31 gennaio 2015

Il Liceo "Archita" di Taranto

Oggi vi propongo una breve sintesi della storia del glorioso liceo classico "Archita" di Taranto, a cura di uno dei suoi docenti più ilustri, il prof. Adolfo Mele.

Il Liceo "Archita" di Taranto

Il Liceo Ginnasio "Archita" sorse nel 1872 come istituzione scolastica comunale e divenne Regio Liceo-Ginnasio con annesso Convitto nel 1899; da quella data, salvo brevi parentesi belliche, è ospitato nel Palazzo degli Uffici, in locali ottenuti dalla sopraelevazione del vecchio Orfanotrofio per i figli di militari deceduti, istituito dai Borboni alla fine del '700; questo storico edificio, dichiarato bene culturale e sotto vincolo della Soprintendenza ai beni A.A. C.C. di Bari, ha con i suoi lati dettato l'orientamento del reticolato viario del Borgo, mentre sul prolungamento del suo asse è stato successivamente posto il ponte girevole, tagliando l'ultimo torrione nord del Castello Aragonese.
Il primo regio preside del liceo "Archita" fu un italiano irredento, il trentino Dal Lago, tra l'altro benemerito studioso della stazione neolitica di Scoglio del Tonno.

La Biblioteca dell' "Archita"

Tra le altre dotazioni di cui il Liceo "Archita" è fornito c'è la biblioteca, ricca di circa 10.000 volumi e annate di riviste, che vi si sono raccolti nel corso della storia dell'Istituto.
Contiene testi editi in questo suo secolo di vita, ma ha attinto anche al mercato
antiquario (con una libreria di Pistoia, nel 1895, aveva un conto aperto di £ 79,50, i cui ultimi due acquisti, due testi del 1684 e del 1719, costavano £ 2): tale mercato era attivo nel '800 e nel Sud già con la confisca dei beni ecclesiastici sotto i Borboni (1818) e soprattutto dopo l'Unità d'Italia.
In questa biblioteca nessun campo di studio, nessuna materia d'insegnamento è trascurata: ai testi classici e letterari si affiancano raccolte di documenti, collane di riproduzioni di monumenti ed opere d'arte, trattati di scienze naturali ed applicate, volumi sull'attività sportiva e le Olimpiadi moderne, opere di didattica; ai classici italiani, latini e greci, si affiancano testi in lingua straniera (inglese, francese, tedesco, spagnolo), testi sanscriti, opere delle più diverse letterature tradotte in italiano (o in altro idioma più accessibile dell'originale); accanto a trattati impegnativi e ponderosi contiene anche testi divulgativi e accessibili agli allievi.
Molto ampia è anche la scelta dei periodici, con raccolte spesso complete, di prestigiose pubblicazioni e riviste. Non pochi sono i testi rari, tra cui alcune cinquecentine ("Rime e prose" di Mons. Giovanni Della Casa, 1564; la "Historia d'Italia" di F. Guicciardini, del 1599; gli "Historiae Mundi libri XXXVII" di Plinio il Vecchio a cura del Dalechampius del 1587; di Procopio di Cesarea, volgarizzati, le guerre gotica, vandalica e persiane e lo scritto "De gli edifici di Giustiniano imperatore" del 1544 -1547; i Commenti dello Scaligero al De causis plantarum di Teofrasto e al De plantis dello pseudo-Aristotele, del 1566; la traduzione latina, del 1564, delle voci storiche e antiquarie della raccolta bizantina Suida).
Possiede inoltre, pressoché completa, la raccolta dei Rerum Italicarum Scriptores (R.S.I.), dovuta a L. A. Muratori (edizione a cura di G. Carducci); le opere "minori" dello steso Muratori; la raccolta dei classici latini delle edizioni Pomba (inizio 1800) di Torino; la serie quasi completa delle pubblicazioni della Società di Storia Patria per la Puglia; i discorsi parlamentari di C. Cavour; scritti del Ricasoli; ampie raccolte di Documenti diplomatici italiani; le opere complete di Campanella, Hume, Metastasio, Hegel, Gioberti, Rosmini, Croce. Molti i lavori di storia e cultura locale e di studiosi della questione meridionale. Ultimamente si sta incrementando la dotazione di studi, opere e strumenti di documentazione sulla cultura del '900. E' in corso il riordino integrale e l'informatizzazione della biblioteca.

Il codice architiano "Diplomi dei Principi di Taranto".

Tra gli altri pregevoli testi della biblioteca del Liceo "Archita" spicca un codice manoscritto, che reca sul dorso ottocentesco il titolo "Diplomi dei Principi di Taranto".
E' un codice in quarto di 263 fogli (cioè di 526 pagine), scritto da almeno due mani, la prima attiva dopo il 1535 e la seconda (o, se più, l'ultima) non prima del 1604.
Nel 1930 il Preside Pasquale Ridola lo acquistò "da uno sconosciuto" e da allora è entrato nella biblioteca del Liceo "Archita"; è di solito perciò chiamato codice architiano.
Ai veri e propri "Diplomi dei Principi di Taranto" cui si riferisce il titolo (i primi 30) ne seguono altri 14 di Sovrani aragonesi di Napoli e uno dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo, tutti in ordine cronologico, dal primo (di Filippo d'Angiò, aprile 1330) all'ultimo (di Carlo V, dicembre 1535).
Gli altri 45 documenti non sono in ordine cronologico e sono datati dal 3 gennaio 1471 al più presto e fino al giugno 1604, tranne l'ultimo (il più antico) del 1452 che ne contiene un altro del 1434 al suo interno. Questi documenti sono lettere, memoriali, suppliche, istrumenti concessioni, bandi, sentenze, arbitrati, etc. Tra gli altri è particolarmente interessante uno schizzo topografico del Fosso (oggi Canale navigabile) che circondava l'antico Castello.
Il nostro codice è copia (probabilmente non integrale) del perduto Libro Rosso della città di Taranto, cioè della raccolta delle copie autentiche dei privilegi e delle lettere concessi da Principi o Sovrani alla Università (cioè comunità cittadina) di Taranto (sono conservati, ricchi di miniature, stemmi e sigilli, i Libri Rossi di Palermo e di Lecce, ad esempio).
Prima che l'ultimo Principe di Taranto, Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini, morisse nel 1462, un Libro Rosso di Taranto era stato già raccolto e organizzato: ma si è perso ed è il nostro codice dell'Archita che lo sostituisce, come fonte e testimone di conoscenze e dati storici e istituzionali. Dal codice architiano poi, forse nel 1 700, è stato copiato (con alcuni salti e - forse - varianti) un codice della Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli, intitolato "Privilegi della città di Taranto" (Bibl. Naz. NA - ms. XIV - A - 26).
La storia del Principato di Taranto nominalmente inizia con Boemondo I nel 1105, di fatto e di diritto nel 1294 con gli Angioini e termina - come si è detto - nel 1462, quando Taranto divenne città del regio demanio.
La massima estensione di questo "Stato nello Stato" fu tra Roseto Capo Spulico (CS), Barletta (BA) e Acerra e Marigliano (NA); sempre esso fu collegato all'Oriente: ad Antiochia di Siria, all'Impero Latino di Oriente, all'Albania, a Corfù e Cefalonia, all'Etolia e Acarnania, all'Acaia; in Italia, oltre a Taranto, le sue città più importanti furono Conversano, Galatina, Lecce; originali e interessanti furono le forme della cultura (greca, latina e volgare), dell'arte e delle scienze che in esso si produssero.
A partire, 700 anni fa, dagli Angioini e poi fino agli Aragonesi e al dominio spagnolo, nel nostro codice architiano si può seguire, non in tutti i particolari, ma in modo abbastanza continuato, la storia di Taranto e di riflesso del suo Principato e del Sud in genere, specialmente per gli aspetti istituzionali e socioeconomici.
Favoriti dalla debolezza del potere centrale, specie sotto gli Angioini, si verificarono una ricerca, anche in Taranto, di maggiore libertà di movimento e commercio dei sudditi e poi anche l'organizzarsi di consorterie, sedili dei nobili, arti e corporazioni, università, che - strani "comuni" meridionali - vivono forti dei privilegi che ottengono da Principi e Re, ma ne chiedono sempre la convalida e dimostrano una notevole litigiosità al loro interno e con le comunità vicine, con cui vogliono commerciare, ma su cui vogliono primeggiare.
Finito il Principato, le sue campagne si impoverirono e spopolarono, vi si diffuse la pastorizia, si ridussero le colture, i commerci e i rapporti internazionali, le sue coste, da Barletta a Monopoli, furono sotto influenza o occupazione veneziana; poi vi sbarcarono i Turchi a saccheggiare Otranto (nel 1480) e infine tutto fu regolato da lontano, da Napoli o da Madrid.
I documenti del codice architiano parlano soprattutto di Taranto e - sullo sfondo storico delineato - informano su autonomie locali, tasse, esenzioni; su truppe acquartierate, confini, istigazioni militari; su pascoli, pesca, appalti e chiuse, mercati e fiere; nominano preti e chiese; nobili, popolani, schiavi; cristiani e giudei, latini e greci, stranieri e residenti; e ci fanno così cogliere alcuni vividi sprazzi di un mondo non tutto nero e non tutto luminoso.
Al valore storico poi si aggiunge quello linguistico: i documenti sono in latino (basso, oppure umanistico) e in italiano, con notevoli forme e strutture di volgare e con un lessico interessante e ricco di numerosi forestierismi (specie francesi e spagnoli).
Diverso dal "Libro Rosso della Città di Taranto", documentato dal codice architiano è il "Libro Rosso della Dogana di Taranto (il codice dell'Archita dichiara, al foglio 238 r., di aver trascritto da esso un bando del 1489: questa altra raccolta - anch'essa perduta, ma attestata dal 1543 - conteneva consuetudini, norme e disposizioni relative alla pesca e alle attività marittime: ne sopravvivono tre copie: una a Lecce, le altre a Taranto, alla Biblioteca arcivescovile e alla civica biblioteca "Acclavio" (detta, quest'ultima, codice acclaviano).

Adolfo Mele
(tratto dalla guida "centro commerciale Il Borgo", Taranto gennaio 1998).

30 gennaio 2015

Dissesto. I Tarantini con la memoria corta

Dissesto. I Tarantini con la memoria corta

Ci risiamo.

A leggere le lettere che alcuni miei concittadini scrivono ai giornali locali, viene lo sconforto, e lo schifo di vivere ogni giorno assieme a cotali sodali di territorio.
Un esempio è la lettera che vi propongo, dove assurdamente un problema macroscopico come quello delle buche stradali (veramente la croce di Taranto) viene affrontato senza neppure un cenno (uno solo!) a chi ha portato questa città nella condizione in cui si trova, cioè nella condizione di non poter operare neppure per l'ordinaria manutenzione delle proprie strade.
I miei concittadini hanno già dimenticato che dalle casse comunali sono spariti, in sei anni di amministrazione della sindaca dissestatista e del suo fido debitucci, milioni e milioni di euro, denaro pubblico, una enormità. Dimenticano pure troppo facilmente, i miei concittadini, che come apparso dalle notizie di stampa i principali fautori del dissesto a Taranto risultano - poverini - nullatenenti o quasi per il fisco (e per eventuali azioni risarcitorie), quindi loro non pagheranno mai per il danno che hanno provocato, mentre noi cittadini continueremo a pagare chissà per quanto.

Ecco quindi lettere come quella che segue, dove la Madonna oggi si mette a piangere se cammina tra le buche, mentre si era evidentemente distratta, per ben sei anni, mentre veniva consumato il sacco delle casse comunali. Verrebbe da rimpiangere Giove tonante, che ogni tanto una saetaa la gettava, dalle nuvole!
Nessun cenno allo stato delle finanze comunali neppure nella risposta del giornalista, piuttosto notarile. Difficile pensare allo stato disastoso delle casse comunali, vero? Ma ci faccia il piacere, direbbe il buon De Curtis...

Una processione sacra tra le buche

Gentile direttore, la processione di Talsano in onore della Madonna di Fatima ha sempre avuto una grande partecipazione commossa di fedeli, quest’anno poi la celebrazione religiosa ha assunto massima spiritualità, poiché ricade il cinquantenario della Chiesa Madonna di Fatima. L’Anno Giubilare e i tanti momenti che si sono creati e che continueranno per l’intero 2008, i tanti sforzi del Parroco, don Antonio Quaranta, e dell’intera comunità parrocchiale, avrebbero senz’altro meritato una maggiore attenzione da parte dell’Amministrazione Comunale. Mi riferisco nel particolare alla processione di martedì 13 maggio, il pellegrinaggio, a cui hanno partecipato anche i diversamente abili con l’Unitalsi, le Confraternite del Carmine e del Rosario, e i tantissimi fedeli, si sono dovuti “pericolosamente” districare tra le buche, o forse meglio definirle, voragini che ormai caratterizzano la borgata. La statua della Madonna di Fatima, tra le buche, rappresenta tutta la precarietà di questo territorio e la presenza di un rappresentante della Circoscrizione ha sicuramente rappresentato soltanto un certo imbarazzo. In altri tempi, mi riferisco ai tempi in cui il presidente della Circoscrizione era il professor Leonardo De Salve, questi provvedeva, non senza l’immancabile difficoltà che caratterizza da sempre gli interventi su Talsano, a bitumare le buche presenti lungo il percorso della processione. Evidentemente per lui, l’importante non era l’apparire, ma l’essere! Scusate lo sfogo, ma per la Nostra Madonnina avrei voluto “qualcosa” di più. Chiedo forse troppo? F. C. Taranto

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Gentile lettrice, il suo sfogo è legittimo, ma purtroppo il problema delle strade disastrate è comune all’intero territorio cittadino. Non esiste un solo quartiere che non sia caratterizzato da buche e voragini di vario tipo. Le proteste dei cittadini sono continue, ma a quanto pare sinora non hanno prodotto alcun risultato concreto.

