16 luglio 2014

Ho lavato, dopo giorni, le stoviglie del nostro amore

Ho lavato, dopo giorni, le stoviglie del nostro amore

© Gianluca Lovreglio. 01 luglio 2011

Al suono d’Istrice *
ho lavato, dopo giorni,
le stoviglie del nostro amore

e quei bicchieri, rossi in bordo
testimoni
di baci alcolici
“rossetto e…”

Pagine
di un amore così intenso
di giorni densi
profumati di primavera

Notti
tra processioni, altari e balconi,

Giorni
tra pietre, terra e trulli

Notti
pioggia di fuochi - abbracciati - sul canale

Giorni
bagnati da gocce di mare
inseguendo una statua

Attimi
tra le passeggiate
e tra complici mura
quando,
chiuso il mondo,
aperto a nessun altro
che noi

Sapore di pasta,
di vino dolce
Intimità di cucina
prima che il corpo tuo
si faccia calamita

Rosa recisa sul nascere
Questo giovane sentimento
Giorni,
Notti,
anni…
O, forse, ancòra


Asciugo…

Immagino altri calici, rossi in bordo
cucine aliene
E rido e piango insieme





*. Subsonica, Istrice, in “Eden”, EMI 2011

14 luglio 2014

Scontri in piazza, morti e feriti nelle manifestazioni di Taranto il 14 luglio 1946

In occasione della ricorrenza dell'attentato a Palmiro Togliatti, pubblico sul mio blog un articolo apparso sul Corriere del Giorno di mercoledì 14 luglio 2010 a p. 26.


Il 14 luglio 1946. Scontri in piazza, morti e feriti nelle manifestazioni di Taranto

