislazione italiana sulla pesca ed i principi internazionali sulla pesca responsabile. E poi. Non è ancora Taranto la “capitale morale” (nel senso che lo è di fatto) della produzione dei molluschi in cui sono occupati non meno di un migliaio di lavoratori? E non è la pesca locale impressa nel dna dei Tarantini come testimoniano i numerosi pescatori professionisti e dilettanti che affollano le nostre acque e le banchine del Canale? Dunque: la vocazione di Taranto era ed è ancora sul mare, anche dopo un secolo di industrializzazione “forzata”, segno questo di un connubio inscindibile e di un destino immutabile.

12 febbraio 2015

La masseria Battaglia di Lama e le sue vicende storiche

La masseria Battaglia di Lama e le sue vicende storiche

Ricco ed argomentato articolo dell'archeologo Gianluca Guastella, comparso sulle colonne del quotidiano TarantOggi di lunedì 25 Gennaio 2010, pp. 12-13.

Storie di “battaglie, nobili e saraceni”

di Gianluca Guastella

Il cielo era terso in quell’alba del 14 settembre 1594, ma ai tarantini sembrava plumbeo, foriero di grandi sventure, a causa dei riflessi nerastri su Mar Grande di quelle cento e più galere saracene che, all’improvviso, avevano oscurato l’orizzonte. Il fatto, poi, che la flotta navale turca fosse comandata dal rinnegato messinese Sinan Bassà Cicala, il pirata con gli occhiali, massacratore di cristiani, terrore delle coste calabresi e siciliane, faceva prevedere davvero il peggio. I Saraceni sbarcarono alle Cheradi, ed occuparono l’isola maggiore di Santa Pelagia e quella più piccola di Sant’Andrea, entrambe deserte, “albergo fido/di timidi animali”, utilizzate in genere dai pescatori di frodo e dai contrabbandieri. Come prima operazione militare, i Turchi attaccarono le torri costiere di capo San Vito e capo Rondinella. Sbarcarono alla foce del Tara, definito alla maniera petrarchesca “un vago e picciol fiume, / con dolci acque agli occhi chiare e belle”, per provvedersi di acqua e vettovaglie o di legname per riparare le navi. Qui sorgeva una torre di vedetta custodita da pochi uomini, che venne presa d’assalto e incendiata. I custodi Storie di “battaglie, della torre vennero condotti davanti a Cicala che li interrogò per conoscere i “segreti” della città fortificata. Uno di essi descriveva con orgoglio le mura “invincibili, superbe e forti”, le “due castella”, cioè le fortificazioni aragonesi verso porta Lecce e la torre di Raimondello Orsini a porta Napoli, i due ponti che separavano il Mar Piccolo dal Mar Grande, la gran copia di armi e munizioni di cui era fornita e soprattutto l’animo dei cittadini pronti alle armi. Alla fine della sua descrizione il vecchio soldato esclamava, come una sfida: “Or s’espugnar bastate la cittade / itene pur”, quasi a dire: “Se hai il coraggio, fatti avanti!”. Allora il Cicala, “l’empio Trace”, lo “Scita crudel”, in un moto incontenibile di stizza uccideva barbaramente il coraggioso e incitava i suoi ad attaccare la città e a devastare con “furti e prede” il territorio. I pochi soldati spagnoli del presidio non bastavano per difendere l’ampio recinto delle mura. Furono chiamati a raccolta i cittadini che risposero entusiasti all’appello, anche se fecero “a tòr via l’armi” un po’ di confusione. Così scriveva Cataldo Antonio Mannarino, ventiseienne poeta e medico tarantino nel suo “Glorie di guerrieri e d’amanti” , con affettuosa ironia: “Quindi urtava l’un con l’altro, e spesso / quindi l’altro cascava da se stesso”. I Turchi vennero respinti e per ripicca incendiarono e distrussero Santa Maria della Giustizia e il convento suburbano degli Olivetani, i quali preferivano risiedere “intra moenia” nel più comodo monastero di Santa Maria del Porto. I rinforzi richiesti al Preside della Provincia tardavano ad arrivare, anche perché don Carlo d’Avalos, marchese del Vasto, stava raccogliendo più in fretta possibile il suo esercito, formato dai contingenti militari dei vari feudatari della zona, fra cui il duca d’Atri. Finalmente le forze cristiane giunsero in vista della città, accolte con grande giubilo dagli abitanti. Di questa battaglia non si hanno altre notizie, se non nei versi di Mannarino. Che non parla, invece, dell’altra scaramuccia, breve ma cruenta, che si svolse il 22 settembre 1594 in contrada Scardino, alle sorgenti del Tara, tra un contingente turco, inviato a depredare ancora una volta il territorio, e la truppe cristiane guidate dal vescovo di Mottola Iacopo Micheli e dalla baronessa di Massafra Isabella Monsorio, vedova di quel Francesco Pappacoda che era stato tesoriere e intimo di Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia.