(Lettera tratta da: Tarantosera di giovedì 15 maggio 2008)

29 gennaio 2015

La Tarentilla

La Tarentilla

di Gianluca Lovreglio

Gneo Nevio, scrittore vissuto tra il 270 e il 201 a.c. ci ha lasciato questo frammento di una sua commedia, in cui descrive così una ragazza di Taranto:


Quasi pila
in choro ludens datatim dat se et communem facit.
Alii adnutat, alii adnictat, alium amat tenet.
Alibi manus est occupata, alii peruellit pedem;
anulum dat alii spectandum, a labris alium inuocat,
cum alio cantat, at tamen alii suo dat digito litteras.

[Trad. 1] Come una palla [la Tarentilla] rimbalza tra l'abbraccio dei vari uomini, dandosi a tutti. Ammalia uno, ammicca ad un altro, amoreggia con un altro e un altro ancora stringe a sé.
Con uno ha la mano occupata ed un altro stuzzica usando il piede; mostra l'anello a uno mentre traccia le lettere con il dito ad un altro.

[Trad. 2] Come una palla rimbalza tra l'abbraccio dei vari uomini, appartiene a tutti: ad uno fa cenno di si col capo, ad un altro fa cenni con gli occhi, ad un altro fa carezze e a un altro ancora abbraccia, da una parte ha la mano occupata, ad un altro stuzzica fortemente il piede, ad uno dà a vedere l'anello, un altro chiama a fior di labbra, insieme con uno canta ma nel frattempo ad un altro traccia le lettere con un dito

(Nevio, Tarentilla)

28 gennaio 2015

Cantore, poeta tarantino

Sono lieto di presentare sul mio blog questa recensione all'ultimo lavoro dell'amico Domenico Cantore, di cui apprezzo l'opera e la genuinità del vero tarantino.

Da: Tarantosera, martedì 17 - mercoledì 18 aprile 2007, p. 25 


Le “facjìdde” della tarantinità dimenticata

Domenico Cantore ne ha fatto un’antologia poetica. Tanti i temi che ricordano passato e presente

di Antonio Fornaro

L’amore, in tutte gli aspetti della vita umana, deve essere manifestato attraverso gesti concreti, diversamente è soltanto qualcosa di vagheggiato e non approda mai a nulla di buono. L’amore per la propria città si manifesta, dunque, anche attraverso atti concreti. Sono nati così, nel tempo, i buoni e saggi amministratori che hanno lasciato traccia del loro operato, i bravi professionisti e artigiani, gli artisti, gli storici e gli scrittori di prosa e di poesia. Tutte queste categorie sociali hanno scritto capitoli vari della storia della propria città servendosi del mezzo a loro più congeniale. Partendo da questo concetto e restando fedeli soltanto ad esso, abbiamo pensato oggi di far conoscere un tarantino che, a buon motivo, si è inserito nella serie di coloro che hanno dimostrato e continuano a dimostrare di volere bene alla propria città con i fatti. Stiamo parlando di Domenico Cantore, tarantino verace per aver avuto i natali nell’Isola madre delle città dei due mari, “rete a le Fogge”, oggi via Paisiello, 67 anni fa, per aver vissuto in prima persona tutte le tradizioni popolari tarantine, per non aver mai dimenticato di praticare il contatto con la gente del Borgo Antico, che egli stesso definisce ”umile, ma ricca di intelligenza e di umanità”. Cantore ha trovato nella parlata dialettale della sua città e nell’ispirazione poetica gli strumenti più idonei per proporsi come uno dei veraci tarantini che amano nei fatti la loro città. Messa insieme, pertanto, la sua produzione poetica in verace lingua dialettale tarantina, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie con l’editore tarantino Fumarola. Cantore accarezzava questa idea da oltre un ventennio, ma non riusciva mai a concretizzarla perchè desiderava “regalare” ai tarantini un prodotto poetico degno di tale nome e che soprattutto si facesse facilmente leggere. E’ nata così l’antologia poetica che ha intitolato “Facjidde”. Con tale termine i tarantini indicano le faville, le fiammelle, le scintille che si sprigionano dal fuoco, proprio come le sue poesie nate ed elaborate nel fuoco del suo cuore e che lui, con tanta umiltà, ha voluto proporre come “facjidde” in grado però di suscitare un amore altrettanto grande e caldo verso i lettori. Le “facjidde” a noi tarantini ricordano, in particolare, momenti di vita domestica “dimenticati” come l’accensione del fuoco da mettere nel braciere, le fiammelle portate in alto dal vento e strappate ai falò di san Giuseppe e le stelle cadenti d’agosto che concludono la loro parabola celeste nascondendosi e confondendosi con le acque del nostro mare. Cantore, dunque, è un tarantino che scrive in versi ai propri cittadini le emozioni e le esperienze più significative del suo vissuto e si propone come colui che vuole dimostrare come fino a mezzo secolo negli animi dei tarantini albergavano quei sentimenti buoni legati a fatti dello stesso spessore, che, con molta fretta abbiamo dimenticato nel momento in cui abbiamo cominciato ad abbattere case, a chiudere chiese e vicoletti fino a dimenticare gli stessi veri valori della vita basati sul rispetto, sull’amicizia vera, sull’amore per la famiglia, per i figli, per la propria città, per tutto ciò che ci circonda. Ecco come queste “facjidde” di Cantore, pagina dopo pagina, diventano un grande falò che rischiara la mente del lettore ma che, al tempo stesso, ne infiamma il cuore. Così ci è sembrato di leggere e di interpretare le poesie di Cantore. L’autore si serve di un linguaggio dialettale autentico e mai italianizzato, lo propone in una corretta scrittura fonetica e in una perfetta forma grammaticale e sintattica. In questo quadro, già segno di perfezione, fa calare i suoi messaggi sociali facendo parlare anche i personaggi da lui incontrati in vita e che hanno lasciato una impronta indelebile. Proviamo, allora, ad indicare alcune delle tematiche trattate perché attraverso le stesse si possa comprendere come l’autore abbia voluto scrivere un vero capitolo di storia vissuta e trasmessa con il linguaggio più vero per un tradizionalista, la parlata dialettale. Nelle sue ben 110 composizioni poetiche l’autore dedica lo spazio dovuto al Natale e alla Pasqua tarantina, al tema della morte chiedendo per lui una semplice sepoltura quando verrà quel giorno. Dedica composizioni ad amici artisti e professionisti, ma anche a semplici lavoratori e al suo fraterno amico padre Valentino Gutierrez, gesuita e cappellano dell’Arsenale, quell’Arsenale al quale dedica anche due poesie. Interessante l’attaccamento al luogo in cui è nato, “rete a le Fogge”, infatti scrive che è come il proprio nido e per questo non va dimenticato; ecco perché quando vi fa ritorno su quelle chianche per lui non è soltanto festa, ma è festa grande. Numerose le liriche dedicate al mare, al sole, alla prima nevicata, alle stagioni, ai sentimenti del cuore e della mente dell’uomo, ai vicoletti e a le strittele, alla Fede cercata e mai trovata e al suo credo politico. E’ veramente commovente lo slancio affettivo presente nelle sue poesie dedicate alla famiglia e soprattutto ai figli e alla mamma che sa leggergli sulla fronte pene e tormenti e tanti altri temi che non vogliamo anticipare per dare al lettore il piacere di scoprirli e soprattutto di interiorizzarli perché l’amico Domenico con i suoi versi parla veramente al cuore di ogni tarantino. E’ per questo che il suo lavoro non può non essere tenuto in debito conto da chi avverte il grande legame della tarantinità. Lui ha dimostrato di esserne un grande maestro. Così si fa!

Chi è l’autore e come lo giudica la critica

Domenico Cantore è nato a Taranto il 12 febbraio 1940. Giovanissimo ha cominciato a lavorare nell’Arsenale di Taranto e vi è rimasto fino alla pensione. Ha vissuto varie e ricche esperienze lavorative e di vita. Da adulto, già coniugato e con figli, ha conseguito il diploma di perito elettrotecnico. Alla fine degli anni settanta, “condotto per mano” dallo zio, il prof. Peppino De Angelis, inizia a scrivere i primi versi in dialetto tarantino, ma lascia che siano gli altri a declamarli perchè non se la sente di affrontare il pubblico.
In quasi un quarantennio di attività poetica ha partecipato con buoni risultati a vari concorsi anche a livello nazionale. Già socio del Cenacolo culturale “Beato Egidio” e collaboratore fedele e assiduo del giornale locale in dialetto tarantino, “’U Banne”, crede fortemente nella diffusione della tradizione culturale tarantina. Oggi continua a scrivere con matura ispirazione e con più forte passione le sue poesie. Delle sue poesie il prof. Nicola Gigante ha scritto: “C’è una freschezza di ispirazione ed una varietà di motivi. Si passa da una motivazione religiosa a considerazioni affettive, a riflessioni di carattere sociale”. Così A. Surini: “Facijdde è il viaggio vivo nella bella e ricca anima di Domenico”. A. Falconi annota: “La poesia di Domenico è nata come sfida e, col tempo, un tassello alla volta, è diventata storia. Solo in questa lingua possono raccontarsi questi eventi; ogni traduzione li svuoterebbe di senso”. Chiudiamo con una voce critica femminile, quella di Euclide Vella De Vitis: “Le poesie dell’amico Domenico sono elaborate, forbite, di qualità: rivelano impegno e passione nel voler mantenere vivo il dialetto che solo nell’isola è ancora perfetto”, e con alcuni versi molto belli dell’autore: “Quanne sarà.. pe’ lagne vogghie ‘a ruscete d’u vjiende, pe’ lambe sule ‘a luce de le stedde, pe’ fiure ‘na piatosa rambecande”. A. F.

27 gennaio 2015

Boemondo, da Taranto ad Antiochia, a Canosa

Boemondo, da Taranto ad Antiochia, a Canosa


di Gianluca Lovreglio


Il 28 giugno 1098 Boemondo, principe di Taranto, conquistava Antiochia. A nove secoli di distanza si ripercorrono le gesta di questo illustre personaggio con un convegno storico sul tema: "Boemondo, da Taranto ad Antiochia, a Canosa - Storia di un principe normanno". Con queste parole, non prive di affermazioni degne di un maggiore controllo (Boemondo era "principe" di Taranto?), inizia la velina data alla stampa in occasione della prima parte di un incontro di studio che ha avuto luogo a Taranto il 16 maggio 1998, dedicato alla figura di Boemondo I d’Altavilla, organizzato dalla Provincia di Taranto in collaborazione con l’ENEC (Europe Nar East Centre), diretto da Franco Cardini.
Ci siamo dati il compito informare i lettori sui lavori presentati al convegno, non senza esprimere alcuni doverosi pareri sulla riuscita e soprattutto sulla utilità di questo avvenimento. A presiedere i lavori è stato chiamato Cosimo Damiano Fonseca, accademico dei Lincei, già Rettore dell’Università della Basilicata. Nomi di tutto rispetto per le relazioni: ha introdotto Franco Cardini (Univ. di Firenze), a cui hanno fatto seguito Salvatore Tramontana (Univ. di Messina), Errico Cuozzo (Univ. Federico II di Napoli), Pasquale Corsi (Univ. di Bari).

