2 settembre 2014

Il Torrione o castello di Avetrana

Foto: Gianluca Lovreglio
di Gianluca Lovreglio

Già edita on line in www.storiamedievale.net, adattamento da Il castello di Avetrana tra storia e restauro verso il riuso, a cura dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, dell'Assessorato alla P. I. e Cultura della Regione Puglia, del CSPCR di Manduria, Avetrana 1987. Testi di Roberto Bozza, ricerca storica di Regina Poso, grafica e disegni di Alessandro Spalatin e Roberto Bozza.


Epoca: il primo nucleo è anteriore al secolo XIV.

Conservazione: Sino al 1986 poco più che un rudere, il «Torrione» dal 1998 è oggetto di un intervento di restauro conservativo e recupero da parte dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, con finanziamenti concessi dall'Assessorato alla Cultura della Regione Puglia ai sensi della Legge Regionale del 26.3.1979 n° 37.

Come arrivarci: seguendo la strada statale 7ter sino a Manduria, e da qui la provinciale per Avetrana.


Cenni storici.

Il complesso fortificato di Avetrana è conosciuto come il "Torrione". Il nome evidenzia la parte più antica ed imponente del complesso e sposta subito l'attenzione sulla Torre quadrata, che costituì il principale caposaldo del sistema difensivo di quei luoghi, sul quale si attestarono le successive fortificazioni e poi, verosimilmente, la cinta muraria della città, di cui ancora si conservano tracce fisiche e storiche.

L'intero complesso del "Torrione" è posto all'estremo ovest dell'abitato, dove ancor oggi il centro antico, idealmente chiuso dal solco del fossato e dalla linea delle mura, confina direttamente con la campagna.

Del castello restano ancora la grande torre quadrata, gran parte di una torre tonda d'angolo (attestata tra due cortine, di cui quella ovest è conservata mentre quella nord è diruta), da una torretta bassa e quadrata di incerta funzione, ed infine da una cortina interposta tra torre tonda e torretta.

Al di sotto si sviluppano numerosi ed assai vasti ambienti ipogei, per lo più trappeti, depositi e granai, oltre alle casematte della torre tonda angolare.

Foto: Gianluca Lovreglio


Foto: Gianluca Lovreglio

La linea di difesa definita verso ovest dalla cortina del Castello, era, probabilmente, collegata con la cinta muraria.

Il primo nucleo fu dunque la grande Torre quadrata, anteriore al 1378, come vedremo in seguito, circondata da un fossato e raggiungibile mediante una ripida rampa di scale, a sua volta collegata con la torre da un ponte levatoio, facilmente difendibile, e di cui restano visibili nei muri gli appoggi per le travi lignee.

Presumibilmente quando le funzioni militari del Castello non furono più preminenti il ponte mobile in legno venne sostituito con un altro, fisso ed in muratura, che ancora si conservava ai primi di questo secolo.

Le originarie finestre erano monofore; pochissime, strette e solo ai piani superiori.

Tutte le altre sono da ritenersi rimaneggiamenti successivi, o adeguamenti alle mutate esigenze difensive.

L'interno era scandito da solai in legno (quello bivoltato al piano terreno è notevolmente tardo) e da un'unica volta in corrispondenza dell'accesso dal ponte, oltre a quella di copertura.

Le altre e più tarde fortificazioni erano anch'esse cinte da un fossato.

I trappeti (frantoi oleari) tra cui quello settecentesco, ubicato al di sotto del teatro dei primi del Novecento, si mostrano ancora completi delle vasche e delle mole; sono intercomunicanti tra di essi e con gli altri ambienti sotterranei, tra cui i depositi e le casematte della torre tonda.


LA STORIA E L'ARCHITETTURA

Sino al 1986 poco più che un rudere, il "Torrione" è stato oggetto di un ottimo intervento di restauro conservativo e recupero da parte dell'Amministrazione Comunale di Avetrana, con finanziamenti concessi dall'Assessorato alla Cultura della Regione Puglia ai sensi della Legge Regionale del 26/03/1979 n. 37.

Le notizie storiche disponibili non sono numerosissime. Tuttavia dal Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili e notabili e feudatarie di Terra d'Otranto, Lecce 1927, apprendiamo che già in epoca angioina il Casale di Santa Maria della Vetrana venne donato a Pietro Tocco, Gran Siniscalco del Regno, e che nel 1378 gli venivano assegnati due soldati.

