28 dicembre 2015

Lo spettacolo del medio evo: due interpretazioni a confronto

Taranto. Matrimonio di Maria d'Enghien (edizione 2013)

Lo spettacolo del medio evo: due interpretazioni a confronto

di Gianluca Lovreglio

Note:
©Gianluca Lovreglio 1999. Tutti i diritti riservati.
Edizione elettronica (e-text) del saggio apparso su "Galaesus. Studi e ricerche del Liceo Classico Archita di Taranto", n. XXII (1997/98), pp. 39-45


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Tralasciamo l’annoso problema delle mezze stagioni, e proviamo ad occuparci di una sola di esse: l’estate.

Perché l’estate? Un tempo, il caldo clima italico consigliava tutti, ma proprio tutti, di lasciare senza indugi le città per le agognate villeggiature. Era il tempo in cui solo gli organizzatori delle poche feste di partito osavano avventurarsi nella preparazione di eventi culturali e sociali nelle città deserte. Il velo fu squarciato dalle magiche "estati romane", in quella Roma di Argan di tanti anni fa…

Da allora molto è cambiato, e complici la crisi economica e le "vacanze intelligenti", non più un deserto ma un pullulare di cittadini ansiosi anima le strade estive delle nostre città. Allora ogni "buon amministratore" si scopre impresario e mette in campo nuove idee da esporre al suo pubblico, e… sorpresa! L’Italia si scopre un paese medievale.

Non fa eccezione la Puglia, da sempre apportatrice di novità di seconda mano e di idee culturali nella accezione più legata al denaro di questo termine.

Un pullulare di fiere, sagre in costume (pseudo)medievale, tornei, rievocazioni percorre questa terra dal Gargano a Leuca nei mesi più caldi. Ogni paese, ogni città scopre di avere un nobile passato, e nella maggior parte delle occasioni si guarda al medio evo e al Rinascimento, alcune volte per motivi coreografici, altre per motivi veramente storici.

Noi non stileremo classifiche, e neppure cercheremo di orientarci nel mare magnum del medio evo cucinato in salsa d’estate, ma vi proporremo due avvenimenti, o come si usa dire oggi, eventi, che hanno caratterizzato l’estate 1998 di due comuni distanti tra loro, Taranto e Troia. Due esempi, quindi, di come si possa allestire lo spettacolo della storia, con i pregi e i difetti di questo tipo di manifestazione. Non occorrerà un giudizio preciso su quanto vi racconteremo: troppo diverse sono le valutazioni secondo le intenzioni degli autori e le attese degli spettatori. Vale, come sempre, una massima generale: quando qualcosa è fatta bene, fa bene a tutti.

La prima rappresentazione risale al luglio 1998. L’Amministrazione provinciale di Taranto, in collaborazione con la compagnia "Teatro Crest" e l’Accademia degli Audaci mette in scena la vita di Maria D’Enghien, sfortunata principessa di Taranto. Ascesa al principato dopo la morte del marito Raimondello nel 1406, Maria D’Enghien subì per ben due volte l’assedio del re Ladislao, che disperando di poter prendere la città con la forza, l’ottenne con l’inganno proponendo le nozze, subito accettate, alla principessa. Seppur sconsigliata dai suoi fedeli, la principessa passò alla storia per l’ostinata volontà di sedere sul trono napoletano, anche se fu regina solo per pochi mesi, dopo i quali fu spedita, prigioniera, a Castenuovo in Napoli. Liberata assieme ai figli nel 1420, si ritirò a Lecce dove visse fino al 1446.

Il testo, affidato al regista - autore del "Teatro Crest" Mauro Maggioni, è tratto dal libro di Giuseppe Russo "La Regina in catene, ovvero l’avventurosa storia di Maria D’Enghien principessa di Taranto". Per capire il senso dell’operazione, occorre spendere qualche parola sul racconto, il cui autore rivela subito che "non ha pretese di essere un romanzo storico né una narrazione storica romanzata"

"Non me ne voglia il Lettore", continua Russo nella nota che precede l’inizio del romanzo, "se a volte l’afflato dell’immaginazione e dell’affetto ha superato le vicende storiche con i colori della fantasia, ma giustifichi le eventuali imprecisioni della ricostruzione degli eventi con il consulto dei numerosi testi storici di ben più insigni ed affidabili autori".

Dopo aver letto il romanzo, è possibile rendersi conto di quanto queste precisazioni iniziali sono necessarie, perché il medico tarantino (quella del chirurgo è la professione di Russo) di imprecisioni ne commette, non solo nella narrazione di vicende storiche. Appaiono contraddittorie allora le parole dello stesso autore, il quale dopo poche righe dichiara che scopo del suo lavoro è quello di "appassionare il lettore Tarantino alla sua storia e di legarlo alle sue radici che non sono solo Magna Grecia" (il maiuscolo di "Tarantini" è originale).

Di quale storia intende parlare Russo dopo aver appena negato al suo lavoro la patente di "romanzo storico"? Lette in questa chiave le precisazioni di Russo appaiono una excusatio per evitare polemiche e problemi con gli studiosi locali, ed infatti per romanzo "storico" sta passando quest’opera, e le vicende della Taranto quattrocentesca rischiano di essere conosciute, complice una amministrazione dalla sensibilità culturale di scarso livello, attraverso la promozione di scritti di questo tipo. [NDA 2015: dal 1996 al 1999 amministrazione De Cosmo]

Ben diversa è l’interpretazione del testo operata dal regista Maggioni. La pièce teatrale ha il merito di aver "riscoperto" il testo e la sua protagonista superando di slancio tutte le difficoltà insite nel dover fare storia recitando. Maggioni parte da altre basi: l’avventurosa vita di Maria D’Enghien e "il suo carattere determinato ce la fanno assomigliare ad un’altra famosissima figura medievale femminile: Giovanna D’Arco. Come la Pulzella d’Orléans, Maria non avrà nessun problema ad abbandonare gli abiti femminili per indossare corazza ed elmo [li indossa solo durante il matrimonio, N.d.R.] e salire sugli spalti a difendere le mura della città dall’attacco del perfido Ladislao di Durazzo. Come Giovanna D’Arco a perderla sarà il proprio orgoglio, e se la prima verrà immolata su un rogo, il destino della seconda sarà quello di finire rinchiusa in una stanza del castello nuovo di Napoli dopo essersi fatta abbagliare dall’offerta di Ladislao a diventare sua sposa e regina. Un dramma storico che richiama per molte assonanze due opere del grande W. Shakespeare: Riccardo III e Riccardo II. E proprio a queste due opere si sono ispirati i personaggi che affollano la scena de "La Regina in catene".

A parte l’eccessiva tensione drammatica (quasi ovvia, per un autore teatrale), Maggioni inserisce la "Regina" in un contesto ideologico più che storico, e ne fa la protagonista assoluta di un dramma shakespeariano, riuscendo a penetrare in profondità il personaggio: tutto quello che manca nel romanzo!

La messa in scena, austera nei mezzi, è per fortuna ricca di idee. La professionalità del Teatro Crest, compagnia che opera da anni con progetti che spaziano dalla collaborazione con la scuola all’interscambio culturale europeo, con la Germania in particolare, è emersa anche nelle due rappresentazioni della "Regina in catene". Sulla scena allestita negli spazi della masseria Vaccarella, si sono alternati undici attori: oltre ai personaggi, la voce dei narratori ha avuto il compito di inquadrare le vicende di Maria nel loro periodo storico.

Pensata per l’allestimento all’aperto, la rinuncia alla "quarta parete" ha reso più credibile la rappresentazione, operando verso un coinvolgimento diretto del pubblico. I costumi dei personaggi, infine, non sono d’epoca, ma hanno chiari riferimenti al ‘400. Unico elemento scenografico, che lasciava intuire l’elemento ideologico presente nella trasposizione, è un grande trono simbolo del potere, in nome del quale si sono intrecciati i tristi destini dei personaggi.

Poche settimane dopo, a Troia, qualcun altro si è occupato di medio evo, in un’accezione diversa, con scopi e significati altri. Giunta alla quarta edizione, l’appuntamento troiano con i "Grandi processi storici" ha proposto ad agosto il "Processo ai film sul medio evo".

Quella dei "processi" è un’idea nata qualche anno fa, in seno alla Scuola - Laboratorio di medievistica voluta dalla Amministrazione comunale di Troia e affidata alla direzione di Raffaele Licinio, professore di "Antichità e istituzioni medievali" presso l’Università di Bari.

Dopo le prime edizioni, nelle quali la fantasia dell’ "Anonima G. R." ha messo in scena i "Processi" a Federico II (1995), alla Prima Crociata (1996), a Enrico VI (1997), la rappresentazione del 1998 è stata condotta dal gruppo teatrale della Scuola - Laboratorio "I Giullari".

Piuttosto che un processo storico ai film sul medio evo, si è trattato di un processo alla trasposizione della storia, in particolare a come il medio evo è stato rappresentato sul grande schermo a partire dal 1895, anno mitico della nascita del cinema.

Una "azione giudiziaria" intentata per capire e vagliare le ricostruzioni che registi e sceneggiatori hanno attuato del "loro" medio evo, e per consentire al pubblico di appropriarsi di quelle armi critiche che consentono di poter giudicare un prodotto che non è storia, anche se a volte molto le si avvicina, e non è pura fantasia, anche se a volte gli "effetti speciali" prendono il sopravvento.

Perché poi nella produzione cinematografica - afferma Vito Attolini, critico cinematografico della "Gazzetta del Mezzogiorno" e docente di "Storia del cinema" nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bari - "ci si rivolga con frequente regolarità al medio evo o se ne proponga una visione metaforica al presente, per quali ragioni esso eserciti un fascino così tenace è cosa che non può spiegarsi soltanto con fattori esterni o in termini di pura spettacolarità".

Insomma, come devono "leggersi" i film sul medio evo? Come deve confrontarsi lo storico rispetto ad una produzione innocente in partenza, ma addirittura dannosa se adoperata sconsideratamente? A questa serie di interrogativi lo spettacolo creato e curato dal laboratorio troiano ha cercato di dare una risposta.

L’operazione troiana, rispetto a quella tarantina, assume un taglio didattico e culturale, anche se usa a piene mani le armi dell’ironia, le uniche forse con le quali si possa avvicinare ed arrivare al pubblico più vario, al "lettore comune" e allo "spettatore comune" (ammessa l’esistenza di queste categorie).

