22 gennaio 2015

De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia

Pubblico sul mio blog un articolo di storia tratto dal Corriere del Giorno di giovedì 4 ottobre 2007, p. 5

De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia
Giovanni Antonio e le imprese di Otranto contro i Turchi

di Mario Spinosa

Il nome è noto. Riappare ogni anno, in occasione della festa dei Santi Patroni, la Madonna dei Martiri e S. Trifone. E’ un personaggio che ha nella Chiesa Madre una sua raffigurazione parietale, piuttosto recente, dal momento che risale alla volontà dell’amato parroco D. Franco Limongelli (anni settanta). Tuttavia lo si confonde con altri e non gli si attribuisce il ruolo che ha avuto realmente quando si è guadagnato un posto nella storia locale. Recentissime ricerche hanno consentito di tracciarne il volto e di ricostruirne l’impresa, al di là delle mistificazione fatte dalla filiera di storici locali, a partire da "La storia di Taranto" (1878-1879) di D.Ludovico De Vincentis e della prosopopea dei "panegiristi", non ultimo D.Vincenzo Monticelli (Papa Cenzu). Tanto è stato possibile grazie alla lettura del "Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto", lavoro (1880) di F. Casotti, S. Castromediano, L. De Simone, L. Maggiulli, studiosi illustri leccesi, riconsegnato alle stampe nel 1999 da Piero Lacaita Editore a cura di G. Donno, A. Antonucci e L. Pellé. Le fonti manoscritte su Giovanni Antonio De Falconibus (= delli Falconi) rintracciate nell’Archivio di Stato di Lecce e lette con attenzione sono sostanzialmente due: la "Historia della guerra di Otranto del 1480" di Giovanni Michele Laggetto (Otranto 1504-?), trascritta da un antico manoscritto del 1557, pubblicata e commentata dal Can. Luigi Muscari nel 1924; e il manoscritto "Delle Famiglie nobili leccesi scritte nel 1625 da D. Francescantonio de Giorgi nobile di detta Città coll’aggiunte nel 1755 di D.Ermenegildo Personé Patrizio della stessa" (MS 3 a-b). Il Laggetto, originario della stessa Otranto, scrive nel 1557, qualche anno dopo i fatti, ascoltati da quanti li hanno direttamente vissuti scampando al massacro. Il De Giorgi, invece, raccoglie nel 1625 da fonti varie tutte le notizie possibili che gli sono utili per comporre la storia delle Famiglie nobili leccesi. Allora, che cosa è accaduto nel 1480? Tralasciando le cause politiche in premessa riportate dai testi di storia, Maometto II (1451- 1481), è scritto in Laggetto, "per questa impresa d’Otranto ordinò cento e quaranta vele, cioè quaranta galere, sessanta galeotte e quaranta maoni per portar gente e cavalli, monitioni dell’esercito, mandò diciotto mila Turchi, quali per terra fè venire alla Vellona, dove venne la sopradetta armata per imbarcarli, e per Capitano generale sopra di tutti vi mandò Acomaht Bassà, homo di statura piccola, di color bruno, nasuto, con poca barba, mezzo spano, brutto di volto, d’animo crudelissimo e molto avaro, povero e vile, fatto Bassà da Maumeht per sbeffeggiamento, perché avanti era stato staffiero". Questo avvenne nella prima settimana di giugno del 1480. Re Ferdinando d’Aragona (1423-1494), informato sul trasferimento dell’armata turca da Costantinopoli a Valona (Albania), "munì di presidio tutte le città delle marine e specialmente in (Otranto) che vi pose presidio di cento lanze con due Capitani che l’uno era Francesco Zurlo Napoletano e l’altro Giovanni Antonio de Falconi di patria fiorentino et ordinò al Vice re della provincia, che era l’Arcivescovo di Brindisi di Nazione Spagnolo di Casato d’Achea che vi ponesse ancora cento fanti della provincia". Il nostro Giovanni Antonio de Falconi (nella versione latina "De Falconibus") risulta "di patria fiorentino", Zurlo è "Napoletano" e l’Arcivescovo è di "Nazione Spagnolo". Che cosa vuol dirci lo scrittore? Il De Giorgi, dal canto suo, chiarisce che le origini dei Falconi si perdono nella notte dei tempi: "I Falconi -scrive- sono sì antichi che non si può sicuramente affermare se siano originari del paese, o se pure traggano i loro principi di sangue forestieri. Benché alcuni vogliono che da Francia vengano. Del nome loro riempirono terra di Bari, ma terra di Otranto ivi antichi possessori di molte ricchezze, e quindi ricordati in fin da’ tempi de’ Ré Svevi a nobiltà di Baronaggio / ed a valor militare". E questo ci appaga. Perché la famiglia De Falconibus, baroni di Pulsano, sono originari di Bisceglie, approdati nelle contrade del tarantino già a partire dal XIV secolo con Falco, noto protagonista della vita pubblica tarantina, deceduto nel 1387, come riportano antiche cronache (Crassullo). Questo primo barone di Pulsano provvide al consolidamento del suo feudo e alla fortificazione del vecchio Casale. Marino (Senior), il figlio di Falco, secondo barone di Pulsano, al quale si fa risalire la costruzione del Castello (1430), ebbe un ruolo rilevante nelle nozze (1407) tra Maria D’Enghien e re Ladislao (Crassullo). Suoi figli sono: Cosma, il primogenito che ereditò la Terra di Pulsano e continuò ad affermare questo ramo tarantino del casato; Giovanni Antonio, il cadetto che abbracciò la vita militare e, divenuto Capitano, ebbe da Ferdinando di Aragona l’incarico insieme a Zurlo di andare a difendere Otranto; Raffaele, altro