27 agosto 2017

Francesco e Federico Mellone, antifascisti di Taranto perseguitati dal fascismo

Coltivare la memoria è un esercizio a cui purtroppo ci si sta disabituando. Moltissimi cittadini ignorano i motivi che hanno portato la città di Taranto a dedicare una via ai fratelli Mellone e non conoscono nei particolari la storia di questo nucleo familiare che dell’antifascismo aveva una sorta di religione che ricorda, a tratti, quello della più famosa famiglia Cervi.
Essere riusciti a rintracciare e pubblicare alcuni documenti, riguardanti queste figure di antifascisti tarantini, è stata un impresa non facile, viste anche alcune difficoltà relative alla fruizione degli archivi. Altri documenti sono ancora inediti, ed attendo di pubblicarli in rete e non solo.
Sono vari i testi fondamentali per rintracciare la memoria non solo dei fratelli Mellone, ma anche di tutti gli antifascisti tarantini. Li riporto in nota, più sotto.
A questi studi rimando per una conoscenza completa dell’argomento, mentre in questa sede ci pare opportuno recuperare dall’oblio le pagine trascritte integralmente di due articoli apparsi in un quindicinale “storico” della sinistra tarantina, “Taranto oggi/domani”. Articoli e documenti sono stati trascritti integralmente e senza modifiche, compresa la punteggiatura. Mi sono limitato ad aggiungere le note a piè di pagina e alcuni piccoli commenti tra parentesi quadre. Ritengo in tal modo di offrire un valido contributo a chi si accingesse a compiere una ricerca ulteriore e più completa sull’antifascismo tarantino.

 Gianluca Lovreglio


Federico Mellone (Taranto 1877- Castelfranco Emilia 1928)

Francesco Mellone (Taranto 1892-1936)

I brani che seguono sono la trascrizione integrale, effettuata da Gianluca Lovreglio, di due articoli apparsi nel quindicinale tarantino, "Taranto oggi e domani" (1974-1979). Il quindicinale è rintracciabile presso la emeroteca comunale di Taranto.

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"Taranto oggi/domani", 16 dicembre 1977
 di Amedeo Zittano

Federico Mellone è nato a Taranto il 15 settembre 1892.

Nel 1915, subito dopo lo scoppio della I guerra mondiale, all'età di 23 anni, si arruolò volontario tra gli arditi d'Italia. Già in quella occasione la sua figura si coprì di gloria: con il grado di sergente, infatti, alla testa di un gruppo di arditi, espugnò un forte nemico. Per questo episodio fu decorato medaglia d'argento. Come è noto al termine della guerra vi fu un movimento di reduci delusi per le promesse fatte e non mantenute dal governo: la terra ai contadini, il lavoro a tutti.

Federico Mellone comprese subito il significato di classe di quegli avvenimenti e decise di iscriversi al partito socialista italiano, allora diretto da Edoardo Voccoli e da Giuseppe La Torre, che era il segretario della gioventù socialista. Quasi subito entrò a far parte del direttivo provinciale del PSI.

Francesco, il fratello di Federico Mellone, di temperamento assai più forte, lavorava nei cantieri navali (era più giovane di 12 anni). Nel 1921, con la scissione di Livorno, i due fratelli aderiscono al Partito Comunista d'Italia. Federico aveva un carattere estremamente chiuso, quasi introverso, ma allo stesso tempo duro, proprio dell'uomo d'azione. Aveva subito dopo la guerra gettato via la medaglia d'argento e i ricordi della guerra stessa per dedicarsi completamente alla lotta contro il fascismo nascente con grande coraggio rischiando spesso l'arresto, il carcere e lo scontro con la polizia dello Stato autoritario e repressivo, ormai praticamente nelle mani di chi cancellerà più tardi ogni traccia di democrazia e di libertà.

L'organizzazione comunista si rafforza via via sempre di più ed organizza in quegli anni lotte e movimenti che spesso, però, vengono repressi duramente. In quelle lotte e quei movimenti i fratelli Mellone furono sempre, nella nostra provincia, protagonisti e animatori. Il fascismo prende il potere con l'appoggio della polizia e del governo. E si giunge così al 1926 quando vengono promulgate le ormai famose leggi liberticide che istituiscono il Tribunale speciale.

È in quell'anno, con precisione nell'ottobre, che dopo una riunione clandestina di comunisti sia Federico che Francesco vengono arrestati. Qualche mese prima, nel giugno, era stato arrestato, insieme ad altri comunisti, Edoardo Voccoli.

Rilasciati, i fratelli Mellone furono nuovamente arrestati, per attività "sovversiva" nel 1928. Federico e Francesco furono portati l'8 maggio di quell'anno davanti al Tribunale speciale ed alla corte fascista (Francesco, molto malato, vi fu portato in barella). Entrambi dichiararono, con coraggio e sprezzanti verso i nemici della libertà, di essere militanti comunisti. Solo per questo furono condannati rispettivamente a 10 e a 5 di carcere. Francesco dopo pochi mesi, non assistito, morì a causa del protrarsi della malattia.

Nel 1932 il Tribunale speciale fascista decretò un'amnistia per i condannati politici antifascisti con libertà vigilata. L'occasione fu il decennale del potere. I condannati del primo e secondo grande gruppo di processi furono liberati nel 1928. Una parte di essi si ritirò dalla lotta; non fu il caso di Federico Mellone che si adoperò subito per ricostruire il PCI in fabbrica. In modo particolare nell'Arsenale e a Buffoluto.

La sera del 14 del mese di marzo fummo arrestati in 250 e trasportati nelle carceri di Bari. Subimmo tre mesi di interrogatorio martellante. 29 di noi furono denunciati al Tribunale speciale fascista e processati. Il primo gruppo il 14-2-1935; il secondo il 15-2-1935. Federico Mellone fu condannato a 14 anni e 8 mesi; Giuseppe La Torre allo stesso numero di anni, e Edoardo Voccoli a 4 anni.

Durante la permanenza nel carcere di Bari, in attesa del processo, poiché stavamo nella stessa cella, mi lesse una lettera della povera e cara madre dalla quale si evidenziava il dolore per la morte del figlio più giovane, di Francesco. Mi disse: "Amedeo, è mia madre che mi scrive, io sono ormai rimasto il suo unico figlio; cosa vuoi, bisogna superare ogni dolore di fronte alla nostra grande fede di comunisti".

I vecchi e giovani combattenti per la democrazia e la libertà non devono dimenticarli, i fratelli Mellone; essi sono parte della storia del movimento operaio tarantino, un esempio glorioso di vita antifascista, dedicata intieramente alla causa dei lavoratori.