Tale data costituisce un termine ante quem circa l'esistenza della torre.

Foto: Gianluca Lovreglio

Il feudo, e dunque anche le sue difese, passò poi alla famiglia De Raho, e, dopo la morte di Teodora di Giacomo Raho, ritornò alla regina Giovanna II, che lo donò a Giovanni Dentice di Napoli, il quale a sua volta nel 1423 lo vendette a Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

Tenuto per pochi anni da Francesco Montefuscoli, nel 1481, e quindi in epoca aragonese, passò alla famiglia Pagano, portato in dote da una Montefuscoli.

Carlo Pagano lo cedette nel 1567 (o 1587) per la somma di 50.000 ducati a Giovanni Antonio Albrizzi, signore di Mesagne, insignito nel 1604 del titolo di principe di Avetrana.

Dagli Albrizzi fu poi acquistato da Michele di Davide Imperiali, che nel 1691 iscriveva il proprio nome sul portale del piano nobile dell'adiacente e ricco palazzo.

Nel '700 andò infine alla famiglia Romano, originaria di Brindisi.

Attualmente il Castello è un palinsesto di strutture, adeguatesi prima alle esigenze militari e poi alle più disparate funzioni.

La Torre quadrata, sicuramente già realizzata nel 1378, ripete la tipologia federiciana delle torri di Leverano, Grottaglie, Rutigliano, Adelfia, largamente diffusa sino alla fine del '400 dalle maestranze locali.

Altri elementi di puntuale riferimento si possono trovare nelle feritoie, nelle tracce di merlatura nel tipo di bugnato della parte superiore, accostabile a quello della Torre della Leonessa di Lucera, o ai bugnati più spessi delle già citate torri di Rutigliano ed Adelfia, e della Torre Barisana di Bitonto.

La rampa d'accesso (sicuramente ed a più riprese rimaneggiata) rivela analogie formali con altri impianti angioini, ed attribuisce il nome all'adiacente e settecentesca Cappella della Madonna del Ponte.

La Torre di Avetrana, sorta ai tempi delle armi bianche e delle macchine nevrobalistiche, era di conseguenza alta, stretta e merlata.

Rimaneva però, in seguito, vulnerabilissima ai colpi delle bocche da fuoco, ed era dunque inconciliabile con le nuove necessità difensive.

Infatti tutte le fortificazioni dell'epoca, aragonesi prima e spagnole poi, iniziate dopo il 1480 (Gallipoli, Otranto, Acaja, Taranto, Corigliano, etc.), data della caduta e dei massacri di Otranto, adottarono torri più basse, munite di rampe per i pezzi d'artiglieria, e molto larghe per poter contenere un maggior numero di cannoni nelle casematte interne e sugli spalti, appostati per il tiro incrociato e radente.

Sulle cortine si rese necessaria la falsabraga, per poter manovrare agevolmente i pezzi.

A queste esigenze si attenne anche la cinta bastionata di Avetrana, con torrione cilindrico angolare e bassa torretta quadrata, di incerta funzione.

La data di quest'operazione di adeguamento difensivo si può far risalire al periodo in cui i Pagano e poi gli Albrizzi stabilirono in Avetrana la propria dimora.

Pressappoco in quegli anni veniva infatti completata la costruzione della cerchia delle mura di Taranto (1598-1599), alle quali la torretta bassa e quadrata è un tipico rimando morfologico, così come pure al Castello di Pulsano, della fine del XVI secolo.

Col venir meno delle esigenze strettamente difensive, e quindi in epoche più recenti, il complesso venne dapprima adibito ad usi agricoli, connessi all'attività dei sottostanti trappeti, forse già all'epoca degli stessi Imperiali. Infine, all'inizio del secolo XX, fu destinato a mattatoio comunale.

A seguito di ciò vennero realizzate non poche superfetazioni e strutture, tutte intorno alla torre quadrata, e di cui restano ben visibili le tracce nelle murature esterne, mentre fossato e parte delle cortine esterne scomparvero definitivamente.

Dopo la demolizione di tali superfetazioni ed il crollo di una parte della torre tonda e della doppia volta a piano terreno all'interno della torre maggiore, il Castello assunse la sua definitiva ed attuale fisionomia, in parte verificabile attraverso un'incisione di Gustavo Strafforello (1899) e documenti fotografici del 1914, entrambi riferibili, però, ad una veduta parziale del Castello, per di più dalla parte del lato ovest, più integro.