Fonseca si è soffermato soprattutto sulla figura di Boemondo I d’Altavilla. Principe normanno vissuto tra i secoli XI e XII, figlio primogenito di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, e della sua prima moglie Alberada, Boemondo prese parte con il padre alla conquista normanna dell’Italia meridionale, e lo seguì nella spedizione balcanica contro l’imperatore bizantino. Richiamato il Guiscardo da Gregorio VII, Boemondo assunse il comando delle truppe Normanne, infliggendo sconfitte ad Alessio I Comneno (1083). Morto il padre, contrastò la successione al fratello Ruggero nel ducato di Puglia, e si impadronì della provincia di Taranto. Di nuovo in guerra col fratello, tirò dalla sua parte il signore di Catanzaro e la ribelle Cosenza (1087). Più tardi (1093) si impadronì di parecchie terre della Calabria che restituì ottenendo la pace. Nel 1096 prese parte all’assedio di Amalfi che abbandonò per associarsi alla prima crociata. Al fianco del nipote Tancredi attraversò l’Epiro e, assieme a un potente esercito, si posizionò sotto le mura di Costantinopoli. Eletto capo dei crociati, Boemondo sconfisse prima Kerbogha, emiro di Mossul, e ricaccio i Turchi che avevano a loro volta assediato i crociati nella città. Occupò quindi Antiochia e vi fondò un principato che durò, sotto sette principi, circa 170 anni. Nel 1104 affidò il governo del suo Stato al nipote Tancredi, principe di Galilea, e s’imbarcò clandestinamente e in circostanze avventurose per l’Europa, con l’intenzione di attaccare l’Impero bizantino, retto dall’imperatore Alessio, alle spalle. Fallito il tentativo, fu costretto a riconoscersi vassallo dell’imperatore d’oriente per il suo principato, preferì non ritornare ad Antiochia. Morì il 7 marzo del 1111, pochi giorni dopo il fratello, a Canosa, dove è seppellito. Legò al figlio Boemondo II i suoi diritti su Antiochia. Poco prima di morire aveva sposato Costanza di Francia, figlia del re Filippo I. Cardini ha poi introdotto i lavori veri e propri del convegno, puntando il dito sulla storia che procede "per anniversari", un tipo di ricerca storiografica che rischia di far procedere speditamente alcuni aspetti e problemi, mentre altri rimangono in attesa del "loro" anniversario.

Un modo di procedere nella ricerca storiografica al quale Cardini si è probabilmente arreso, dal momento che all’ingresso gentili hostess distribuivano depliant sul progetto "Verso Gerusalemme", di cui questo convegno fa parte, che prevede una serie di manifestazioni in occasione… del centenario della prima crociata. Il relatore si è poi scusato per la indisponibilità del professor Marco Tangheroni (Univ. di Pisa), del quale era prevista la partecipazione, assenza che verrà "recuperata" per la seconda parte del convegno. L’impressione, dalle parole di Cardini, è stata negativa per tutto ciò che riguardava il dibattito in corso, dal momento che appariva trasparente che il presidente dell’Enec assegnava pochissima importanza ai lavori tarantini, rimandando i suoi sforzi alla seconda parte del progetto Boemondo, che si svolgerà prossimamente nella città canosina. Un vero peccato per chi, come noi, aveva riposto proprio in Cardini, specialista nel campo delle crociate, la speranza di parole nuove e illuminanti sulla interessante figura di Boemondo. Un vero peccato anche la mancanza di rispetto per quei pochissimi studiosi (circa quindici presenze, escluse le scolaresche) che hanno impiegato un’ora del proprio tempo ad ascoltare un discorso improvvisato e, per lo più, inutile. A salvare la dignità di un convegno nato male ci hanno pensato gli illustri relatori successivi, Tramontana, Cuozzo e Corsi.

La relazione di Tramontana su "I normanni nel Meridione d’Italia", è partita da un quadro politico del Mezzogiorno e in specie della Puglia al momento dell’arrivo dei cavalieri normanni, trattando dellwe frequenti ribellioni delle popolazioni indigene e delle feroci repressioni da parte dei Bizantini. La prima comparsa dei normanni nel Mezzogiorno va inserita, per Tramontana, non in un fortuito incontro con Melo di Bari, ma nel contesto di una lotta condotta a fondo contro i Bizantini, nel quadro di una direttrice politica che più volte avrebbe spinto i normanni come singoli e come gruppo a tentare l’avventura in Oriente. Dopo aver trattato delle ripercussioni politiche e anche psicologiche delle vittorie dei normanni in Puglia, il docente siciliano si è soffermato sul significato della Jurisdictio ducale e sull’alterazione della struttura istituzionale della conduzione policentrica del potere. In conclusione Tramontana ha affrontato il tema della debolezza del ducato dopo la morte di Roberto il Guiscardo e i problemi dei rapporti tra Boemondo e Ruggero Borsa per la successione. Ben documentata, esposta con la consueta chiarezza, la relazione Tramontana ha certamente aperto il dibattito non solo sulla figura di Boemondo, ma sul ruolo storico che i normanni hanno avuto all’interno del Mezzogiorno italiano.

Di grosso spessore storiografico l’intervento di Errico Cuozzo, anch’egli esperto di "cose normanne", si è incentrato su "La partenza del Crociato Boemondo, tra l’assedio di Amalfi e l’appello alla Crociata" Il problema della buona fede o del calcolo politico nella improvvisa partenza di Boemondo dal campo di Amalfi è stato affrontato attraverso il confronto delle fonti, alcune delle quali poco indagatedagli storici meridionali. L’autore ha esaminato tutte le fonti narrative e documentarie dell’Italia Meridionale relative alla partenza di Boemondo d’Altavilla per la Prima Crociata. In particolare Cuozzo ha preso in esame i "Gesta francorum et aliorum Hierosolimitanorum" (già conosciuta come "Tudebodus abbreviatus"), una fonte che riguarda gli anni 1095-1099, e che fu composta prima del 1101 da uno spettatore degli avvenimenti, originario dell’Italia meridionale, probabilmente un cavaliere normanno al seguito di Boemondo. Un’altra fonte importante sono gli "Historia Belli Sacri" o Historia de via Hierosolymis" (già conosciuta come "Tudebodus continuatus e Imitatus"), relativa agli anni 1095-1131, scritta da un autore proveniente dall’Italia meridionale, subito dopo la morte di Baldovino di fiandra nel 1118, con alcune aggiunte posteriori che arrivano fino alla morte di Boemondo II, avvenuta nel 1131. La versione di queste cronache è stata confrontata con quella offerta da tre autorevoli (e "tradizionali") fonti dell’XI secolo, egualmente scritte nel Mezzogiorno: Gofferdo Malaterra, Lupo Protospatario e gli "Annales Calenses". La conclusione, assai interessante, dell’indagine di Cuozzo porta a ritenere che sia da preferire la versione di quegli autori che mettono in rapporto la partenza di Boemondo con la sua sentita partecipazione all’"idea" di Crociata, piuttosto che quelli, come il Malaterra, che la attribuiscono ad un mero calcolo politico. Conferma di questa opinione è un passo dei "Gesta francorum", citato nel corso dell’intervento, relativo ad un episodio di cui sarebbe stato protagonista Boemondo nel febbraio 1098. L’anonimo cavaliere normanno, autore della cronaca, riferisce un discorso di Boemondo dal quale si evince la sua piena adesione all’ideologia della "guerra santa".

Al prof. Corsi è spettato il compito, in conclusione di convegno, di esaminare le fonti "orientali", tracciando un quadro preciso su "Boemondo a Costantinopoli". L’arrivo di Boemondo a Costantinopoli, nell’aprile 1097, rappresentò un momento di grande rilievo politico, sia per quanto riguarda il proseguimento della Crociata, sia per l’evoluzione dei rapporti tra Normanni e Bizantini. Sulla base dei dati offerti dalle fonti esaminate (in particolare dall’Alessiade di Anna Comnena e dall’anonimo dei "Gesta Francorum"), Corsi ha cercato di elaborare una ricostruzione analitica degli avvenimenti, in rapporto a quanto si andava man mano definendo nel contesto coevo. Il problema principale, per Corsi, consiste infatti nell’accertamento concreto di una determinata fase politica, liberata da ipoteche e travisamenti suggeriti da una lettura (in un modo o nell’altro) di parte. Largo spazio nella relazione è stata inoltre riservata all’interpretazione che l’Alessiade propone di un personaggio quale fu Boemondo, (del quale Anna Comnena subisce di certo il fascino), di grande rilievo non solo sul piano generalmente storico, ma anche su quello più specifico di un diretto confronto con i maggiori esponenti della dinastia regnante a Bisanzio.

26 gennaio 2015

La storia demolita in nome del progresso

Come non essere d'accordo con le tesi sostenute da Gianluca Guastella su Tarantoggi di lunedì 8 Febbraio 2010, pp. 12-13?

La storia demolita in nome del progresso
di Gianluca Guastella


Gli anni che vanno dal 29 giugno 1873, quando, cioè, Il Ministro della Guerra, Simon Pacoret di Saint Bon si vide approvato in Parlamento il progetto per la costruzione di un Arsenale Militare a Taranto, al 1888, quando, cioè, gran parte del lavori furono eseguiti, furono i quindici anni più rivoluzionari non solo per la topografia e lo sviluppo della città, ma per l’assetto, la vita, il numero degli abitanti, la fisionomia della popolazione: fu insomma questa la svolta più significativa nella storia di Taranto. Intanto la prima cosa che il sindaco dell’epoca, De Cesare chiese, fu quella di abbattere quelle mura che, a torto o a ragione, si riteneva soffocassero la città: una proposta che, naturalmente, fu accolta dal Consiglio comunale con il plauso dell’unanimità, sicché la cortina di Mar Grande fu la prima ed essere demolita e Via delle Mura, cambiò il suo nome in Corso Vittorio Emanuele, che, poi, è quello attuale. In questa mania, però, di abbattere tutto quello che aveva il sapore di vecchio, furono compiuti anche autentici misfatti, il più clamoroso dei quali, la demolizione della Cittadella, della torre, cioè, fatta erigere dal principe tarantino Raimondello Orsini del Balzo nel 1401 a difesa di porta Napoli e che, nel corso degli anni, era divenuta, via via un semplice corpo di guardia, sede della Dogana e, da ultimo, deposito di carbon fossile. La Cittadella, che aveva resistito alle cannonate di Ladislao di Durazzo, quando, alla morte del principe Del Balzo (signore di cento castella), aveva cinto di assedio l’antica colonia lacedemone per impadronirsi dei suoi possedimenti, dove si era rinserrata la principessa Maria d’Enghien, decisa a resistergli ma che, poi, affascinata dai begli occhi di Ladislao e dalla promessa di sposarla, gli fece aprire, inusitatamente le porte della città, finendo i suoi giorni, per ricompensa, in una segreta di Napoli, veniva, ora, sacrificata sull’altare della più bieca retorica antifeudale. I verbali del Consiglio comunale ne sono un esempio. Vi si legge, tra l’altro, del “delirio di urgenza di abbattere quel rudero del medioevo. Che è intollerabile e mostruoso che sopra una pubblica piazza, resti ancora un’annerita e logora facciata, nido visibile di rettili e di uccelli di rapina...”. Per meglio perorare la causa di questa demolizione non mancò la pubblicazione di alcuni pamphlet di carattere gotico, quasi che la povera Torre di Raimondello, come veniva comunemente chiamata, fosse come il nero castello di Otranto di sir Horace Walpole. In questa occasione, fu proprio la burocrazia ad avanzare perplessità, tanto che nel carteggio fra il Comune e la direzione del Genio dove il primo paventava la fatiscenza della torre per l’incolumità dei cittadini, i tecnici del Demanio sostenevano, viceversa, che non c’era alcun pericolo e che la Regia Marina aveva deciso di prendersi la Cittadella per sistemarvi alcuni magazzini e che, perciò stesso, l’avrebbe fatta restaurare. Dopo la Cittadella fu la volta della mura di Mar Piccolo, col bastione di S. Nicola, che furono demolite nel 1896, così che della vecchia cinta fortificata non rimase quasi più nulla. Ma non furono soltanto le fortificazioni militari a cadere sotto i colpi dei picconi, ma anche veri e propri gioielli artistici, come la Fontana che nella Piazza Maggiore, testimoniava il privilegio di Taranto al cospetto di una regione immelanconita dalla sete. Ecco come descriveva il monumento l’erudito tarantino, Cataldantonio Carducci: “In cima ad esso fonte vi sono l’arme di Casa d’Austria: indi quattro putti sopra altrettanti delfini con le piccole fiocine in mano dinotanti l’insegna della città. Succedono quattro tritoni che dalla bocca gittano acqua dentro una larga conca sostenuta da quattro statue, di cui una figura, Atlante che tiene il globo sull’omero sinistro, l’altra Ercole con la pelle di lione indosso e la clava in mano, la terza Diana avente in braccio un’arma, la quarta Giunone vestita di bianco manto con a’ piedi il pavone. Al di sotto di cotali statue si vede una conca più spaziosa, rabescata in bassorilievo di vari geroglifici”. La fontana fu sacrificata in odio all’Austria, anche se era quella di Carlo V. E non è finita qui, visto che è in questo periodo che si pongono le premesse per costruire sui resti dell’antico Anfiteatro romano, un bruttissimo mercato, occultando, così, le ultime vestigia dell’antico splendore. Monumento che ancora oggi, a distanza di più di un secolo, continua ad essere mortificato dalla noncuranza delle amministrazioni locali. Che il capoluogo ionico, all’epoca, fosse poco più di un grosso borgo è incontestabile, come pure è assodato che l’antico splendore di capitale della Magna Grecia fosse solo uno sbiaditissimo ricordo e che i pochi viaggiatori stranieri (il turismo da queste parti è sempre una cosa di la da venire) che vi capitavano, rimanevano sconcertati dall’assoluta mancanza di antiche vestigia. L’esempio più lampante, poi, della pochezza culturale in cui la città versava, è data, per esempio, dalla mancanza di una struttura teatrale, mentre quasi tutte le città Europee, compresi i centri minori, in quel periodo provvedevano a farlo. In realtà, furono ancora i francesi a sensibilizzarsi su questo argomento. Infatti, il 16 aprile 1813 il re Gioacchino Murat, in visita a Taranto, aveva concesso al Municipio, la chiesa sconsacrata attigua al convento dei Celestini “ad oggetto di convertirla in teatro”. Mancavano tuttavia i fondi, per cui in epoca murattiana il teatro non s’era potuto realizzare. Tuttavia, in seguito, qualcuno se ne era ricordato e ne aveva affidato il progetto all’ingegnere di Acque e Strade, don Gerolamo Rossi. Però il comitato promotore non aveva informato il vescovo dell’epoca, mons. De Fulgure, che dal pulpito saettò i malcapitati, bollando il teatro come “cosa vituperevole adire quel sacro recinto ai profani passatempi”, impedendone, nei fatti, la realizzazione, tanto che Ferdinando II di Borbone, preferì dare ascolto all’alto prelato e buttare definitivamente a mare il teatro. Tramontata, così, l’idea di una struttura teatrale pubblica (una carenza che rimane tuttora), i tarantini erano pur “quelli che amano molto la musica, e quando parecchi giovani si riuniscono per fare quello che da noi in Scozia si chiamano stramberie, si eccitano a tal punto che potrebbero venire scambiati pè discendenti delle sacerdotesse di Cibele, le cui danze frenetiche sono rappresentate sui vasi antichi. Questa gente mette un grande impegno, non a procurarsi ricchezze, ma a vivere felici e senza preoccupazioni”, come annotava Craufurd Tait Ramage, per cui l’esigenza di avere comunque dei luoghi di svago (e il teatro lo era allora per eccellenza) era, per così dire, connaturata all’animo dei tarantini. Perciò dopo che, era fallita a più riprese l’iniziativa pubblica, toccò ai privati farsene carico, e lo fece un aristocratico, il marchese Francesco D’Ayala Valva. Naturalmente, se pure ricco, il marchese non avrebbe potuto sostenere la spesa dei novemila ducati previsti per il teatro murattiano, per cui si accontentò di far ristrutturare la galleria di rappresentanza del palazzo Calò (acquistato dalla sua famiglia agli inizi del secolo), affidandone il progetto all’architetto Davide Conversano, il quale iniziò i lavori nel settembre del 1856 e li completò nei primi mesi dell’anno successivo. La stagione teatrale fu inaugurata lo stesso anno con una rappresentazione in musica dell’impresario Luigi Zama Giacchi. Un evento storico, dunque, in una città che, pure, nell’antichità, aveva riservato spazi notevoli al teatro, tanto da aver ospitato, a quanto pare, tragediografi del calibro di Euripide, dato i natali a commediografi come Rintone o a musici come Aristosseno. Tutta la società bene, corse, infatti, a sottoscrivere gli abbonamenti, a prenotare i palchi: dai Carducci ai Giovinazzi, dagli Ameglio ai Latagliata, dai De Sinno ai Trojlo, ai Beaumont ai Bonelli, tutti nomi che a Taranto ricorrono tuttora. 