In scena i personaggi si avvicendano seguendo l’ordine dei “filoni” narrativi dei film ispirati al periodo medievale: nella prima parte sfilano Re Artù, Ginevra, Ivanhoe, Parsifal. Numerosi sono stati i film ispirati alle storie di Re Artù e dei suoi cavalieri, e seppure ogni regista ha interpretato e reso secondo il proprio stile cinematografico le vicende, unica è la fonte, quel Chrétien de Troyes (attivo fra il 1155 e il 1190) le cui poche notizie che conosciamo della sua vita si ricavano dalle sue stesse opere: fu originario della Champagne, viaggiò e soggiornò in Inghilterra, svolse la sua attività presso la corte comitale di Troyes dove compose uno dei suoi romanzi, il Lancelot, per la contessa Mana, figlia di Eleonora d’Aquitania, e presso Filippo d’Alsazia, Conte di Fiandra. Di lui ci restano cinque romanzi cortesi in versi (ottosillabi rimati a coppie), incentrati sulla cosiddetta “materia bretone”: “Eréc e Enide”, “Cligés”, “Lancelot”, “Yvain”, “Perceval”. Nei romanzi di Chrétien de Troyes, ha scritto Roncaglia, «l’avventura non è evasione, bensì volontaria determinazione, in cui, affrontando l’ignoto e superando ostacoli sem-pre più ardui, l’individuo ricerca e verifica la propria identità. il cavaliere personifica l’aspirazione dell’uomo a superare la propria condizione naturale, rafforzando la volontà ed affinando il sentimento con gli impulsi combinati della prodezza e dell’amore».
Quale tema, allora, risulta più affascinante e ricco di spunti del ciclo narrativo che si rifà alle gesta di Re Artù? «Il mito di Re Artù», ha detto il regista di “Excalibur” John Boorman, «fa parte delle aspirazioni dell’uomo occidentale. In esso quasi tutti i personaggi si cimentano (e falliscono) in imprese grandissime e si redimono alla fine quando scoprono il loro destino. […] Parliamo di un fondamentale concetto di evasione che è sempre stato l’anima del cinema».
In questo tipo di produzione letteraria si impongono ideali come quelli della forza, del coraggio, della lealtà (che caratterizzano anche l’epica carolingia), non finalizzati tuttavia ad un austero valore morale religioso. Accanto ad essi, inoltre, si collocano valori come il desiderio di gloria individuale, lo spirito d’avventura che sconfina facilmente nel gusto per il magico, il fantastico, l’esotico, la volontà di cimentarsi per raggiungere un ideale di perfezione. Ma soprattutto, nei romanzi di Troyes e dei suoi continuatori, emerge l’esperienza d’amore nei suoi multiformi aspetti: si va dall’amore come rituale sociale di comportamento all’amore come rapporto fisico e al tempo stesso sentimento com¬plesso e raffinato, che talora coesiste con il rapporto coniugale ma che più spesso esiste al di fuori di tale rapporto e allora si passa dall’amore come dedizione assoluta all’amata all’amore come processo di ingentilimento e perfezionamento tutto interiore e, generalmente, laico.
Non sappiamo dire se queste riflessioni, e gli accostamenti ai film che sembravano scorrere su uno schermo immaginario mentre i giovani attori inscenavano il processo, abbiano coinvolto tutti gli spettatori. Il registro dell’ironia, della commedia, si poteva gustare ugualmente, anche se la presenza di uno schermo vero, sul quale proiettare immagini ferme o in movimento, avrebbe scardinato l’intelligibilità ferma al primo livello, per arrivare alla profondità degli intenti degli autori.
La seconda parte prevedeva l’intervento di quattro tra i più famosi Robin Hood degli schermi, simpaticamente impegnati a rivendicare ognuno la propria “purezza” e la propria adesione alla realtà storica, intreccio risolto grazie alla consulenza dello storico medievista Licinio e del critico cinematografico Attolini, che dopo aver rilevato le numerose inesattezze presenti anche nei film più osannati, spostavano l’attenzione dalla veridicità storica al mito dell’eroe positivo (Robin) nel cinema, un mito scardinato forse soltanto dal “Robin e Marian” Richard Lester, che ci presenta un eroe invecchiato assieme alla consorte, pieno di acciacchi ma con lo “spirto guerrier” ancora indomito.
La terza sezione dello spettacolo ha visto la rumorosa entrata in scena di messer Brancaleone e della sua armata, per affrontare l’ultimo tema: la rappresentazione del medio evo “popolare”, quel medio evo cinematografico popolato da personaggi poveri e affamati, costretti a partecipare quasi per caso ad eventi che appaiono più grandi di loro. Un medio evo “basso”, “del cibo e del corpo”, destinato a diventare, nella cinematografia italiana degli anni ’70, il medio evo del sesso.
Un filo rosso lega infatti il filone “nobile” del cinema sul medio evo popolare (quello, per intenderci, interpretato da Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Ugo Tognazzi) a quello, ben più scollacciato, delle Giovannona e Ubalda. Un collegamento rintracciato dallo stesso Mario Monicelli, iniziatore del genere “popolare”: «da “L’Armata Brancaleone”, secondo me, è venuta fuori tutta l’ondata dei film medievali, compresi quelli peggiori e quelli pornografici; ma penso che persino un capolavoro come il “Decameron” Pasolini non l’avrebbe fatto, se non ci fosse stato Brancaleone».
 Fin qui la cronaca. Rimane la sensazione, a freddo, che il medio evo rappresentato a Taranto rimandi a qualcosa di falso, artificiale, un medio evo di facciata che mai sembra superare lo scoglio della superficialità. La storia è stata rappresentata in maniera del tutto differente nelle due piazze.
Azzardiamo l’ipotesi che nella prima l’organizzazione si è limitata ad un evento episodico, attaccata all’idea che al pubblico “estivo” non importa capire la storia, riflettere sul passato e sulle sue rappresentazioni, ma solo partecipare a un appuntamento mediatico. Nella seconda la storia ha assunto il carattere di appuntamento fisso con l’approfondimento, la cultura che non resta sugli scaffali ma scende in piazza e utilizza il linguaggio di tutti i giorni per entrare, piano, molto piano, a far parte della vita di ognuno.
Resta la consapevolezza, infine, che l’evento tarantino si avvicini ad un nobile surrogato della televisione, mentre quello troiano possa ben accostarsi alla lettura di un libro.
Un libro leggero, magari, e comico in alcuni tratti, ma dopo aver sfogliato l’ultima pagina sentiamo di non aver letto invano.

Nota Bibliografica
Sulle vicende di Maria D’Enghien vedi D. L. DE VINCENTIIS, Storia di Taranto, Taranto 1878 (rist. 1983), pp. 159-165. Per la storia della dominazione dei Del Balzo-Orsini vedi F. PORSIA-M. SCIONTI, Taranto [Le città nella storia d’Italia], Bari 1989, pp. 44-50.

Sullo spettacolo tarantino confronta G. RUSSO, La regina in catene, ovvero l’avventurosa storia di Maria D’Enghien principessa di Taranto, Taranto s. d. (1997); PROVINCIA DI TARANTO - ACCADEMIA DEGLI AUDACI - TEATRO CREST, La Regina in catene, testo e regia di Mauro Maggioni liberamente tratto dall’omonimo romanzo di G. Russo. Scene e costumi di Francesca Ruggiero, 9-10 luglio 1998 Circolo Masseria Vaccarella - Taranto; M. MAGGIONI, La Regina in catene, brochure di presentazione.

Per quanto riguarda il "Processo ai film sul medio evo" punto di partenza obbligato è V. ATTOLINI, Immagini del Medioevo nel cinema, Bari 1993, dal quale è stata tratta anche la citazione di John Boorman. Il testo contiene inoltre una ricchissima filmografia sull’argomento. Altre citazioni sono tratte direttamente - e diffusamente - dal copione del "Processo".

Le notizie su Chrétien de Troyes e la citazione sono tratte da A. RONCAGLIA, Storia della letteratura italiana, vol. II, Il Trecento, Milano 1965.

9 dicembre 2015

Piccole proposte di risistemazione urbanistica a Taranto

Foto: corrieredelgiorno.net

Piccole proposte di risistemazione urbanistica a Taranto


Le piste ciclabili sono un'ottima cosa, se realizzate con lo scopo di raggiungere un punto della città partendo da un altro. A Taranto abbiamo due piste ciclabili, una su viale Jonio, ed una su viale Magna Grecia. Entrambe poco o nulla utilizzate perchè, parliamoci chiaro, non partono da nessuna parte e non portano da nessuna parte (a meno che tu non sia un dipendente della Marina). L'unica vera pista ciclabile da realizzare dovrebbe partire da Cimino, nell'area attrezzata a parcheggio di scambio, e percorrere tutta via Cesare Battisti, virare su via Leonida ed immettersi su corso Umberto, fino al ponte girevole. Anni fa i commercianti di via Battisti si opposero, perche con la pista ciclabile si sarebbe eliminato il parcheggio in doppia fila per le auto, con conseguente calo di affari (!). Una amministrazione seria sarebbe andata avanti ugualmente.

Una alternativa a via Battisti ci sarebbe, sfruttando il muraglione dell'Arsenale, ma comporterebbe l'eliminazione di parcheggi auto su via Cugini, dall'altezza di via dei Fabbri sino a via Leonida, interessando l'area del mercato Fadini, già carente di parcheggi. Al limite, ampliando l'area parcheggio del mercato Fadini con l'area ex Arena Artiglieria ci si potrebbe pensare. In corso Umberto si può realizzare una pista ciclabile moderna e sicura sin da subito, senza perdere un solo posto auto legale (la doppia fila non lo è): la doppia corsia di marcia, infatti, è una ipocrisia tutta tarantina, perennemente occupata da auto in sosta in doppia fila. Parliamoci chiaro: sono anni che in corso Umberto le auto procedono su una sola corsia.

Eliminiamo le ipocrisie, e, visto che nessuna amministrazione e nessun comandante di polizia locale sembra fregarsene del parcheggio selvaggio, si costruisse una pista ciclabile protetta da un bel cordolo, lungo tutta corso Umberto. Pochissimi sono i commercianti, molte, invece, le scuole e gli uffici, i mercati, il museo, che la pista raggiungerebbe in sicurezza. Chissà che il traffico non ne guadagnarebbe.

7 dicembre 2015

Nasce "La Ringhiera". Riflessioni a margine

Nasce "La Ringhiera". Riflessioni a margine


Guardi i volti. E sono gli stessi, familiari, che da ragazzo vedevi brufolosi e pieni di capelli tra i corridoi austeri del liceo Archita. Ti accorgi che oggi c'è chi ha ruoli in istituzioni internazionali, chi nella politica locale, chi nell'informazione nazionale e locale, chi insegna, chi suona, chi fa l'avvocato, chi lavora in settori innovativi... La parte viva e pulsante, insomma, di una comunità. Ti soffermi a pensare, chissà se 30 anni fa tutti noi adolescenti degli anni '80 immaginavamo tutto questo... Qualcuno allora ci diceva che dall'Archita e dal Quinto Ennio sarebbe nata la classe dirigente del futuro. Ed il domani ci sembrava lontano, e quelle ci suonavano frasi vuote, buttate lì. Invece dopo trent'anni eccoci qui, riuniti in un teatro, ad applaudire chi tra noi scommette ancora nel futuro, ed incomincia una nuova impresa, anche se è da matti farlo in questo periodo storico, anche se è da matti farlo in questa città. Ma forse siamo rimasti matti, soprattutto quelli che non se ne sono mai andati, ed ancor più quelli che sono tornati. Tanti auguri per questa nuova avventura, cari amici Leonardo Lomartire, Angelo Di Leo, Michele, Ciccio... Fare gli auguri a voi significa fare gli auguri ad una intera generazione che oggi, ancora, è qui. E che non vuole proprio saperne di arrendersi e smettere di sognare il futuro. Per i nostri figli, che - intanto - sono nati, e per gli adolescenti di oggi cui tocca a noi convincere di essere il futuro che vorranno costruirsi.

29 novembre 2015

Non siamo (solo) spartani. Cambiare strada!

Pasolini dedicò a Taranto versi pieni di ammirazione

Interessante analisi del prof. Nino Palma, che avanza l'idea di una serie di "distretti culturali" nella città jonica.



Non siamo (solo) spartani. Cambiare strada!


di Nino Palma

in: Taranto Buonasera sabato 7 novembre 2015, p. 8

Ora che il brand di Taranto città spartana ha fatto flop, tra l’altro ampiamente previsto, con la non assegnazione del titolo di capitale italiana della cultura alla nostra città, generando ulteriori delusioni e frustrazioni in una città fortemente provata, vogliamo cambiare strada?
Non mi sono mai state chiare le ragioni arcane, profonde per le quali ci si è ostinati, in tutti questi anni, a far leva semplicemente su un lembo della nostra millenaria storia – storia e storia culturale.