Le reazioni all'attentato a Togliatti nei racconti dei testimoni

di Antonella De Palma

Alla fine della seconda guerra mondiale il movimento operaio tarantino ritorna ad essere molto forte e combattivo. Le elezioni politiche del 1946 danno la vittoria al PCI, seguito dalla DC e dal PSIUP. Nel 1948 le cose non cambiano. Le elezioni del 18 aprile, che a livello nazionale segnano l'affermazione della DC, nel comune di Taranto danno invece la vittoria al Fronte popolare. Questi sono i rapporti di forza quando, il 14 luglio di quello stesso anno, Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, uscendo da Montecitorio viene ferito da quattro colpi di pistola. L'attentatore si chiama Antonio Pallante. In tutta Italia esplodono moti spontanei di collera popolare a cui il governo contrappone una linea di estrema durezza ricorrendo all'impiego di reparti dell'esercito. Il risultato è – secondo i dati forniti dal ministro degli interni Scelba il 20 luglio al Senato – di 16 morti e duecentoquattro feriti tra i dimostranti e nella forza pubblica. A Taranto negli scontri fra polizia e manifestanti, circa quindicimila secondo i dati della Questura, muore il ventisettenne Angelo Raffaele Latartara, operaio arsenalotto, socialista, colpito alla testa da un proiettile; i feriti sono nove, sette dimostranti, quasi tutti lavoratori dei Cantieri navali e dell'Arsenale, e tre poliziotti. Uno di questi, Giovanni D'Oria, muore due giorni dopo all'ospedale. La manifestazione per l'attentato a Togliatti è uno dei momenti più intensi della storia del movimento operaio tarantino del dopoguerra, tuttora vivo nella memoria degli operai più anziani. Il modo migliore di raccontarla è proprio attraverso le narrazioni di chi era presente: «Io stavo a bordo a lavorare, quando un napoletano che lavorava in officina, all'una ha sentito il comunicato e viene a bordo a gridare: "Hanno sparato a Togliatti! Hanno sparato a Togliatti!". Allora gli operai uscirono da bordo, uscirono dalle officine e si trovarono a piazza Congegnatori dove c'era la Commissione Interna. Piano piano, piano piano, si sono tutti raggruppati là. C'era un silenzio di lutto, un dolore! Allora: "Sciopero, sciopero! Dobbiamo uscire!". Siamo usciti dall'Arsenale e siamo andati a piazza Ebalia, dalla parte di Lungomare (dove c'era la Camera del lavoro, ndr). Siamo stati lì, tutto il sindacato, la Commissione Interna. All'epoca Voccoli era senatore e noi aspettavamo Voccoli che doveva fare il comizio. Allora la polizia fece una grande provocazione con la macchina. La gente era esasperata, la polizia girava, girava… Sai, con la rabbia uno può commettere anche un errore. Salirono sulla macchina… Il tenente che stava sulla macchina sparò su un compagno socialista, Latartara, gli spararono in fronte» (Nicola Taurino, allora operaio dell'Arsenale e militante del PCI). «Ci fu una grande sassaiola a Lungomare. Gli operai dell'Arsenale, gli operai dei Cantieri navali, persino i miticoltori, la gente comune, si radunarono sotto la Camera del lavoro e c'era una grande tensione. Poi, le camionette della celere cominciarono a creare subbuglio, perché volevano disperdere questa grande folla, questo grande assembramento di compagni, di persone. Naturalmente cominciarono a difendersi. Allora furono divelti gli alberi, furono divelte le mattonelle di marmo, ci furono dei grandi scontri. La polizia sparò e ci furono questi morti, questi feriti» (Cataldo Portacci, maestro d'ascia, militante del PCI). «Io portai all'ospedale un compagno della Commissione interna, Catapano, perché ebbe una pallottola fra le gambe. L'Italia fu bloccata, paralizzata. Togliatti, però, disse: "Non perdete la testa, mantenete la calma"» (Nicola Taurino). «Un brutto ricordo. Avevano attentato proprio al segretario politico del nostro partito. Poi, lo stesso Togliatti perdonò l'attentatore e fece uscire anche i fascisti dal carcere. Per dimostrare la vera democrazia » (Leonardo Miceli, operaio dell'Arsenale e militante del PCI). La CGIL proclama lo sciopero generale per il giorno 15. Nel pomeriggio dello stesso giorno si svolgono i funerali di Angelo Latartara. Il feretro è seguito da circa diecimila operai: «Descriverlo con le parole… non posso trovare le parole, adesso, per raccontare la folla, la tensione, il cordoglio, la solidarietà… Ecco, non ci sono parole per dire. Una grande manifestazione di massa, di popolo. Migliaia di persone…» (Cataldo Portacci). Il percorso del funerale viene limitato dalla polizia alla sola città vecchia, dove Latartara viveva, per evitare il passaggio nelle vicinanze delle sedi di partito e dei principali uffici pubblici siti nella città nuova. Nel discorso funebre gli oratori invitano gli operai a persistere nella lotta in attesa delle direttive del sindacato. Diverso il funerale di Giovanni D'Oria, avvenuto due giorni dopo: dalla caserma della Mobile di via Pupino il feretro, avvolto nella bandiera tricolore e accompagnato da autorità civili e militari, attraversa le vie del centro e raggiunge la chiesa di San Giovanni di Dio. Da lì, al termine della cerimonia funebre percorre via D'Aquino e, attraversato il ponte girevole, arriva a piazza Castello, dove gli vengono resi gli onori militari. A lui è intitolata la caserma di corso Italia. Lo sciopero continua anche il giorno 16. Ai Cantieri navali l'astensione è quasi totale, all'Arsenale invece circa mille operai entrano al lavoro. Gli scioperanti cercano di impedirne l'ingresso ma la polizia interviene con nuove cariche. Il giorno dopo, lo sciopero viene revocato e le attività lavorative riprendono normalmente. La situazione si normalizza. Non si normalizza però all'interno della CGIL, il grande sindacato unitario di Di Vittorio, Buozzi e Grandi. Dopo lo sciopero per l'attentato a Togliatti la componente cattolica abbandona la CGIL e fonda un'organizzazione separata, la LCGIL, che poi diventa CISL. Poco dopo un'altra scissione a opera dei sindacalisti socialdemocratici, seguaci di Giuseppe Saragat, dà vita alla UIL. Si definisce così la struttura del sindacalismo confederale italiano odierno. Il bilancio della giornata del 14 luglio a Taranto è di trentatre denunce e otto arresti: Cosimo Ruggieri, Michele Briganti, Giovanni Villani, Giuseppe Stasi, Vincenzo Ferretti, Vincenzo Albano, Antonio Caricato, Saverio Ressa, tutti operai e militanti. Il processo si concluse nel 1950 con lievi condanne per sei imputati e l'assoluzione per insufficienza di prove per tutti gli altri. Poco tempo dopo per gli operai iscritti alla CGIL si apre l'epoca buia dei licenziamenti politici, attraverso i quali si cercherà di fare piazza pulita della componente comunista e socialista del movimento operaio tarantino.