25 gennaio 2015

Gioacchino da Fiore: lectio magistralis di Cosimo Damiano Fonseca

Ho l'enorme piacere di pubblicare anche sul mio blog la Lectio magistralis su Gioacchino da Fiore del prof. Cosimo Damiano Fonseca in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Storia e Conservazione dei Beni artistici e archeologici conferitagli dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria. Da: Corriere del Giorno, 03/06/2008, p. 7

Amore e Memoria per salvare il nostro patrimonio culturale
Cosimo Damiano Fonseca 

Non è solo un atto formale di cortesia, ma un sentimento doveroso e convinto, rivolgere il mio vivo ringraziamento al Rettore dell’Università della Calabria prof. Giovanni Latorre nel cui nome, ai sensi delle Leggi vigenti, mi è stato conferito questo prestigioso riconoscimento; al Presidente della Facoltà di Lettere e Filosofia prof. Raffaele Perrelli, il quale, accogliendo la proposta dei Colleghi, ha sintetizzato magistralmente le motivazioni sottese al titolo; al prof. Pietro Dalena, Presidente del Corso di laurea in Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico, Archeologico e Musicale, che con benevola e delicata partecipazione ha tracciato le tappe del mio lungo cursus academicus; a quanti, Autorità, Colleghi e Amici, hanno voluto sensibilmente onorare questo momento di indubbio rilievo scientifico, ma anche, mi si consenta, di profondo coinvolgimento emotivo e umano. Ed è proprio sull’onda di questa ultima notazione che la solennità di questo momento non può essere disgiunta nella mia esperienza di vita dal riferimento, memore e grato, di due grandi artefici di questa nostra Università della Calabria: i professori Beniamino Andreatta e Corrado Bucci. Con il primo mi hanno legato condivisi rapporti di amicizia e di discepolato all’Università Cattolica di Milano e successivamente, nei suoi anni anconetani e bolognesi, proficui scambi di idee mentre inseguiva tenacemente e brillantemente il progetto, allora inimmaginabile per il sistema universitario statale, di un Ateneo residenziale, per di più collocato nelle aree del Mezzogiorno italiano. Con Corrado Bucci il pensiero corre alla comune esperienza nell’ambito della Conferenza dei Rettori delle Università italiane cui non fu estranea la fervida utopia di inserire la nascita e la crescita di nuovi e saldi poli universitari tra i nodi strutturali della nuova questione meridionale. Il tema della lectio alla cui insegna ho voluto affidare le mie riflessioni richiede qualche essenziale precisazione: innanzitutto di carattere metodologico considerato che la laurea ad honorem che mi è stata oro ora conferita riguarda Storia e Conservazione dei Beni Artistici e Archeologici, cioè si riferisce a quella tipologia di Beni Culturali che affonda le proprie radici, oltre che nella storia, nella “memoria” e che, come tali, rientrano nell’ethos e nella civiltà di un popolo, inspiegabili peraltro, l’uno e l’altra, senza l’appropriazione convinta di quel singolare patrimonio, a cominciare dai processi cognitivi e formativi sino all’obbligo morale della sua conservazione. E poi, ed è la seconda precisazione di carattere contenutistico, l’oscillazione dei due poli dei “beni culturali” e della “memoria” assumerà come specola di osservazione e come laboratorio di verifica la problematica esperienza esistenziale di Gioacchino da Fiore, il grande teologo del XII secolo che Dante, oltre che ad assegnargli il carisma della profezia, forse suggestionato dall’antifona della liturgia cistercense, ne precisò l’appartenenza geografica sino a consegnarlo alle generazioni future come il “calavrese abate Giovacchino”. 1. Per una esperienza religiosa, come è stata quella di Gioacchino da Fiore i “luoghi” assumono un significativo e pregnante rilievo. La condizione eremitica cui il “Calavrese” legava l’essenza della sua professione monastica esigeva due specifiche condizioni: la vita solitaria come scelta personale anche se condivisa con alcuni sodali e il deserto come elemento costitutivo dello statuto eremitico dove l’inaccessibilità del sito, la povertà del luogo, il silenzio assumevano il carattere di valori spirituali esaltanti la fuga dal mondo, l’abbandono di ogni vanità, l’emblema della pace interiore. Con il “deserto” sul finire dell’XI secolo si erano misurate due delle più importanti forme di vita monastica, rigeneratrici ambedue delle eredità dell’antico monachesimo cenobitico evidentemente in crisi, quella certosina e quella cistercense. Bruno di Colonia inseguirà l’ideale del deserto e lo troverà, nella pienezza della sua maturità, proprio in Calabria a contatto con una delle esperienze che più si attagliava con il suo ideale, quella della vita monacale greca che qualche decennio prima, grazie all’impegno profuso dallo ieromonaco San Nilo, aveva registrato, come vedremo, una vigorosa fioritura. Con fine analisi nell’intento di personalizzare il più possibile l’itinerario spirituale di Bruno, Raoul Manselli aveva rilevato come dall’attività e dall’opera tutta di San Brunone emerge, in maniera evidentissima, il fatto che la ricerca del “deserto” e dell’eremo sorge non da un desiderio di rinnovamento e da un’esigenza di riforma della Chiesa o anche dal monachesimo, quanto piuttosto da una inevitabile volontà di fuggire il mondo… La spinta prima all’eremo nasce, così, dal fastidio e dalla vanità delle cose quotidiane, diciamo pure da un senso di stanchezza per una lotta contro il mondo che, alla fine si è rivelata spossante, quanto inutile” (Manselli 1971, p. 82). Comunque l’esperienza eremitica brunoniana si concretizza in piena consonanza con i presupposti teorici, dottrinali e spirituali che sono alla base, nella scelta di contesti ambienta idonei. E tali, sono qui “Calabriae deserta” cui fa riferimento il Chronicon dell’eremo di Torre edito dal De Leo; si tratta – è sempre il Chronicon a renderci consapevoli – di luoghi circondati da fitte abetaie dove perfino al sole era interdetto penetrarvi; sul pianoro verdeggiante vennero costruite celle ricavate con impasto di fango e di fronde; per Bruno la scelta cadde su un “antrum lapideum ibi a natura consitum”, cioè su una grotta, elemento geomorfologico che accompagna tutta la tradizione eremitica calabrese. L’altra forma di vita monastica che alla ricerca del deserto diede significativa importanza fu quella cistercense le cui affinità con il percorso ascetico di San Bruno sono state già messe dalla storiografia in particolare risalto e che, a loro volta, incideranno sulla personalità e sulle scelte di Gioacchino da Fiore tenuto conto della sua primigenia adesione alla “religio Cistercii”. Non a caso si è parlato “affinità” e non di “identità” in quanto l’esperienza cistercense non nega i suoi reconditi legami con la tradizione del monachesimo benedettino; semmai, in polemica con Cluny indulgente all’imperativo della laus perennis con tutto lo splendore liturgico che l’accompagnava, essa insiste con forza sulla necessità della fatica manualmente operata del laborare la terra, del prosciugare paludi, del mettere a coltura ampie superfici abbandonate in modo da assicurare alla comunità monastica ciò che era indispensabile alla sua sopravvivenza. E’ qui che si realizza il deserto cistercense, lontano dal consorzio degli uomini, in una dimensione di ruralità che di fatto confligge con ogni sia pur lontano rapporto con le comunità urbane. “In civitatibus, castellis, villis, nella construenda esse coenaobia”, reciteranno le norme statutarie del 1130. E accanto a questi recondita loca, cioè al nascondimento, il deserto cistercense si caratterizzerà per l’aleatorietà della stessa condizione esistenziale soggetta all’inclemenza delle stagioni, alla insicurezza dei raccolti, alla precarietà delle strutture abitative. E Gioacchino avrà piena consapevolezza di questa svolta intervenuta con l’abbandono dell’abbazia di Molesme da parte di Roberto per Cîteaux. L’incipit dell’evento menzionato nel trattato gioachimita De Vita Sancti Benedicti è improntato a particolare solennità: “Si era appena concluso l’anno 1196 della Incarnazione del Signore quando quel nuovo e pio gregge che aveva abbandonato Molesne, per rimanere il Signore, venne a Cîteaux per dare inizio all’Ordine cistercense in cui vive e cresce Benedetto”. Del resto Alessandro III nella lettera Inter innumeras diretta al Capitolo generale cistercense il 19 luglio 1169, richiamando i tempi della prima esperienza cistercense, poneva in evidenza al primo posto, tra le originarie finalità dell’Ordine, la sua solitudine simile a un fiore piantato “in deserto huius mundi”. E che non si trattasse di una dichiarazione di principio, ma di un chiaro riferimento a un luogo fisico, il deserto appunto, varrà dimostrarlo la circostanza che il pronunciamento pontificio cadeva proprio nel momento in cui una parte dell’Ordine cistercense sembrava orientarsi verso scelte rigoriste e Gioacchino sceglieva per il suo tugurium eremitico a Fiore Vetere un nome che evocava, secondo un linguaggio utilizzato anche in curia, la solitudine e i frutti che essa poteva produrre. 2. Entro questo contesto che riveniva da una tradizione indigena, quella di Bruno di Colonia e di Nilo di Rossano, e da una diretta conoscenza della vita monastica cistercense che si collocano i luoghi di Gioacchino e le sue tensioni interiori che approderanno addirittura al superamento dello stesso modello cistercense pur nella continuità di una esperienza, quella di Cîteaux, che faceva corpo tutt’uno con la primigenia vocazione monastica dello stesso Gioacchino. Lo ha notato con fine intuito Valeria De Fraja esaminando la tav. XXIII del manoscritto oxoniense 225 appartenente al Corpus Christi College, una silloge di tavole e diagrammi elaborati da Gioacchino, dove l’albero della nuova alleanza non termina con i Cistercensi (il tronco dell’albero), ma la chioma da cui si protendono nuovi rami, forse il novus ordo, quello florense appunto, che si avvicenda, sostituendolo, ai monaci bianchi. Certo è che Gioacchino non opera, probabilmente nella seconda metà del 1187, non ancora una sorta di transitus abbandonando l’Ordine cistercense e precisamente il monastero di Corazzo di cui deteneva la carica abbaziale. La tappa di questo “tentativo eremitico” è una località nel cuore della Sila chiamata Pietra Lata e si configura come un temporaneo distacco dalla sua comunità per attendere al completamento delle sue opere esegetiche. Nella Vita Joachim dell’anonimo florense si parla di una località che fosse “portum quietis” e “angulum secessionis”. Il suo essere monaco cistercense lo porta a ribattezzare questo luogo messogli a disposizione da un signore locale, forse Pietro Guiscardo, signore di Santa Severina, chiamandolo Petra Olei e attribuendogli un toponimo altamente simbolico dal punto di vista spirituale. Comunque il distacco dalla sua primigenia famiglia religiosa avviene nel 1189 con la scelta della località di Jure Vetere ubicata vicino all’attuale San Giovanni in Fiore alla confluenza tra il fiume Arvo e il torrente Pino Bucato a circa 1100 metri di altitudine, dove le recenti campagne di scavo condotte dall’Istituto internazionale di studi federiciani del Consiglio Nazionale delle Ricerche diretto da chi parla hanno portato alla luce i resti della chiesa monastica abbandonata dopo l’incendio del 1214. La significativa sottolineatura del geotoponimo e il suo significato simbolico vengono posti in grande risalto dall’autore anonimo della Vita dell’Abate florense: <>. Come è facile osservare si tratta di un sito che per le connotazioni ambientali conciliava il rigore ascetico, lo status eremitico, l’esercizio costante di pratiche penitenziali, la ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera. Si aggiunga anche la precarietà delle strutture menzionate abitualmente nella documentazione come “tuguria”, termine di complessa valenza semantica ma che rinvia a condizioni di estrema povertà e indigenza sia ubicazionale che personale, e si avrà un quadro di credibile approssimazione del modello di vita che sull’altopiano silano conducevano gli aderenti alla nova religio di Gioacchino. Comunque sarà stato l’incendio delle fabbriche del complesso monastico avvenuto tra l’ottobre del 1214 e il giugno del 1216, ma ancor più la volontà dei monaci di abbandonare il sito entro cui era ubicato il monastero, sta di fatto che Jure Vetere subirà gradualmente una obliterazione della memoria a favore del nuovo complesso monastico eretto poco distante a S. Giovanni in Fiore. 3. C’è ora da chiederci, avviandoci alla conclusione, se di questi “luoghi di Gioacchino”, di questa epopea monastica sviluppatasi sull’altopiano silano, di questa storia che tra la seconda metà del XII secolo e i primissimi anni del XIII vide un intreccio strettissimo tra la vicenda esistenziale dell’abate “calabrese” e la serie di Papi, Imperatori, Sovrani, Cardinali, Vescovi, Abati, monaci, contadini e artigiani, ci sia oggi memoria oppure ci si sia avviati verso un processo di oblìo con gravi conseguenze sul piano della coscienza collettiva e dei valori culturali di cui questo incomparabile patrimonio è segno ed emblema. ”Memoria” e “Oblivio” come categorie concettuali e “Recordari”, “Memorare” e “Oblivisci” come precetti morali attraversano tutto il medioevo conferendo alla memoria nel senso etimologico del termine mnème i due significati di ritenzione o conservazione di un evento, di un accadimento, di una circostanza e altresì di richiamo o di riconoscimento del ricordo in un atto di coscienza attuale costantemente rinnovato o potenzialmente rinnovantesi; altrettanto avviene per l’oblìo ritenuto un aspetto fondamentale della nostra memoria. Ebbene per i “luoghi di Gioacchino” lungo i secoli e in parte nella età vicina a noi pare sia intervenuto un processo di obliterazione della memoria. Del protocenobio di Jure Vetere si era persa ogni traccia fino agli anni novanta del secolo appena decorso: le strutture del monastero di Bonoligno non sono state ancora localizzate con il pericolo che l’incalzante piano di urbanizzazione delle zona porti a cancellare ogni possibilità di identificazione. Altrettanto si dica per il monastero di Tassitano il cui territorio nel 1950 fu interessato dalla Riforma Agraria della Sila; per il monastero di Santa Maria di Monte (Abate ) Marco dove, peraltro, la presenza di un edificio ubicato in posizione dominante e in prossimità di una sorgente perenne, pare, costituisca un umbratile indizio della ubicazione dell’insediamento florense e altresì per il monastero di Caput Album. Quanto a San Martino di Canale l’edificio, dove il 30 marzo 1202, circondato dagli abati cistercensi di Corazzo, della Sambucina, e dello Spirito Santo di Palermo, oltre che di alcuni suoi monaci, si concluse la parabola terrena di Gioacchino, attualmente si presenta gravemente alterato e manomesso per l’avvenuta divisone dell’aula e della cappella e per le sopraelevazioni successive. Eppure un recupero della memoria dei luoghi gioachimiti ha registrato negli ultimi anni una insistita attenzione grazie al Centro internazionale di studi gioachimiti, istituito a San Giovanni in Fiore il 2 dicembre 1982 con il patrocinio delle civiche Amministrazioni di Celico e di Luzzi e annoverato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ambientali tra gli Istituti di rilevante interesse scientifico e culturale, e altresì al Comitato Nazionale per le celebrazioni dell’VIII centenario della morte di Gioacchino costituito con Decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali del 19 febbraio 2002. Tra i luoghi poi entro i quali si dipanò la singolare e complessa esperienza religiosa di Gioacchino da Fiore ha assunto infine spiccato rilievo Jure Vetere non solo per essere stata la prima fondazione geneticamente rispondente alla nuova scelta di vita operata dall’Abate calabrese dopo l’abbandono della originaria vocazione cistercense, ma anche per le connotazioni ambientali del sito che innanzi abbiamo richiamato. I contributi delle ricerche contenuti in questo volume curato, oltre da chi parla, da Francesca Sogliani e Dimitri Roubis, documentano le varie fasi di scavo, i numerosi profili di indagine sia per quanto attiene la ricerca storica e quella archeologica che le tecniche diagnostiche, la cultura materiale, gli ecofatti dello scavo, l’analisi delle architetture sino alle proposte di conservazione e valorizzazione. Negli ultimi anni il tema della memoria interrelato con quello dell’identità culturale e della perpetuazione del sapere ha costituito un campo di indagine di singolare fortuna, specialmente quando, come per i luoghi di Gioacchino, il ricordo collettivo ha subito un processo di graduale obliterazione. Comunque a farla riemergere da questo sonno della ragione e da questa inerzia della volontà valga il richiamo a uno dei principi della psicologia agostiniana che riteneva l’intelligenza umana costituita da amor e memoria. Amore e Memoria potranno riattualizzare e salvare questo incomparabile patrimonio culturale.