Così come credo che per ambire a diventare capitale della cultura, o almeno a città di cultura, occorra far leva e valorizzare tutto l’enorme patrimonio culturale di cui la nostra città può menar vanto.
Perché, voglio prima di tutto ricordare a me stesso, che Taranto è la città di Leonida, i cui versi sono stati mirabilmente tradotti da Salvatore Quasimodo e sono inseriti nella famosa Antologia Palatina; Taranto è la città di Tommaso Niccolò D’Aquino con le sue Deliciae Tarentinae; Taranto è la città di Giovan Giovine, è la città di Archita, Q. Ennio e Aristosseno; è la città di Paisiello, celebrato più a Napoli che nella sua città Natale, è la città di Raffaele Carrieri, uno dei più grandi poeti e intellettuali del Novecento, di Luigi Viola e di Cesare Giulio Viola, è la città del Premio Taranto che Ungaretti definì il più bel premio d’Italia, è la città di Michele Pierri, di Vito Forleo, di Pietro Acclavio.
E’ la città cantata sin dall’antichità da tanti poeti, da Virgilio ad Orazio, Properzio, Pascoli, D’Annunzio e per venire ai tempi ancora più vicini a noi, da Alda merini e da Pasolini, per il quale vivere a Taranto è “come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari e i lungomari. Per i lungomari, nell’acqua ch’è tutto uno squillo, con in fondo delle navi da guerra, inglesi, Italiane, americane, sono aggrappati agli splendidi scogli gli stabilimenti”.

Insomma vogliamo sdoganare tutto questo patrimonio, lo vogliamo far diventare sangue e carne di questa città, vogliamo, in definitiva utilizzare questo patrimonio culturale per intraprendere un cammino che porti questa nostra città a trasformarsi da città dei fumi e dell’acciaio, da città dei tumori e delle morti bianche (che resta ad oggi purtroppo il brand ancora prevalente agli occhi degli italiani), in città di cultura, che può quindi ambire ad un titolo, quello di capitale italiana della cultura, che fino ad oggi le è stato negato? Vogliamo uscire dal pressapochismo, vogliamo non restare abbarbicati ad improbabili brand o solo al Marta e al Castello Aragonese, che sono le uniche due risorse vitali ma non sono esaustive di tutte le bellezze di cui questa città dispone?
In sostanza, se Taranto vuole davvero ambire a diventare città italiana della cultura (a questo punto per un anno fino al 2019), va ripensata appunto in senso culturale: il che significa preliminarmente puntare sul recupero, valorizzazione e rigenerazione sociale e urbana della città vecchia e dei suoi inestimabili tesori architettonici, storici, artistici, paesaggistici e archeologici, ma significa anche gettare lo sguardo oltre e fare della cultura l'elemento fondamentale di ricucitura e di ”valorizzazione” dell’intera città. In questo senso, occorre chiedersi se non sia possibile immaginare la nostra città organizzata in distretti culturali, non isolati tra di loro ma strettamente connessi.

Il primo di essi andrebbe proposto proprio nella “Città Vecchia”. Un distretto Culturale che faccia leva su ciò che già c’è: Castello Aragonese, sistema Universitario tarantino da rafforzare, specialmente per quanto riguarda i Beni culturali che paradossalmente stanno conoscendo una fase difficile, il Liceo Musicale Paisiello il cui processo di statizzazione va completato, ma anche sulla creazione di una “Pinacoteca Civica” in uno dei Palazzi storici, in cui siano raccolte tutte le opere pittoriche di Taranto sparse altrove, in città e fuori di essa, opere di pittura laica e religiosa, sparse in tanti Palazzi istituzionali e non e che sono precluse ala fruizione dei cittadini. Con la Pinacoteca Civica, il Mu.Di. e il Museo Maiorano, si potrebbe configurare nella città vecchia un vero e proprio sistema museale. O se è troppo complicato puntare sulla pinacoteca, almeno fare in modo che molte delle opere che si trovano sparse altrove tornino nei palazzi di origine, ristrutturati naturalmente, dai quali sono state rimosse, come quelle del Palazzo De Bellis che, a quel che ci risulta si trovano a Roma o quelle del Palazzo Fornari o di altri Palazzi. In questo modo tutta la città vecchia diventerebbe un polo museale.

Accanto a questo primo distretto culturale se ne possono immaginare altri nei diversi quartieri della città, a partire dal borgo umbertino, per il quale, oltre all’iniziativa intrapresa dall’A.C. di ristrutturazione del cinema-teatro Fusco, occorre pensare ad un piano esecutivo e di dettaglio di rigenerazione urbana che ponga fine al devastante fenomeno dell’edilizia di sostituzione, valorizzi le aree demaniali dismesse o da dismettere, sottraendole alle mire speculative, riqualifichi il Lungomare e la villa Peripato, i siti archeologici e le aree pedonali e punti soprattutto alla ristrutturazione e ad una destinazione d’uso appropriata del Palazzo degli uffici, sede storica del Liceo Archita, nel quale ipotizzare l’istituzione di un “Polo Bibliotecario” e di un “Museo/Galleria di Arte Moderna e Contemporanea”, di cui la nostra città è priva. Tutto questo, insieme all’area del “mercato coperto”, ove si trova un anfiteatro da riportare interamente alla luce, al “Museo Archeologico” e al “Museo Etnografico”, può costituire un secondo Distretto Culturale.

Un terzo Distretto Culturale può far leva su parte delle aree dell’Arsenale M.M., per le quali il decreto su Taranto prevede progetti di valorizzazione. Di particolare interesse sono le aree della ex Stazione Torpediniere, nella quali ora che sono state dismesse, si può pensare alla creazione di un “Parco Museale del Mare e della Marineria”, che congiuntamente al recupero dell’affaccio costiero sul Mar Piccolo, è stato in parte già elaborato nell’ambito dell’Area Vasta Tarantina con apposita scheda progettuale.
In questo ambito possono trovare collocazione anche gli interventi di riqualificazione e valorizzazione delle aree demaniali dismesse, quali gli ex Baraccamenti Cattolica, la Caserma Mezzacapo, l’ex Cinema Arsenale, senza dimenticare l’ex Palazzo Frisini che non può restare abbandonato a se stesso, e che andrebbe invece consolidato, ristrutturato, riqualificato e destinato anch’esso a contenitore culturale.

Continuando nell’ottica di una visione complessiva del recupero della città di Taranto, e ritenendo obiettivo prioritario il recupero del Mar Piccolo, per la cui bonifica si registrano difficoltà e ritardi, vero elemento urbanistico e paesaggistico di ricucitura della varie parti di città, si può immaginare un quarto Distretto Culturale nella zona dei Tamburi, con il recupero dell’affaccio sul Mar piccolo e la riqualificazione della zona del fiume Galeso dove è importante rispolverare l’antica idea della creazione di un “Parco Letterario”, intitolato ai grandi poeti che hanno decantato questo fiume “qua niger umectat flaventia culta” (Virgilio, Georgiche, IV, 126) e che hanno cantato Taranto!

Un quinto Distretto Culturale può interessare il quartiere “Paolo VI”, dove abbiamo già la presenza di strutture importanti come il Politecnico, ma che può fare anche perno sul riutilizzo della Masseria Vaccarella e soprattutto sulla riqualificazione della Circumarpiccolo, fino al “Convento dei Battendieri” e all’area protetta della “Palude La Vela”, area che va allargata fino a includere la “Salina Grande”, l’area intorno alla “Palude Erbara” e la zona ove oggi insiste il “Parco Cimino”.

Questa, credo, sia la carta da giocare, insieme ad altre ovviamente (Porto, aeroporto, rete trasporti, infrastrutturazione ecc.). Non solo per immaginare una città futura e uno sviluppo alternativo alla monocultura industriale, ma anche per l’attribuzione a Taranto, in uno degli anni a venire, del titolo prestigioso di capitale italiana della cultura, per non parlare del fatto che un eventuale turista che dovesse approdare da noi saprebbe che cosa fare e che cosa visitare. Ma riusciremo tutti insieme (enti locali, forze politiche, sociali, tessuto associativo e imprenditoriale, classe dirigente) a far sistema, ad avere uno sguardo lungo che si proietti oltre il contingente e faccia prevalere la logica del bene comune, per tirare la città fuori dalle secche in cui oggi appare impantanata?

Un appello, infine, vorrei rivolgere a quella che un tempo si chiamava intellighentia della città: quella poca che è rimasta! Un appello ad unire le forze, ad uscire dal privato, a ritrovare lo spirito combattivo di impegno civile che un tempo pure c’è stato, e a farsi quindi portavoce di un progetto che punti al recupero del bello che abbiamo e ad uno sviluppo alternativo della nostra città.

23 novembre 2015

Francesco Basile il partigiano che Taranto, sua città, ha dimenticato

Francesco Basile il partigiano che Taranto, sua città, ha dimenticato

di Mario Gianfrate

La piazza del Municipio di Tuscania, dedicata Francesco Basile
in "Corriere del Giorno", 7 maggio 2013

Dai sette colli sui quali Tuscania, nel viterbese, è arrampicata, domina la valle. I resti della città medievale la rendono un piccolo salotto, accogliente e ricco di storia. Aveva poco più di cinquemila anime nel ’45, quando finì la guerra che lasciò cicatrici rimarginate ma visibili, ricordi incancellabili. La piazza della cittadina, quella in cui sorge il Palazzo del Comune, ricostruito nel diciannovesimo secolo, è intitolata a Franco Basile, un giovane partigiano di Taranto, ammazzato qui dalla violenza nazifascista. Le foto della targa e della piazza, me le fornisce Fabrizio Marziali, funzionario del Comune di una cortesia e di una disponibilità non comuni.

Ci siamo occupati, qualche tempo fa, di Franco Basile. Il caso ci consente di aggiungere altri elementi alla sua vicenda umana e resistenziale del partigiano tarantino, troppo presto stroncata dal cieco furore dei tedeschi; ce ne offre l’occasione, la testimonianza di Caterina Pani, raccolta in un bel volume di Chiara Cesetti (“La notte e l’alba”, Edizioni Il Campano, Pisa) pubblicato qualche anno fa, nel 2007.

Caterina Pani – che è nativa di Trieste – ha solo undici anni quando conosce Franco, “un bel ragazzo capitato a Tuscania dopo lo sbandamento, ed essendo di Taranto non era riuscito a tornare a casa”. Ricordi lontani, di bambina, sbiaditi dal tempo ma impressi nella mente: “Portava in testa una bandana rossa e si era unito al gruppo di partigiani che operava in zona”.

Franco Basile, del I Reggimento Granatieri, all’annuncio dell’Armistizio diramato nella serata dell’8 settembre 1943, si è unito alla Brigata Matteotti che opera nel territorio. Si distingue in numerose azioni di guerra contro le truppe nazifasciste.

Un anno dopo, dalla Rupe di Pian di Mola, assiste impotente al bombardamento della città e, coraggiosamente, mettendo a rischio la propria incolumità, accorre sul posto scavando sotto le macerie per trarre in salvo i feriti.

Caterina racconta gli ultimi istanti di vita di Franco; riportiamo per intero la sua testimonianza, la sequenza di un film in bianco e nero dalla pellicola graffiata con impressi gli attimi di vita prima della morte : “Il giorno precedente la sua uccisione, l’otto giugno, c’era stato il bombardamento in Piazza e noi eravamo scappati alla Moletta, in una grotta su un terreno di proprietà di un mio zio. Anche gli animali seguivano gli uomini in queste fughe, per metterli al riparo dalle razzie e dalle perquisizioni. Franco ed altri uomini amici e parenti dei miei familiari, stavano sotto il ciliegio poco distante, quando arrivò un tedesco. Gli si avvicinarono e Franco gli disse, toccandogli i pantaloni: E’ ora che te le levi, queste braghe, che… senti? Ed indicò verso pian di Mola, dove si udivano vicinissimi i mezzi degli alleati, come a dire che ormai la guerra per lui era finita. Cencio del zì Peppo, invece, gli toccò il fucile, gli disse di lasciarlo e di entrare insieme con loro, dove avrebbe potuto mangiare. Il tedesco rifiutò. Si allontanò e loro entrarono. Franco si mise a smontare la pistola ed a pulirla, mentre mio padre preparava per tutti pane e formaggio.

Il ponte sul Marta era già saltato e si sentiva il rumore cupo degli automezzi alleati che stavano arrivando. Poi ci fu un momento di calma e Franco disse che sarebbe salito più in alto, al riparo di un’altra grotta, per vedere cosa stesse succedendo e controllare i movimenti delle truppe che erano alla Spianata.