13 luglio 2014

Il delfino nella rete. Prssi e (poca) teoria della storia di Taranto in internet

IL DELFINO NELLA RETE.
PRASSI E (POCA) TEORIA DELLA STORIA DI TARANTO IN INTERNET
Gianluca Lovreglio

Estratto da: Cenacolo. Rivista storica di Taranto, n.s. XIII (XXV), 2001, pp. 133-148.

© Gianluca Lovreglio 2001. Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione to-tale o parziale senza autorizzazione dell’autore

12 luglio 2014

Il ruolo dell’informatica e della telematica nell’istruzione


Il ruolo dell’informatica e della telematica nell’istruzione

di Gianluca Lovreglio

Estratto da:

Galaesus. Studi e ricerche del liceo “Archita” di Taranto, n. XXVIII (2003/04), pp. 203-222.

© Gianluca Lovreglio 2003. Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione totale o parziale senza autorizzazione dell’autore

10 luglio 2014

Orazio a Taranto

Orazio - Carmina - Liber II - 6

Septimi, Gadis aditure mecum et
Cantabrum indoctum iuga ferre nostra et
barbaras Syrtis, ubi Maura semper
aestuat unda,

5 Tibur Argeo positum colono
sit meae sedes utinam senectae,
sit modus lasso maris et uiarum
militiaeque.

Vnde si Parcae prohibent iniquae,
10 dulce pellitis ouibus Galaesi
flumen et regnata petam Laconi
rura Phalantho.

Ille terrarum mihi praeter omnis
angulus ridet, ubi non Hymetto
15 mella decedunt uiridique certat
baca Venafro,

uer ubi longum tepidasque praebet
Iuppiter brumas et amicus Aulon
fertili Baccho minimum Falernis
20 inuidet uuis.

Ille te mecum locus et beatae
postulant arces; ibi tu calentem
debita sparges lacrima fauillam
uatis amici.

6, a Settimio
Con me, Settimio, a Càdice verresti,
tra i càntabri ribelli al nostro giogo,
alle Sirti straniere dove il mare sempre ribolle;ma io rifugiarmi a Tivoli vorrei, questa città di greci,
e consumarvi
in vecchiaia la stanchezza della vita,
dell'ignoto, della guerra.
E se il destino avverso mi terrà lontano
allora cercherò le dolci
acque del Galeso caro alle pecore avvolte
nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì
furono di Falanto lo Spartano
[1].
Quell’angolo di mondo più d’ogni altro
m’allieta, là dove i mieli a gara con quelli
del monte Imetto
[2] fanno e le olive quelle
della virente Venafro
[3] eguagliano;
dove Giove primavere regala, lunghe, e
tepidi inverni, e dove Aulone
[4], caro pure a
Bacco che tutto feconda, il liquor d’uva dei
vitigni di Falerno
[5] non invidia affatto.
Quel luogo e le liete colline Te chiedono
accanto a Me; dove tu lacrime spargerai,
come l’affetto tuo esige nei confronti miei,
sulla cenere ancòra calda dell’amico tuo
poeta.


NOTE:
[1] Lo scrittore e storico greco Pausania vissuto nella seconda metà del II sec. a.C., in “Periegesi della Grecia”, Lib. X, racconta che Falanto, l’ecista (fondatore) spartano al seguito dei Parteni, fondò Taranto e ne divenne re intorno al 706 a.C.
[2] Monte ricco di timo, oltre che di miele, presso Atene nell’Attica.
[3] Città campana, ai confini del Sannio, situata in una fertile pianura; in antichità era rinomata per il suo olio.
[4] Secondo alcune ipotesi, forse Monte Melone, una piccola altura nei pressi della marina di Pulsano.
[5] Agro di Falerno, territorio della Campania, ancor oggi rinomata per l’eccellente qualità dei vini che produce.