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"Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978

Dal racconto della moglie di Federico la storia dei F.lli Mellone

"Sorvegliavano Francesco anche mentre stava morendo"

Nel 1921 incominciò il periodo del terrore: così si può chiamare perché l'ho vissuto. Ricordo che era la festa di San Cataldo e ad un certo momento non si capì più niente; i fascisti avevano dato inizio alle loro bravate. Federico, io e la sorella sparimmo per evitare il peggio. In villa Garibaldi, Fedele Mellone, impiegato alle poste, il cui ufficio era sito nella città vecchia, altro fratello di Federico e Francesco, ritornando dal lavoro fu circondato dai fascisti e picchiato a sangue. L'intervento della polizia gli rese salva la vita. Fu portato in ospedale e ricoverato con gravi ferite alla testa. Dopo questo episodio incominciò l'odissea: arresti a non finire. Ogni qualvolta veniva a Taranto un esponente politico fascista o qualcuno della monarchia le perquisizioni diventavano un fatto automatico; ormai la caccia ai documenti e al materiale sovversivo era stata aperta.

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"Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978 
Attività senza tregua

Federico aveva la sartoria in Corso Umberto e qui aspettava l'uscita degli operai dell'Arsenale Marittimo, che uno alla volta, per non suscitare sospetti, passavano a ritirare l'Avanti!, giornale da lui diffuso. Era una attività senza tregua. Potrei raccontare tante cose ma preferisco citare solo quelle che più mi sono rimaste scolpite nella mente. Con Federico lavorava nella sartoria il fratello Francesco, il quale aveva imparato a cucire in seguito al suo licenziamento dai Cantieri Tosi per ordine fascista.

Trovare lavoro in quel periodo era cosa assai difficile, la nera paura regnava sovrana. Venne l'ora del servizio militare, Francesco fu destinato a Roma, al Ministero della Guerra, senza raccomandazioni e con grande meraviglia di tutti. Faceva l'orario d'ufficio così il pomeriggio poteva recarsi a lavorare in una grande sartoria. Mi scriveva sempre.

A Taranto si vivevano momenti difficili, ne avevo esperienza con Federico, lo pregai di rimanere a Roma, per la sua sicurezza. Però, una volta compiuto il servizio militare, non seppe resistere al richiamo materno, ritornò a Taranto. Qui riprese a lavorare nella sartoria del fratello. La sua venuta coincise con la celebrazione dell'Internazionale socialista. Federico di notte confezionava bandiere rosse con la falce e martello. Francesco, con abilità sorprendente, aiutato da un po' di nebbia, quella notte, eludendo la sorveglianza fascista riuscì a porre una bandiera su di un palo elettrico in via Federico Di Palma.

Questa fu la prima avvisaglia, all'alba la città si svegliò con lo sventolio di molte bandiere rosse, una delle quali si era sostituita al tricolore del Palazzo di Città. Gli aguzzini più acerrimi di Federico Mellone erano i fratelli Giusti, squadristi e centurioni che, di sovente, lo prelevavano e lo portavano nella loro sezione fascista, sita giù al Tribunale.

Qui sfogavano i loro insani istinti, ingiuriandolo e seviziandolo. Le violenze da lui
subite, erano all'ordine del giorno. In questura, un giorno, per invito del questore, gli spezzarono due incisivi, perché non rispondeva come desideravano.

A quel tempo era molto difficile uscire e rientrare a Taranto, la vigilanza era molto stretta, ma Federico non conosceva il pericolo, con il pretesto di consegnare un vestito a un dato cliente, con il treno raggiungeva i vari paesi vicini e malgrado la presenza degli angeli custodi, riusciva a scambiare rapporti con i compagni della provincia. Così gli anni passavano tra arresti, persecuzioni, perquisizioni, con palazzo e sartoria sempre piantonati.

Nell'agosto del 1926 Federico, mentre andava in bicicletta, veniva tratto in arresto vicino alla Prefettura. Quel giorno doveva esserci una riunione nella sua sartoria, sfortuna volle che su di un compagno fermato dai fascisti trovassero una circolare scritta a macchina, firmata "tarantino", la calligrafia era di Federico.

Quella riunione non fu mai fatta, tutti finirono in carcere compreso Francesco che dopo l'arresto in seguito ai maltrattamenti incominciò ad ammalarsi. A nulla servirono le suppliche al Procuratore del Re, al direttore del carcere di Taranto affinché potesse essere curato da un medico di famiglia. Il male avanzava inesorabilmente e dal carcere di Taranto lo trasferirono alle carceri di Roma, e qui fu abbandonato in infermeria privo di ogni assistenza. Nei primi tempi mi scriveva, ma un giorno ricevetti una lettera, non era la sua calligrafia, capii la gravità. Stava molto male, una paralisi gli aveva immobilizzato mezza persona ed era subentrata la tubercolosi ossea. Lo assisteva un compagno al quale era permesso stargli vicino data l'impossibilità di muoversi.

A quell'epoca c'erano i soccorsi rossi che venivano inviati e puntualmente si perdevano per strada, dal momento che non è stato dato mai nulla. Dovetti compiere sacrifici non indifferenti per potermi recare a Roma con mia suocera e con mia cognata. Dopo tante peripezie, finalmente riuscimmo ad avere il permesso di visitarlo. Ricordo tutto perfettamente perché tanto fu il dolore che mi procurò il vedere quel ragazzo buono, nobile e bello ridotto in quello stato pietoso: gli erano rimasti solo gli occhi, che aveva bellissimi. Non ci fu possibile avvicinarlo, gli erano accanto due capi guardia. Chi sorvegliavano?

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"Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978 

"Si sacrificava per i compagni di cella"

Federico invece era rimasto nelle carceri di Taranto, allora formate da due camerate denominate Voccoli una e l'altra Mellone, in esse vi erano custoditi più di quaranta detenuti politici. Per due anni gli portai da mangiare ma lui si sacrificò sempre per coloro che non stavano bene in salute. Federico si accontentò sempre della brodaglia che gli passava il carcere.

La situazione si fece sempre più disperata, molti fecero domanda di sottomissione e ben presto furono scarcerati, tanti non sapevano come fare per entrare nelle grazie delle autorità del carcere, diffamarono, accusarono Federico di atti sovversivi come l'aver sputato sulla foto del Duce e del Re. In seguito all'accaduto si riunì d'urgenza il Consiglio, formato dal Direttore, dal medico e dal cappellano, che sentenziò "sette mesi di cella di isolamento a pane ed acqua".

Poco tempo dopo la partenza per Roma, processo al Tribunale Speciale; era l'8 maggio 1928. I due fratelli si videro in Tribunale, Francesco lo portarono con la lettiga, era in condizioni pietose. La sentenza per Federico fu di 10 anni e 6 mesi; per Francesco 5 anni, che rispose al Presidente Sannia con queste precise parole "li fa lei per me?".

Questo mi fu detto dopo il processo da uno dei testimoni e precisamente da colui che arrestò Federico, Egidio Talamo, socialista in passato, era diventato guardia nazionale e poi camicia nera e negli ultimi tempi custode del Palazzo di Città fino alla morte.

Dopo il processo, il 28 maggio, Federico nelle carceri di Roma fece domanda di vedere il fratello Francesco, ma ebbe un netto rifiuto, rifiuto ribadito del resto anche in Tribunale, in occasione del processo allorquando tentò di avvicinarsi al fratello. A distanza di due giorni, precisamente il 30 maggio 1928 Francesco cessava di vivere e Federico nello stesso giorno partiva alla volta della casa penale di Saluzzo (Cuneo) nella quale doveva scontare tra le altre cose la condanna inflittagli dal carcere di Taranto.