Verso le tre del pomeriggio mio padre disse: “Questo ragazzo non è più tornato. Adesso scendo in basso, vicino al fiume, vado a vedere come sta la mucca e guardo anche di lui”. Uscì e alzando gli occhi vide il sangue colare da una roccia: il corpo di Franco era riverso in terra, ucciso con un colpo in testa. Il tedesco, un irriducibile, si era appostato vicino al cancello di ingresso del terreno ed ogni tanto lo sentivamo sparare contro le truppe che si avvicinavano e udivamo le sue pallottole fischiare davanti all’entrata della grotta: uno di quei colpi era diretto contro Franco, riconosciuto come partigiano.

Intanto gli Americani guadarono il fiume e la gente cominciò ad urlare: “So’ arrivati, so’ arrivati! Siamo liberi!”. Uscimmo di corsa dai nostri nascondigli e nonostante il gran tripudio per l’arrivo dei liberatori, qualcuno venne a prendere il corpo di Franco con un carrettino. Ricordo che era senza scarpe”.

Scriverà di lui Beno Gessi, comandante della Brigata Matteotti, divenuto dopo la Liberazione sindaco della città: “Con entusiasmo e coraggio visse le ultime ore della sua giovinezza, confondendo la sua sorte con quella dell’Italia, che dal sangue dei figli migliori trae nuove forze e la nuova vita.

E’ morto con negli occhi la visione della mamma e dell’Italia alla quale aveva donato il suo sangue per cancellare l’infamia di oltre vent’anni di oppressione e per riconquistare tutte le libertà del pensiero e del lavoro”.

Nella Piazza di Tuscania, su di una targhetta c’è il suo nome. Oggi neppure gli abitanti della cittadina sanno chi possa essere quel nome, che sta lì, in quella piazza, dove frotte di monelli si rincorrono gioiosi nelle belle giornate di primavera. Quelli che c’erano, poco a poco, sono scomparsi e, con essi, la memoria di Franco.

Taranto, però, non può dimenticare. E’ giunto il tempo – mi rivolgo direttamente al Sindaco della città – di saldare con Franco Basile un debito di riconoscenza, riconoscenza per quel partigiano morto per la libertà. Così che “le genti che passeranno”, le nuove generazioni ignare di quanto accaduto – e lo avvertiamo, palpabile, ogni giorno – possano dire “ Oh, che bel fiore”.

22 novembre 2015

L'identità sommersa di Taranto, città dei Due Mari

Identità sommersa di Taranto, città dei, Due Mari

di Cosimo Damiano Fonseca

tratto dal "Corriere del Giorno" di domenica 1 dicembre 1996

Léon Palustre de Montifaut, uno dei più insigni archeologi francesi (Saivres 1838 - Tours 1894), registrava, il 28 marzo 1867, la colpevole smemoratezza del proprio passato da parte degli abitanti di una delle più importanti città della Magna Grecia: «Mio primo pensiero, arrivando qui, fu di cercare i resti dell'antico teatro, testimone degli avvenimenti più su riportati. Nella città nulla supponeva la loro esistenza, e un vecchio prete al quale mi rivolsi non ne aveva mai sentito parlare». E aggiungeva: «Un mare senza navi, una città senza avvenimenti, un popolo che vegeta, questo è lo spettacolo desolante».

E non è solo il Palustre de Montifaut a notare questa sorta di rimozione della memoria storica di Taranto perfino da parte di un membro del clero, esponente di una tradizione culturale che doveva essere più sensibile a cogliere le voci rivenienti da epoche storiche lontane. Esattamente quarant'anni prima, Charles Didier (Ginevra 1804 - Parigi 1860), uno scrittore di origine svizzera operante in Francia, amico di Hugo, Chateaubriand, Lamartine, Lamenais e Liszt, nel suo viaggio compiuto nelle terre del sole, a proposito di Taranto, così scriveva: «Il tempo ha spazzato persino le rovine. Nemmeno un monumento dell'antica repubblica è, non dico in piedi, ma riconoscibile».

Negli stessi anni, e precisamente il 10 giugno 1806, un ufficiale napoleonico - che peraltro possedeva un gusto finissimo della grecità - Louis Courier de Méré (Parigi 1772 – Véretz, Turenna, 1825), scriveva da Taranto: «Taranto è scom­parsa, non resta che il nome, e non si saprebbe dove essa fu, senza i resti che, a una certa distanza dalla città attuale, [indicano] la posizione del­l’antica città». Resti destinati peral­tro gradualmente alla scomparsi, come constatava François Lenor­mant (Parigi 1837-1883), il celebre e celebrato autore della Grande-Grè­ce, in visita a Taranto nel 1880: «Le ultime vestigia della città antica emergenti dal suolo sono attualmen­te in via di sparizione per la co­struzione d’un nuovo quartiere sulla terraferma, fuori dell’Isola che nell’antichità conteneva la cittadella, dove Taranto s’era concentrata durante il Medioevo».
E questo, della riutilizzazione del resti antichi per la costruzione degli edifici della Città Nuova, sarà il motivo ricorrente nelle pagine della Grande-Grèce: «Il tutto è stato de­molito per fornire materiale alla costruzione del Borgo Nuovo; gli operai lavorano ancora per finire di togliere di mezzo gli ultimi resti di antiche mura».
Lapidariamente il grande ar­cheologo, in una memoria redatta nel gennaio 1882, annoterà che «quando nel 1879 ero a Taranto, la mente del Tarantini non era affatto rivolta verso la ricerca di cose an­tiche, neppure a scopo speculativo»: insomma un modo elegante per dare attualità all’icastico e ricorrente giu­dizio sulla «molle Tarentum».

In realtà quella del borgo era stata la seconda e più recente operazione di sradicamento della città antica: una città che aveva trovato nel mare e nel suo porto il segno più autentico della propria identità. Attraverso il mare fin dall’età preistorica erano giunte popolazioni in possesso di una civiltà marcatamente neolitica fino a quando l’insediamento laconico aveva fornito tutti gli strumenti urbanistici e culturali per una graduale coscienza di città. Comunque della polis greca, pur con differenti e diversificati approc­ci, ci offrono significative descrizioni Polibio e Strabone: il primo menziona l’acropoli, le mura e la fortezza presso la Porta Temenide, il taphos di Apollo Iakinthos, il Museo presso l’agorà, la necropoli nella zona orientale del centro urbano, il teatro, il porto e alcuni assi viari come la platheia, la soteira e la batheia.

L’importanza del porto viene particolar­mente evidenziata: «Tutta la costa italica - scriveva Polibio nel libro X delle sue Storie - dallo stretto e dalla città di Reggio fino a Taranto per lunghezza di 2000 stadi e più, è completamente priva di porti, fatta eccezione del porto di Taranto che è rivolto verso il mare di Sicilia e guarda verso le regioni della Grecia [...]. Così chi dalla Sicilia e dalla Grecia va in uno del luoghi suddetti (cioè quelli della costa) approda necessariamente nel porto di Taranto e in questa città avvengono tutti gli scambi e i commerci con gli abitanti di tale regione d’Italia».

L’immagine della città offerta da Strabone è polarizzata sia sull’in­sediamento antico sia su quello nuo­vo della colonia Neptunia, fondata all’interno della polis. La città risulta costituita da due nuclei principali, l’arx e la zona del foro; permangono altresì il ginnasio e l’agorà con la presenza del colosso lisippeo raffigurante Zeus.

Della felice posizione del porto Strabone ci fornisce una preziosa testimonianza chiamandolo «grande e bello», chiuso da un ponte, dalla circonferenza di 100 stadi, chiara­mente alludendo all’insenatura del Mar Piccolo diviso dal promontorio di Punta Penna in due bacini di diseguale ampiezza nel primo dei quali, quello di ponente, versa le sue acque il Galeso, cantato da Virgilio. Le puntuali indagini di Gino Lo Porto (1970, 343-383) sulla topo­grafia antica di Taranto, agli ele­menti descrittivi di Polibio e di Stra­bone hanno fornito preziosi riscontri circa i primitivi insediamenti, l’u­bicazione dell’area dell’acropoli, la consistenza e l’ampiezza delle mura: il tutto ormai sommerso dagli edifici di culto e dalle strutture abitative della Città Vecchia.

Ma anche della successiva espansione urbana di Taranto, avvenuta a cominciare dal V secolo a. C. verso l’est della sua penisola, non vi sono tracce appariscenti né testimonian­ze vivamente apprezzabili.
Come è noto, al circuito arcaico delle mura si aggiunge, intorno alla metà del V secolo a. C., una nuova muraglia della lunghezza di oltre 10 chilometri che cingeva le sponde ver­so i due mari raggiungendo la Salina Piccola e la Masseria del Carmine.

Questa nuova cinta muraria aveva nobilitato l’impianto della città, come scriveva Anneo Floro (1, 13, 2): «Tarentus magnitudine et muris portuque nobilis». E in realtà per l’articolazione del sistema viario - che farà scrivere a Livio: «Planae et satis latae viae pa­tent in omnis partis» (XXV 11, 16), per la intersecazione di numerose porte, per la presenza di alcune torri, per la disposizione delle grandi in­sulae, per l’ampiezza dell’agorà, per la predisposizione dei materiali, per la peculiarità delle necropoli, Ta­ranto poteva ben vantare questa pa­tente di nobiltà.

Del ricchissimo patrimonio della città fecero man bassa i Romani quando, nel 209 a. C., saccheggia­rono l’acropoli, i templi, gli edifici di maggiore dignità architettonica asportando tesori d’arte, statue e pitture. Ne fornisce non sospetta te­stimonianza Strabone nel II secolo d. C., che ricorda appunto le stigmate inferte alla città dai Cartaginesi e le spoliazioni effettuate dai Romani sull’acropoli della città.

Il destino della città si avviava irrimediabilmente al tramonto, an­che se un ultimo rigurgito di gran­dezza, non certo pari a quello del periodo magnogreco, si registrava durante l’età imperiale, come dimo­stra la crescita demografica, la ri­presa dei commerci, l’erezione di nuove strutture monumentali, quali l’anfiteatro, gli acquedotti, le terme. Comunque anche della facies ro­mana della città, al di là di esili umbratili e sporadici ritrovamenti, nulla si era stratificato nella realtà e nella memoria.

Concorsero certamente a distrug­gere quanto rimaneva dell’acropoli i bizantini, i quali, constatato come l’agglomerato urbano fosse privo di fortificazioni (Procopio, De Bello go­thico, VII, 3, 23), effettuano una colmata escogitando un sistema di­fensivo che segnerà durante tutto il Medioevo la divaricazione tra la Taranto del borgo e la Taranto dell’isola e che avvierà quel processo di “in­tramenialità” rimasto, oltre che una costante geostorica, una categoria mentale sino alla seconda metà dell’Ottocento.

L’obliterazione della me­moria della Taranto greco-romana constatata dai viaggiatori approdati nella città ionica nel secolo scorso ne è la riprova più appariscente: della identità, ormai sommersa, dell’an­tica città sviluppatasi dall’insediamento laconico rimarrà quale unico elemento il mare, anzi i due mari che cingono l’isola e il porto che vi in­siste. E infatti su questi tre nuclei ­e l’isola, il porto e il mare - che con­verge l’attenzione delle fonti narrative dall’età longobarda in poi. Il Chronicon Salernitanum (79, 76, 77) ci attesta che il porto veniva frequentato, tra le altre, anche da navi mercantili amalfitane.

Alle strutture portuali di Taranto, cer­tamente efficienti e funzionali, e al suo ruolo di nodo commerciale e militare mediterraneo si riferisce il monaco franco Bernardo di Bordeaux, che passò da Taranto in viaggio per la Terrasanta tra l’ 864 e l’ 866, nel periodo cioè della occupazione musulmana della città.

