28 gennaio 2015

Cantore, poeta tarantino

Sono lieto di presentare sul mio blog questa recensione all'ultimo lavoro dell'amico Domenico Cantore, di cui apprezzo l'opera e la genuinità del vero tarantino.

Da: Tarantosera, martedì 17 - mercoledì 18 aprile 2007, p. 25 


Le “facjìdde” della tarantinità dimenticata

Domenico Cantore ne ha fatto un’antologia poetica. Tanti i temi che ricordano passato e presente

di Antonio Fornaro

L’amore, in tutte gli aspetti della vita umana, deve essere manifestato attraverso gesti concreti, diversamente è soltanto qualcosa di vagheggiato e non approda mai a nulla di buono. L’amore per la propria città si manifesta, dunque, anche attraverso atti concreti. Sono nati così, nel tempo, i buoni e saggi amministratori che hanno lasciato traccia del loro operato, i bravi professionisti e artigiani, gli artisti, gli storici e gli scrittori di prosa e di poesia. Tutte queste categorie sociali hanno scritto capitoli vari della storia della propria città servendosi del mezzo a loro più congeniale. Partendo da questo concetto e restando fedeli soltanto ad esso, abbiamo pensato oggi di far conoscere un tarantino che, a buon motivo, si è inserito nella serie di coloro che hanno dimostrato e continuano a dimostrare di volere bene alla propria città con i fatti. Stiamo parlando di Domenico Cantore, tarantino verace per aver avuto i natali nell’Isola madre delle città dei due mari, “rete a le Fogge”, oggi via Paisiello, 67 anni fa, per aver vissuto in prima persona tutte le tradizioni popolari tarantine, per non aver mai dimenticato di praticare il contatto con la gente del Borgo Antico, che egli stesso definisce ”umile, ma ricca di intelligenza e di umanità”. Cantore ha trovato nella parlata dialettale della sua città e nell’ispirazione poetica gli strumenti più idonei per proporsi come uno dei veraci tarantini che amano nei fatti la loro città. Messa insieme, pertanto, la sua produzione poetica in verace lingua dialettale tarantina, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie con l’editore tarantino Fumarola. Cantore accarezzava questa idea da oltre un ventennio, ma non riusciva mai a concretizzarla perchè desiderava “regalare” ai tarantini un prodotto poetico degno di tale nome e che soprattutto si facesse facilmente leggere. E’ nata così l’antologia poetica che ha intitolato “Facjidde”. Con tale termine i tarantini indicano le faville, le fiammelle, le scintille che si sprigionano dal fuoco, proprio come le sue poesie nate ed elaborate nel fuoco del suo cuore e che lui, con tanta umiltà, ha voluto proporre come “facjidde” in grado però di suscitare un amore altrettanto grande e caldo verso i lettori. Le “facjidde” a noi tarantini ricordano, in particolare, momenti di vita domestica “dimenticati” come l’accensione del fuoco da mettere nel braciere, le fiammelle portate in alto dal vento e strappate ai falò di san Giuseppe e le stelle cadenti d’agosto che concludono la loro parabola celeste nascondendosi e confondendosi con le acque del nostro mare. Cantore, dunque, è un tarantino che scrive in versi ai propri cittadini le emozioni e le esperienze più significative del suo vissuto e si propone come colui che vuole dimostrare come fino a mezzo secolo negli animi dei tarantini albergavano quei sentimenti buoni legati a fatti dello stesso spessore, che, con molta fretta abbiamo dimenticato nel momento in cui abbiamo cominciato ad abbattere case, a chiudere chiese e vicoletti fino a dimenticare gli stessi veri valori della vita basati sul rispetto, sull’amicizia vera, sull’amore per la famiglia, per i figli, per la propria città, per tutto ciò che ci circonda. Ecco come queste “facjidde” di Cantore, pagina dopo pagina, diventano un grande falò che rischiara la mente del lettore ma che, al tempo stesso, ne infiamma il cuore. Così ci è sembrato di leggere e di interpretare le poesie di Cantore. L’autore si serve di un linguaggio dialettale autentico e mai italianizzato, lo propone in una corretta scrittura fonetica e in una perfetta forma grammaticale e sintattica. In questo quadro, già segno di perfezione, fa calare i suoi messaggi sociali facendo parlare anche i personaggi da lui incontrati in vita e che hanno lasciato una impronta indelebile. Proviamo, allora, ad indicare alcune delle tematiche trattate perché attraverso le stesse si possa comprendere come l’autore abbia voluto scrivere un vero capitolo di storia vissuta e trasmessa con il linguaggio più vero per un tradizionalista, la parlata dialettale. Nelle sue ben 110 composizioni poetiche l’autore dedica lo spazio dovuto al Natale e alla Pasqua tarantina, al tema della morte chiedendo per lui una semplice sepoltura quando verrà quel giorno. Dedica composizioni ad amici artisti e professionisti, ma anche a semplici lavoratori e al suo fraterno amico padre Valentino Gutierrez, gesuita e cappellano dell’Arsenale, quell’Arsenale al quale dedica anche due poesie. Interessante l’attaccamento al luogo in cui è nato, “rete a le Fogge”, infatti scrive che è come il proprio nido e per questo non va dimenticato; ecco perché quando vi fa ritorno su quelle chianche per lui non è soltanto festa, ma è festa grande. Numerose le liriche dedicate al mare, al sole, alla prima nevicata, alle stagioni, ai sentimenti del cuore e della mente dell’uomo, ai vicoletti e a le strittele, alla Fede cercata e mai trovata e al suo credo politico. E’ veramente commovente lo slancio affettivo presente nelle sue poesie dedicate alla famiglia e soprattutto ai figli e alla mamma che sa leggergli sulla fronte pene e tormenti e tanti altri temi che non vogliamo anticipare per dare al lettore il piacere di scoprirli e soprattutto di interiorizzarli perché l’amico Domenico con i suoi versi parla veramente al cuore di ogni tarantino. E’ per questo che il suo lavoro non può non essere tenuto in debito conto da chi avverte il grande legame della tarantinità. Lui ha dimostrato di esserne un grande maestro. Così si fa!