Per le privazioni e i disagi della cella, molte volte lo trovarono disteso per terra privo di sensi, i percorsi cella infermeria si fecero sempre più frequenti. Queste notizie mi venivano dal direttore della casa penale di Saluzzo. Come persona umana, mi pregava di persuadere Federico a fare domanda di sottomissione al Duce. Sapevo che era tutto inutile, era irremovibile.

Niente e nessuno sarebbe riuscito a fargli rinnegare i propri ideali per i quali era vissuto e per i quali sarebbe morto. Dalla casa penale di Saluzzo, Federico venne trasferito all'isola di Procida, dove anche le domande di lavoro gli venivano respinte. Nel 1932 ci fu il decennale del fascismo e Mussolini dette l'amnistia per i reati politici e Federico poté fare ritorno a Taranto. Appena giunto a Taranto non perse tempo, con le idee sempre più ferme e decise, cominciò ad organizzarsi.

Intanto la paura si era insidiata in tutte le file, pochissimi erano rimasti sulla breccia, molti gli voltarono le spalle, Voccoli l'esortò alla calma, i momenti erano difficilissimi. Trovò la sua città completamente trasformata, il regime fascista aveva lasciato il suo segno. Federico si rammaricò di tale situazione ma non si diede per vinto, ancora una volta si rimboccò le maniche e continuò a lottare nel buio trascinando con sé nuovi compagni. Uno di questi tradì consegnando l'elenco con i nominativi.

Tutti furono tratti in arresto, compresi Federico e Voccoli. Ci fu un nuovo processo al Tribunale Speciale di Roma, Federico si assunse tutta la responsabilità, la condanna fu di 19 anni e 8 mesi di reclusione perché recidivo, tutti gli altri furono scarcerati compreso Voccoli.

Federico fu mandato a scontare la sua pena nella casa penale di Castelfranco Emilia e dopo due anni, per congestione polmonare morì.

Era il 29 maggio 1936: Federico Mellone, tra le braccia di un compagno di nome Turi Libero, morto di recente, cessava di vivere. A distanza di dieci anni dalla morte appresi dal custode del Cimitero di Castelfranco Emilia che i resti mortali di Federico Mellone furono deposti nell'ossario del comune.
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("Taranto oggi/domani", 17 febbraio 1978 )
Requisitoria del Tribunale Speciale fascista contro Federico

4° MELLONE FEDERICO


"È il prototipo del comunista tronfio, protervo, integrale. Il suo odio antifascista e la sviscerata devozione alla causa del partito sono talvolta stimolate da una punta di inconfessata ambizione ma ogni suo atteggiamento ideologico è rispondente alla più ortodossa dottrina comunista come ogni suo atto va dritto allo scopo con macchiavellica [sic] decisione. Può accettare per disciplina o per piacere ai compagni anche un umile incarico, ma nell'eseguirlo assume il contegno del vecchio comunista autoritario e pretenzioso. Non ammette accomodamenti, rifugge dagli opportunismi, sprezza i pericoli e le sanzioni punitive.

"Essere o non essere": ed egli è fervido ed irriducibile comunista disposto a tutto osare per l'abbattimento del Regime e l'instaurazione della dittatura proletaria. Tutta l'attività svolta dal Mellone dall'immediato dopo guerra a tempi recentissimi s'informa a tale logico imperativo; non è da meravigliarsi se perciò ha sempre goduto tra i compagni di fede influenza notevole e fama di comunista al cento per cento.

Del resto le sue patenti sono date dai seguenti pregiudizi: Fermato più volte per misura di pubblica sicurezza, perquisito per ragionevoli sospetti, arrestato nel 1927 per cospirazione contro i poteri dello Stato, condannato per tale delitto ad anni 10 di reclusione, imputato per i delitti di cui agli art. 123 e 427, dell'abrogato C. P., commessi in carcere e poi prosciolto per amnistia. Era da prevedersi che un simile individuo, ritornando dalle carceri, avrebbe costituito ancora un serio pericolo all'ordine pubblico e all'ordine nazionale dello Stato. Eccolo infatti, beneficiato dal Regime, in piena combutta a Taranto con i più loschi esponenti comunisti come Voccoli, Latorre, Palumbo.

Quale il pratico risultato? La ricostituzione del partito. È più facile immaginare che descrivere la conseguente attività del Mellone. Dimentico della famiglia, cieco ai pericoli della vigilanza da parte delle autorità locali, appaga la frenesia di strafare rintracciando i vecchi compagni, convenendo sulla opportunità di dar base al nuovo movimento, creando un comitato segreto in cui riesce ad includere l'intimo amico Palumbo ed ancora visita il Pierri in omaggio alla di lui qualità di elemento intellettuale, fa la spola tra il Voccoli e gli altri dirigenti, caldeggiando le sue vedute sempre intransigenti in tema di organizzazione, fa proseliti, designa elementi atti a ricoprire mansioni di capo settore, come Candelli Umberto - D'Auria Cosimo - Calia Cataldo.

Con la sua intemperanza estremista mette a dura prova la pazienza e frustra il cauto atteggiamento degli altri dirigenti timorosi di perdersi. Ed è perciò che l'ascendente del Mellone cala e si esaurisce quasi quando viene colpito da una grave disavventura coniugale. Divenuto ridicolo è costretto ad allontanarsi per Roma, pago del compito avuto dai compagni di tentare colà l'allacciamento con autorevoli esponenti della capitale e di fuori. Non è chiara l'attività conseguentemente svolta dal Mellone ma si sa in via confidenziale ch'egli è stato in rapporti epistolari con comunisti di Milano - Bologna e Ferrara. Ritornato a Taranto per assistere alla causa di adulterio, intentata contro la moglie vi rimane preso dal demone del partito. Avvilito e irritato per la sua triste condizione morale, egli si manifesta più temerario estremista di prima. Ammiratore di Troski [sic], il fedele assertore del pensiero leninista, mette in subbuglio l'organizzazione, acclamandosi a caldeggiare l'adesione alla 4a Internazionale fondata dal predetto ex commissario del popolo.

Tutti si oppongono ma più di ogni altro il Latorre che per quietare la coscienza degli aderenti scrive una nota circolare sull'argomento. Il Mellone si irrita, protesta, ha battibecchi con alcuni dirigenti, crea infine pettegolezzi speculando sul prestigio del Voccoli. Tutto si appiana ma il Mellone è ancora garbatamente tenuto in disparte. Non può, non vuole r imanere in simile posizione umiliante e lancia il progetto della costituzione di una cellula speciale per la stampa di cui avrebbero dovuto far parte tra gli altri egli stesso, il Latorre e Voccoli, progetto che disapprovato da quest'ultimo, viene senz'altro abbandonato. Non perciò il Mellone diviene più cauto e accomodante.

In occasione del vivo contrasto di tendenze cui ha dato luogo l'arrivo della nota circolare della centrale comunista, relativa alle elezioni plebiscitarie, egli, manco a dirlo, si schiera pel Voccoli. L'intervento di questo ufficio a metà marzo decorso lo trova integro, irrequieto, irriducibile comunista come sempre".