Sinan Bassà Cicala

Le perdite dei Turchi furono considerevoli e costrinsero l’ammiraglio Cicala a ritirare le sue navi che fecero di nuovo rotta verso l’Albania. Testimone muta e sbigottita di questo scontro, una bellissima masseria fortificata, situata a Lama che da allora prese il nome di “Masseria della Battaglia”. Era questa splendida, insieme ad un’altra, in territorio di Montemesola, della famiglia dei conti tarantini D’Aquino, meglio conosciuta come “Levrano D’Aquino” e dove, a quanto risulta, tre secoli dopo, Tommaso Niccolò D’Aquino, scrisse le sue “Deliciae Tarantine” un poemetto in esametri latini in 4 libri, in cui tesseva un elogio della città di Taranto mediante la descrizione delle sua bellezze naturali e delle attività dell’uomo, quali la pesca e la caccia. L’opera rimase inedita per molto tempo e fu tradotta e pubblicata nel 1771 dall’umanista Cataldantonio Artenisio Carducci, mentre al nostro conte, l’Università tarantina dedicò l’arteria principale della città. Per il viaggiatore che, partendo dal Molise o dalla Campania, scende giù per la Puglia, fino alla punta estrema del tacco dello Stivale, o, a Sud Ovest, fino ai confini con la Basilicata, c’è una sorta di filo d’Arianna a guidarlo: il reticolo delle masserie che, a Nord come a Sud, punteggiano e disegnano il paesaggio rurale.

Costruzioni scarne o maestose, dall’architettura essenziale o complessa, semplice o impreziosita da tipiche soluzioni localistiche, tutte nel bianco abbacinante del tufo calcinato. Questo per dire come le nostre masserie costituiscano un bene culturale preziosissimo, pregne come sono di storia e di cultura. Ma torniamo alle masserie della Battaglia e di Levrano D’Aquino e alla loro rilevanza storico-architettonica. I due manufatti, più tardi, furono acquistati da un’altra famiglia nobile tarantina, quella dei marchesi Bonelli- Beaumont. E questo fino ai giorni nostri, agli anni settanta, per intenderci, allorché l’ultimo dei suoi discendenti, Carlo, passò a miglior vita, lasciando la sua cospicua eredità alla fondazione Nobel , con la specifica prescrizione di impiegare il suo patrimonio per la ricerca sul cancro, indicando nel professore siculo-partenopeo Giulio Tarro il terminale ultimo dell’eredità. Il marchese Bonelli –Beaumont, però, aveva lasciato l’usufrutto dei suoi beni alla moglie, Teresa Berger, una bellissima francese che aveva conosciuto a Parigi, dove i rampolli delle famiglie nobili del nostro Meridione usavano andare a divertirsi, e che, pare, fosse una ballerina del Lidò. A questo punto fa il suo ingresso un avventuriero di grande lignaggio del quale non diciamo il nome, il quale, un bel giorno, si presenta alla vedova, porge le sue condoglianze e dice di essere debitore al defunto di un bel po’ di milioni che il marchese gli aveva prestato, per amicizia, in un momento di difficoltà finanziarie. Poi, stacca un assegno e lo porge alla nobildonna, rinnovandole i sensi del suo cordoglio. La marchesa Berger ne rimane vivamente impressionata, tanto che di lì a poco il nostro diventa un assiduo frequentatore di casa Beaumont, proprio alla Masseria della Battaglia, stupendamente arredata e impreziosita da quadri di autore che il marchese aveva raccolto in giro per il mondo, ma, soprattutto, in Francia. L’amicizia si stringe a tal punto che il nostro avventuriero propone alla vedova di sostenerlo nella sua intenzione di fare un’offerta alla Fondazione Nobel per rilevare l’eredità immediatamente, pagandone il corrispettivo, senza aspettare la sua morte, ma assicurandole che ella, Teresa Berger, sarebbe rimasta lo stesso padrona dei beni mentre era in vita. Accolta la proposta, i due si recano a Stoccolma e, inaspettatamente, la Fondazione Nobel, pur di realizzare subito, accetta l’offerta e, per qualche centinaio di milioni di lire (trecento o poco più), cede tutta l’eredità al nostro, senza neppure darsi pena di farsi fare una stima che avrebbe appurato essere il patrimonio del marchese Carlo di molti miliardi di lire. Da sole le masserie della Battaglia e di Levrano-D’Aquino, tipico esempio di “masserie compatte” che, più che di masserie, si dovrebbe parlare di dimore-palazzo, in quanto, si distinguono da tutti gli altri tipi per la linearità delle loro unità volumetriche e distributive, formate da un fabbricato unico a due piani con i locali e la cappella a pianterreno e con una differenziazione nelle volte dei vani: a botte nei locali di servizio, a crociera nella cappella, a padiglione e a lunetta negli ambienti residenziali, valevano ben oltre quella cifra incassata dalla Fondazione Nobel. In ogni caso, ben prima che la marchesa morisse (nel 1973) i rapporti tra i due si erano gravemente incrinati, con Teresa Berger che non esitò ad accusare il suo ex amico di averle trafugato gran parte delle sue preziosissime tele, con strascichi ed accuse pesanti nelle aule di giustizia. Furti che non furono mai provati, tanto che il nostro intelligentissimo avventuriero, alla dipartita della marchesa, divenne proprietario di un grandissimo patrimonio. E’ anche vero che fu costretto, in seguito, a rispondere ai giudici di “lottizzazione abusiva”, in quanto la vastissima area in prossimità della Masseria della Battaglia in venti anni o poco più, divenne una sterminata colata di cemento, prendendosi anche qualche condanna. Ma forse di una cosa dobbiamo essergli grati: quello di aver preservato e, anzi, sapientemente restaurato la “Masseria della Battaglia”.