Quinto Orazio Flacco, poeta di Venosa, compose questo straordinario omaggio alla
città ai suoi tempi conosciuta come “imbelle Tarentum”, Taranto la pacifica, [Cfr. Orazio, Epist. I, 7, 45]. La città jonica era ai tempi di Orazio apprezzata e rinomata inoltre per la straordinaria raffinatezza dei costumi: “nobilis et opulentissima urbs”, la definisce lo storico Tito Livio (59 a.C - 17) [Cfr. Ab Urbe Condita L. XXI, 15].

Assolutamente unica è la descrizione di questi luoghi, la cui decadenza neppure avrebbe potuto immaginare, il poeta latino. Scendiamo nei dettagli, analizzando i diversi quadri.

Iniziamo dalle brucanti pecore, “ovibus”, dalle lane pregiate e più che mai rinomate, “Lana Tarentino violas imitata veneno” [Cfr. Orazio, Epist. II, 1, 207], che dovevano apparire goffe ed impacciate agli occhi di un forestiero che si trovasse a passare da quelle parti. Era abitudine dei pastori locali, infatti, l’involgere in pelli conciate di animali, dunque “pellitis”, il vello delle proprie greggi, a guisa di cappottino, per salvaguardarne la qualità dalle intemperie e da ogni altro potenziale agente nocivo.
Questa inconsueta usanza è confermata dall'opera di un saggio ed erudito latino, Marco Terenzio Varrone (116 ca.-27 a.C), che nel De re rustica, II, 2 scrive: “Ovibus pellitis, quae propter lanae bonitatem, ut sciret Tarentinae et Atticae, pellibus integuntur, ne lana inquinetur”, trad.: E' noto che le pecore di Taranto e dell’Attica vengono soprannominate “pellitis” dal momento che, per la buona qualità della lana, le bestie vengono avvolte in pelli affinché il loro vello non resti contaminato, nè la lana inquinata.
(Enrico Vetrò, Galeso, Novecento metri di mito, 2005).

Anche in altri passi Orazio cita Taranto come località ridente e fertile: in III, 5, 56 "Lacaedaemonium Tarentum" è indicata come località di villeggiatura, in cui riposarsi dai "longa negotia clientum", quasi gli emblemi di un'affannosa e stressante vita cittadina. In Sat. II, 4, 34 il poeta vanta la bontà dei frutti di mare della "molle Tarentum", paragonati alle ostriche del Circeo e ai ricci di Capo Miseno.
In Epist., I, 7, 45, rivolgendosi a Mecenate, Orazio afferma di preferire a Roma, regina del mondo (Roma regia), la "imbelle Tarentum": ove l'aggettivo imbellis non ha una connotazione negativa, ma allude al carattere gaudente e riposante della vita tarantina, particolarmente idonea alla realizzazione dell'ideale esistenziale oraziano, che anela alla libertà dalle seccature e dalle preoccupazioni della vita cittadina, dallo stress che talvolta deriva da una vita ricca di rapporti clientelari o amichevoli.
In III, 16, 25 "quicquid arat inpiger Apulus" allude all'intensa attività agricola del contadino pugliese, che conserva grandi quantità di cereali nei suoi granai.
Molto significativo è il verso 11 dell'epistola XVI, in cui descrive l'amenità del suo fondo all'amico Quinzio e ne enumera le bellezze: Orazio parlando del clima favorevole, della vegetazione rigogliosa, che fornisce ombra per il bestiame e per il padrone, afferma: "[...] dicas adductum propius frondere Tarentum": è chiaro, quindi che le bellezze naturali di Taranto sono quasi proverbiali nell'immaginario collettivo della società Romana di epoca augustea; Taranto è il luogo ombroso per eccellenza e qualsiasi località che goda di favorevoli condizioni climatiche e ambientali non può che essere confrontata con la stupenda città pugliese.