23 gennaio 2015

Il casale della Franca Martina ha settecento anni

Pubblico un articolo tratto dal Corriere del Giorno di Giovedì 12 agosto 2010, p. 25. Eventuali imprecisioni storiche sono da attribuire all'autrice dell'articolo.

Il casale della Franca Martina ha settecento anni.

di Mary Marangi

I più antichi storici di Martina tramandano che nel 928, avendo i Saraceni distrutta Taranto, gli abitanti della città bimare per sfuggire all’eccidio scamparono nell’entroterra collinare, forse fondendosi ma, comunque, incrementando il numero dei pastori transumanti qui stagionalmente insediati. In quel tempo, forse, già esisteva una grancia di monaci di rito bizantino, dipendente dal Monastero di San Nicola di Casole (Otranto), detta di Santa Maria d’Itria, intitolazione che ha denominato in Età Moderna la vallecola carsica oggi detta Valle d’Itria. L’attuale territorio comunale di Martina Franca, dopo il Mille, apparteneva, pressoché in parti uguali, a Monopoli e a Taranto, che a presidio dei rispettivi confini possedevano alcune torri, probabilmente già erette in Età Bizantina. Il limite confinario tagliava in due quello che oggi è il centro storico di Martina Franca, passando per l’odierna Via Vittorio Emanuele II, detta Ringo, antico odonimo derivato da ruga, ossia strada principale: la parte settentrionale ricadeva nell’agro di Monopoli, l’altra in quello di Taranto, considerate, perciò, città madri di Martina. Un atto notarile, rogato nel 1260 per delimitare tali confini, documenta l’esistenza, tra l’altro, di un disabitato Castrum Martinae, costruito in territorio di Taranto in posizione dominante sulla monopolitana Valle d’Itria; quest’insediamento, comunque, non ha mai costituito un centro demico organizzato. In 26 gennaio 1266 con la battaglia di Benevento tutta l’Italia meridionale e la Sicilia passarono in dominio degli Angioini, che vi scacciarono gli Svevi, uccidendo sul campo e detronizzando il re Manfredi (1258-1266), figlio ed erede dell’imperatore Federico II (1220-1250). Carlo I d’Angiò fu il primo sovrano del Regno di Sicilia di questa nuova dinastia francese (1266-1285), al quale successe sul trono il figlio Carlo II, detto Lo Zoppo (1285-1309). Questi il 13 agosto 1294 creò cavaliere il suo quartogenito e figlio prediletto, il diciottenne Filippo (1276-1331), concedendogli in feudo il vastissimo Principato di Taranto, autentico stato nello stato. Il potente principe, che aveva ricevuto dal padre l’incarico di riordinare e d’ampliare i possessi angioini in Grecia e in Albania, avrà ritenuto necessario poter disporre sulle boscate colline murgesi di un grosso centro abitato a metà della strada pseudo-istmica fra i porti di Monopoli sull’Adriatico e di Taranto sullo Ionio, importanti vie d’accesso ai suoi domìni. Eminenti motivi di una complessa strategia difensiva indussero, perciò, nei primi anni del Trecento Filippo d’Angiò a ripopolare l’area dell’abbandonato Castrum Martinae, facendovi affluire liberi coloni dai suoi vasti possessi pugliesi, albanesi e greci, concedendo esenzioni fiscali e assegnando loro in proprietà suoli edificatori. Un documento del 1306 attesta già l’esistenza storica del Casale della Franca Martina, ossia di un insediamento privo di strutture di difesa ma costituito da una comunità amministrata da un capitano (giudice) e da un sindaco; un arciprete aveva la cura delle anime. Fondatore materiale del centro demico fu Francesco Loffredo di Monteleone, vicario e giustiziere del principe di Taranto. Il 12 agosto 1310 il principe Filippo promulgò da Napoli un privilegio, con il quale garantì la demanialità perpetua del casale da lui fondato, affinché nessun feudatario avesse mai potuto limitare le libertà concesse ai martinesi: è questo il primo documento con il quale viene istituzionalmente riconosciuta l’esistenza di Martina come borgo datato e fondato. Filippo d’Angiò, per garantire lo sviluppo della sua fondazione, concesse ai martinesi altri importanti privilegi: il 15 agosto 1310 di poter gratuitamente pascolare e abbeverare il bestiame allevato nei territori di Ostuni, di Mottola e di Massafra; il 15 gennaio 1317 un territorio circolare intorno all’abitato del raggio di 2 miglia (3,7 chilometri), detto distretto, nel quale poter liberamente costruire abitazioni rurali, coltivare orti, impiantare vigne, scavare cisterne, assegnando il tutto in proprietà privata, non soggetta ad alcuna tassa di natura feudale (decime). Il processo fondativo di Martina, dal 1335 divenuta terra (città fortificata), si concluse il 15 aprile 1359, allorché il principe di Taranto Roberto d’Angiò (1343-1364), figlio di Filippo, assegnò ai martinesi un vastissimo territorio (circa 450 chilometri quadrati), ritagliato dai demani di Taranto, di Monopoli, di Ostuni, di Mottola e di Ceglie Messapica ma in seguito lievemente ridimensionato.