11 febbraio 2015

Quando la "Concordia" era a Taranto... La Leonardo Da Vinci

“Leonardo da Vinci”, il racconto di una straordinaria opera di recupero 

di Silvano Trevisani

dal "Corriere del Giorno" di mercoledì 7 ottobre 2009, pp. 34-35.

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“La notte del 2 agosto 1916, La Regia Nave Leonardo da Vinci alla fonda nel Mar Piccolo di Taranto, sommerge in seguito ad esplosione all’interno del deposito poppiero delle munizioni. La gigantesca nave ruota su se stessa ed affonda scavando una fossa nel fango. Le sovrastrutture sporgenti: fumaioli, alberi, torri di comando, si schiantano mentre le robuste torri corazzate penetrano profondamente nel fondo. Perdono la vita 249 uomini tra i quali il comandante, Capitano di Vascello Galeazzo Sommi Picenardi”.

Inizia così il drammatico racconto di un episodio che resta nella storia della Marina Militare e di Taranto in particolare. Ma non solo. Ci è capitato più di una volta, infatti, di intercettare, in Villa Peripato, discendenti dei marinari che perirono in quella notte tragica, provenienti da tutta l’Italia, e che cercano il busto bronzeo di Leonardo, appartenuto alla sfortunata nave, sul cui cippo è ricordata l’opera distruttiva della “codardia nemica”. Ora il “Recupero della Leonardo da Vinci” è raccontato nel bel volume “La corazzata capovolta”, fortemente voluto dalla direzione dell’Arsenale e pubblicato in occasione delle celebrazioni del 120° anniversario dell’inaugurazione dello stabilimento. Il “Racconto fotografico” illustra nel dettaglio la complessa e laboriosa operazione di recupero della corazzata attraverso le fotografie tratte da lastre ortocromatiche in vetro, trattate con gelatina al cloruro d’argento, custodite presso la Mostra storica artigiana dell’Arsenale M.M. di Taranto.