Note:

Due sono i testi fondamentali per rintracciare la memoria dei fratelli Mellone e di tutti gli antifascisti tarantini:
- R. Nistri - F. Voccoli, Sovversivi di Taranto, C.S.P.C.R. Regione Puglia SEDI Editore, Taranto 1987
- AA. VV., Antifascismo di terra jonica, CRSEC Regione Puglia TARANTO/GROTTAGLIE/MASSAFRA, Schena editore, Fasano 1989.

A questi testi rimandiamo per una conoscenza completa dell'argomento.

7 febbraio 2017

Anfiteatro di Taranto. Pochi resti risparmiati dalla cementificazione

Anfiteatro di Taranto. Pochi resti risparmiati dalla cementificazione

di Gianluca Guastella
(archeologo)

Pochi sono i resti dell'anfiteatro di Taranto risparmiati dalla cementificazione selvaggia. Ma qualcosa ancora resta! Un patrimonio storico ed archeologico "violentato".
Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Poco a nord rispetto la riva di Mar Grande, in località Montegranaro, l'archeologo L. Viola individuò alcuni filari di muro in opus reticulatum, di forma ellittica. Fu, però, solo nelle indagini del 1927 e, successivamente, del 1963, che si provvide a fornire una documentazione grafica e fotografica dell’area archeologica. Viola ne scavò il settore settentrionale, che si può ubicare nella zona posta a valle dell’attuale Ospedale di S. Giovanni di Dio (Ospedale vecchio, fra via De Cesare, via Anfiteatro, via Acclavio e via D’aquino).
 

Egli rinvenne 17 muraglie disposte lungo linee concentriche ed ellittiche. Un muro di forma ellittica, dello spessore di m. 0,95, le limitava tutte dalla parte esterna. Questo filare di muro doveva essere sormontato da una summa cavea (ultima gradinata esterna), la quale dalla parte del muro esterno doveva poggiare sul banco tufaceo, che in quel punto è molto elevato. La lunghezza complessiva dell’asse minore del monumento si doveva aggirare intorno al centinaio di metri .
L’attuale Ospedale di Taranto dovrebbe poggiare sul versante nord dell’anfiteatro, al di sopra delle gradinate superiori, mentre l’arena si pensa dovesse svilupparsi in corrispondenza del mercato coperto di via Anfiteatro, per un’estensione pari a circa m. 49,35 (calcolo effettuato dal Viola), incluso, forse, un cunicolo circumpodiale.
La tecnica muraria, tipica dell’età augustea e, forse, dei primi decenni del I sec. d.C., richiama altri anfiteatri pugliesi, come quello di Lucera e quello di Lecce (per quanto riguarda l’impostazione generale del monumento). Secondo alcune informazioni tramandateci dal Viola, l’anfiteatro potrebbe anche essere stato eretto sopra all’antico teatro grande di età greca (?).


Oggi sono visibili alcuni tratti di muro, inglobati negli stabili moderni (nello scantinato di una palazzina in via Acclavio è visibile un muro di 5 m circa di lunghezza e m 3 e mezzo di altezza, facente parte, probabilmente, del grande ingresso meridionale).

6 febbraio 2017

Resti di acquedotto rinascimentale presso Leporano, Taranto

Resti di Acquedotto Rinascimentale presso Leporano, Taranto

di Gianluca Guastella
(archeologo)

Questi sono i resti di un acquedotto rinascimentale, che sorge alle porte di Leporano, all'imbocco della strada per Luogovivo. Un poco in ombra, ma un monumento storico di grande pregio.

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

5 febbraio 2017

La strada di età romana in via Duomo a Taranto

La strada di età romana in via Duomo a Taranto


di Gianluca Guastella
(archeologo)

In via Duomo, nel 1931, durante i lavori di sterro per la messa in opera della fognatura, all’altezza dell’entrata principale della chiesa di S. Cataldo, viene messo in luce un tratto di strada antica (orientata E/O), lungo circa 18 m e a m. 0,70 di profondità.
Il piano stradale superiore, costituito da ciottoli informi di pietra calcarea disposti senza ordine, viene datato ad età Bizantina.
Il margine meridionale della strada, più vicino alla chiesa di S. Cataldo, era costituito da un muro a grossi blocchi di carparo. Al di sotto di questo piano, a m. 0,60 da esso, viene messo in evidenza un altro piano stradale lastricato e di fattura più regolare, pertinente ad una fase precedente della strada avente lo stesso orientamento.
Questa seconda fase sembra delimitata anch’essa, lungo il margine meridionale, da un muro in opus quadratum. In base alla presenza del lastricato e ad indizi non meglio specificati viene interpretata come strada romana che, attraversando l’intero abitato in senso E/O, usciva dalla porta Temenide, forse da identificare con il ramo urbano della via Appia Antica. Sopra il piano stradale antico è stata rinvenuta una statua virile frammentaria.
 

Sulla sinistra dell’asse stradale, al di sotto del Cappellone barocco della Cattedrale, durante la costruzione della stessa nel 1657, fu messa in luce un’iscrizione in onore di L. Giunio Columella, oggi perduta.

Questi ritrovamenti fanno pensare ad un’area pubblica che in età romana si sviluppava proprio in questa zona dell’Acropoli.
Attualmente (2017) la strada romana è interrata sotto il manto stradale di via Duomo, e perciò non visibile.

4 febbraio 2017

Una tradizione tarantina. Il caffè Ninfole

Ciro Ninfole. Fonte: pagina Facebook Caffè Ninfole

Una tradizione industriale tarantina. Il caffè Ninfole. 

Fonte: pagina Facebook Caffè Ninfole
Autore: non dichiarato

Ciro Ninfole, classe 1900, acquista la prima partita di caffè crudo che inizia a vendere nella "drogheria" di famiglia a Taranto Vecchia. Corre il lontano 1921, il caffè si tostava nei "tostini" e si consumava insieme all'orzo che nel primo dopoguerra era piu' economico.

Nel 1946 viene aperta la prima "Casa del Caffè" nella centralissima via D'Aquino dove si vendevano svariati tipi di Caffè provenienti da tutto il mondo. Siamo nel secondo dopoguerra, c'è una piccola torrefattrice e venti silos; il cliente puo' anche personalizzare la sua miscela concordando con il commesso le varie percentuali di caffè per gustare un prodotto assolutamente esclusivo per quei tempi.

Nel 1948 apre in via Berardi 50 la prima Torrefazione di Caffè.