22 gennaio 2015

De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia

Pubblico sul mio blog un articolo di storia tratto dal Corriere del Giorno di giovedì 4 ottobre 2007, p. 5

De Falconibus. L'epopea di una nobile famiglia
Giovanni Antonio e le imprese di Otranto contro i Turchi

di Mario Spinosa

Il nome è noto. Riappare ogni anno, in occasione della festa dei Santi Patroni, la Madonna dei Martiri e S. Trifone. E’ un personaggio che ha nella Chiesa Madre una sua raffigurazione parietale, piuttosto recente, dal momento che risale alla volontà dell’amato parroco D. Franco Limongelli (anni settanta). Tuttavia lo si confonde con altri e non gli si attribuisce il ruolo che ha avuto realmente quando si è guadagnato un posto nella storia locale. Recentissime ricerche hanno consentito di tracciarne il volto e di ricostruirne l’impresa, al di là delle mistificazione fatte dalla filiera di storici locali, a partire da "La storia di Taranto" (1878-1879) di D.Ludovico De Vincentis e della prosopopea dei "panegiristi", non ultimo D.Vincenzo Monticelli (Papa Cenzu). Tanto è stato possibile grazie alla lettura del "Dizionario biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto", lavoro (1880) di F. Casotti, S. Castromediano, L. De Simone, L. Maggiulli, studiosi illustri leccesi, riconsegnato alle stampe nel 1999 da Piero Lacaita Editore a cura di G. Donno, A. Antonucci e L. Pellé. Le fonti manoscritte su Giovanni Antonio De Falconibus (= delli Falconi) rintracciate nell’Archivio di Stato di Lecce e lette con attenzione sono sostanzialmente due: la "Historia della guerra di Otranto del 1480" di Giovanni Michele Laggetto (Otranto 1504-?), trascritta da un antico manoscritto del 1557, pubblicata e commentata dal Can. Luigi Muscari nel 1924; e il manoscritto "Delle Famiglie nobili leccesi scritte nel 1625 da D. Francescantonio de Giorgi nobile di detta Città coll’aggiunte nel 1755 di D.Ermenegildo Personé Patrizio della stessa" (MS 3 a-b). Il Laggetto, originario della stessa Otranto, scrive nel 1557, qualche anno dopo i fatti, ascoltati da quanti li hanno direttamente vissuti scampando al massacro. Il De Giorgi, invece, raccoglie nel 1625 da fonti varie tutte le notizie possibili che gli sono utili per comporre la storia delle Famiglie nobili leccesi. Allora, che cosa è accaduto nel 1480? Tralasciando le cause politiche in premessa riportate dai testi di storia, Maometto II (1451- 1481), è scritto in Laggetto, "per questa impresa d’Otranto ordinò cento e quaranta vele, cioè quaranta galere, sessanta galeotte e quaranta maoni per portar gente e cavalli, monitioni dell’esercito, mandò diciotto mila Turchi, quali per terra fè venire alla Vellona, dove venne la sopradetta armata per imbarcarli, e per Capitano generale sopra di tutti vi mandò Acomaht Bassà, homo di statura piccola, di color bruno, nasuto, con poca barba, mezzo spano, brutto di volto, d’animo crudelissimo e molto avaro, povero e vile, fatto Bassà da Maumeht per sbeffeggiamento, perché avanti era stato staffiero". Questo avvenne nella prima settimana di giugno del 1480. Re Ferdinando d’Aragona (1423-1494), informato sul trasferimento dell’armata turca da Costantinopoli a Valona (Albania), "munì di presidio tutte le città delle marine e specialmente in (Otranto) che vi pose presidio di cento lanze con due Capitani che l’uno era Francesco Zurlo Napoletano e l’altro Giovanni Antonio de Falconi di patria fiorentino et ordinò al Vice re della provincia, che era l’Arcivescovo di Brindisi di Nazione Spagnolo di Casato d’Achea che vi ponesse ancora cento fanti della provincia". Il nostro Giovanni Antonio de Falconi (nella versione latina "De Falconibus") risulta "di patria fiorentino", Zurlo è "Napoletano" e l’Arcivescovo è di "Nazione Spagnolo". Che cosa vuol dirci lo scrittore? Il De Giorgi, dal canto suo, chiarisce che le origini dei Falconi si perdono nella notte dei tempi: "I Falconi -scrive- sono sì antichi che non si può sicuramente affermare se siano originari del paese, o se pure traggano i loro principi di sangue forestieri. Benché alcuni vogliono che da Francia vengano. Del nome loro riempirono terra di Bari, ma terra di Otranto ivi antichi possessori di molte ricchezze, e quindi ricordati in fin da’ tempi de’ Ré Svevi a nobiltà di Baronaggio / ed a valor militare". E questo ci appaga. Perché la famiglia De Falconibus, baroni di Pulsano, sono originari di Bisceglie, approdati nelle contrade del tarantino già a partire dal XIV secolo con Falco, noto protagonista della vita pubblica tarantina, deceduto nel 1387, come riportano antiche cronache (Crassullo). Questo primo barone di Pulsano provvide al consolidamento del suo feudo e alla fortificazione del vecchio Casale. Marino (Senior), il figlio di Falco, secondo barone di Pulsano, al quale si fa risalire la costruzione del Castello (1430), ebbe un ruolo rilevante nelle nozze (1407) tra Maria D’Enghien e re Ladislao (Crassullo). Suoi figli sono: Cosma, il primogenito che ereditò la Terra di Pulsano e continuò ad affermare questo ramo tarantino del casato; Giovanni Antonio, il cadetto che abbracciò la vita militare e, divenuto Capitano, ebbe da Ferdinando di Aragona l’incarico insieme a Zurlo di andare a difendere Otranto; Raffaele, altro cadetto che si dette all’avventura diplomatica ponendosi al servizio degli Aragonesi (ambasciatore in Francia, come ricorda De Giorgi). Quest’ultimo fu compensato per i suoi servigi con donazioni e acquisti, facilitati dall’influenza generosa degli Aragonesi. Entrò in possesso del casale di Roca (1496), spopolata dal recente saccheggio dei Turchi, e della Foresta di Lecce, che si estendeva appunto da Roca a Lecce. Con questo possesso feudale Raffaele abbandonò Pulsano, andata in successione al fratello Cosma, e si trasferì nel leccese, ove trovò conveniente sistemazione unendosi alla nobiltà locale. Suo figlio Ferrante si unì ad Arminia Lantoglia, come viene ricordato dagli altri storici (Foscarini). Giovanni Antonio, figlio di Marino (Senior) e fratello di Cosma non c’è più, perché è caduto in Otranto nel 1480. Ma il suo nome ricorre ancora nel ramo tarantino. A Cosma succede infatti Marino (junior), che chiamò suo figlio con il nome dello zio. Con quest’ultimo Giovanni Antonio, nel 1560 il feudo di Pulsano fu sottratto ai De Falconibus e assegnato ad altri baroni acquirenti. Torniamo intanto al nostro valoroso Capitano. Racconta Laggetto che la sosta per lungo tempo a Valona dell’armata turca tranquillizzò i nostri che allentarono la guardia. Ma i Turchi, a sorpresa, di notte sbarcarono a Roca e cominciarono la feroce azione militare per l’occupazione della Terra d’Otranto. Le prime difese non dettero risultati rilevanti, perciò i Capitani "serrarono le porte della Città… distribuirono le genti per le torri… e luoghi quali s’avevano a guardare". Ordinarono che si raccogliessero "quanto si potè d’animali da macellare" e vollero anche che "si ammazzassero tutti i cani che erano nella Città". Partirono intanto le offerte per la resa indolore, ma non c’erano condizioni accettabili. I Capitani, pertanto, invitarono i cittadini a farsi coraggio e a prepararsi alla difesa e "per levare ogni sospetto, pigliorno le chiavi della città, cioè delle porte di essa e quelle presente tutto il popolo che le vedesse di sopra d’una torre le buttarono in mare". Cominciò subito dopo l’assalto dei Turchi con colpi roboanti di bombarde. "Or questa batteria -scrive Laggetto- facevano con certe bombarde grosse di gran meraviglia che parevano essere botti e… tiravano palle di pietra viva e di smisurata grandezza… che quando sparavano, era tanto il terremoto che pareva che il cielo e la terra si volesse abbassare, e le case et ogni edificio per il gran terrore pareva che allora cascassero… Di più usavano certi strumenti chiamati mortari, quali pur tiravano palle di pietre grossissime in alto verso l’aria, spinte dalla violenza della polvere e doppo cadevano in mezzo della città sopra delle case, talché non si poteva camminare per le strade, ne meno stare in casa, laonde si pigliò espediente d’abbandonare le case e ridurre tutte le donne e figliuoli nella Chiesa Maggiore". Dopo quindici giorni di bombardamenti di questo tipo, all’alba di venerdì 12 agosto, i Turchi fecero breccia nelle mura "con grand’impeto d’urli e di gridi con suoni di timpani e di tamburi". Accorse Zurlo, affiancato dal figlio, con la sua compagnia. Naturalmente "le picche, lance et altri armi in aste e balestre" non potettero resistere alle schioppettate e agli archibugi dei Turchi. "Avvisato di questo -continua Laggetto- il Capitano Giovanni Antonio delli Falconi, quale stava in una piazzetta in mezzo della città per la riscossa colla sua compagnia e con molti altri cittadini per soccorrere dove fusse il bisogno, corse et arrivò al luogo coll’huomini d’arme a cavallo e trovò che li Turchi già cominciavano ad entrare, perché erano venuti fin sopra l’argine di dentro e avanzavano terreno contro quelli che resistevano. Rimettendo contro quelli con grand’animo e ribattendoli ne ammazzò molti e resistette anco un gran pezzo; ma era tanta la calca della gente Turchesca che veniva spinta da dietro dal Bassà e da loro Capitani con bastoni e scimitarre nude per farli entrare per forza e con gran gridi et urli, che non si posseva più resistere… talché finalmente furono tutti morti con Giovanni Antonio delli Falconi e molti altri cittadini che si trovarono dentro". Il racconto continua con tanti particolari raccapriccianti: la fuga dei lancieri, la profezia, le fattucchiere, i corrieri a Lecce e a Napoli, l’uccisione dell’Arcivescovo, il Colle della Minerva etc.. Ma qui ci fermiamo, avendo preso nota del nostro eroe, del quale poi gli storici riporteranno qualcosa di modificato. De Giorgi scrive di lui: "… si rese celebre per la caratteristica difesa fatta in Otranto contro il Turco nel 1480 comandando 400 soldati. Egli insieme a Francesco Zurlo e ad altri guerrieri Otrantini per ben quindici giorni oppose valida resistenza contro le schiere Ottomane, e fù lui che scacciato l’ambasciatore Turco, che veniva per i patti della resa, fece gettare in un pozzo le chiavi delle porte della città. Morì gloriosamente colle armi in pugno, difendendo nella chiesa dell’Arcivescovado, le donne, i vecchi ed i fanciulli". Naturalmente si tratta di varianti sulle quali si dovrà ancora scavare negli archivi per venire a conoscenza dei fatti veri accaduti.

21 gennaio 2015

Cicerone, Archita e l'amicizia

Tutti sanno che la vita non è vita senza amicizia, se, almeno in parte, si vuole vivere da uomini liberi. […] Allora è vero quanto ripeteva, se non erro, Architta di Taranto […] "Se un uomo salisse in cielo e contemplasse la natura dell'universo e la bellezza degli astri, la meraviglia di tale visione non gli darebbe la gioia più intensa, come dovrebbe, ma quasi un dispiacere, perché non avrebbe nessuno a cui comunicarla". Così la natura non ama affatto l'isolamento e cerca sempre di appoggiarsi, per così dire, a un sostegno, che è tanto più dolce quanto più è caro l'amico.

CICERONE, De amicitia

20 gennaio 2015

La vecchia Taranto al cinematografo

Pubblico sul mio blog questo scritto di Nicola Gala. Si tratta in realtà di un amarcord personale, ma utile a chi non ha vissuto quegli anni alla ricostruzione di una piccola storia del cinema a Tarnto. L'articolo è apparso sulle colonne del Corriere del Giorno di giovedì 3 dicembre 2009, p. 31

