10 luglio 2014

Orazio a Taranto

Orazio - Carmina - Liber II - 6

Septimi, Gadis aditure mecum et
Cantabrum indoctum iuga ferre nostra et
barbaras Syrtis, ubi Maura semper
aestuat unda,

5 Tibur Argeo positum colono
sit meae sedes utinam senectae,
sit modus lasso maris et uiarum
militiaeque.

Vnde si Parcae prohibent iniquae,
10 dulce pellitis ouibus Galaesi
flumen et regnata petam Laconi
rura Phalantho.

Ille terrarum mihi praeter omnis
angulus ridet, ubi non Hymetto
15 mella decedunt uiridique certat
baca Venafro,

uer ubi longum tepidasque praebet
Iuppiter brumas et amicus Aulon
fertili Baccho minimum Falernis
20 inuidet uuis.

Ille te mecum locus et beatae
postulant arces; ibi tu calentem
debita sparges lacrima fauillam
uatis amici.

6, a Settimio
Con me, Settimio, a Càdice verresti,
tra i càntabri ribelli al nostro giogo,
alle Sirti straniere dove il mare sempre ribolle;ma io rifugiarmi a Tivoli vorrei, questa città di greci,
e consumarvi
in vecchiaia la stanchezza della vita,
dell'ignoto, della guerra.
E se il destino avverso mi terrà lontano
allora cercherò le dolci
acque del Galeso caro alle pecore avvolte
nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì
furono di Falanto lo Spartano
[1].
Quell’angolo di mondo più d’ogni altro
m’allieta, là dove i mieli a gara con quelli
del monte Imetto
[2] fanno e le olive quelle
della virente Venafro
[3] eguagliano;
dove Giove primavere regala, lunghe, e
tepidi inverni, e dove Aulone
[4], caro pure a
Bacco che tutto feconda, il liquor d’uva dei
vitigni di Falerno
[5] non invidia affatto.
Quel luogo e le liete colline Te chiedono
accanto a Me; dove tu lacrime spargerai,
come l’affetto tuo esige nei confronti miei,
sulla cenere ancòra calda dell’amico tuo
poeta.


NOTE:
[1] Lo scrittore e storico greco Pausania vissuto nella seconda metà del II sec. a.C., in “Periegesi della Grecia”, Lib. X, racconta che Falanto, l’ecista (fondatore) spartano al seguito dei Parteni, fondò Taranto e ne divenne re intorno al 706 a.C.
[2] Monte ricco di timo, oltre che di miele, presso Atene nell’Attica.
[3] Città campana, ai confini del Sannio, situata in una fertile pianura; in antichità era rinomata per il suo olio.
[4] Secondo alcune ipotesi, forse Monte Melone, una piccola altura nei pressi della marina di Pulsano.
[5] Agro di Falerno, territorio della Campania, ancor oggi rinomata per l’eccellente qualità dei vini che produce.


Quinto Orazio Flacco, poeta di Venosa, compose questo straordinario omaggio alla
città ai suoi tempi conosciuta come “imbelle Tarentum”, Taranto la pacifica, [Cfr. Orazio, Epist. I, 7, 45]. La città jonica era ai tempi di Orazio apprezzata e rinomata inoltre per la straordinaria raffinatezza dei costumi: “nobilis et opulentissima urbs”, la definisce lo storico Tito Livio (59 a.C - 17) [Cfr. Ab Urbe Condita L. XXI, 15].

Assolutamente unica è la descrizione di questi luoghi, la cui decadenza neppure avrebbe potuto immaginare, il poeta latino. Scendiamo nei dettagli, analizzando i diversi quadri.

Iniziamo dalle brucanti pecore, “ovibus”, dalle lane pregiate e più che mai rinomate, “Lana Tarentino violas imitata veneno” [Cfr. Orazio, Epist. II, 1, 207], che dovevano apparire goffe ed impacciate agli occhi di un forestiero che si trovasse a passare da quelle parti. Era abitudine dei pastori locali, infatti, l’involgere in pelli conciate di animali, dunque “pellitis”, il vello delle proprie greggi, a guisa di cappottino, per salvaguardarne la qualità dalle intemperie e da ogni altro potenziale agente nocivo.
Questa inconsueta usanza è confermata dall'opera di un saggio ed erudito latino, Marco Terenzio Varrone (116 ca.-27 a.C), che nel De re rustica, II, 2 scrive: “Ovibus pellitis, quae propter lanae bonitatem, ut sciret Tarentinae et Atticae, pellibus integuntur, ne lana inquinetur”, trad.: E' noto che le pecore di Taranto e dell’Attica vengono soprannominate “pellitis” dal momento che, per la buona qualità della lana, le bestie vengono avvolte in pelli affinché il loro vello non resti contaminato, nè la lana inquinata.
(Enrico Vetrò, Galeso, Novecento metri di mito, 2005).

Anche in altri passi Orazio cita Taranto come località ridente e fertile: in III, 5, 56 "Lacaedaemonium Tarentum" è indicata come località di villeggiatura, in cui riposarsi dai "longa negotia clientum", quasi gli emblemi di un'affannosa e stressante vita cittadina. In Sat. II, 4, 34 il poeta vanta la bontà dei frutti di mare della "molle Tarentum", paragonati alle ostriche del Circeo e ai ricci di Capo Miseno.
In Epist., I, 7, 45, rivolgendosi a Mecenate, Orazio afferma di preferire a Roma, regina del mondo (Roma regia), la "imbelle Tarentum": ove l'aggettivo imbellis non ha una connotazione negativa, ma allude al carattere gaudente e riposante della vita tarantina, particolarmente idonea alla realizzazione dell'ideale esistenziale oraziano, che anela alla libertà dalle seccature e dalle preoccupazioni della vita cittadina, dallo stress che talvolta deriva da una vita ricca di rapporti clientelari o amichevoli.
In III, 16, 25 "quicquid arat inpiger Apulus" allude all'intensa attività agricola del contadino pugliese, che conserva grandi quantità di cereali nei suoi granai.
Molto significativo è il verso 11 dell'epistola XVI, in cui descrive l'amenità del suo fondo all'amico Quinzio e ne enumera le bellezze: Orazio parlando del clima favorevole, della vegetazione rigogliosa, che fornisce ombra per il bestiame e per il padrone, afferma: "[...] dicas adductum propius frondere Tarentum": è chiaro, quindi che le bellezze naturali di Taranto sono quasi proverbiali nell'immaginario collettivo della società Romana di epoca augustea; Taranto è il luogo ombroso per eccellenza e qualsiasi località che goda di favorevoli condizioni climatiche e ambientali non può che essere confrontata con la stupenda città pugliese.

Bibliografia:
Orazio, Odi ed epodi. Introduzione di Alfonso Traina. Traduzione e note di Enzo Mandruzzato, Rizzoli, Milano 1988, p. 185 (testo e trad.); e p. 490 (commento)
Enrico Vetrò, Galeso. Novecento metri di mito, Taranto 2005.

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