I RESTAURI

Le principali e più delicate opere di consolidamento statico hanno interessato la Torre quadrata.

E' stato dapprima effettuato un preconsolidamento, che ha permesso, mediante un reticolo cementato, di rigenerare il nucleo interno dei paramenti murari, completamente rarefatto.

I cantonali sono stati rinforzati con perforazioni annate incrociate, e tutta la struttura è stata infine resa solidale ed omogenea mediante tiranti in acciaio Diwidag di grande diametro, collocati entro perforazioni carotate orizzontali e diagonali, saturate con resine epossidiche, ed ammorsati alla struttura mediante piastre di ancoraggio.

Alcuni elementi architettonici e strutturali, fessurati o pericolanti (architravi, piattabande, etc.) sono stati puntualmente conservati, provvedendo però al ripristino del loro corretto comportamento statico.

Le volte sono state accuratamente risanate e consolidate mediante la realizzazione di "cappe annate" in calcestruzzo, che hanno consentito l'integrale recupero della loro funzionalità ed i necessari collegamenti orizzontali dei paramenti in elevato.

In tal modo l'intero assetto del "Torrione" è stato completamente ricostruito, e la struttura è ritornata integra, solidale ed omogenea.

Il tutto senza segni visibili, né all'interno né all'esterno.

Anche i locali sotterranei ed il vecchio teatro sono interessati da dissesti statici rilevanti, ed anche per essi sono state approntate opportune opere di consolidamento, in particolare per il secondo, dove le volte necessitano di "cappe armate" e le pareti ed i pilastri in muratura, fessurati per schiacciamento, di interventi finalizzati alla ricostruzione dell'originaria integrità strutturale e di comportamento statico.

31 agosto 2014

Maruggio, città dei cavalieri



Foto: www.maruggiolife.com

Maruggio, città dei cavalieri


© Gianluca Lovreglio. 01 luglio 2009
 
Già pubblicato a stampa in “La Voce del Popolo. Il giornale di Taranto e provincia”, 8 novembre 2009, anno 7, numero 22, pp. 20-21.