Bibliografia:
Orazio, Odi ed epodi. Introduzione di Alfonso Traina. Traduzione e note di Enzo Mandruzzato, Rizzoli, Milano 1988, p. 185 (testo e trad.); e p. 490 (commento)
Enrico Vetrò, Galeso. Novecento metri di mito, Taranto 2005.

8 luglio 2014

Il castello di Uggiano Montefusco

Il castello di Uggiano Montefusco.
La perdita della memoria
di Gianluca Lovreglio
 
Note:
©Gianluca Lovreglio. Tutti i diritti riservati.
 
Edizione elettronica (e-text) del saggio apparso in "Galaesus. Studi e ricerche del Liceo Classico Archita di Taranto", n. XVII (1992/93), pp. 393-398.

Cronologia del castello di Uggiano Montefusco
Bibliografia
 
C’era una volta... È l’inizio delle favole classiche, ma anche l’incipit più appropriato per la storia che stiamo per raccontarvi. A poco meno di due chilometri da Manduria, sulla statale che da Taranto porta a Lecce, sorge la piccola frazione di Uggiano Montefusco, che conta oggi poco più di un migliaio di abitanti, la maggior parte dedita alla coltivazione delle fertili terre circostanti.
Pochi studiosi si sono occupati di questo piccolo paese, sebbene nasconda una storia interessante che può riservare alcune sorprese. Una di queste è scoprire che ad Uggiano è esistito, fino a qualche tempo fa, un castello dalla datazione controversa ma di ottima fattura, senz’altro il più antico tra quelli del circondario. Oggi è un fantasma: appare qualche volta nei labili ricordi degli anziani, o dei professori che raccontano le loro imprese di ragazzi tra le mura di quel vecchio e poco amato monumento.
È la perdita della memoria; il sottotitolo di questa storia, quasi la certezza che del "castello fantasma" tra pochi anni non rimarranno che alcune note scritte a matita in un libro della poco frequentata biblioteca di Manduria.
Per la storia di Uggiano e del suo castello bisogna riferirsi ad un articolo di Primaldo Coco, il più vecchio scritto sull’argomento, ma il migliore. Secondo il Coco l’origine di questo borgo risale alla fine del secolo XII, quando alcuni abitanti di Casalnuovo (Manduria) si rifugiarono nel luogo dove sorge Uggiano, nel quale sembra che vi fosse stata una dimora di sentinelle o vigili, vigilarum, "posta al confine del principato di Taranto lungo la via Appia". Da lì il nome, Viggiano. Colella nella sua Toponomastica Pugliese sostiene invece che il nome richiami le vigne che si estendono in quantità nei dintorni.
La tradizione vuole che già in età federiciana vi fosse localizzato un castello, ma mancano, purtroppo, attestazioni certe, e la località salentina non è menzionata nello Statutum de reparatione castrorum, un documento redatto negli anni 1241-1246 che indica le località tenute al restauro e alla manutenzione dei castelli appartenenti al demanio regio.
Il primo documento che parla di Uggiano è una carta del 1315, dove il re Roberto d’Angiò concede il feudo, il casale con tutte le pertinenze a Costanza Montefusco, vedova del cavaliere Egidio de Fallosa, che già possedeva i casali di Cellino, Parietalto e il territorio di San Marzano. Da allora il paese cominciò ad essere denominato Montefusco, in onore della famiglia feudale e per distinguerla da un’altra Uggiano, detta La Chiesa, in provincia di Lecce. Il casale di Uggiano passò poi da una famiglia feudale all’altra, fino a quando, nel 1417, lo troviamo in possesso di Baldassarre de Cutij, conte di Caserta e di Alessano, consigliere di Giovanna II.
Il Coco pubblica due documenti tratti dai registri della Cancelleria Angioma, nei quali si fa per la prima volta menzione del "Casale et castrum seu fortellitium Ogiani". Nello stesso anno la baronia è acquistata da un altro Montefusco (o Montefuscolo), Ciccariello, per la ragguardevole cifra di 809 ducati d’oro. Proveniente da Nardò, Ciccariello Montefusco era sposato con Margaritella, ultima delle figlie naturali di Giovanni Antonio Del Balzo - Orsini, principe di Taranto. La regina Giovanna II concede il suo assenso in un documento, anch’esso pubblicato dal Coco, in cui si fa menzione del "Casal Ogiani cum eius castro seu fortellitio".
Un vuoto documentario difficilmente colmabile segue questa fase della vita del casale. Ma la costruzione del castello a quel tempo doveva essere terminata. Dalle descrizioni successive si evince che fu abbellito per diventare, più che un rude maniero adatto solo alla difesa, una elegante abitazione gentilizia.
I primi anni del 1500 videro il castello testimone della guerra tra francesi e spagnoli: scrive l’Errico nella sua storia della città di Oria che "il castello di Uggiano Montefusco si ribellò ai francesi, per la qual cosa il capitano d’Arces con un buon numero di soldati, uscì fuori da Oria e si portò a sottometterlo". Il maniero doveva essere quindi attivo e dotato di una guarnigione permanente.
Nel 1584 "castello e feudo passarono agli Albrizi che dopo pochi anni lo vendettero al conte romano Marcaurelio per 2.500 ducati. Verso la fine del XVIII fu acquistato dalla nobilissima famiglia Imperiali di Francavilla". Non abbiamo altre notizie del castello fino al 1850, anno in cui Arditi afferma che "una torre quadrata con merli e porta saracenesca […] vi rimase in piedi", quando il padrone la fece abbattere per costruire "poche casucce". La descrizione del castello ad opera di P. Coco parla di una torre quadrata (a donjon) ancora in piedi, seppure pericolante.