La vecchia Taranto al cinematografo
di Nicola Gala

Qualcuno dirà che questa è un’operazione-nostalgia: è invece, nel sentimento che la ispira, soltanto un ricordare perché non intervenga la morte più vera, quella della dimenticanza. Parliamo degli anni dai ’50 in su fino più o meno alla crisi del cinema. Le sale cinematografiche a Taranto erano in numero oggi difficilmente concepibile: approssimando per difetto, intorno alla ventina. Entrano dalla porta senza bussare, in ordine inconsulto, alcune di quelle che non sono più, chissà perché, forse per chiedere uno scampolino di memoria. Si affollano le loro differenti presenze, qualità, caratteristiche, facendo a pugni per sopravanzare, ma anche per ottenere un ruolo di rappresentanza. Dove oggi c’è il Bingo, in fondo a via De Cesare, c’era il moderno Paris, e prima ancora il Paisiello. In quest’ultimo le luci erano calde e ovattate: le lampadine racchiuse in campanelle di cristallo guardavano gli spettatori e formavano bouquets disposti a profumare di discreto chiarore palchi e platea. Il Paisiello viveva un’atmosfera liberty, aristocratica, e ben si prestava ad accogliere eleganti veglioni con tanto di cantanti allora sulla cresta dell’onda: il Carnevale si vestiva da operetta
e rinverdiva ricevimenti d’altri tempi e climi. I bambini si affollarono quando giunse, magicamente dall’alto, Cenerentola: il cartellone sognava di per sé e lo schermo non tradì l’immaginario non solo infantile. L’Alfieri, tra via Oberdan e Lungomare e Banca d’Italia, si specificava a primo sguardo per il lungo corridoio d’entrata e, al terminare di quest’ultimo, lo scalone curvante per accedere alla galleria; al piano terreno, poi, scostando il tendone della robusta porta della sala e immergendosi nel semibuio al quale gli occhi non si erano ancora assuefatti, si era in un percorso che conteneva larghi palchi geometricamente concepiti e che tramite medie scalinate consentiva la discesa ai posti dell’ampia platea. L’Alfieri, specie negli ultimi anni della sua esistenza, organizzò la convivenza, talora, di cinema e varietà, in un clima colorito e animato che, nel rispetto delle differenze, sarebbe piaciuto a Fellini.
Una sera, nel ruolo insolito di ballerina, venne Silva Koscina, e i pesci uscirono dal vicino mare per vederla. L’uscita era sul marciapiede che guarda palme e ringhiera e, giù, in largo e fondo, il Mar Grande: d’inverno accoglieva gli accaldati cinefili un venticello tagliente che costringeva a serrar le sciarpe e ad affrettare il passo. L’Odeon, in via Di Palma tra piazza M. Immacolata e via Pupino, godeva dell’ottima posizione centrale e di giorno, di sera, rammentava ai tanti passanti la sua programmazione.
La balconata della galleria, sostenuta da pilastrini, abbracciava dall’alto la sala. La produzione filmica presentata era varia. Diedero, fra i tanti, Lawrence d’Arabia, e il deserto con la musica fascinosa, e gli occhi di Peter O’Toole, e le imprese umane, al di là di quelle belliche, aleggiarono prepotenti sui capi rivolti alla vicenda. Arrivò Pasolini, con i Racconti di Canterbury. C’era già stata la fantasia di… Fantasia, di Walt Disney: l’opera non raccolse il pubblico di altri cartoni: i dinosauri della Sagra della primavera e il diavolo di Una notte sul Monte Calvo non attraevano i bimbi, anzi, qualcuno si spaventò e i genitori uscirono dal cinema un po’ interdetti. Al Natale, le illuminazioni della via si fondevano alle immagini dei manifesti dell’ultimo film. L’Arsenale e l’Artiglieria erano cinema che davano una produzione B e che perciò risultavano più economici; erano legati a filo doppio con i lavoratori e i luoghi dei due ambiti da cui avevano preso nome. Vi si trovava l’operaio stanco, il sottufficiale lontano da casa, il ragazzino litigioso, il pensionato in ansia di svago. Le pellicole erano un tantino logore, rigate per l’uso, ma il contenuto non monotono, spesso avventuroso e umoristico, teneva sulle poltroncine di legno quasi tutti, poiché i bambini… beh, quelli spesso preferivano altri divertimenti, tutti di creazione personale, nei corridoi in chiaroscuro, beneficiando dello scalpitare delle cavallerie e delle cannonate di battaglia, che copricoprivano i loro ludici rumorini. Tra corso Umberto e via Cavallotti faceva bell’angolo il Rex, che disponeva di due sale, A e B, differenti per ambienti, frequentazioni e programmazioni: la A era ampia in platea e galleria, di tono più elevato negli arredi, rispettosa di una recente e sicura produzione filmica, della quale faceva di volta in volta fede un luminoso cartellone esterno che si imponeva in alto, proprio a perpendicolo rispetto all’ingresso, e che era visibile e leggibile da buona distanza; alla B si accedeva pressoché alla svolta per piazza Bettolo, e per assistere alle proiezioni era indispensabile la discesa per una discreta scalinata: spesso i film erano di seconda visione e l’afflusso più popolare, data anche la minor cubatura, rendeva particolarmente calorosa la visione. La A beneficiava di poltroncine rosse, con caratteristica larga curvatura al protendersi del ripiano di seduta, e di fornito bar nella hall; la B, dal canto suo, offriva l’“effetto sorpresa” quando, prima che iniziasse lo spettacolo o durante l’intervallo, gli spettatori seduti vedevano aprirsi i non lievi tendaggi d’entrata e presentarsi alla generale attenzione i nuovi arrivati, i quali a loro volta si trovavano addosso la curiosità spesso involontaria di decine e decine di occhi votati ad una diversa e comunque breve immagine in movimento; quanto ai rinfreschi c’era, in quella piccola calata agli Inferi, il pronto intervento di un esperto quanto folkloristico ragazzino che si precipitava ove necessario e che, sul filo dell’accendersi delle luci dopo il primo tempo o all’end di tutta la pellicola, investiva le orecchie con “Caramelle gazzose birraaa…”
E poi c’erano le arene… A rappresentarle tutte citiamo quella che aveva ingresso da via Pitagora ed era incastonata nella Villa Peripato, di cui godeva fresco e umidità. Ospitava valide realizzazioni cinematografiche: le parole degli attori si mescolavano al fruscìo delle alte fronde intorno e la luminosità dello schermo non impediva, a chi lo volesse, la pur fuggevole contemplazione delle stelle, vera volta della sala. L’insegna, a sovrastare il cancello d’ingresso, arcuava “La Pineta”, e quando si accendeva era estate. Ciao a tutte le sale, senza esclusioni. In fondo, sono ancora qui.

19 gennaio 2015

L'accoglienza tarantina ai profughi di Trieste

Recupero oggi sul mio blog una interessante pagina di storia locale a firma di Ornella Sapio, apparsa sulle colonne del Corriere del Giorno di mercoledì 10 febbraio 2010, a p. 27

 

L'accoglienza tarantina ai profughi di Trieste


Attraverso i documenti conservati all'Archivio di Stato

di Ornella Valeria Sapio

Il 5 maggio 1945 il Sindaco di Taranto, Ciro Drago, insieme all’intera giunta municipale, riuniti in assise, espressero commozione e indignazione per la situazione creatasi in Trieste italiana, liberata dai nazifascisti dall’esercito iugoslavo dei partigiani di Tito ma da questi occupata militarmente con pretese di annessione. Convinti che tali inconsulte aspirazioni non fossero giustificabili anzi contrarie con l’idea di libertà e pace con giustizia, chiesero al Prefetto di far giungere al Governo Centrale i voti calorosi dell’intera comunità tarantina perché l’italianità di Trieste fosse riconosciuta. Non sarà così: … per quasi dieci lunghi anni Trieste vivrà staccata dalla madrepatria Italia. Il Governo militare insediato il 1° maggio dai Titini, senza il consenso alleato, avrà vita breve (40 giorni) ma sarà devastante, connotato da una repressione brutale e sistematica: numerosi gli arresti, le deportazioni, le esecuzioni di massa; ogni potenziale avversario del comunismo venne etichettato fascista e quindi giustiziato, i cadaveri gettati senza pietà in fosse comuni dei valloni carsici “le foibe”; vennero smantellate le precedenti strutture istituzionali e politiche non solo fasciste ma anche italiane, le strade perennemente pattugliate seminando terrore, organizzate pompose manifestazioni filo-slave a sostegno del progetto di annessione. Il 9 giugno, a seguito di forti pressioni anche sovietiche e di delicate trattative diplomatiche, si giunse ad un accordo tra Tito e gli angloamericani: la zona A, comprendente tutta la Venezia Giulia (Trieste e la fascia costiera occidentale), passava sotto il controllo britannico; la zona B, costituita dal resto della regione ad est della “linea Morgan” (Capodistria), si poneva sotto il controllo Iugoslavo. Per sfuggire a tanta sciagura e non restare al soldo dell’usurpatore slavo, una nutrita schiera di donne e bambini, vecchi e uomini, abbandonata la propria terra e la propria casa ed ogni bene, folle di spavento si unì a quella enorme massa di profughi delle zone di guerra che erravano per le vie dell’Italia liberata, tutti soverchiati dalla tragica consapevolezza della loro sventura, in cerca di aiuto e solidarietà. Nel porto di Taranto, a partire dal 1945 e fino a tutto il 1947, continui furono gli sbarchi di profughi provenienti dall’Algeria, Iugoslavia, Dalmazia ed Egeo e di più di 9.000 prigionieri, spesso nostri connazionali che avevano combattuto per la patria e che catturati dagli inglesi, con motivazioni diverse vennero, giunti a Taranto, internati nel campo di prigionia “S. Andrea” sito sulle rive del Mar Piccolo. Abbiamo traccia, ad esempio, di circa 3.557 prigionieri italiani, provenienti dall’Algeria a bordo del piroscafo inglese Strathnird, giunti nel nostro porto il 7 febbraio 1946; circa 5.000 prigionieri a bordo del transatlantico inglese Mauritania sbarcheranno il 23 aprile; 800 reduci provenienti dalla Iugoslavia arriveranno il 30 novembre da Ancona mentre sempre provenienti dalla Iugoslavia giungeranno da Bari circa 380 prigionieri italiani; numerosi altri arrivi di piroscafi e navi saranno registrati nel nostro porto. Calda l’accoglienza del popolo tarantino nei confronti di prigionieri, profughi e rimpatriati, malgrado le difficili condizioni in cui versava la città nell’immediato dopoguerra. Stabilite, con puntuali note prefettizie, le iniziative da mettere in atto per lenire le loro sofferenze: assistenza sanitaria per gli ammalati da trasportare negli ospedali della provincia con ambulanze presenti nel porto; assistenza logistica con presenza di autobus e autocarri per il trasporto dal porto alla ferrovia o all’Ospedale Acanfora, centro di prima accoglienza e ospitalità; assistenza alimentare con distribuzione all’atto dello sbarco di buoni di £ 120 per il pranzo e la cena (un primo, un secondo, frutta, vino) e di £ 30 per la colazione (latte, caffè, pane). Il Prefetto in persona con il Sindaco e un comitato di accoglienza si sarebbe recato a salutare l’arrivo di profughi e rimpatriati offrendo a donne e bambini caramelle (fornite dalla Sepal) e cioccolatini (messi a disposizione dagli esercizi pubblici di Taranto) e agli uomini sigarette (a carico dell’Assistenza Post Bellica). Una gara di generosità e solidarietà. Questo al momento dell’arrivo … la vita per i profughi che decidevano di stabilirsi nella nostra città, ferita ed economicamente prostrata, si presentava sicuramente molto dura: diverse le richieste avanzate a Sindaco, Prefetto e Ufficio Provinciale di Assistenza per ottenere sussidi, alloggi, assistenza alimentare e in vestiario. Commovente ed esemplare la situazione prospettata dalla signora Paccovi, vedova di guerra di un ufficiale della M.M., che fuggita con uno stratagemma da Pola in seguito a maltrattamenti e minacce iugoslave, arrivò a Taranto il 21 novembre 1946. Giunta in città con i soli panni che indossava al momento della fuga, chiese un sussidio che le permettesse la sopravvivenza. Alloggiata nel centro di raccolta profughi di via Carducci ottenne il libretto di assistenza con la corresponsione di un sussidio mensile di 600 lire. Eguale trattamento sarà riservato ai numerosi altri profughi iugoslavi dall’Ufficio Provinciale di Assistenza Post Bellica. Secondo i dati statistici trasmessi nell’agosto 1950 al Ministero dell’Interno dal Prefetto di Taranto, risultavano affluiti nella nostra Provincia, con provenienza dal territorio Iugoslavo, 1214 immigrati molti dei quali, a seguito del deludente trattato di Pace di Parigi del febbraio 1947, avevano optato per l’acquisizione della cittadinanza italiana. Il trattato non restituiva Trieste all’Italia ma stabiliva la creazione del Territorio Libero di Trieste, una sorta di staterello autonomo dipendente dall’ONU; Udine e Gorizia venivano invece restituiti all’Italia. Dei 1214 profughi iugoslavi affluiti in alcuni dei Comuni della nostra Provincia (Martina, Mottola, Sava, Manduria, Ginosa, Monteparano, Pulsano, Palagiano, Castellaneta, Massafra, Grottaglie) ben 1060 erano presenti a Taranto con evidenti gravi difficoltà abitative. Il 15 novembre 1951 la sezione tarantina del Movimento Istriano Revisionista rivolse un accorato appello al Prefetto di Taranto, Aurelio Gaipa, perché con suo autorevolissimo intervento rendesse possibile l’assegnazione degli alloggi I.N.A. - Casa ai profughi giuliani favorendo così il graduale sfollamento dai locali dei tre Centri di raccolta cittadini, dove molte famiglie continuavano ad alloggiare in spazi ristrettissimi. Il 6 febbraio 1953 il Ministro dei Lavori Pubblici inviò al Prefetto di Taranto il tanto atteso telegramma con il quale si dava notizia della costruzione a Taranto di 40 alloggi per i profughi giuliani per un importo di 50 milioni di lire. Altri 36 alloggi saranno in seguito costruiti in città in zona Tamburi grazie al contributo dell’Opera Nazionale per l’Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati di Roma. La casa e il lavoro segneranno la completa integrazione della comunità dalmata con quella tarantina. Restava ancora nel cuore dei profughi e dell’intera Italia il dolore per la situazione di Trieste. Il 5 ottobre 1954, siglato l’accordo, Trieste fu finalmente riconsegnata all’Italia: i bersaglieri italiani entrarono in città il 26 ottobre accolti da una folla eccitata e in delirio. In delirio ed esultanza anche la comunità giuliano dalmata e tutta la popolazione della nostra Provincia. Per salutare l’evento fu organizzata a Taranto un’imponente manifestazione: alle 17,30 del 10 ottobre dal piazzale antistante l’ingresso dell’Arsenale M.M. si snodò per le vie cittadine un nutrito corteo, preceduto dalla banda cittadina con la presenza dei rappresentanti dei partiti politici, associazioni combattentistiche, sportive, dei profughi, scolaresche e un gran numero di cittadini, tra grida di esultanza, sventolii di bandiere e lancio di volantini bianchi inneggianti al ritorno di Trieste alla madrepatria. Seguì, in Piazza della Vittoria, un comizio tenuto dall’on. Di Pietro, Ministro di Grazia e Giustizia; una fiaccolata finale onorò una città e un popolo che avevano tanto sofferto.