In tempi di riscoperte o approfondimenti storici sull’Ordine dei Templari, è doveroso segnalare l’opera di ricerca ed analisi certosina che ha compiuto Vito Ricci con la pubblicazione “I Templari nella Puglia medievale” (Edizioni dal Sud, pp. 144, euro 12).
Ricci indaga sulla presenza dell’Ordine templare in Puglia seguendo un percorso rigidamente scientifico con l’utilizzo di fonti e documenti attendibili. Ne scaturisce uno studio solido e ben strutturato, fondato su una bibliografia ragionata e su grande cautela nella discussione di fonti e problemi.
Lungi da qualsiasi indulgenza nei confronti delle recenti suggestioni letterarie, cinematografiche e televisive sui Templari, l’autore parte dagli aspetti storici sull’origine dei cavalieri cristiani rossocrociati – intorno al 1118 – per poi disegnare i loro insediamenti in Puglia, e la conseguente interazione con la dimensione sociale, politica, religiosa ed economica del territorio.
La Puglia, grazie all’importanza strategica e commerciale dei suoi porti, ha accolto le prime domus dei templari, che avevano il compito di difendere l’incolumità dei pellegrini diretti in Terra Santa. Lo studio analizza i pessimi rapporti con Federico II di Svevia, il periodo angioino e il declino (dal XIV secolo), conclusosi con le inquisizioni e il processo di Brindisi (15 maggio 1310).
Le interpretazioni sulla fine dei monaci-cavalieri, spiega Ricci, sono in continuo aggiornamento,  Comprese le accuse – probabilmente costruite ad arte dagli inquisitori – di riti come il rinnegamento di Cristo o i baci osceni dei novizi agli anziani, oggi tanto di moda in tv.
Nella Puglia meridionale il numero degli stanziamenti templari, come in genere degli ordini religioso-cavellereschi, fu piuttosto esiguo. L’insediamento principale fu Brindisi, importante porto di imbarco verso la Terra Santa che aveva una posizione strategica e il ruolo di base della marina militare. In misura minore il medesimo discorso vale per Otranto. La limitata presenza è dovuta a diversi fattori, tra cui spicca la mancanza di donazioni a favore dell’Ordine, il carattere paludoso delle aree costiere e il numero esiguo di masserie. Di recente lo studioso Fiori ha individuato nella masseria di S. Sidero, tra Maglie e Melpignano, il tenimento di S. Isidoro appartenuto ai Templari. Oltre ai due porti di Brindisi e Otranto, i Templari ebbero una propria domus a Lecce, con possedimenti in tutto il Salento, tra cui a Manduria come ricordato in un documento del 1309, nel quale è riportato che il giudice Pietro Porcario di Aversa, al quale erano stati affidati i possedimenti templari in Terra d’Otranto, nominava dei procuratori affinché redigessero l’inventario delle proprietà dell’Ordine a Casalnuovo, nome con il quale era nota Manduria nel Medioevo.
                Nel tarantino vi è un paese fondato molto probabilmente dai cavalieri templari: si tratta di Maruggio, che assieme ad Alberona in Capitanata, sarebbe un caso di centro di fondazione templare accertato in Puglia. L’unico riferimento alla presenza di un insediamento templare a Maruggio ci è fornito da un atto del 1320. In tale documento è riportato: Casale Marigii, fuit quondam Templariorum ossia che il che il casale di Maruggio un tempo fu proprietà dei cavalieri del Tempio. Di altre notizie non disponiamo. La studiosa Capone si è occupata ampliamente di Maruggio con una ricostruzione storica molto dettagliata. Nei registri di Carlo I d’Angiò viene riportato che la famiglia De Marresio era feudataria di Maruggio, ove si trovava un commenda gerosolimitana, senza ulteriore specificazione. La denominazione gerosolimitano, trattando di ordini monastico-cavallereschi, viene di solito attribuita ai Giovanniti. La Capone sostiene che nel caso di Maruggio si sia fatta confusione fra Giovanniti e Templari, anch’essi di fatto gerosolimitani, poiché il loro ordine venne fondato a Gerusalemme (Ordine del Tempio di Gerusalemme).
Tra le attività svolte dai cavalieri a Maruggio sono da ricordare i lavori di bonifica e di prosciugamento dei terreni paludosi che circondavano la zona, nonché l’estrazione del sale dalle acque degli stagni costieri. Nel marzo 1308 anche i Templari di Maruggio furono arrestati, e approfittando di ciò Giovanna Caballaro si sarebbe impossessata della mansione dei templari e dei loro beni o quanto meno li ebbe in custodia dal giudice Pietro Porcario di Aversa, responsabile dei beni templari in Terra d’Otranto. Nel maggio 1312 papa Clemente V decretò l’assegnazione dei beni dei Templari ai Giovanniti e probabilmente la Caballaro si rifiutò di consegnare il feudo ai nuovi legittimi proprietari: la consegna avvenne solo nel 1317, forse dietro intimidazione di Roberto d’Angiò, e in cambio dell’ingresso nell’Ordine Giovannita del figlio di Giovanna Caballaro, Nicola de Pandis.
                Il casale di Maruggio fu molto probabilmente fondato da Templari, sebbene di quel periodo non si dispongono di notizie e documenti. Con l’assegnazione dei beni templari ai Giovanniti anche Maruggio fu attribuito a questi ultimi che ne fecero un loro possedimento tra il 1315 e il 1317. Una prova che il casale fosse in toto sotto la giurisdizione di questi cavalieri trova conferma negli Statuti  compilati nel 1473; da essi si apprende che Maruggio dipendeva dalla commenda di Brindisi: «Capitoli e Ordinazioni fatti e conclusi e ordinati inter lo Spettabile Homorusso de Mutiis de Florenza Generale Procuraore e Gubernatore del Magnifico e Religioso Milite Gyerosolomitano Francesco Carducij de Florenza Commendatore Commendae Brundusij e Signore di Maruggio exuna. E Vitale Duro Sindico et Sindicario nomine exparte Universitatis Terrae Marrulij…». Nel corso del Quattrocento la commenda brindisina perse gradualmente di importanza probabilmente a causa della decadenza del porto dopo il cambiamento delle rotte marine, in seguito alla caduta di Rodi, e quella di Maruggio aumentò il suo prestigio diventando dopo nel 1500 camera magistrale. I Giovanniti, divenuti prima cavalieri di Rodi (1309) e poi di Malta (1530), ebbero una Commenda a Maruggio sino al 1819.
In merito all’ubicazione dell’insediamento templare ci sono due ipotesi: in un edificio nei pressi del luogo in cui, tra la fine del XIV e il XV secolo, i Giovanniti edificarono il proprio castello, oppure, tenendo conto che le domus dei Templari sorgevano lontano dai centri abitati, si può ipotizzare che fosse ubicata presso la Madonna del Verde, cappella del cimitero, e possesso dei Cavalieri di Malta.