25 agosto 2016

Il Palazzo di Città a Taranto tra vecchi e nuovi equilibri istituzionali e formali


Il Palazzo di Città a Taranto (1865-1869) tra vecchi e nuovi equilibri istituzionali e formali


di Vittorio Farella

articolo edito in: AA.VV., Kronos. Periodico del Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia. Università degli Studi di Lecce, n. 5-6  - direttore B. Vetere, Galatina 2003
Il testo seguente è stato trovato in rete sul sito www.issuu.com

La fase storica all’interno della quale si inquadra la complessa vicenda della ricostruzione della Casa Comunale è quella caratterizzata dalla ripresa di centralità di una città nella quale i processi di industrializzazione savoiarda interferirono seriamente tanto sullo sviluppo urbanistico che sulla evoluzione del suo sistema economico complessivo. Si chiude, cioè, la fase borbonica di misera provincia e si apre quella del grande porto militare mediterraneo con annesso arsenale marittimo (1).
L’annosa vicenda prende le mosse da un primo intervento di rafforzamento e ristrutturazione parziale dell’impianto preesistente (1864) e, negli anni successivi, parallelamente al crescere di un’ambizione municipale e alla diffusa volontà di affrontare in modo radicale e risolutivo la realizzazione di un’ampia e monumentale Casa comunale, le progettazioni si susseguono alternando mani diverse, da quelle dell’ingegnere Davide Conversano, autore delle prime elaborazioni progettuali (1865), a quelle dell’ingegnere Giovanni Galeone che portò a compimento i lavori reinterpretando ma anche modificando in maniera incisiva il primitivo disegno (1868-1869) e fino agli interventi di rimodellazione degli spazi interni e di ridefinizione dei prospetti che hanno interessato l’edificio per tutto il corso del Novecento (2).

Il primo progetto generale dell’opera, redatto dal Conversano e presentato il 20 Ottobre 1865 per l’approvazione, si presenta particolarmente complesso ed ambizioso volendo non solo assicurare spazi adeguati a tutte le branche dell’amministrazione pubblica, ma anche destinare parte del primo piano alla funzione “di una rappresentanza di considerazione ed anche per ricevere qualche distinto personaggio” prevedendo a tal fine anche “una grande Sala per Galleria” nonché un certo numero di “camere che possono addirsi bene a stanze da letto, a Gabinetto o sala da pranzo ed a tutti gli altri bisogni di una casa abitata” (3). La particolare complessità dell’edificio porterà il Conversano a presentare, in corso d’opera, diversi progetti suppletori e tuttavia non vedrà la conclusione dei lavori che spetterà, invece, all’ing. Giovanni Galeone.

Che Davide Conversano avesse proposto un progetto abbastanza sommario fondato su un’idea della monumentalità ancorata a modelli neoclassici, persino peggiorati nel tentativo di coniugare lessici formali più recenti, lo si desume in qualche modo dalla severa relazione sul progetto formulata da Alessandro Aurinela, ingegnere reggente del Genio Civile di Lecce, e rimessa al sindaco di Taranto, peraltro con una serie di osservazioni di natura economico-amministrativa (4). Relazione che appuntava con burocratica sufficienza e certosina puntigliosità non solo talune inadeguate soluzioni nella distribuzione dei locali per le necessità delle diverse branche dell’Amministrazione, ma ancor più gli errori tecnici e progettuali - in realtà solo presunti - sui quali si era voluto fondare la fabbrica, alla cui definizione si sottolineava la insufficiente quantità di allegati grafici e di dettaglio.
Dura e per certi versi comprensibile fu la reazione del Conversano non solo perché per eccesso di zelo e senza il suo consenso si era voluto sottoporre il progetto all’approvazione del Genio Civile come se riguardasse la costruzione di ponti e strade, ma soprattutto perché l’ing. Aurinela, con evidente saccenteria, era entrato nel merito anche del piano artistico del palazzo rigettando alcune soluzioni prospettate, come l’avancorpo tetrastilo che inquadra il portale principale, l’arrotondamento dei quattro cantonali dell’edificio, la collocazione a suo dire incongrua delle paraste sui prospetti e perfino la forma e le dimensioni delle aperture a finestre e balconi.
“Non ho potuto trovare - così scrive a tal proposito il Conversano al Sindaco di Taranto - negli studi architettonici di qualunque entità essi si fossero il divieto di usare colonne e pilastri nel modo come sono usati nel prospetto del Palazzo Comunale di Taranto. Il Signor Ingegnere Regente dice essere ciò un errore di massima in cui facilmente si cade, ma cadere in errore con Palladio, con Vitruvio, con lo Scamozzi, con Vignola e con altri sommi Ingegneri anteriori e posteriori è cadere decorosissimamente “...
“Sugli angoli dell’edificio portati a spicoli circolari, anzicchè a spicoli retti, come vorrebbe il Signor Ingegnere Regente, gli si risponde che ciò non è mio difetto potendosi usare o l’uno o l’altro modo a seconda le circostanze, e circostanza imponente era per noi la strettezza delle strade e la svoltata di esse precisamente a tutti e quattro gli angoli dell’edificio per dar commodità al giro delle vetture”...
“Il Signor Ingegnere trova che le fasce son mal collocate e che le vorrebbe in corrispondenza de’ muri divisionali dell’interno. Ma domando se quelle del disegno sono forse piazzate a staccio, oppure negli estremi di ogni compartimento? Si guardi il progetto e poi si giudichi della osservazione del Signor Ingegnere a tal riguardo.
Non saprei cosa fare come non far comparire disgradevoli agli occhi del Signor Ingegnere Regente le finestre del pianterreno ed i balconi de’piani superiori e deformi le cornici de’ frontoni di essi. Ma cosa avrei dovuto fare? Farle più larghe? Rotonde? Ellittiche? Ornate di bassorilievi? D’arabeschi? Essi tutti son considerati e per larghezza e d’altezza in proporzione all’edificio cui son adattati e dalle locali e particolari circostanze pure” (5).

E d’altra parte in città fra i notabili si fece un gran parlare su un progetto che lasciava un po’ tutti segretamente insoddisfatti. Qualcuno si spinse perfino a voler di fatto limitare le attribuzioni dell’ingegnere Conversano. Si cominciò così a parlare della necessità di una scala monumentale che potesse esaltare, tramite un più adeguato corredo figurale e ornamentale e un’articolazione plano-altimetrica più imponente, la solennità di un luogo di rappresentanza pubblica. Un certo ing. De Lens produsse così una sofisticata - questa sì economicamente molto ardita - proposta di sistemazione della scala monumentale sulla quale fu chiamata a discutere e decidere la Giunta municipale alla stessa insaputa del Conversano. Ma la città era davvero piccola (e forse lo è ancora) sicché le voci giunsero all’interessato che, con una vibrante rimostranza epistolare, rivendicò l’onorabilità della sua professione gravemente minacciata da una manovra probabilmente mirante perfino al suo esonero, in realtà comunque di grave diminuzione sul piano professionale giacché rimetteva ad altri la soluzione degli elementi monumentali essendo state ritenute insufficienti perciò le molte altre da lui proposte.