18 gennaio 2015

Quando i musulmani eravamo noi tarantini

Quando i musulmani eravamo noi tarantini

di Gianluca Lovreglio

(già edito a stampa in "Voce del Popolo", anno 7, numero 25, del 20 dicembre 2009, pp. 34-36).

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Una storia conosciuta dagli studiosi, molto meno da molti di quei tarantini che amano ancora definirsi figli della Magna Grecia, o, peggio, degli "spartani". Taranto fu, per un quarantennio, un caposaldo saraceno di dominatori bérberi, un avamposto dell'Islam di allora nel cuore dell'Europa post-romana, ufficialmente cristiana, ma ancora attraversata dalla sferza energetica e dalle divisioni delle popolazioni germaniche che vi si erano insediate già da una decina di generazioni. Che i musulmani fossero un pericolo reale, ne era cosciente persino l'imperatore Lotario I, che nel capitolare dell’846 “de expeditione facienda contra Saracenos”, confermava l’urgenza di porre termine allo stato d’insicurezza e di terrore diffuso dalle incursioni musulmane nelle indifese popolazioni del centro-sud dell’Italia. Qualche decennio prima era infatti niziata la penetrazione saracena in Italia meridionale: una guerra di aggressione che infiammava in Sicilia, strappata gradualmente ai Bizantini con l’occupazione di Palermo (831) e Messina (843). Anche a Taranto l'inizio del IX secolo fu caratterizzato dalle lotte interne e dalle asperrime divisioni che indebolirono ulteriormente il potere longobardo. Nell'840 un principe longobardo di Benevento fu tenuto prigioniero a Taranto, ma alcuni suoi sostenitori lo liberarono, lo riportarono a Benevento e lo proclamarono principe. Alla fine, la questione dirimente era proprio questa: la guerra civile tra Siconolfo e Radelchi per il controllo del ducato di Benevento. Entrambi i rivali utilizzarono i Saraceni per distruggere l’avversario (Khalfūn di Libia assoldato da Radelchi contro Capua; Apolaffar a sua volta vincitore, per conto di Siconolfo, alle Forche Caudine), e questo comportamento aveva prodotto quella disgregazione politica in cui si inserivano a meraviglia i piani espansionistici dei bérberi. Taranto, in quanto centro importante per il controllo delle rotte ioniche e punto di espansione nell’entroterra pugliese, era uno snodo essenziale. Fu per questo che subì nell’840 l’assalto di Saba e delle sue bande. Identica sorte ebbe Bari ad opera di Khalfūn che nell’847 vi istituì un emirato, la cui importanza fu direttamente proporzionale allo stato di confusione e debolezza che le controversie dinastiche avevano prodotto nella Langobardia minor (il nome che veniva dato ai domini longobardi dell'Italia centro-meridionale).

Ma chi erano e da dove venivano i conquistatori islamici di Taranto? Si trattava di Aglabiti di Qairawān, in Tunisia, molto determinati nel tentativo di trasformare politicamente delle semplici incursioni piratesche (che erano la norma, nel IX secolo) in un disegno strategico unitario. La libertà d'azione degli Aglabiti e dell’emiro Al-Aghlab era legittimata dalla autorità suprema del califfo abbasside, in quanto si esprimeva nell’ambito dell’unità politico-religiosa che teneva in Baghdad il suo centro istituzionale. Procediamo per gradi. I principi longobardi Radelchi e Siconolfo, rivali per il controllo del ducato beneventano, avevano scatenato una lunga guerra che impiegava i Saraceni stanziati nel sud della penisola. Entrambi sottovalutarono capacità e aspirazioni di tali mercenari. Fu proprio il bérbero Khalfūn, alleato di Radelchi, a volgere a proprio vantaggio il vuoto di potere che si venne a creare tra i domini longobardi. Dapprima si impadronì di Bari: nel volgere di pochi anni consolidò la sua posizione sull'intera Puglia centromeridionale e sulla Basilicata, al punto tale da rendere vano il tentativo dell’imperatore Lotario I (852) di riportare il territorio al suo controllo. Fu solo nel 864 che l’emirato di Bari, guidato dal suo terzo ed ultimo emiro, Sawdan al-Mazari, chiese ed ottenne, col titolo di walì, il riconoscimento da parte del Califfo di Baghdad di stato autonomo all’interno dell’impero islamico. Taranto al contrario, pur essendo stata occupata per prima, non risulta avesse una struttura statuale, ma questo dato potrebbe essere falsato dalla mancanza di fonti storiche a riguardo. La città jonica fu tuttavia, sotto il dominio islamico, una munita base navale da cui partivano periodicamente spedizioni che, risalendo l’Adriatico, saccheggiavano le città costiere, arrembavano navi da carico, o si scontravano, vittoriosamente, con la flotta veneziana che, organizzata dall’imperatore Teofilo, tentava di contrastare tali scorrerie. Il successore di Saba, Apolaffar (Abu Gia’far), verso l'840, partendo da Taranto, arrivò nella pianura metapontina, si diresse verso il Bradano e cercò di risalire il fiume, ma fu respinto dai Longobardi del castaldato di Acerenza. Non molto tempo dopo Apolaffar tentò ancora di penetrare all'interno della Basilicata attraverso le valli del fiume Cavone, ma anche quella volta il suo tentativo fallì poiché fu respinto dagli uomini del castaldato di Latiniano, fedeli a Sichenulfo, signore del principato di Salerno. Con questo secondo tentativo andato male, i Saraceni persero anche la loro roccaforte di Anglona e così abbandonarono la pianura metapontina, ritirandosi definitivamente a Taranto. Ma il walì tarantino non si arrese, e ritentò per la terza volta di conquistare l'interno della regione Basilicata. Riconquistò il Metapontino, riprese Anglona e la fortificò, quindi occupò Tursi, per controllare le valli dei fiumi Agri e Sinni. Apolaffar parteggiò alternativamente per Siconolfo o Radelchi, ma questa strategia gli costò la vita. Fu infatti tradito e messo a morte da Radelchi, cui aveva imprudentemente concesso la propria alleanza. Bari e Taranto, intanto, pur dipendendo nominalmente dai principati longobardi di Benevento e Salerno, rimasero in saldo possesso dei Saraceni.

L'unica straordinaria fonte diretta sulle vicende storiche di Taranto nel periodo preso in esame, è la testimonianza del monaco franco Bernardo, che ci illumina sulla drammaticità della situazione subita dalle popolazioni. In viaggio con due confratelli alla volta della Palestina, Bernardo assistette nel porto di Taranto all’imbarco di migliaia di prigionieri beneventani, destinati ad essere venduti come schiavi sui mercati africani e della Siria. Il testo (in latino) si legge in "Early travels in Palestine", ed. T. Wright, Londra 1948, pp. 23-31. La traduzione è di F. Porsia:

Nell'anno dell'incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo 867, vo­lendo nel nome del Signore visitare i Santi luoghi a Gerusalemme, io Ber­nardo, avendo preso per miei compagni due fratelli monaci, uno dei quali era del monastero di San Vincenzo a Benevento e si chiamava Teudemundo, l'altro era Spagnolo e si chiamava Stefano, venimmo a Roma dal papa Nicola e ottenemmo la desiderata licenza di partire con la sua benedizione ed as­sistenza. Di là venimmo al Monte Gargano, dove è la chiesa di San Michele sotto una roccia, coperta dal di sopra da alberi di quercia. [...] Lasciando il monte Gargano viaggiammo per 150 miglia, ad una città in mano ai Saraceni, chiamata Bari che era formalmente soggetta a Benevento. E' posta sul mare ed è fortificata a sud da due grandi muri; a nord sporge alta sul mare.

Qui ottenemmo dal principe della città, chiamato sultano, il necessario equipaggiamento per il viaggio, con due lettere di salvacondotto che descrivevano le nostre persone e l'oggetto del nostro viaggio al prin­cipe di Alessandria e al principe di Babilonia. Questi principi sono sotto la giurisdizione dell'Emir-al-Mumenin, che governa su tutti i Saraceni e risiede a Bagdad e ad Axinarri che sono oltre Gerusalemme. Da Bari andammo al porto della città di Taranto, alla distanza di 90 miglia, dove trovammo sei navi che avevano a bordo 9000 schiavi cristiani di Benevento. In due navi che salpavano per prime e che erano dirette in Africa c'erano 3000 schiavi; nelle due seguenti che erano destinate a Tu­nisi ce ne erano altri 3000. Le ultime due che contenevano parimenti lo stesso numero di schiavi cristiani, ci portarono al porto di Alessandria dopo un viaggio di 30 giorni. Qui ci fu proibito di sbarcare dal capitano dei marinai (che ne ha 60 sotto il suo comando) fino a che non gli demmo 6 aurei per la nostra partenza. Allora andammo dal principe di Alessandria e gli mostrammo le lettere che il sultano ci aveva dato, alle quali, comun­que, egli non mostrò attenzione, ma obbligò ciascuno di noi a pagare 13 soldi, e allora ci diede lettere per il principe di Babilonia. E' costume di questo popolo di prendere in considerazione solo ciò che può essere pe­sato; e 6 dei nostri soldi e 6 denari fanno 3 soldi e 3 denari della loro moneta.

Il nuovo imperatore Ludovico II cercò con ogni mezzo di metter fine alla grave crisi politica e alla conseguente frammentazione del Mezzogiorno. Nell’866, alla fine di un lungo lavoro diplomatico, si mise a capo di una robusta spedizione che puntò alla conquista dell’emirato di Bari. Tuttavia la città adriatica, ben difesa, riuscì a resistere ad un lungo assedio e fu sconfitta solo nel febbraio dell’871. A Ludovico rimase l’effimera illusione di essere riuscito a comporre in un disegno unitario il sempiterno particolarismo del Sud. Ebbe modo di ricredersi immediatamente, visto che ad agosto dello stesso anno fu attaccato nel suo palazzo, a Benevento, dalle forze longobarde guidate Adelchi, duca della città. La prigionia dell'imperatore fu l'amaro risvolto una congiura ordita dai potentati longobardi e dal duca di Napoli. Venne liberato solo dopo aver promesso solennemente che non si sarebbe vendicato. Mentre ad Occidente le fazioni prendevano il sopravvento sugli interessi generali, a Oriente si riaccendeva l’interesse per le opulente province occidentali. A Bisanzio fu il nuovo imperatore Basilio I il Macedone ad organizzare una poderosa spedizione verso la Puglia. Il primo assaggio della nuova strategia fu, nell’876, l’occupazione dello stratega Gregorio di Otranto, che aveva sottratto Bari ai Beneventani. Taranto, intanto, sotto la signoria di Othmàn, continuava a svolgere il suo ruolo di centro nevralgico delle scorrerie saracene, ricca per il commercio di schiavi e quasi completamente islamizzata. Lo scontro decisivo avvenne nell’880. Due eserciti bizantini al comando di Procopio e Leone Apostyppes, mentre la flotta dell’ammiraglio Nasar chiudeva dal mare ogni via di scampo, misero fine al quarantennio di occupazione musulmana e restituirono la città ionica all'ambito politico cristiano, seppure in salsa greco-bizantina. L’occupazione greca di Taranto non risparmiò alla città alcuna violenza: moltissimi abitanti di origine latino-longobarda, ormai di costumi essenzialmente islamici, furono per questo epurati dei propri beni e venduti come schiavi dal generale Apostyppes. Il vuoto demografico fu colmato da circa 3.000 coloni fatti immigrare forzatamente dalla Grecia, in particolare dal Peloponneso, a ripopolare una città ormai avviata verso un inesorabile declino economico e sociale.

Una nuova incursione saracena si ripropose il 15 agosto del 927, allorquando le schiere musulmane guidate dallo slavo Sabir distrussero completamente la città, uccidendo gran parte dei suoi abitanti e deportando gli scampati. Riferisce, nella sua cronaca, Lupo Protospatario: “Anno nongentesimo vicesimo septimo fuit excidium magnum Tarenti patratum et perempti sunt omnes viriliter pugnando: reliqui deportati sunt in Africam et factum est mense augusti in festivitate S. Maria". Come scrive F. Gabrieli nel suo saggio "Taranto araba", soddisferebbe molto la nostra curiosità capire dati ed elementi che mancano nel silenzio delle fonti storiche tra l'840 e l'880. Poco o nulla sappiamo sull'eventuale riconoscimento di Taranto come stato musulmano, alla stregua di Bari, così come ignoriamo l'ubicazione dei luoghi di culto, dal momento che i fedeli islamici dovevano pur adunarvisi in preghiera, o dei rapporti con le popolazioni cristiane, apparentemente buoni, se non sono registrati episodi di ribellione. Insomma, tanti interrogativi ai quali solo recentemente la storiografia sta rispondendo in maniera più compita.

Bibliografia essenziale:F. Gabrieli, Taranto araba, in "Cenacolo", IV (1974), pp. 3-8;
G. Musca, L'emirato di Bari, 847-871, Bari 1967
Porsia-Scionti, Taranto, Roma-Bari 1989