Nel 1914 del castello resta in piedi ben poco. Coco nella sua visita riferisce però che nei locali a pianterreno (quelli superiori erano inagibili) della torre quadrata vi sono affreschi di fattura non disdicevole, e legge un’iscrizione posta sopra l’architrave di una finestra che dava sul cortile.
L’iscrizione, che recita "Enfaio proprio sepe delicie", è di difficile interpretazione, soprattutto a causa della prima parola, enfaio, di incerto significato. Coco se la cava scrivendo che forse quello era stato un "luogo di delizie". Ma può anche esserci stato un errore di lettura o di trascrizione, per la quale ragione sarà impossibile conoscere il vero significato dell’iscrizione.
Nel 1925 tra le rovine del castello fu scoperto un locale con volta a botte che conteneva alcuni affreschi trecenteschi. Alba Medea riporta quella data nel suo libro sugli affreschi eremitici pugliesi, e annota anche, quasi come tratto di costume, che i "monelli" gettano le pietre all’interno del locale, "attraverso l’inferriata dalla cancellata", il che contribuisce alla degradazione della struttura e degli affreschi.
Le testimonianze degli anziani uggianesi confermano. Ricordano quelle persone di aver giocato almeno una volta sul "castello". Raccontano anche che i più coraggiosi scendevano in un locale sotterraneo, situato nei pressi dell’edificio, posto al di sotto della ghigliottina (in dialetto chiamata trabucco) e vi scorgevano le ossa dei malcapitati che furono lì giustiziati in tempi remoti.
Il libro di Alba Medea è del 1939: a quella data - per l’autrice - del castello non restano che rovine. È interessante notare che l’unica voce locale levatasi in difesa di un così insigne monumento sia stata quella del dottor Michele Greco, ispettore ai monumenti di Manduria. Egli ha lasciato, in calce alla pagina 255 del libro di Medea conservato nella biblioteca di Manduria, quello che può essere definito il vero e proprio testamento del castello di Uggiano Montefusco. Vale la pena riportare il brano per intero, per ammirare la sottile arguzia e l’ironia di questo studioso, unita alla consapevolezza che di fronte agli interessi personali valgono a poco storia, tradizione e cultura:
"Ora tutto è distrutto! La descrizione dell’Autrice è molto posteriore alla scoperta, quando già lo stato degli affreschi era ancora maggiormente deteriorato dalla barbarie paesana e dalla buona volontà del proprietario che voleva sbarazzarsi di quel peso (vincolo artistico per tutto il comprensorio del castello). Il piccolo edificio rettangolare cui accenna l’Autrice fu voluto dalla Soprintendenza ai Monumenti a scopo di protezione (?) degli affreschi, non avendo voluto, come io avevo consigliato, rimuoverli e collocarli in posto più sicuro. Belle e chiare foto presso la Soprintendenza in Bari".
Il dottor Greco accenna ad un vincolo artistico: dopo la scoperta di A. Medea, il 13 ottobre 1925 la Soprintendenza pose un vincolo sugli "avanzi di costruzione a volta con affreschi del sec. XIV, raffiguranti nel fondo il transito di Maria Vergine con gli apostoli e sul lato ancora esistente della costruzione stessa S. Leonardo, S. Nicola, Santa Lucia e una quarta figura sacra con soprastante fregio in fogliame". Lo stesso Ente però, dopo quest’atto ufficiale consente colpevolmente ai proprietari di disinteressarsi delle sorti del monumento, lasciato all’incuria e ai danni del tempo. Nel maggio del 1937 (nota ministeriale n. 3546) si limita il vincolo dall’intero castello al solo torrione d’angolo. Il 24 novembre 1948 la Soprintendenza, "considerato che anche il torrione superstite è col tempo andato in completa rovina, per cui l’intero castello è da considerarsi totalmente distrutto", per mano del ministro Gonella firma quello che Pasquale Del Prete, in un articolo apparso sull’Archivio Storico Pugliese chiama "formale atto di morte" del castello: la revoca del vincolo". Da allora al posto del castello di Uggiano Montefusco sorgono alcune abitazioni private.
Un bell’esempio certo di tutela del patrimonio architettonico!
Conservare la memoria dei luoghi, dei simboli, significa anche conservare le memorie individuali di chi ha vissuto in quel territorio, riportare le piccole storie di ogni giorno a quella grande storia che si può leggere sui libri.
Un articolo iniziato col "c’era una volta" non può che concludersi con un’amara "morale della favola". La perdita della memoria in questo caso rappresenta una perdita artistica, culturale, umana e persino economica. Oggi l’amministrazione di Manduria (dalla quale dipende Uggiano) sta cercando di incentivare la risorsa del turismo. Ma sulle guide destinate ai pochi turisti che si inoltrano per quel bellissimo territorio, è troppo tardi per scrivere "visitate il castello medievale di Uggiano Montefusco"; il castello è diventato una "fonte storica", un monumento divenuto "ormai rimpianto".