E Davide Conversano, ingegnere del Genio Civile di Taranto, si risentì veramente molto giacché, tra i rilievi sfavorevoli della Prefettura di Terra d’Otranto, già ricordati, tra i crolli subitanei di porzioni di cornicione d’attico, tra quanto qualcuno della Commissione di sorveglianza andava calunniando riuscendo perfino a far deliberare il Consesso cittadino non curandosi del rischio che ciò comportava “di faccia alla pubblica opinione” per l’immagine del “valente” professionista, avvertiva quanto tale ginepraio nuocesse alla sua figura di uomo pubblico. Ma l’episodio, che pure ci restituisce il tenore minuscolo della vita di una cittadina di Terra d’Otranto, si colorò dei toni della tragedia umana giacché la morte del Conversano (giugno 1868) deve ritenersi molto prossima a queste vicende di affanni del contingente che avevano così seriamente provato l’uomo.
Già nel marzo del 1868 lo stesso Conversano aveva chiamato a coadiuvare l’ingegner Giovanni Galeone perché potesse in qualche modo curare le fasi terminali della costruzione. Questi affronta gli ultimi problemi strutturali e distributivi rimasti insoluti senza però sconvolgere il preesistente impianto e nel pieno rispetto del lavoro affrontato dal Conversano, come esplicitamente dichiara nella Relazione allegata al Progetto suppletivo pel nuovo Palazzo municipale presentato il 20 Settembre del 1868:

“A chi voglia considerare le particolarità del palazzo municipale in costruzione si appresenta subito l’idea della necessità di apportarvi qualche modifica nell’intendimento di accordare le costruzioni eseguite secondo l’antico Progetto con le altre molte che ulteriormente si sono e proposte ed accettate. E già è noto come quella saggia costumanza che i Pittori hanno di venir ritoccando le sparte tinte delle loro tele devesi anche dall’Architetto seguire quando ei per mala ventura s’imbatte ad espletare un edificio incominciato senza unità di concetto. Se non che la mancanza di questa unità di concetto non può in verun modo addebitarsi all’illustre autore del Progetto primitivo perciocché i documenti in forza de’ quali egli compilò quel progetto valgono non pure a giustificarmelo, ma a salvarlo ancora d’ogni qualsiasi accusa che gli si volesse avventare. Ciò conveniva a me qui rammentare a testimonianza di quel giusto rispetto che pel defunto collega mi ebbi e di quella riserba con la quale alla compilazione di questo progetto mi accingo" (6).
Così il nuovo direttore dei lavori, l’ingegner Giovanni Galeone, nominato il 19 giugno 1868 all’indomani della scomparsa del Conversano, si accingeva a portare a compimento quella contrastata vicenda che caratterizzò la realizzazione di questa importante opera pubblica della città di Taranto. Già componente di rilievo della Commissione di sorveglianza nominata dal sindaco Angelo Farese per coadiuvare e ulteriormente rappresentare la municipalità nel suo sforzo per la realizzazione di una Casa comunale moderna e monumentale, il Galeone si trovò a dover dirimere aspetti amministrativi, architettonico-progettuali ed operativi e proprio nella fase nella quale ormai i lavori, iniziati all’indomani dell’asta pubblica tenutasi in Taranto con il sistema delle tre candele il 14 maggio del 1864, erano pervenuti alla copertura del piano d’attico.
Si trattò indubbiamente di un impegno complesso, rivolto soprattutto a risolvere le problematiche esistenti e a consegnare in tempi brevissimi il palazzo. Il suo esito, perciò, non si discosta sensibilmente dalla primitiva ipotesi del Conversano tanto per impianto che per definizione delle facciate. Una soluzione sicuramente non ardita, tutta dentro il solco di una concezione della monumentalità pubblica propria del periodo postunitario nel quale l’architettura, alla ricerca di espressioni aderenti alla vita moderna e alla nuova svolta storico-istituzionale, ripropone ancora per inerzia e stancamente schemi e linguaggi di ispirazione neoclassica desunti prevalentemente dall’edilizia privata aristocratica. Un giudizio sugli esiti se per certi versi colloca entro uno scenario abbastanza angusto l’intera operazione progettuale, ben ci indica una indisponibilità all’arditezza che forse meglio altrove venne in simili occasioni dispiegata. Ad ogni modo l’intervento risultò efficace e migliorò sensibilmente quanto fino a quel momento si era definito. In epoche successive, poi, vari ulteriori interventi permetteranno di configurare, sia nei prospetti che nell’articolazione e distribuzione degli spazi interni, l’attuale stato e configurazione del Palazzo di Città (Figg. 1-2).
Si tratta di un edificio in cui molto si avverte quella generalizzata trascuratezza nella soluzione particolare propria dell’edilizia pubblica, una sorta cioè di contraddizione fra la necessità di rappresentare il pubblico interesse attraverso interventi di indiscussa monumentalità e l’impossibilità di ricondurre tale necessità ad un’unica volontà ordinatrice capace di dare forma ad un’idea fortemente perseguita. Una contraddizione strutturale che presenta eccezioni solo nelle realizzazioni maggiori di regime e che appunto colloca pure quest’opera tra le molte altre sulle quali appare difficile esercitare giudizio.
Intorno a un cortile centrale, nel quale una sorta di verticalità di illuminazione permette di riconoscere al piano terra in penombra perimetri e misura dell’invaso, sui lati lunghi del quale due appartamenti sono destinati al personale di guardiania e sorveglianza, solo a fatica si indovina l’ubicazione dello scalone a due rampe che permette l’accesso al piano nobile. Sebbene per misure rammenti una ricercata monumentalità, il sistema della sua illuminazione e la scarna ornamentazione ce lo restituiscono in una percezione di eccessività (Figg. 3-4).
L’accesso nella grande sala che distribuisce nelle due direzioni intorno alla chiostrina le varie stanze della pubblica funzione, consente una pausa dovendosi il visitatore orientare o verso l’ala di Sud-Est, più propriamente utilizzata per le funzioni del Gabinetto del sindaco e degli Affari generali - tutti ambienti questi ultimi affacciantisi su una vasta anticamera - oppure verso l'ala di Nord-Est destinata in origine agli uffici tecnici.
Sul prospetto di levante una grande Galleria, che riproduce per misura lo spazio della porzione di androne che precede la chiostrina, risulta l’ambiente destinato alla rappresentanza pubblica.
Il secondo piano superiore, che ripropone del sottostante la partizione distributiva e la pezzatura dei vani, risulta invece destinato a sede della Sala consiliare nonché agli uffici dello Stato civile, agli archivi, all’Ufficio sanitario.
Si tratta in realtà di un sistema distributivo abbastanza aperto, dove l'anello di circolazione intorno al cortile centrale pur rendendo i singoli ambienti passanti, non presenta una geometria fondata sull’essenzialità. Al contrario, i vari uffici appaiono articolati per zone funzionali ed i collegamenti reciproci risultano definiti attraverso passi eccessivi o perché troppo angusti o perché fuori misura.
All’interno, nella Galleria, i corredi di ornamentazione rimangono risolti nella realizzazione di una decorazione a tempera su tela incartata ancorata a un sistema di arcarecci in legno che definiscono il controsoffitto voltato a padiglione a sesto molto ribassato; decorazione effettuata secondo spolveri geometrici fondati su motivi ricorrenti secondo i riferimenti grafici del più diffuso repertorio classicheggiante (Figg. 5-6). I settori di cromatismo risultano contenuti in uno spettro esiguo mentre la maggiore qualità consiste nel sistema di ombre proprie e portate da sorgenti luminose centrali, di modo che l’intera descrizione tenta un riuscito trompe-l’oeil volumetrico. Negli ulteriori vani di rappresentanza le decorazioni si risolvono in stucchi e rosoni centrali di produzione seriale ancorché di buona qualità e, infine, in una più recente rappresentazione a tempera di più vivaci cromatismi posta nella sala di accesso al piano nobile con lo stemma della municipalità.
Quanto agli esterni, la compagine formale delle quattro facciate rimane fondata su una pretenziosa monumentalità del portale sulla Piazza Castello, impostato su un avancorpo tetrastilo appena aggettante dalla quinta muraria che definisce l’intero prospetto su questo versante (Figg. 7-8).
Su una modulazione di paraste scandite con la rigida osservanza della simmetria centrale, ai vari piani si definiscono elementi di coronamento in opere da scalpellino, più propriamente in corrispondenza delle paraste gemine che al primo piano vengono risolte nei modi del capitello ionico e al secondo piano nei modi di quello corinzio. Ulteriori elementi lapidei consistono, infine, nella cimasa di coronamento, in due conchiglie in bassorilievo, nelle volute di raccordo tra il muretto d’attico e il timpano di cuspide, a sua volta sormontato da un festone mistilineo pure in pietra.
Ai numerosi segni di verticalità si contrappongono, in un tratto di più spiccato aggetto, balconate ai piani, continue sull’intero corpo centrale, coronate sul piano d’attico da una cimasa che ritiene l’orologio della pubblica piazza e lo stemma della città. Un cornicione d’attico su modiglioni, secondo la serialità del dentello, sottolinea una orizzontalità che in qualche modo nega la sostanziale verticalità denunciata dal complesso murario.
Tutte le aperture sono risolte su uno standard formale omogeneo per ciascun livello, caratterizzato da uno stipite scorniciato la cui piattabanda è sormontata da un timpano di evidente aggetto. Quello triangolare del piano nobile, equilibrato e canonico, si presenta come il più pregevole. La serialità delle aperture (porte dei balconi e finestre dei piani superiori) si mantiene disciplinata entro lo schema su tutte e quattro le facciate. In quella di Ponente, infine, un ulteriore portone, di eccessiva misura, si apre verso la chiostrina centrale rimanendo testimonianza di una modalità dei tracciati viari urbani propri, e per lunghi secoli, a questa porzione di città. La casa del governatore, che precedentemente occupava questo sito, collegava con un sottoportico su arco - l’Arco del Governatore - la parte più interna dei quartieri militari sotto-mura con la Piazza Castello.
Sintesi di quella contraddizione fra una pretesa monumentalità e una contrazione del gesto creativo pare potersi riconoscere nell’androne al piano terra, dove a una sostanziale complessità degli elementi formali principali (i portali sulla Piazza Castello e su Vico Quartiere risultano in asse e di misure equivalenti; i pilastri che reggono le spinte delle volte dei porticati, insieme a un corredo formale di finiture, si determinano nella sostanziale qualità delle trasparenze; la chiostrina centrale permette la percezione di una ricercata verticalità) corrisponde una sensazione di incombenza degli orizzontamenti voltati che appiattiscono e diminuiscono la misura dell’invaso e dove l’elemento di raccordo, cioè il vano scale, rimane sfuggente e per misure persino inadeguato (Fig. 9), di modo che una sostanziale dissociazione nella regola progettuale (il troppo grande, il troppo piccolo) accompagna il visitatore in ogni parte dell’edificio.