«Uscendo da Bari - scrive il monaco burdigalense - camminammo verso mezzogiorno per novanta miglia fino al porto della città di Taranto dove rinvenimmo sei navi in cui vi erano novemila cristiani di Benevento fatti prigionieri. In due navi che uscirono per prime dal porto dirette in Africa vi erano tremila prigionieri, le altre due che uscirono dopo dirette a Tripoli, ne trasportarono similmente altri tre­mila» (Itinerarium, 310-311).

Il cronista Erchemperto (80, 264) ci informa che nell’ 888 si imbarcò da Taranto Dauferio di Montecassino, legato di Atenolfo I a Costantinopoli. Ma dopo la riconquista bizantina il porto di Taranto perdeva la sua importanza militare, strategica e commerciale a favore dei porti adriatici di Otranto, Brindisi e, successivamen­te, di Bari. Comunque l’isola, per la collocazione morfologica e per le opere strutturali messe in atto per la sua difesa dopo la riconquista bizantina del secolo X, rimaneva un caposaldo imprendibile: se ne accorsero nel 1042 i Normanni quando tentarono di espugnare la città senza riuscir­vi.

Essi, stando alla testimonianza di Guglielmo Appulo (1, 534-549) con­fermata, peraltro, dalle Annales Barenses (ad a. 1042), «giunsero a un ponte battuto dai flutti dei due mari (l’odierno ponte di Porta Napoli, Nda), ma la presenza di grandi massi impediva l’accesso dal mare e proteggeva l’abitato in maniera tale che non era possibile raggiungerlo dal ponte e arrivare così in città. La distanza sembrava breve al viaggiatore, ma di fatto era eccessivamente lunga se si doveva effettuare il giro del litorale. In effetti Taranto è quasi da ogni parte circondata dal mare e diventerebbe un’isola se non vi si opponesse una piccola collina».

Sarà stata l’esperienza di ventotto anni prima o il graduale venir meno delle guarigioni bizantine, sta di fatto che nel 1080, con fulminea rapidità, Roberto il Guiscardo espugnava la cit­tà. Il duca «raggiunse (da Trani) Ta­ranto con un nutrito gruppo di ca­valieri e subito l’assediò per terra e per mare e la conquistò» (Guglielmo Appulo, III, 671-672). Il Guiscardo nella rada di Taranto radunò le sue forze navali quando nel settembre 1084 salpava per la sua seconda spedizione contro l’impero bizantino (Ibidem, V, 127-131).

Come si può osservare, sulla scor­ta della tradizione documentaria di­nanzi esaminata delle testimonian­ze della civiltà magnogreca e romana presenti sull’isola non vi è più traccia nella memoria di cronisti e scrittori dal V all’XI secolo così come non ne ritroveremo in quelle dei quattro secoli successivi.

20 novembre 2015

Allevamento e incolto nel Mezzogiorno medievale


Allevamento e incolto nel Mezzogiorno medievale


di Gianluca Lovreglio

Edizione elettronica (e-text) del saggio a stampa: Gianluca Lovreglio, Allevamento e incolto nel Mezzogiorno medievale, apparso in Galaesus. Studi e ricerche del Liceo «Archita» di Taranto, n. XXIV (1999-2000), Taranto 2001, pp. 129-146.


© Copyright. Quest’opera è tutelata dalle norme internazionali sul diritto d'autore. L'autore-editore ha autorizzato solo la diffusione gratuita dei contenuti, riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato. E' vietata la pubblicazione e la riproduzione per fini non esclusivamente personali dei contenuti e dei commenti firmati, senza il consenso scritto dell'autore.

INDICE:

Il paesaggio medievale
1. La campagna
2. Tecniche e tecnologie
3. Habitat ed equilibrio paesaggistico
4. Agricoltura e allevamento

Allevamento e incolto dall’alto medioevo all’età normanna
1. L’incolto come elemento produttivo
2. Le fonti
3. L’arrivo dei Normanni

L’allevamento e la pastorizia in Puglia in età federiciana
1. Organizzazione e feudalità
2. Le masserie di allevamento in epoca federiciana
3. Feudalità e masserie regie
4. Funzionari regi e controllo del territorio

Attività agricola e pastorale dalla dominazione angioina a quella aragonese
1. Continuità nella gestione angioina
2. L’organizzazione aragonese e la dogana delle pecore

Bibliografia

3 novembre 2015

Anche Taranto ha avuto il suo Medioevo. L’affascinante caso della vera “Torre Nuova” e delle finte torri centenarie



Resti della Torre Nova nel 1910

Anche Taranto ha avuto il suo Medioevo. L’affascinante caso della vera “Torre Nuova” e delle finte torri centenarie.

© Gianluca Lovreglio 2009. Diritti d'autore riservati.
Edizione elettronica (e-text) dell'articolo apparso 
in “La Voce del Popolo. Il giornale di Taranto e provincia”, 11 ottobre 2009, anno 7, numero 20, pp. 20-21.

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

Tuttora ignorato a favore di un più prestigioso e splendente passato magno-greco, il medioevo vissuto dalla nostra città nasconde tuttavia aspetti affascinanti e - a volte - misteriosi, tutti da scoprire. Per illuminare secoli di storia dimenticata, un ottimo angolo di osservazione è lo studio delle fortificazioni della città bimare.
Il nuovo impulso ricevuto in questi anni dalle ricerche sul castello ha contribuito a far compiere un enorme passo in avanti rispetto alle troppe ricostruzioni, alcune delle quali decisamente fantasiose, che gli intellettuali tarantini attivi tra '800 e '900 avevano dato della storia della città. È un dato storiografico ormai acquisito, per esempio, che il primo castello (inteso come struttura fortificata autonoma) a Taranto sia stato opera dei Normanni prima della formazione del regnum meridionale.
La fortezza aragonese è stata dunque riedificata o riadattata nello stesso sito del castello normanno, un luogo che ha conservato, nel corso dell'intera storia tarantina, le caratteristiche strategiche peculiari per la difesa della città. La storia del “castello vecchio” di Taranto è ancora tutta da riscoprire, e conserva il fascino di un periodo, il Rinascimento, che in qualche misura ha visto la città jonica protagonista e scenario di contese e passioni umane.
All’interno di questa cornice, le vicende dei due principi di Taranto, Raimondello e Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini, hanno un testimone d'eccezione: proprio il castello che i Normanni edificarono e che gli Svevi e i primi sovrani angioini trascurarono ignorando - per vari motivi - la sua manutenzione.

Il quadro storico era in quel tempo tra i più complessi ed avvincenti: all’inizio del Quattrocento l'unione coniugale tra Maria d'Enghien e Ladislao D'Angiò si rivelerà controproducente sia per la principessa sia per il futuro del principato. Ma in questa sede c'interessa esaminare un altro aspetto della vicenda: il fatto che il matrimonio più famoso della città jonica fu fastosamente celebrato nella cappella situata all'interno del castello normanno, come attesta un manoscritto dell'Archivio Dipartimentale di Marsiglia del 1406 che riproduce il giuramento di fedeltà prestato assieme all'omaggio feudale da Maria d'Enghien, quale principessa di Taranto, al sovrano Luigi II.
Dopo la morte di Ladislao, avvenuta nel 1414, il Principato di Taranto passò prima a Giacomo della Marca, marito della nuova regina Giovanna II, quindi, nel 1420, a Giovanni Antonio Del Balzo-Orsini il quale, dopo aver sposato nel 1417 Anna Colonna, nipote del papa Martino V, riottenne il principato con l'appoggio della madre ed ebbe molta importanza a corte, attirandosi però l'ostilità della regina Giovanna II.

Ma torniamo alle vicende più dei pressi del Galeso. La nostra macchina del tempo è un inventario dei beni posseduti dall'Orsini, definito "più potente del re", databile tra il 1420 e il 1435, a noi pervenuto grazie ad una copia napoletana. Grazie ad esso possiamo tracciare il punto delle fortificazioni della città nel periodo appena antecedente la loro ricostruzione. L'universitas tarantina rivendica al principe inutilmente il proprio dominio su fortificazioni, artiglierie, munizioni da guerra per averle allestite a proprie spese. In realtà si tratta di adempimenti di prestazioni obbligatorie, alle quali la città è tenuta e per le quali è autorizzata ad avvalersi del contributo dei casali e dei baroni del territorio. Grande impulso riceve in questo secolo la costruzione di torri e castelli. Per una volta soltanto nella sua storia, forse, gioca nel destino di Taranto un periodo di pace relativa, oppure il fatto che si ritenesse una città inespugnabile: contro ogni considerazione strategica, nella città ionica sembra non esserci traccia, riguardo alle fortificazioni, di interventi del suo ultimo principe.

Dal passato rinascimentale emerge infine un nuovo protagonista in pietra, in parte ancora misterioso: la Torre Nuova. Un documento - tratto dal quaderno dei conti del razionale e uditore del principe Giovanni Antonio Orsini - conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli e datato al 1458, segnala le spese assegnate a tale Letterio de Lavello detto “castellano” della "Turris Nova" e Domenico Abbate di Martina, citato come castellano principale della "Turris de medio nominate domini principis Raymundi". Un bel dilemma da risolvere, dal momento che fino a questo momento le fortezze tarantine risultano essere due, vale a dire, oltre al castello, la torre di Raimondello.
Citata anche come fortino, la Torre Nuova è una delle torri appartenenti alla cinta muraria, situata dalla parte del mar piccolo. Lo storico Speziale, pur non entrando nel merito, la riporta come una fortificazione innalzata dopo il 1480, contemporaneamente alla ricostruzione del castello e delle mura. Con maggiore precisione crediamo si possa affermare che la torre dei documenti del 1458 sia la stessa alla quale si riferisce Speziale.

Non si hanno più notizie documentarie sulla torre nuova fino all’epoca della sua distruzione, ma essa ci appare variamente disegnata in tutte le riproduzioni della città che ci sono pervenute.
Gli anziani tarantini ancora oggi ricordano questa costruzione, che nel dialetto prendeva il nome di “Ternova”, e alcuni sanno anche descriverla approssimativamente. Demolita per ordine di Mussolini nel 1936, in nome di quella cultura del piccone ancor oggi dura a morire, la torre aveva una forma rettangolare, con il lato più lungo rivolto verso la Marina. Le misure dovevano essere all’incirca m 150 in lunghezza e m 50 in larghezza. Negli anni ’30 si presentava come una costruzione a due piani.
Guardando la torre dalla marina, appariva una scala esterna all’edificio, addossata al lato destro, che conduceva agli ambienti superiori; all’altezza della strada si aprivano due entrate per altrettanti locali, mentre solo due finestre, con arco a sesto acuto, si aprivano sul piano superiore, oltre all’ingresso in cima alla scalinata. Guardando dal mare piccolo, al primo piano si aprivano numerose finestre affiancate di forma rettangolare, e gli ingressi di due locali all’altezza della strada. Non erano presenti merli o cannoniere sul tetto, il che fa pensare, dopo aver osservato le riproduzioni pervenuteci, che la costruzione dovesse essere in origine più alta dei 30 metri con i quali si presentava negli anni ’30. L’interno era abbastanza povero, con le coperture voltate a botte o a crociera.
Triste destino, quello della Torre nuova. Sino a qualche anno fa era possibile rintracciarne il disegno delle fondamenta rase al suolo, passeggiando dinanzi alla chiesa di San Giuseppe. La ricostruzione della banchina effettuata con i fondi Urban ha cancellato per sempre persino la memoria di questo monumento. La “Taranto che si rinnova autodistruggendosi” come lamentava Antonio Rizzo dalla “Voce”, ha colpito ancora.

In questa stramba città accade anche, ma solo a chi rispolvera testi di cento e più anni fa, di arrovellarsi intorno a costruzioni fantasiose inventate a bella posta dagli uomini di cultura del passato allo scopo di “nobilitare” la storia della propria provincia, così come era costume in quel tempo.