16 luglio 2014

Ho lavato, dopo giorni, le stoviglie del nostro amore

Ho lavato, dopo giorni, le stoviglie del nostro amore

© Gianluca Lovreglio. 01 luglio 2011

Al suono d’Istrice *
ho lavato, dopo giorni,
le stoviglie del nostro amore

e quei bicchieri, rossi in bordo
testimoni
di baci alcolici
“rossetto e…”

Pagine
di un amore così intenso
di giorni densi
profumati di primavera

Notti
tra processioni, altari e balconi,

Giorni
tra pietre, terra e trulli

Notti
pioggia di fuochi - abbracciati - sul canale

Giorni
bagnati da gocce di mare
inseguendo una statua

Attimi
tra le passeggiate
e tra complici mura
quando,
chiuso il mondo,
aperto a nessun altro
che noi

Sapore di pasta,
di vino dolce
Intimità di cucina
prima che il corpo tuo
si faccia calamita

Rosa recisa sul nascere
Questo giovane sentimento
Giorni,
Notti,
anni…
O, forse, ancòra


Asciugo…

Immagino altri calici, rossi in bordo
cucine aliene
E rido e piango insieme





*. Subsonica, Istrice, in “Eden”, EMI 2011

14 luglio 2014

Scontri in piazza, morti e feriti nelle manifestazioni di Taranto il 14 luglio 1946

In occasione della ricorrenza dell'attentato a Palmiro Togliatti, pubblico sul mio blog un articolo apparso sul Corriere del Giorno di mercoledì 14 luglio 2010 a p. 26.


Il 14 luglio 1946. Scontri in piazza, morti e feriti nelle manifestazioni di Taranto