cadetto che si dette all’avventura diplomatica ponendosi al servizio degli Aragonesi (ambasciatore in Francia, come ricorda De Giorgi). Quest’ultimo fu compensato per i suoi servigi con donazioni e acquisti, facilitati dall’influenza generosa degli Aragonesi. Entrò in possesso del casale di Roca (1496), spopolata dal recente saccheggio dei Turchi, e della Foresta di Lecce, che si estendeva appunto da Roca a Lecce. Con questo possesso feudale Raffaele abbandonò Pulsano, andata in successione al fratello Cosma, e si trasferì nel leccese, ove trovò conveniente sistemazione unendosi alla nobiltà locale. Suo figlio Ferrante si unì ad Arminia Lantoglia, come viene ricordato dagli altri storici (Foscarini). Giovanni Antonio, figlio di Marino (Senior) e fratello di Cosma non c’è più, perché è caduto in Otranto nel 1480. Ma il suo nome ricorre ancora nel ramo tarantino. A Cosma succede infatti Marino (junior), che chiamò suo figlio con il nome dello zio. Con quest’ultimo Giovanni Antonio, nel 1560 il feudo di Pulsano fu sottratto ai De Falconibus e assegnato ad altri baroni acquirenti. Torniamo intanto al nostro valoroso Capitano. Racconta Laggetto che la sosta per lungo tempo a Valona dell’armata turca tranquillizzò i nostri che allentarono la guardia. Ma i Turchi, a sorpresa, di notte sbarcarono a Roca e cominciarono la feroce azione militare per l’occupazione della Terra d’Otranto. Le prime difese non dettero risultati rilevanti, perciò i Capitani "serrarono le porte della Città… distribuirono le genti per le torri… e luoghi quali s’avevano a guardare". Ordinarono che si raccogliessero "quanto si potè d’animali da macellare" e vollero anche che "si ammazzassero tutti i cani che erano nella Città". Partirono intanto le offerte per la resa indolore, ma non c’erano condizioni accettabili. I Capitani, pertanto, invitarono i cittadini a farsi coraggio e a prepararsi alla difesa e "per levare ogni sospetto, pigliorno le chiavi della città, cioè delle porte di essa e quelle presente tutto il popolo che le vedesse di sopra d’una torre le buttarono in mare". Cominciò subito dopo l’assalto dei Turchi con colpi roboanti di bombarde. "Or questa batteria -scrive Laggetto- facevano con certe bombarde grosse di gran meraviglia che parevano essere botti e… tiravano palle di pietra viva e di smisurata grandezza… che quando sparavano, era tanto il terremoto che pareva che il cielo e la terra si volesse abbassare, e le case et ogni edificio per il gran terrore pareva che allora cascassero… Di più usavano certi strumenti chiamati mortari, quali pur tiravano palle di pietre grossissime in alto verso l’aria, spinte dalla violenza della polvere e doppo cadevano in mezzo della città sopra delle case, talché non si poteva camminare per le strade, ne meno stare in casa, laonde si pigliò espediente d’abbandonare le case e ridurre tutte le donne e figliuoli nella Chiesa Maggiore". Dopo quindici giorni di bombardamenti di questo tipo, all’alba di venerdì 12 agosto, i Turchi fecero breccia nelle mura "con grand’impeto d’urli e di gridi con suoni di timpani e di tamburi". Accorse Zurlo, affiancato dal figlio, con la sua compagnia. Naturalmente "le picche, lance et altri armi in aste e balestre" non potettero resistere alle schioppettate e agli archibugi dei Turchi. "Avvisato di questo -continua Laggetto- il Capitano Giovanni Antonio delli Falconi, quale stava in una piazzetta in mezzo della città per la riscossa colla sua compagnia e con molti altri cittadini per soccorrere dove fusse il bisogno, corse et arrivò al luogo coll’huomini d’arme a cavallo e trovò che li Turchi già cominciavano ad entrare, perché erano venuti fin sopra l’argine di dentro e avanzavano terreno contro quelli che resistevano. Rimettendo contro quelli con grand’animo e ribattendoli ne ammazzò molti e resistette anco un gran pezzo; ma era tanta la calca della gente Turchesca che veniva spinta da dietro dal Bassà e da loro Capitani con bastoni e scimitarre nude per farli entrare per forza e con gran gridi et urli, che non si posseva più resistere… talché finalmente furono tutti morti con Giovanni Antonio delli Falconi e molti altri cittadini che si trovarono dentro". Il racconto continua con tanti particolari raccapriccianti: la fuga dei lancieri, la profezia, le fattucchiere, i corrieri a Lecce e a Napoli, l’uccisione dell’Arcivescovo, il Colle della Minerva etc.. Ma qui ci fermiamo, avendo preso nota del nostro eroe, del quale poi gli storici riporteranno qualcosa di modificato. De Giorgi scrive di lui: "… si rese celebre per la caratteristica difesa fatta in Otranto contro il Turco nel 1480 comandando 400 soldati. Egli insieme a Francesco Zurlo e ad altri guerrieri Otrantini per ben quindici giorni oppose valida resistenza contro le schiere Ottomane, e fù lui che scacciato l’ambasciatore Turco, che veniva per i patti della resa, fece gettare in un pozzo le chiavi delle porte della città. Morì gloriosamente colle armi in pugno, difendendo nella chiesa dell’Arcivescovado, le donne, i vecchi ed i fanciulli". Naturalmente si tratta di varianti sulle quali si dovrà ancora scavare negli archivi per venire a conoscenza dei fatti veri accaduti.

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