Di altre torri, di epoche diverse, alcuni studiosi tarantini hanno voluto tramandarci una falsa memoria. “Torri di carta” - si direbbe - che esistono tra pagine di inchiostro ingiallito ma che non hanno mai visto una sola pietra di quelle vere. Una di queste è la fantomatica torre definita la “centenaria”.
Leggiamo lo storico seicentesco Merodio: Taranto era «dalla parte del mar grande [...] assicurata quella dagli insulti dei nemici da cento fortificatissime torri, una delle quali chiamata centenaria, si conservò in piedi sino all'anno 1480, nel quale fu demolita per ordine di Alfonso di Aragona, duca di Calabria, e le pietre di quella adibite per le fortificazioni dell'odierna città» ; insiste il Giovine, palesemente ricalcando: Taranto «in antico era munitissima perché circondata da cento torri, delle quali a tempo suo rimaneva ancora una, detta la centenaria, e con le pietre di questa e delle altre dirute il re Alfonso fortificò la città».
Sia Merodio che Giovine copiano però un passo dell’umanista cinquecentesco Antonio De Ferraris detto il Galateo, che descrivendo la città di Otranto scrive: «La città antica era fortificatissima, si dice che il muro di cinta si congiungesse con cento torri [...]. L’ultima ha conservato il nome di Centenaria fino ai tempi nostri, i blocchi di pietra delle altre, per ordine di Alfonso, figlio di Ferdinando, furono trasportati e utilizzati per restaurare e fortificare la città» .
Merodio, non contento del plagio, giunge a situare la torre a metà circa della cinta muraria che si affaccia sul mar Grande, tra la Cittadella e il Castello, un luogo sicuramente inutile per costruirvi una fortificazione di una qualche importanza. Persa dunque la possibilità di rintracciare i resti della cosiddetta torre “centenaria”, non ci resta che menzionarla tra le invenzioni degli uomini che per primi scrissero la storia della città.

2 novembre 2015

La mafia: problema di tutti

Emanuele Basile, tarantino, ucciso dalla mafia nel 1980
La mafia, problema di tutti

di Gianluca Lovreglio


©Gianluca Lovreglio 1992. Tutti i diritti riservati.
Edizione elettronica (e-text) dell'articolo apparso su “Cultura e Ambiente” del 19-20 novembre
1992.


A volte, quando si parla di mafia, forse perché siamo ormai abituati a sentire questa parola ogni giorno, proviamo un senso di distacco, un moto spontaneo che ci dice che in fondo noi non centriamo, che non sono fatti nostri. che si uccidono tra di loro...
Non è cosi. La mafia è un problema che ci riguarda molto più di quanto noi stessi osiamo credere. Non esiste infatti solo la mafia intesa come grande organizzazione per delinquere di uomini senza scrupoli, ma un fenomeno chiamato “mafiosità diffusa”, ovvero tutta una serie di comportamenti di tutti i giorni atti a far prevalere una persona su un’altra tramite un privilegio o un
sopruso.
A chi di noi non è mai capitato di servirsi di una conoscenza, di un parente, un amico per ottenere dei piccoli privilegi?
Approfittare di una conoscenza per esempio per non dover fare lunghe code a degli sportelli, o per far viaggiare più speditamente una pratica. Questo tipo di comportamento è esattamente ciò che si intende per mafiosità diffusa.
Infatti i nostri piccoli comportamenti “mafiosi” di ogni giorno, il malcostume dilagante, costituiscono il terreno fertile nel quale vive e prospera la mafia. A noi non sembra un comportamento “mafioso” quello di chiedere un posto di lavoro ad un politico, magari pagando, o solo in cambio del voto; allora perché crediamo che i “mafiosi” siano solo quelli che ci mostra la TV, quei boss che vivono
superprotetti in bunker costruiti con chissà quali soldi? Mafiosi siamo tutti, finché non riusciremo a capire per esempio che se nessuno chiedesse raccomandazioni per un posto di lavoro, esso sarebbe
assegnato equamente. E volete dire che tutto ciò non è mafia? È mafia solo “quelli che si sparano tra loro?”.
Riflettiamo. Nella nostra democrazia (!?) ci sono degli organi preposti al controllo dei comportamenti dei cittadini. Ma chi controlla i controllori? Se coloro che ci dovrebbero dare l’esempio (i politici, i magistrati) sono i primi a pretendere tutta una serie di “privilegi”, come e perché i cittadini non dovrebbero fare altrettanto?
Fatte queste debite considerazioni possiamo passare ad esaminare quella “mafia” fatta da chi si spara.

Fino a pochissimo tempo fa infatti i nostri amministratori e i prefetti pugliesi pensavano che la mafia in Puglia non esistesse. Che fosse un fenomen o inventato. Possiamo ancora provare a consultare giornali e riviste di quattro o sei o sette anni fa, e stupirci di vedere dichiarazioni di capi della Polizia o di prefetti che parlano della mafia in Puglia come “piccola”, nascente, instabile. I fatti li hanno
clamorosamente smentiti. In realtà ognuno di noi sapeva che quelle dichiarazioni erano fandonie scritte per gettare acqua sul fuoco, ma ce le siamo tenute, ci siamo addirittura sentiti più calmi, più tranquilli: se lo dicono loro...
Poi invece si scopre tutto ad un tratto che la mafia in Puglia esiste, esiste e prospera da molto tempo, e si fa un primo processo alla cosiddetta “Rosa Bianca” del barese, ad opera del magistrato Alberto Maritati, oggi alla DIA (*); poi un altro processo a Lecce per la “Sacra Corona Unita”, ed un secondo sempre alla stessa organizzazione, tuttora in corso, ci hanno definitivamente tolto il prosciutto dagli
occhi.

(*) l'articolo si riferisce al 1992. Oggi Maritati è un politico, ex senatore del PD

7 ottobre 2015

Luoghi, fatti e personaggi dell'età medievale e moderna

Luoghi, fatti e personaggi dell'età medievale e moderna

di Vittorio De Marco

Note:
edizione elettronica de "La vita feudale nei casali del tarantino in un libro affascinante di Nicola Cippone edito dalla Nuova Editrice Apulia", di Vittorio de Marco, tratto dal: "Corriere del Giorno", martedì 26 aprile 2000
Tutti i diritti sono riservati all'autore dell'articolo e alla testata "Corriere del Giorno"

Così come ho già avuto modo di sottolineare qualche giorno fa in un articolo sul Corriere del Giorno", dietro le ricerche e le pubblicazioni di Nicola Cippone c'è sempre un preciso progetto culturale: una memoria da rinverdire o consolidare, monumenti da conservare e proteggere, patrimoni urbanistici da salvare, la storia di interi territori da riscoprire. Mi riferisco in particolare al denso catalogo che riguarda la Via Appia del l993, in cui l'autore ci accompagna lungo tracce straordinarie di quel percorso, alcune delle quali dimenticate come il ponte romano nei pressi della gravina Gennarini; alla ricerca Le fiere, i mercati, la fontana della pubblica piazza di Taranto (1989), ad un interessante saggio a parso su "Cenacolo" dell'89 su Documenti per una storia del Borgo nuovo di Taranto, dove è stato messo in luce un nuovo e diverso aspetto del sito, alla monografia del '96: Civiltà del porto e rotte mediterranee. Si tratta di un'opera continua di recupero della storia del nostro territorio ormai più che ventennale. Un recupero inteso a cogliere e precisare le dimensioni spazio temporali di questo territorio attraverso una lettura che non si limita al documento cartaceo, ma va alla ricerca delle fonti monumentali, piccole e grandi per cui, sempre attento all'intreccio di causa-effetto, anche una pietra votiva, una pietra miliare come testimonianza parlante, perché posta in un dato luogo e non in un altro, ha un suo particolare e preciso significato.

Insomma, l'officina di Nicola Cippone è abbastanza ricca e complessa piena di strumenti metodologici e lenti di ingrandimento. Anche l'opera La vita feudale nei casali del tarantino, XI-XVII secolo, (Nuova Editrice Apulia) non sfugge a questa metodologia di ricerca e di lavoro sulle varie tipologie di fonti. Passano sotto i nostri occhi momenti e fatti dei casali di Grottaglie, Montemesola, Leporano, S. Martino, S. Giorgio, S. Maria della Camera, Belvedere, Carosino, Civitella, Faggiano ed altri. Si va dai casali che col tempo sono diventati cittadine, a quello, come S. Crispieri, che pur esistendo ancora oggi, sembra sia stato toccato da un punto di vista demografico, da una sorta di immobilità secolare, quasi si trovasse sotto un incomprensibile incantesimo, a quelli ancora, scomparsi del tutto. Scorrono nomi di feudatari laici ed ecclesiastici, passaggi e vendite di feudi da una famiglia all'altra, ripopolamenti spontanei o imposti, demani, milites, adhoe, cedularia, albanesi e così via. Insomma, il mondo feudale dell'età medievale e moderna, che formalmente abbiamo consegnato alla storia con le leggi eversive del 1806, ma che nella sostanza, sulle spalle di tante categorie sociali è rimasto ben oltre quella data topica. "L'entroterra tarantino - osserva Cippone - disposto ad arco intorno alla città e punteggiato di casali, era il contesto sul quale era tessuta la tela dei rapporti d'amicizia e di parentela della nobiltà in un consorzio solidale, dal quale nascevano le iniziative degli stessi per impadronirsi delle proprietà ecclesiastiche".

L'intento dell'autore non è stato naturalmente quello di scrivere la storia tout-court di questi insediamenti e delle rispettive vicende feudali, bensì di analizzarne alcuni momenti nodali ovvero presentare aspetti di vita quotidiana così come sono venuti alla luce attraverso una lunga e paziente ricerca in vari archivi del territorio e in quello di Stato di Napoli. Il paesaggio agrario fa da fitto sfondo alle vicende dei singoli casali: "il paesaggio medievale (dell'agro tarantino) - scrive Nicola Cippone - si caratterizzava con estesi boschi e distese di uliveti, di vigneti e di grano, scanditi da appoderamenti, le "corrigie", che erano strette fasce di terra i cui due lati corti confinavano rispettivamente con un tratturo e con un altro appezzamento; i lati lunghi con altri poderi ad essi allineati in lunghe teorie. Questa scansione consentiva di ridurre il problema di accesso ai piccoli poderi in una vasta distesa di campi dati generalmente in fitto". E' un paesaggio agrario punteggiato non solo da masserie, ma da chiese, cappelle rurali, badie, conventi, a significare la folta presenza delle istituzioni ecclesiastiche con il loro cospicuo patrimonio che dai Normanni in poi, come ricorda Cippone documentando lasciti, donazioni e privilegi, è andato sempre più crescendo. E ancora un paesaggio agrario "con una fitta rete di poderi adibiti prevalentemente a vigneti". La quotidianità, o come meglio si dice, il vissuto quotidiano economico e socio-religioso è legato intimamente alla terra, oggetto di contese, compravendite, soprusi da parte di feudatari laici ed anche ecclesiastici, motivo di controversie giuridiche infinite nei tribunali di Napoli, aspirazione ancora poco cosciente e delineata nell'età moderna del contadino locale. Il mio riferimento non è solo alla terra come complessivo paesaggio agrario, fatto di terreni sativi, boschi, zone macchiose ecc., ma è anche ai luoghi fisici di agglomeramento urbano, ai casali e cittadine dove il fisco, con i suoi arrendatori, commissari, agenti esattoriali aveva le sue vittime che si dannavano una vita per assicurarsi appena il necessario alla sopravvivenza, non certo per divagare sul superfluo; un mondo, quello delle gabelle e del fisco che sembrava essere composto da una gran massa di sanguisughe che salassavano il popolo e le stesse università; agglomerati urbani attorno ai quali l'economia locale stentatamente ruotava, dove i feudatari spadroneggiavano, dove insistevano al contempo devozioni radicate e pratiche magiche o superstiziose, dove il luogo ecclesiastico ed il suo spazio intorno rappresentavano una sorta di motore immobile.

"L'attaccamento del contadino alla chiesa - scrive Cippone - era evidente in ogni aspetto della vita quotidiana: il lavoro dei campi, le fiere, i "panieri" erano scanditi dalle festività religiose; le ore del giorno dal rintocco delle campane che si espandeva anche per chilometri nel silenzio dei campi; la pubblica platea era generalmente il sagrato; le sedute del decurionato si svolgevano nella chiesa".