Le reazioni all'attentato a Togliatti nei racconti dei testimoni

di Antonella De Palma

Alla fine della seconda guerra mondiale il movimento operaio tarantino ritorna ad essere molto forte e combattivo. Le elezioni politiche del 1946 danno la vittoria al PCI, seguito dalla DC e dal PSIUP. Nel 1948 le cose non cambiano. Le elezioni del 18 aprile, che a livello nazionale segnano l'affermazione della DC, nel comune di Taranto danno invece la vittoria al Fronte popolare. Questi sono i rapporti di forza quando, il 14 luglio di quello stesso anno, Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, uscendo da Montecitorio viene ferito da quattro colpi di pistola. L'attentatore si chiama Antonio Pallante. In tutta Italia esplodono moti spontanei di collera popolare a cui il governo contrappone una linea di estrema durezza ricorrendo all'impiego di reparti dell'esercito. Il risultato è – secondo i dati forniti dal ministro degli interni Scelba il 20 luglio al Senato – di 16 morti e duecentoquattro feriti tra i dimostranti e nella forza pubblica. A Taranto negli scontri fra polizia e manifestanti, circa quindicimila secondo i dati della Questura, muore il ventisettenne Angelo Raffaele Latartara, operaio arsenalotto, socialista, colpito alla testa da un proiettile; i feriti sono nove, sette dimostranti, quasi tutti lavoratori dei Cantieri navali e dell'Arsenale, e tre poliziotti. Uno di questi, Giovanni D'Oria, muore due giorni dopo all'ospedale. La manifestazione per l'attentato a Togliatti è uno dei momenti più intensi della storia del movimento operaio tarantino del dopoguerra, tuttora vivo nella memoria degli operai più anziani. Il modo migliore di raccontarla è proprio attraverso le narrazioni di chi era presente: «Io stavo a bordo a lavorare, quando un napoletano che lavorava in officina, all'una ha sentito il comunicato e viene a bordo a gridare: "Hanno sparato a Togliatti! Hanno sparato a Togliatti!". Allora gli operai uscirono da bordo, uscirono dalle officine e si trovarono a piazza Congegnatori dove c'era la Commissione Interna. Piano piano, piano piano, si sono tutti raggruppati là. C'era un silenzio di lutto, un dolore! Allora: "Sciopero, sciopero! Dobbiamo uscire!". Siamo usciti dall'Arsenale e siamo andati a piazza Ebalia, dalla parte di Lungomare (dove c'era la Camera del lavoro, ndr). Siamo stati lì, tutto il sindacato, la Commissione Interna. All'epoca Voccoli era senatore e noi aspettavamo Voccoli che doveva fare il comizio. Allora la polizia fece una grande provocazione con la macchina. La gente era esasperata, la polizia girava, girava… Sai, con la rabbia uno può commettere anche un errore. Salirono sulla macchina… Il tenente che stava sulla macchina sparò su un compagno socialista, Latartara, gli spararono in fronte» (Nicola Taurino, allora operaio dell'Arsenale e militante del PCI). «Ci fu una grande sassaiola a Lungomare. Gli operai dell'Arsenale, gli operai dei Cantieri navali, persino i miticoltori, la gente comune, si radunarono sotto la Camera del lavoro e c'era una grande tensione. Poi, le camionette della celere cominciarono a creare subbuglio, perché volevano disperdere questa grande folla, questo grande assembramento di compagni, di persone. Naturalmente cominciarono a difendersi. Allora furono divelti gli alberi, furono divelte le mattonelle di marmo, ci furono dei grandi scontri. La polizia sparò e ci furono questi morti, questi feriti» (Cataldo Portacci, maestro d'ascia, militante del PCI). «Io portai all'ospedale un compagno della Commissione interna, Catapano, perché ebbe una pallottola fra le gambe. L'Italia fu bloccata, paralizzata. Togliatti, però, disse: "Non perdete la testa, mantenete la calma"» (Nicola Taurino). «Un brutto ricordo. Avevano attentato proprio al segretario politico del nostro partito. Poi, lo stesso Togliatti perdonò l'attentatore e fece uscire anche i fascisti dal carcere. Per dimostrare la vera democrazia » (Leonardo Miceli, operaio dell'Arsenale e militante del PCI). La CGIL proclama lo sciopero generale per il giorno 15. Nel pomeriggio dello stesso giorno si svolgono i funerali di Angelo Latartara. Il feretro è seguito da circa diecimila operai: «Descriverlo con le parole… non posso trovare le parole, adesso, per raccontare la folla, la tensione, il cordoglio, la solidarietà… Ecco, non ci sono parole per dire. Una grande manifestazione di massa, di popolo. Migliaia di persone…» (Cataldo Portacci). Il percorso del funerale viene limitato dalla polizia alla sola città vecchia, dove Latartara viveva, per evitare il passaggio nelle vicinanze delle sedi di partito e dei principali uffici pubblici siti nella città nuova. Nel discorso funebre gli oratori invitano gli operai a persistere nella lotta in attesa delle direttive del sindacato. Diverso il funerale di Giovanni D'Oria, avvenuto due giorni dopo: dalla caserma della Mobile di via Pupino il feretro, avvolto nella bandiera tricolore e accompagnato da autorità civili e militari, attraversa le vie del centro e raggiunge la chiesa di San Giovanni di Dio. Da lì, al termine della cerimonia funebre percorre via D'Aquino e, attraversato il ponte girevole, arriva a piazza Castello, dove gli vengono resi gli onori militari. A lui è intitolata la caserma di corso Italia. Lo sciopero continua anche il giorno 16. Ai Cantieri navali l'astensione è quasi totale, all'Arsenale invece circa mille operai entrano al lavoro. Gli scioperanti cercano di impedirne l'ingresso ma la polizia interviene con nuove cariche. Il giorno dopo, lo sciopero viene revocato e le attività lavorative riprendono normalmente. La situazione si normalizza. Non si normalizza però all'interno della CGIL, il grande sindacato unitario di Di Vittorio, Buozzi e Grandi. Dopo lo sciopero per l'attentato a Togliatti la componente cattolica abbandona la CGIL e fonda un'organizzazione separata, la LCGIL, che poi diventa CISL. Poco dopo un'altra scissione a opera dei sindacalisti socialdemocratici, seguaci di Giuseppe Saragat, dà vita alla UIL. Si definisce così la struttura del sindacalismo confederale italiano odierno. Il bilancio della giornata del 14 luglio a Taranto è di trentatre denunce e otto arresti: Cosimo Ruggieri, Michele Briganti, Giovanni Villani, Giuseppe Stasi, Vincenzo Ferretti, Vincenzo Albano, Antonio Caricato, Saverio Ressa, tutti operai e militanti. Il processo si concluse nel 1950 con lievi condanne per sei imputati e l'assoluzione per insufficienza di prove per tutti gli altri. Poco tempo dopo per gli operai iscritti alla CGIL si apre l'epoca buia dei licenziamenti politici, attraverso i quali si cercherà di fare piazza pulita della componente comunista e socialista del movimento operaio tarantino.