Chi è l’autore e come lo giudica la critica

Domenico Cantore è nato a Taranto il 12 febbraio 1940. Giovanissimo ha cominciato a lavorare nell’Arsenale di Taranto e vi è rimasto fino alla pensione. Ha vissuto varie e ricche esperienze lavorative e di vita. Da adulto, già coniugato e con figli, ha conseguito il diploma di perito elettrotecnico. Alla fine degli anni settanta, “condotto per mano” dallo zio, il prof. Peppino De Angelis, inizia a scrivere i primi versi in dialetto tarantino, ma lascia che siano gli altri a declamarli perchè non se la sente di affrontare il pubblico.
In quasi un quarantennio di attività poetica ha partecipato con buoni risultati a vari concorsi anche a livello nazionale. Già socio del Cenacolo culturale “Beato Egidio” e collaboratore fedele e assiduo del giornale locale in dialetto tarantino, “’U Banne”, crede fortemente nella diffusione della tradizione culturale tarantina. Oggi continua a scrivere con matura ispirazione e con più forte passione le sue poesie. Delle sue poesie il prof. Nicola Gigante ha scritto: “C’è una freschezza di ispirazione ed una varietà di motivi. Si passa da una motivazione religiosa a considerazioni affettive, a riflessioni di carattere sociale”. Così A. Surini: “Facijdde è il viaggio vivo nella bella e ricca anima di Domenico”. A. Falconi annota: “La poesia di Domenico è nata come sfida e, col tempo, un tassello alla volta, è diventata storia. Solo in questa lingua possono raccontarsi questi eventi; ogni traduzione li svuoterebbe di senso”. Chiudiamo con una voce critica femminile, quella di Euclide Vella De Vitis: “Le poesie dell’amico Domenico sono elaborate, forbite, di qualità: rivelano impegno e passione nel voler mantenere vivo il dialetto che solo nell’isola è ancora perfetto”, e con alcuni versi molto belli dell’autore: “Quanne sarà.. pe’ lagne vogghie ‘a ruscete d’u vjiende, pe’ lambe sule ‘a luce de le stedde, pe’ fiure ‘na piatosa rambecande”. A. F.

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