Tracce cospicue, anche inedite di questo grandioso affresco, grandioso non perché generatore di una grande storia, ma per il semplice fatto di essere inzuppato di umanità viva e operante, appartenente in gran parte alla categorie dei vinti, si trovano in questa ricerca di N. Cippone. Volendo toccare più da vicino alcune delle problematiche affrontate in quest'opera, e in qualche modo vicine al mio armamentario metodologico; a mezza strada tra il moderno ed il contemporaneo, mi fermerei innanzitutto e brevemente sul problema demografico, vera e propria cartina al tornasole delle generali condizioni socioeconomiche delle popolazioni dei casali. Dall'andamento demografico si possono intuire infatti le cicliche crisi economiche, le crescenti vessazioni fiscali, le avversità naturali. E di conseguenza, le migrazioni interne, l'allontanamento definitivo o temporaneo dalla propria terra di interi nuclei familiari, l'insofferenza per le generali condizioni economiche e fiscali, le rivolte, come quella, classica, del 1647, ripresa dall'autore e arricchita di nuovi documenti. L'esempio più emblematico, ricordato anche da Nicola Cippone, è quello di Grottaglie che sin dall'inizio del XVII secolo, non riusciva a liberarsi da una gran quantità di debiti. Grottaglie viveva e soprattutto subiva la doppia infeudazione laica ed ecclesiastica: vi era infatti, come è noto, la giurisdizione mista e criminale di competenza del feudatario laico e quella civile appartenente all'arcivescovo di Taranto pro-tempore, feudatario ecclesiastico. Tra l'altro, le reciproche diffidenze e lotte, ebbero sempre una ricaduta negativa sulla vita della cittadina. Nel 1616, ad es., l'Università di Grottaglie si lamentava delle sue disastrate condizioni economiche con l'arcivescovo cardinale Bonifacio Caetani: "Le miserie di questi suoi vassalli delle Grottaglie sono arrivati al colmo (...). La strettezza di dinari che corre per tutti e la sollecitudine di creditori sono state causa che quasi tutte le vettovaglie se trasportano fuor di questa terra per complire a chi si deve". Gli abitanti rischiavano di morire di fame, mentre molte terre rimanevano incolte. Non era solo Grottaglie a trovarsi in quelle condizioni; Cippone ricorda anche la situazione di Leporano, Torricella e Pulsano, sulla scorta di inediti documenti notarili, da cui emerge un fattore inquietante, tipico di casali sottoposti per lungo tempo ad esorbitanti pesi fiscali. Una parte dei casali si spopolava; ed è sempre Grottaglie in prima fila in questo triste fenomeno. Tra l'altro, ad ingiustizia sì aggiungeva ingiustizia in quanto i casali continuavano ad essere tassati su un numero di fuochi che non era più quello reale, sì che chi rimaneva era costretto a pagare di più. Intorno al 1644, la popolazione di Grottaglie era calata del 50%: da 1223 fuochi a circa 600.

Un altro esempio ci viene da Leporano: "Nel 1621 in quel casale nonostante la fertilità del suolo, "una buona parte dell'huomini di detta terra si sono ritirati parte in la città di Taranto et parte per le terre convicine per non essere angariati (...). Essi viveriano comodamente per li gran territori, et vittovaglie che seminano, ma per li debiti che tengono, così in generale, come in particulare, et per la frequenza de li commissarii, la maggior parte stanno poveri e maltrattati". Sembra però, da ciò che la ricerca di Cippone ci suggerisce, che almeno dalla fine del '600, qualche volta sono i feudatari stessi che favoriscono ripopolamenti e rinascite. Il caso riportato è quello dei casali di Torricella e Monacizzo, acquistati alla fine del XVII secolo dai Muscettola di Leporano. Dopo tale acquisto, scrive l'autore, "fu necessario ristrutturare l'organizzazione del feudo. Si avviò un programma di sviluppo economico e demografico. Fu incoraggiata l'immigrazione con la costruzione di case a schiera".

Dove approdavano i fuoriusciti? Il documento citato di Leporano ci suggerisce la risposta: in qualche casale vicino o lontano dove probabilmente la pressione fiscale era più sopportabile e nella città di Taranto non infeudata. Quello che la peste fu in quegli anni per altre zone del mezzogiorno, lo furono per Grottaglie ed altri casali imposizioni fiscali e debiti. Come dire, che la rivolta masanelliana avrebbe potuto avere inizio proprio dalle nostre parti. E alla rivolta del 1647, Nicola Cippone dedica naturalmente la sua attenzione, arricchendola di un documento inedito relativo proprio a Grottaglie; un documento, tra l'altro, così diverso nel suo epilogo rispetto alla sostanziale ferocia dell'avvenimento così come raccontato in altre fonti: si tratta di un attestato di certa Giuditta Caraglia, che accenna alla rivolta avutasi a Grottaglie nel luglio 1647, nella quale venne ucciso anche il fratello Diego, incendiata la loro casa e distrutti loro beni. Ella però, con questo atto pubblico, non lanciava maledizioni, ma perdonava gli assassini del fratello, e rivoltasi alla città perdonava "non solo l'homicidio patrato in persona del detto quondam D. Diego suo fratello, ma che perdona per il sangue di detto suo fratello, quale stima più delli beni temporali. Perdona ancora per l'incendio di sua casa"; dunque un vero andare controcorrente in un pesante clima di redde rationem, veramente una rara eccezione che conferma tuttavia l'efferatezza di quella sommossa che interessò, come sappiamo anche Taranto e Martina Franca. Un altro interessante argomento toccato in questo libro riguarda le comunità albanesi, che Cippone riprende in relazione alle loro consuetudini ecclesiastiche, ma anche alle loro tradizioni ed ai loro usi e costumi; lo studio della presenza albanese costituisce in qualche modo un passaggio obblighi affronta e analizza le vicende dei casali tarantini. E l'autore ce li riporta alla memoria sottolineando tra l'altro il loro valore militare, la loro rissosità, il carattere non facile, la loro capacità di sfuggire alle maglie del fisco, ma anche, alla fine la sconfitta sul fronte religioso con la non tanto lenta, e in parte forzata, latinizzazione.

Soldati e capitani albanesi provenienti dalle contrade di Taranto si trovano in numerose campagne militari condotte dagli spagnoli in mezza Europa. Si trattava di eccellenti soldati, come le testimonianze e la documentazione riportata da Cippone ci permette di capire; in alcuni inventari, citati in questo libro, di nobili albanesi, soprattutto del capitano Nicolò Renisi del 1618, feudatario di Rocca e S. Martino, ricorrono numerose voci di armi convenzionali del tempo, e così nell'inventario del nipote, Busicchio Renisi, di qualche anno dopo; nella stessa documentazione rintracciata, sono anche elencati tutta una serie di privilegi e concessioni reali a favore di questi feudatari di origine albanese tra XVI e XVII secolo, segno e indice della importanza militare che questi signori si erano guadagnati sui campo. Oltre l'aspetto religioso quindi, è emersa da questa ricerca un'altra caratteristica degli albanesi residenti nel tarantino e in altre zone del Mezzogiorno. Quella da noi più conosciuta restava finora la vicenda religiosa degli albanesi; e da questo punto di vista, essi appaiono, già al tempo della visita pastorale di mons. Brancaccio, posti sul piano inclinato di una decadenza irreversibile.

Per quanto sia stata imputata alla severità del Brancaccio la decadenza del rito greco nei casali albanesi della diocesi, la situazione, da questo punto di vista era già compromessa da tempo; Brancaccio forse ha cercato di dare una spinta un po' più energica per accelerare il processo di latinizzazione, ma già nei primi due decenni del '600 le punte del rito greco, Faggiano e San Marzano, avevano ammainato quella bandiera e chiesto di abbracciare il rito latino. Certo, sono le università che fanno questa richiesta ai vescovi del tempo; bisognerebbe poi capire se ci furono resistenze mentali più che materiali tra gli stessi abitanti a questa volontà espressa dall'autorità locale. Siamo già in questo periodo probabilmente alla terza generazione di albanesi nel nostro territorio ed i legami religiosi con la madre patria e con il mondo greco, anche per un processo fisiologico erano ormai di poco conto. Restarono lacerti di usi e costumi, alcuni dei quali arrivati fino ai nostri giorni.

Spesso Nicola Cippone, nelle sue ricerche, sì innamora più di quello che non esiste più che di ciò che esiste ancora, perché ciò che non esiste più stimola la sua curiosità, lo porta sul territorio dì un casale scomparso alla ricerca anche del più piccolo segno, ancora negli archivi nella speranza che l'indagine di giorni e settimane faccia venir fuori qualche documento: riemergono così Mennano, Civitella, Belvedere, Salete, riconsegnati alla memoria anche attraverso tracce materiali e documentarie inedite sottoposte all'attenzione ed alla curiosità dei lettori. E proprio parlando dei casali albanesi si sofferma tra gli altri su quello di Civitella, distante un miglio da Carosino, ormai completamente scomparso: "nessuna traccia di rudere - scrive quasi sconsolato l'amico - nemmeno un tufo, perché probabilmente, ormai del tutto abbandonato, gli abitanti dei casali vicini hanno riutilizzato anche l'ultima pietra. (...) Civitella scomparve poco alla volta e di esso oggi non è rimasta alcuna traccia. Nel sito vi è una distesa di ulivi, una masseria che conserva il toponimo ed un'antica colombaia a pianta circolare".

Ma se il luogo dove sorgeva il casale resta completamente muto alle sollecitazioni del ricercatore, i materiali d'archivio gli vengono incontro. "I materiali d'archivio - scrive con soddisfazione - ne hanno consentito la ricostruzione anche nei piccoli fatti di vita quotidiana". Un casale, quello di Civitella, che consuma la sua vicenda tra la metà del '500 e la fine del '600, registrando la sua massima espansione demografica intorno al 1669, quando contava 54 fuochi, superando il numero di abitanti dei casali vicini. Dai rogiti notarili rintracciati da Cippone è possibile ricostruire il numero dei fuochi in alcuni anni tra '500 e '600, alcuni cognomi esistenti, contratti dotali, elenchi di possessioni: tutti dati che permettono di disegnare la curva, per così dire, della vicenda demografica ed economica di questo casale. Parlando dei casali albanesi si è accennato al ruolo della Chiesa. Nell'Alto Medioevo, anche dalle nostre parti, grazie a continue donazioni essa diventa ricca potente e fattore determinante per lo sviluppo economico della società locale. Anch'essa viene coinvolta in qualche casale nella gestione feudale: Grottaglie ne è l'esempio più emblematico, ma non solo: "I casali di S. Martino, S. Demetrio, S. Teodoro - ci ricorda Cippone - toponimi di santi guerrieri pervenutici dalla cultura cluniacense con l'avvento dei Normanni, fecero parte del patrimonio ecclesiastico, come Grottaglie e Salete". La presenza ed il ruolo della Chiesa nelle vicende feudali dei casali tarantini è spesso ripresa dall'autore in relazione soprattutto a Grottaglie e Monacizzo.

Le rivalità tra la Chiesa e i baroni laici è un aspetto che caratterizza nel tempo la storia dei nostri casali. La prima rivendicava diritti e privilegi nei confronti dei secondi, sempre interessati a favorire l'erosione del patrimonio ecclesiastico a loro vantaggio. Anche questa è una storia spesso macchiata di soprusi e violenze talvolta fisiche: l'esempio più significativo, se vogliamo, è assassinio nel 1662 dell'arciprete di Grottaglie, Francesco Caraglia, ad opera certamente di sicari del feudatario laico Giovanni Cicinelli di Cursi e per lui del principe di Faggiano, suo nipote e agente generale a Grottaglie. La lotta tra il clero di Grottaglie e il barone laico si era in tutto il '600 andata accentuando, trasformandosi sempre più in una lotta tra l'arcivescovo pro-tempore, barone civile e il principe di Cursi, interessando spesso le nunziature apostoliche di Napoli e Madrid, i dicasteri romani il vicerè di Napoli e lo stesso re di Spagna. Al di là dei personaggi contingenti, si trattava di una lotta di principio che scavalcava l'arcivescovo di Taranto e il principe di Cursi, per diventare emblema della lotta che in tante altre parti del regno, clero e vescovi sostenevano contro le prepotente dei baroni, non bastando per ciò né le scomuniche né la vigile attenzione della Congregazione romana Super Immunitatis o della nunziatura di Napoli.