Appendice
Provincia di Terra d’Otranto
Circondario di Taranto
Comune di Taranto
Progetto per l'edificazione del fabbricato della Casa Comunale di Taranto.
L'anno mille ottocento sessantacinque, il giorno venti del mese di Ottobre in Taranto.
Io Davide Conversano, ingegnere di Taranto, per invito ricevuto da questo Signor Sindaco, mi son recato nella Segreteria Comunale, in dove si è trovato lo stesso Signor Sindaco con la Giunta Municipale, la quale ha fatto proposta per la costruzione dell'edifizio della Casa Comunale per intero su di un piano generale, e su di questo piano levare il corrispondente estimativo.
Il piano che la Giunta richiede deve esser tale da soddisfare tutti i bisogni che ha il Comune di località per allocarvi i rami più interessanti della sua amministrazione e dipendenti della stessa; e perciò la ripartizione e distribuzione delle località istesse per lo intero edificio deve essere regolato su di questo concetto.
Tutte le branche dei rami dell’Amministrazione Comunale che devono essere piazzati nel nuovo edifizio, e che sono i più interessanti, dovranno essere nel pianterreno, come sono le scuole diverse diurne e serali, da poter i locali istessi addetti ad esse servire nelle occasioni per le riunioni dell’elezioni amministrative e politiche ed anche per altre circostanze, compatibili sempre con la esistenza delle scuole. Per piazzarvi la Cancelleria della Conciliazione, l’Ufficio dell’Alloggio, quello de’ Dazi o altro di esercizio della economia urbana. Il primo piano alzato destinarsi interamente all’Ufficio della Segreteria Comunale, col Gabinetto del Sindaco, quello per la Giunta, la sala per la riunione del Consiglio, una grande sala per Galleria e, se è possibile, avere locali tali per le sezioni di cui si compone l’Ufficio.
Per la ripartizione di questo 1° piano dev’essere fatta in modo che deve servire tanto per l’uso indicato, quanto per quello di una rappresentanza di considerazione ed anche per ricevere qualche distinto personaggio, dovendovi perciò per questo esservi delle camere che possono addirsi bene a stanze da letto, a gabinetto o sala da pranzo ed a tutti gli altri bisogni di una casa abitata.
Potendo essere facile che per gli usi cui si vuol destinare questo primo piano alzato venisse ad aver località poco sufficienti a tutt’i bisogni che ha l’Ufficio della Segreteria pei diversi impiegati addetti a ciascuna sezione, sarà bene che la proposta del piano artistico si estendi pure al progetto del 2° piano del nuovo
edifizio onde avvalersene ove precisamente il bisogno lo richiedesse, senza ricorrere a nuovi progetti, dovendosi di ciò tener considerazione per edificar le mura della solidità necessaria da sostenere il gravame di un 2° piano.
Quindi il progetto da levarsi dovrà contenere tutte le opere e lavori necessari per le diverse località del pianterreno , quelle della ripartizione di un 1° piano alzato e l’altre per quella di un 2° piano; e tutti questi lavori dovranno essere distinti piano per piano, onde potesse l’Amministrazione regolarne la esecuzione e la condotta a seconda le convenienze e gl’interessi comunali.
Vi è però da osservare una condizione che vi esiste per questo progetto qual è quella che per lo sviluppo di questa Casa Comunale vi è un primitivo progetto parziale dell’opera che riguardava la modifica e la riforma di una porzione di quello che era e in tanti diversi lavori per la somma di £. 20000,00 e che dato in appalto, venivano eseguiti, quando l’Amministrazione Comunale risolvendo di rifare il tutto su di un piano generale conveniva col partitario di quel primo progetto di ridurre i tanti diversi articoli di lavori che comprendeva in quelli solamente di fondazioni ed opere basse, onde liberare il nuovo ed esteso progetto dagl’intralciamenti che quei lavori sparsi in tanti vari punti gli apportava. Difatti così è stato praticato, e questi lavori del primo progetto, o fondazioni e murature fuori terra della facciata alle Mura, di quella al Largo del Castello e di una piccola parte di quella a S. Michele, e tutto sino al pavimento del primo piano.
E’ perciò che nel nuovo progetto deve tenersi ragione di questa circostanza, onde non comprendere nello stesso quei lavori che si trovano già eseguiti e che si appartengono solo alla parte del pianterreno.
Vi è a tener ferma la idea di isolare del tutto il nuovo fabbricato della Casa Comunale, distaccandolo dalla Casa Galassio e di tanto da lasciar libera una strada comoda per vetture.
Spiegata l'idea generale per la distribuzione e destinazione di tutte le parti che compongono ciascun piano dell’edifizio, e come sono designate nelle rispettive piante che vanno alligate al presente progetto, con la indicazione dell’uso a cui ciascuna parte dev’essere destinata, se ne riportano i dettagli e gli estimativi per ognuno.