13 luglio 2014

Il delfino nella rete. Prssi e (poca) teoria della storia di Taranto in internet

IL DELFINO NELLA RETE.
PRASSI E (POCA) TEORIA DELLA STORIA DI TARANTO IN INTERNET
Gianluca Lovreglio

Estratto da: Cenacolo. Rivista storica di Taranto, n.s. XIII (XXV), 2001, pp. 133-148.

© Gianluca Lovreglio 2001. Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione to-tale o parziale senza autorizzazione dell’autore

12 luglio 2014

Il ruolo dell’informatica e della telematica nell’istruzione


Il ruolo dell’informatica e della telematica nell’istruzione

di Gianluca Lovreglio

Estratto da:

Galaesus. Studi e ricerche del liceo “Archita” di Taranto, n. XXVIII (2003/04), pp. 203-222.

© Gianluca Lovreglio 2003. Tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione totale o parziale senza autorizzazione dell’autore

10 luglio 2014

Orazio a Taranto

Orazio - Carmina - Liber II - 6

Septimi, Gadis aditure mecum et
Cantabrum indoctum iuga ferre nostra et
barbaras Syrtis, ubi Maura semper
aestuat unda,

5 Tibur Argeo positum colono
sit meae sedes utinam senectae,
sit modus lasso maris et uiarum
militiaeque.

Vnde si Parcae prohibent iniquae,
10 dulce pellitis ouibus Galaesi
flumen et regnata petam Laconi
rura Phalantho.

Ille terrarum mihi praeter omnis
angulus ridet, ubi non Hymetto
15 mella decedunt uiridique certat
baca Venafro,

uer ubi longum tepidasque praebet
Iuppiter brumas et amicus Aulon
fertili Baccho minimum Falernis
20 inuidet uuis.

Ille te mecum locus et beatae
postulant arces; ibi tu calentem
debita sparges lacrima fauillam
uatis amici.

6, a Settimio
Con me, Settimio, a Càdice verresti,
tra i càntabri ribelli al nostro giogo,
alle Sirti straniere dove il mare sempre ribolle;ma io rifugiarmi a Tivoli vorrei, questa città di greci,
e consumarvi
in vecchiaia la stanchezza della vita,
dell'ignoto, della guerra.
E se il destino avverso mi terrà lontano
allora cercherò le dolci
acque del Galeso caro alle pecore avvolte
nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì
furono di Falanto lo Spartano
[1].
Quell’angolo di mondo più d’ogni altro
m’allieta, là dove i mieli a gara con quelli
del monte Imetto
[2] fanno e le olive quelle
della virente Venafro
[3] eguagliano;
dove Giove primavere regala, lunghe, e
tepidi inverni, e dove Aulone
[4], caro pure a
Bacco che tutto feconda, il liquor d’uva dei
vitigni di Falerno
[5] non invidia affatto.
Quel luogo e le liete colline Te chiedono
accanto a Me; dove tu lacrime spargerai,
come l’affetto tuo esige nei confronti miei,
sulla cenere ancòra calda dell’amico tuo
poeta.


NOTE:
[1] Lo scrittore e storico greco Pausania vissuto nella seconda metà del II sec. a.C., in “Periegesi della Grecia”, Lib. X, racconta che Falanto, l’ecista (fondatore) spartano al seguito dei Parteni, fondò Taranto e ne divenne re intorno al 706 a.C.
[2] Monte ricco di timo, oltre che di miele, presso Atene nell’Attica.
[3] Città campana, ai confini del Sannio, situata in una fertile pianura; in antichità era rinomata per il suo olio.
[4] Secondo alcune ipotesi, forse Monte Melone, una piccola altura nei pressi della marina di Pulsano.
[5] Agro di Falerno, territorio della Campania, ancor oggi rinomata per l’eccellente qualità dei vini che produce.