 
Cronologia del castello di Uggiano Montefusco

Fine XII sec.
Nasce la borgata di Uggiano, anticamente detta Viggiano. Probabilmente sorge intorno ad una torre normanna a donjon.
1315
Roberto d’Angiò concede in feudo il casale con tutte le pertinenze a Costanza Montefusco, vedova del miles Egidio de Fallosa, che già deteneva i casali di Cellino, Parietalto e il territorio di 5. Marzano.
1417
Il casale di Uggiano fa parte dei possedimenti feudali di Baldassarre de Cutj, conte di Caserta e di Alessano, consigliere di Giovanna II. Per la prima volta si fa menzione del "Casale et castrum seu fortellitium Ogiani".
1417
La baronia è comprata dal signor Ciccariello Montefuscolo di Nardò, sposato con Margaritella, ultima delle figlie di Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, per 809 ducati d’oro. Il documento d’assenso della regina Giovanna parla del Casale Ogiani cum eius castro seu fortellitio.
1850
L’Arditi afferma che "una torre quadrata con merli e porta saracenesca... vi rimase in piedi fino al 1850", quando il padrone la fece abbattere per costruire "poche casucce". Probabilmente non si tratta della torre quadrata a donjon, che il Coco afferma di vedere ancora nel 1914, ma forse di un barbacane posto a difesa dell’entrata.
1914
Del castello restano ormai poche rovine. Il Coco prega la vedova del signor Giovanni Maggi "affinché si possano conservare e tramandare ai posteri gli avanzi di questo monumento". A questa data era ancora in piedi, ma pericolante, la torre quadrata costruita in soprelevazione sulla struttura a tronco di piramide che ne costituiva la base. Il Coco vi trova stanze affrescate.
1925
In questa data furono scoperti, a detta di Alba Medea, alcuni affreschi trecenteschi situati in un locale con volta a botte che doveva essere la cappella adiacente al castello medievale, ormai quasi del tutto crollato. La Soprintendenza ai monumenti pone il vincolo a tutta l’area del castello.
1925-1938
I bambini e i ragazzi di Uggiano, come ricordano gli anziani del luogo, giocano sui resti del castello, completandone la distruzione.
1939
Data di pubblicazione del libro di Alba Medea sugli affreschi delle cripte pugliesi: per l’autrice del castello non restano che rovine. La proprietà è della sig.ra Angela Parisi, coniugata a Luigi Marzo.
1949
La Soprintendenza ai Beni AA., AA., AA. e SS. di Taranto, constatando la completa distruzione del monumento, revoca il vincolo che essa aveva posto su tutto il comprensorio del castello. Con la colpevole e forse interessata negligenza sia del proprietario che della Soprintendenza, il castello medievale di Uggiano Montefusco scompare per sempre, sostituito da abitazioni private.