Si tratta di immagini quasi tutte inedite, di grande qualità, realizzate con tecnologie allora d’avanguardia, ora davvero “archeologiche”, la cui nitidezza impressiona, ancor più se si considera che si tratta di fotografie scattate, in genere, con macchine di legno con obiettivo fisso e che risalgono in un periodo compreso tra il 1917 (in piena guerra mondiale) e il 1921. Nella sua nota introduttiva al volume, il direttore ammiraglio Giulio Coboldi, ricorda come l’idea editoriale gli sia stata rafforzata dalla personale esperienza vissuta, nei primi anni Ottanta, per l’incarico ricevuto, nel 1981, di partecipare al recupero in basso fondale della ex nave Artigliere, servizio che ebbe sito positivo nei tempi previsti, svolto tutto con personale della Difesa. “Oggi come direttore di questo stabilimento – scrive l’ammiraglio – mi trovo a celebrarne il 120° anniversario della sua inaugurazione, uno degli eventi che mi viene proposto per festeggiare l’anniversario è la raccolta fotografica in oggetto, uno dei principali esecutori che resero possibile quell’impresa, a sua volta e a più riprese nominato nella raccolta, è stato il cap. sommozzatore Armando Andri - una delle fonti bibliografiche e tecniche che hanno reso possibile l’impresa del 1981/82 di recupero della ex nave Artigliere (certo meno impegnativa ma non meno di valore di quella della Leonardo da Vinci) è stato il libro di Andri “Recuperi navali in basso fondale” – chi scrive è l’unico ancora in servizio che ha partecipato al recupero di nave ex Artigliere e probabilmente l’unico che, di conseguenza, sa cosa vuol dire veramente una operazione del genere”. Il fotoracconto illustra, in maniera impeccabile, le varie fasi della complessa ma straordinaria opera di recupero della nave, secondo il progetto di un alto ufficiale del genio Navale, Edgardo Ferrati, effettuato dalle maestranze dell’Arsenale Militare, così come riporta il racconto di sintesi tratto dallo stesso volume. L’effetto che fa sfogliare il volume, che sarà presentato ufficialmente alla città venerdì prossimo, è sconcertante: sembra impossibile che i fatti raccontati si siano svolti quasi un secolo fa e che gli uomini intenti a lavorare a questo faraonica impresa, siano nostri padri ormai immersi in una storia lontana eppure così legati a questa comune esperienza sociale e industriale che è l’Arsenale militare di Taranto.


Dal libro

Dopo la grande tragedia la reazione: recuperare

Sconforto e commozione sono i sentimenti unanimi; la reazione e immediata: l’11 agosto il Ministro della Marina nomina una commissione affinchè sia studiata la possibilità di recuperare la nave, anche in condizioni di efficienza ridotta. Dopo un lungo e attento esame viene scelto il progetto del Tenente Generate del Genio Navale, Edgardo Ferrati, che consiste nel “sollevamento della nave con aria compressa prima ed elementi di bacino galleggianti poi e suo capovolgimento mediante allagamenti eccentrici”. I lavori iniziano nel mese di dicembre; ovviamente avrà precedenza su di essi ogni altra esigenza di guerra. Il lavoro subacqueo che caratterizza questa prima fase è lungo e duro. I palombari disponibili non bastano: si scelgono e si addestrano giovani volontari.


Con le prime due campane di equilibrio si manda aria nella nave e si riesce, in alcuni locali, ad abbassare il livello dell’acqua. Si recuperano circa 700 tonnellate di munizioni e si tamponano le falle con strutture metalliche. Cambia ad un certo punto il programma: si era deciso per la costruzione di un bacino galleggiante ma le esigenze di guerra rendono impossibile l’approvvigionamento del materiate; si decide quindi, ed è decisione audacissima, di portare nel bacino in muratura la nave galleggiante pur se ancora capovolta. La nave viene alleggerita ulteriormente liberandola delle cinque torri corazzate e dalle altre sporgenze: alberi, fumaioli e torre di comando. Il 17 settembre 1919 il convoglio, “nave capovolta - cilindri di spinta - pontoni”, trainato da quattro rimorchiatori percorre un canale appositamente scavato nel Mar Piccolo, lungo due chilometri e mezzo e largo 45 metri. Il giorno successivo, lentamente, entra nel bacino. L’impresa straordinaria ha impegnato per 30 mesi una media di 150 operatori tecnici militari e civili ed è costata un milione di lire e purtroppo la vita di un palombaro. Prima di iniziare i lavori di carpenteria, dai compartimenti della nave, si recuperano i resti mortali delle vittime rimaste intrappolate nella nave. I lavori all0interno della nave durano fino al gennaio del 1921. Il 22 gennaio la nave capovolta viene rimorchiata in un punto nel Mar Piccolo in cui è stata scavata una fossa. Il convoglio si ferma, è un momento di grande emozione per tutti. Arriva l’ordine e inizia il capovolgimento: a mezzogiorno del 24 la nave gira su se stessa nel senso dell’asse longitudinale, oscilla un istante...
Quelli che "fecero l'impresa"