Quinto Orazio Flacco, poeta di Venosa, compose questo straordinario omaggio alla
città ai suoi tempi conosciuta come “imbelle Tarentum”, Taranto la pacifica, [Cfr. Orazio, Epist. I, 7, 45]. La città jonica era ai tempi di Orazio apprezzata e rinomata inoltre per la straordinaria raffinatezza dei costumi: “nobilis et opulentissima urbs”, la definisce lo storico Tito Livio (59 a.C - 17) [Cfr. Ab Urbe Condita L. XXI, 15].

Assolutamente unica è la descrizione di questi luoghi, la cui decadenza neppure avrebbe potuto immaginare, il poeta latino. Scendiamo nei dettagli, analizzando i diversi quadri.

Iniziamo dalle brucanti pecore, “ovibus”, dalle lane pregiate e più che mai rinomate, “Lana Tarentino violas imitata veneno” [Cfr. Orazio, Epist. II, 1, 207], che dovevano apparire goffe ed impacciate agli occhi di un forestiero che si trovasse a passare da quelle parti. Era abitudine dei pastori locali, infatti, l’involgere in pelli conciate di animali, dunque “pellitis”, il vello delle proprie greggi, a guisa di cappottino, per salvaguardarne la qualità dalle intemperie e da ogni altro potenziale agente nocivo.
Questa inconsueta usanza è confermata dall'opera di un saggio ed erudito latino, Marco Terenzio Varrone (116 ca.-27 a.C), che nel De re rustica, II, 2 scrive: “Ovibus pellitis, quae propter lanae bonitatem, ut sciret Tarentinae et Atticae, pellibus integuntur, ne lana inquinetur”, trad.: E' noto che le pecore di Taranto e dell’Attica vengono soprannominate “pellitis” dal momento che, per la buona qualità della lana, le bestie vengono avvolte in pelli affinché il loro vello non resti contaminato, nè la lana inquinata.
(Enrico Vetrò, Galeso, Novecento metri di mito, 2005).

Anche in altri passi Orazio cita Taranto come località ridente e fertile: in III, 5, 56 "Lacaedaemonium Tarentum" è indicata come località di villeggiatura, in cui riposarsi dai "longa negotia clientum", quasi gli emblemi di un'affannosa e stressante vita cittadina. In Sat. II, 4, 34 il poeta vanta la bontà dei frutti di mare della "molle Tarentum", paragonati alle ostriche del Circeo e ai ricci di Capo Miseno.
In Epist., I, 7, 45, rivolgendosi a Mecenate, Orazio afferma di preferire a Roma, regina del mondo (Roma regia), la "imbelle Tarentum": ove l'aggettivo imbellis non ha una connotazione negativa, ma allude al carattere gaudente e riposante della vita tarantina, particolarmente idonea alla realizzazione dell'ideale esistenziale oraziano, che anela alla libertà dalle seccature e dalle preoccupazioni della vita cittadina, dallo stress che talvolta deriva da una vita ricca di rapporti clientelari o amichevoli.
In III, 16, 25 "quicquid arat inpiger Apulus" allude all'intensa attività agricola del contadino pugliese, che conserva grandi quantità di cereali nei suoi granai.
Molto significativo è il verso 11 dell'epistola XVI, in cui descrive l'amenità del suo fondo all'amico Quinzio e ne enumera le bellezze: Orazio parlando del clima favorevole, della vegetazione rigogliosa, che fornisce ombra per il bestiame e per il padrone, afferma: "[...] dicas adductum propius frondere Tarentum": è chiaro, quindi che le bellezze naturali di Taranto sono quasi proverbiali nell'immaginario collettivo della società Romana di epoca augustea; Taranto è il luogo ombroso per eccellenza e qualsiasi località che goda di favorevoli condizioni climatiche e ambientali non può che essere confrontata con la stupenda città pugliese.

Bibliografia:
Orazio, Odi ed epodi. Introduzione di Alfonso Traina. Traduzione e note di Enzo Mandruzzato, Rizzoli, Milano 1988, p. 185 (testo e trad.); e p. 490 (commento)
Enrico Vetrò, Galeso. Novecento metri di mito, Taranto 2005.