 
Bibliografia

Sulla storia di Uggiano Montefusco sono stati consultati i seguenti testi:

G. ARDITI, Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Lecce 1879 (rist. Bologna 1979), pp. 643-644;
P. A. ERRICO, Cenni storici della città di Oria e dei suo insigne vescovado, Napoli 1906, p. 75;
P. COCO, Uggiano Montefusco (frazione di Manduria), s. d., foglio dattiloscritto conservato presso gli uffici della delegazione comunale di Uggiano Montefusco;
ID., Porti castelli e torri salentine, Roma 1930, pp. 38-40;
B. P. MARSELLA, Ricordi storici di Oria messapica, Roma 1934, p. 60;
G. COLELLA, Toponomastica pugliese dalle origini alla fine del Medio Evo, Trani 1941, p. 308;
R. DE VITA, Castelli torri ed opere fortificate di Puglia, Bari 1974 (III ed. 1984), p. 176;
P. BENTIVOGLIO, Uggiano Montefusco, in "Guida - annuario di Manduria 1984-85" (a cura di R. CONTESSA - P. MARZO), Manduria 1984.
COMUNE Dl MANDURIA - ASSOCIAZIONE PRO-LOCO, Manduria. Guida turistica, Manduria 1993. 
 
Sulle vicende del castello:

P. COCO, Uggiano Montefusco e il suo diruto castello. Note e documenti, Lecce 1914 (in appendice sono pubblicati i documenti citati nell’articolo);
P. DEL PRETE, Il castello federiciano di Uggiano Montefusco, in "Archivio Storico Pugliese", XXV (I). pp. 41-49;
R. LICINIO, Castelli medievali. Puglia e Basilicata: dai normanni a Federico II e Carlo d’Angiò, Bari 1994 p. 37 e p. 134;
A. MEDEA, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, Roma 1939, p. 255.
Il fascicolo contrassegnato dal nome "Uggiano Montefusco" nell’Ufficio Vincoli della Soprintendenza ai Beni AA., AA, AA, e SS., di Puglia presso il Castello Svevo - Aragonese di Bari conserva la documentazione relativa ai vincoli posti sul castello di Uggiano.

Sulle sponde del Galeso

Cari amici lettori ed appassionati,

un incidente informatico ha fatto sparire il blog "Sulle sponde del Galeso" da suo precedente indirizzo galeso.blogspot.com

Ho dovuto creare questo nuovo blog, con un nuovo indirizzo.

Non riusciro mai a recupaerare tutti i contenuti del blog originale, dal momento che erano frutto di ricerche appassionate da più di cinque anni, e che non avevo mai valutato la possibilità che Google facesse sparire da un giorno all'altro il mio blog.

Mi impegno a recuperare quanto più possibile, ma ci vorrà certamente molto tempo.

Gianluca Lovreglio