La ricerca di Cippone non si ferma alla scontro istituzionale tra vescovo e barone a Grottaglie, ne coglie altri aspetti legati alla condotta quotidiana poco edificante di alcuni preti, alla "schiera non ordinaria di uomini facinorosi", citando un documento del tempo, di cui il barone civile si serviva "per atterrire quel popolo", alle elezioni dei sindaci delle cittadina svolti con "intricati brogli elettorali compiuti dalle fazioni dei due baroni" con lunghe inchieste che si trascinavano nel tempo, alle contestazioni infinite per il pagamento di collette, al commercio di grano, a fatti che si consumano davanti la porta della collegiata o nella piazza della cittadina. Insomma, anche le rivalità tra i due feudatari, creando fazioni opposte rendevano dinamica, nel bene e nel male, la vita quotidiana, se così posso esprimermi, le cui tracce Cippone ci presenta sfilandole dai rogiti notarili del tempo, dopo averli pazientemente cercati e trovati. Non meno interessante è un altro argomento legato alla lettura della facies urbanistica ed all'architettura dei casali, alla riscoperta delle cinte murarie di cui erano circondati alcuni di essi, nonché alla individuazione e descrizione delle dimore urbane dei feudatari, a cui dedica un lungo e ricco capitolo. Egli si ferma tra gli altri su Montemesola, su come, a partire dalla sua ricostruzione, alla fine del XVI secolo, si struttura, cogliendo suggerimenti e notizie dai rogiti notarili che riportano, tra XVI e XVIII secolo, tracce di descrizione di parte dell'abitato, notizie sulle quattro porte della cittadina, che risulta quindi circondata da una cinta muraria come lo erano Leporano e Pulsano. C'è da dire su questo punto che in genere, già dagli inizi del '600, dove vi erano casali e cittadine murate, frequentemente formate dall'insieme dei muri esterni di alcuni edifici civili e religiosi, pur conservando ancora l'originale struttura difensiva, con torri e porte, non se ne curava più granché la conservazione, lasciando piuttosto cadere lentamente le mura e rovinare i portali di legno e pietra che un tempo serravano le porte. di accesso. Non so se ciò avviene per Montemesola, ma avviene certamente a Leporano per la Porta Nova di cui si parla in questo libro, e anche per quelle case sorte intorno al castello dei Muscettola. Tornando al sistema murario di Montemesola, "ancora oggi osserva Cippone - appare evidente una netta separazione fra le nuove aree di espansione urbana ed il centro storico". L'incremento demografico nell'età moderna in questo casale, influisce notevolmente sul tessuto urbanistico, basti citare ciò che avviene agli inizi del '700 proprio per l'incremento demografico promesse dal Saraceno, feudatari del tempo; "il paese si trasformò: le case, che prima erano piccole ed incannucciate (con una copertura a spioventi, travi di legno e canne, su cui poggiavano le tegole), furono sostituite da altre nuove lamiate, (la lamia è la volta in muratura)". Sono questi, a mio parere, importanti segnali di un consolidamento definitivo, irreversibile, di un casale, di un paese, di una cittadina: se la sua facies urbanistica si trasforma, vuol dire che le condizioni economiche generali e particolari sono migliorate, che si vive nel complesso in un clima più dinamico e sereno.

Anche Taranto, alla fine del '600, superata la recessione economica dei decenni precedenti, registra una rinascita demografica, urbanistica ed anche culturale. Restano sempre poi interessanti per lo storico sociale, gli inventari, quando si riescono a trovare, di case e palazzi come in questo caso l'inventario del palazzo marchesale di Montemesola inserito in un atto notarile del 1720. Più complessa l'evoluzione urbanistica di Grottaglie, caratterizzata fin dal tardo medioevo, dall'aggregazione intorno al nucleo centrale Casalgrande, di aggregati minori come Casalpiccolo e Pazzano e dal trasferimento alla fine del XIII secolo degli abitanti di Salete. "Il raggruppamento di quei casali - osserva Cippone - posti intorno, avvenne evidentemente quando Grottaglie fu chiusa e munita con una cinta muraria". L'aspetto urbanistico viene trattato anche per Leporano, San Giorgio, Carosino e due casali scomparsi - quelli che più piacciono a Cippone - S. Martino e Belvedere. Non possiamo che scorrere in modo veloce anche questi aspetti, invitando i potenziali lettori e scoprire da soli i suggerimenti, le ipotesi, i documenti che l'autore su questo argomento è riuscito a trovare e che presenta in questo lavoro. Un accenno però al due casali scomparsi: S. Martino e Belvedere.

La loro involuzione e scomparsa viene vista e ipotizzata da Cippone nell'assenza di un feudatario che curasse la loro manutenzione e difesa. San Martino è casale albanese. Una interessante descrizione del casale risale al 1609, riportata in un inventario redatto dopo la morte di Nicolò Basta, barone di Roccaforzata e San Martino. Dalla descrizione l'autore ricostruisce la facies di questo piccolo casale, formato sostanzialmente da tredici case "tutte poste intorno a due cortili; al centro del secondo cortile è indicato un puzzo d'acqua sorgente d'uso comune. Fra le case che lo chiudono è posta quella dentro la quale vi habita il preite et cappellano della capella di S. martino intitolata a S. Maria di Costantinopoli". Insomma si contano una chiesa, un mulino, tredici case, una piccola piazza con un pubblico fonte. Ma anche in queste piccole realtà la piazza rappresentava lo spazio pubblico per eccellenza nell'ambito dei rapporti comunitari. Lo stato di degrado del casale è già presente alla fine del '600: la cartina al tornasole è rappresentata dalle condizioni fatiscenti della chiesa che poi crollerà definitivamente nel 1838.

E Cippone chiude quasi con una nota di tristezza, il paragrafo su S. Martino: "Oggi nel luogo in cui sorgeva il casale vi sono uliveti, vigneti, muretti a secco e la strada che congiunge Roccaforzata a Monteparano. Tra gli abitanti ed i contadini del luogo, solo gli anziani sanno indicarne ancora il punto preciso". Insomma quasi un moto di disappunto per questo ed altri casali che non sarebbero dovuti scomparire o che comunque qualche traccia l'avrebbero dovuta lasciare. E almeno il casale di Belvedere rispetta questa sorta di consegna: ha lasciato dietro di sé qualche traccia, a sud-est delle ultime case di S. Giorgio e Cippone, attraverso alcuni documenti, ipotizza che il casale si spopolò a causa della ribellione masanelliana. Quale vissuto quotidiano viene alla fine fuori da questa ricerca, dalla lettura di questo libro, dall'impostazione metodologica che Cippone gli ha dato? Non è semplice definire la qualità del quotidiano attraverso alcuni segnali. La lettura ad es., degli inventari di dimore feudali ci presenta spesso interni domestici essenziali e modesti, almeno fino alla fine del Cinquecento. Poi il gusto cambia: ci sono stanze riservate alla socialità e stanze riservate al vissuto quotidiano, l'arredo si fa più raffinato, così come lo stile di vita di questi feudatari dominati dalla cultura delle apparenze. Ben diverso appare il vissuto quotidiano di chi, come ho già detto, deve badare all'essenziale e non mai al superfluo, né tanto meno alle apparenze. Un vissuto quotidiano in cui la Chiesa, con le sue cadenze ritornate dalla fitta ammagliatura devozionale e istituzionale gioca un ruolo di primo piano. Una Chiesa che Cippone presenta con luci ed ombre - dai così detti chierici selvaggi, ai litigi tra preti della stessa chiesa, a violenze materiali, ad una certa corruzione che tocca la sfera morale ecc. - ma senza sradicarla dal contesto del tempo e della mentalità, attento quindi a non dare giudizi condizionati dalla netta sfasatura temporale con cui l'uomo del '900, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo, si differenzia da uomini, mentalità, abitudini gesti che dall'anno Mille, si può dire che in molti aspetti, arrivano quasi intatti a una manciata di decenni dal tempo che viviamo.

La lettura di questo libro alla fine, ci fa capire ancora meglio che cosa ha significato per tutti i paesi, Città, cittadine infeudate del regno di Napoli l'eversione a ella feudalità agli inizi dell'800, quello scrollarsi finalmente dalle spalle secoli di ingiustizie, di oppressione fiscale, di tasse e gabelle di ogni risma, di umiliazioni delle università, dei loro sindaci ed eletti spesso usati dai feudatari come scherani o capri espiatori del malcontento popolare. "Nella storia - osserva Cippone - l'abolizione dei diritti feudali, ha costituito un evento epocale di grande giustizia sociale". Il suo lavoro ci fa dunque rivivere figure e momenti di quei difficili secoli perché, comunque, ne resti memoria; ci riporta in luoghi dove sorgevano casali ora scomparsi, coniugando sempre la ricerca archivistica con l'indagine de visu, per cogliere gli "scarti" temporali, i con testi oggi "Straniti" a causa - di violente manomissioni del territorio quale pesante contributo alla modernità.

Come egli stesso spiega nell'introduzione: "La presente ricerca costituisce un tentativo di recuperare le secolari vicende di questi casali e di salvarne alla damnatio memoriae quel vassalli con i loro baroni". E trattando delle vicende feudali di Grottaglie ritorna su questa riflessione che mi permetto di leggere: "Passarono gli anni, cambiarono i vescovi e intere generazioni si spensero, senza che il quadro,sociale desse segni di cambiamento e di progresso. La piazza, le cantine, gli stretti vicoli sono Io sfondo di numerosi episodi di vita quotidiana finora descritti. Il senso della storia è la dimensione temporale dei lunghissimi secoli trascorsi come fossero solo qualche settimana, e lo si coglie soprattutto se quelle piazze, case, cantine ci sono ancora oggi, vissute e possedute, trascurando il particolare che i veri, legittimi proprietari sono vissuti e le abitavano centinaia di anni or sono, percorrendo quei vicoli con le basole consumate, entrando negli inverosimili portoni barocchi costruiti su modeste case, sfiorando gli spigoli di quelle smussandoli". Cippone coglie la fissità, certamente apparente, della storia che lascia per secoli immutate situazioni, angoli di vita quotidiana, case, palazzi, vicoli; ora il nostro tempo, con rapidissima accelerazione, rischia di spezzare il filo rosso di questa storia orizzontale che è durata secoli, fino quasi ad arrivare sulle e della prima metà del Novecento.

L'augurio e la speranza di Nicola Cippone, che chiude questo libro, e che riguarda il presente come continuo imminente futuro, affinché le tracce del passato non solo di quello nobile, ma anche di quello dei vinti, non venga ulteriormente disperso e cancellato può e deve essere da tutti noi condiviso: "Occorre salvare - scrive - dall'incuria dei secoli il palazzo del barone, ma anche le case modeste dei cretaioli, del maestro d'ascia o dei contadini; conservare le basole dei vicoletti e l'antica bottega dell'ebreo che conciava pelli. Cancellare questi piccoli segni e restaurare le ricche dimore baronali è come strappare le pagine della storia di tutti e di tutti i giorni per conservare solo, la memoria di chi li opprimeva". Come dire, che le ingiustizie subite allora, si riverberano anche oggi allorquando si distrugge o si altera il fitto tessuto urbanistico minore dei centri storici, dove nei secoli si è consumata la vicenda umana dei vinti: anche loro hanno diritto ad essere tolti dall'oblio, come ha fatto l'amico Cippone in questa ricerca, e riconsegnati dignitosamente alla memoria collettiva.