NOTE
1. Sugli aspetti urbanistici e sull’insediamento dell’arsenale militare a Taranto dopo l’Unità d’Italia si rinvia a G. C. Speziale, Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Bari 1930; AA. VV., La Città al Borgo. Taranto fra ‘800 e ‘900, Taranto 1983; R. Massafra - R. Nistri, Città cittadini civiltà dell’industria. Economia e società a Taranto dal Medioevo ai giorni nostri. Fra cronaca e storia, Taranto-Martina Franca 1985; AA. VV., La Marina e Taranto. Centenario dell’Arsenale, Taranto 1989.
2. Per notizie in dettaglio sulla evoluzione della fabbrica si rinvia a D. L. De Vincentiis, Storia di Taranto, Taranto 1878, Seconda edizione Taranto 1983, pp. 29-35; V. Farella, La Città Vecchia di Taranto. L’esperienza di risanamento e restauro conservativo, Brindisi-Taranto 1988, pp. 342-349; F. Porsia - M. Scionti, Le città nella storia d’Italia. Taranto, Bari 1989, p. 107.
3. Cfr. la cartella “Il Palazzo di Città” presso l’Archivio Storico Comunale di Taranto, Cat. X, b. 254 e il documento riportato in Appendice.
4. Ibidem
5. Ibidem
6. Ibidem

24 agosto 2016

Il triste Natale del 1910 a Taranto

Ex convento S. Francesco (da www.tuttinpuglia.it)

Il triste Natale del 1910

 di Roberto Nistri

Dopo l'epidemia colerica dell'estate del 1886, il morbo tornò ad infierire sulla città di Taranto nel 1910, addizionando nuove sofferenze e preoccupazioni ad una situazione generale di preoccupante deterioramento delle condizioni della città e dei ceti popolari: per tutto il 1909 e il 1910 si era segnalato un continuo aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, e sempre più gravoso diventata il problema del carofitti.
La diffusione del colera indusse pesanti contraccolpi economici: a torto o a ragione venne posta sotto accusa l'ostricoltura (alla fin fine un capro espiatorio per eludere le pesanti responsabilità degli amministratori di fronte alle paurose carenze di ordine igienico-sanitario che affligevano il territorio), l'industria dei frutti di mare era entrata in fase di ristagno, una ventina di operai vennero licenziati.
I primi tumulti nella città vecchia vennero originati dall'opposizione popolare al trasferimento della salma d'una giovane donna ritenuta dalle autorità portatrice del colera. Una situazione esplosiva, bastavano alcuni incidenti occasionali per far divampare la sommossa. Nella mattinata del 31 dicembre la tensione sociale sfociò nella tragedia: tre morti e numerosi feriti. Un gruppo di dimostranti prese ad assalire i negozi di corso Garibaldi, per scontrarsi poi con il corpo delle Guardie Municipali. Una marea montante, da nessuno fomentata e tantomeno organizzata: un composito movimento popolare che si allargava a macchia d'olio, avendo come epicentro il cuore ribelle della "vecchia Taranto".
La folla, inferocita ma disarmata, prese a fronteggiare i militi. A questo punto accadde qualcosa di poco chiaro: sembra che alcuni colpi di moschetto siano stati esplosi contro i popolani da due finestre della caserma "Cesare Rossarol". La folla prese a sbandare e i carabinieri, perduto ogni controllo, incominciarono a sparare all'impazzata.
Giunse di corsa numerosa truppa con la baionetta innestata, la folla si disperse, dieci popolani vennero arrestati, morti e feriti giacevano al suolo.
La domenica successiva la classe operaia commemorò i suoi caduti con un imponente corteo, al quale parteciparono ventotto leghe di lavoratori. Nel comizio tenuto in piazza Fontana il repubblicano Contursi e il socialista Lefemmine denunciarono le insopportabili condizioni di vita della popolazione.
Alcuni giorni dopo la "Voce del Popolo" intervenne sulla questione, legando giustamente i moti di Taranto a un comune malessere di tutta la popolazione meridionale, con l'intento forse di ridimensionare le responsabilità specifiche della classe politica tarantina: "la stampa ha affermato in un primo momento che il ristagno dell'industria delle ostriche ed il licenziamento di appena una ventina di operai determinarono l'agitazione. Non ci par vero. Non vedete invece che questi tumulti e questi eccidi si rassomigliano tutti? Bari, Andria, Ostuni, Taranto, sono le tappe dolorose dell'ignoranza e della miseria, nelle quali si dibattono le nostre popolazioni. Ieri erano la crisi agricola ed il rincaro delle pigioni e dei viveri che ne ridestavano ancora gli istinti più violenti, oggi le condizioni sanitarie, che sono una causa grave ed immanente di disagio" ("Voce", 11 gennaio 1911).
È vero, c'è un innegabile tessuto comune di subalternità e oppressione, di disillusioni e frustrazioni, che si moltiplicano sul tramontare della belle epò que, ma c'è anche il problema specifico di Taranto, la cittadella industriale, il "polo di sviluppo" in cui la miseria nuova si è aggiunta alla miseria vecchia: "a Taranto, come in moltissimi altri comuni del Meridione, v'è un mondo da riparare (...) All'infuori delle opere a carattere militare, d'interesse nazionale, in che modo il Governo è venuto incontro a Taranto perché il suo miglioramento sociale, economico, igienico e morale, armonizzassero con l'importanza politico-militare che le ha voluto dare? I lavori di bonifica, le sistemazioni idrauliche, le costruzioni di fognature sono e resteranno sempre un ironico mito leggendario" ("Il Giornale d'Italia", 19 aprile 1911).

13 agosto 2016

Poesia: Sogno campane d’argento e d’oro suono

Sogno campane d’argento e d’oro suono

Poesia di Gianluca Lovreglio (2011)

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

Sogno campane d’argento e d’oro suono

Sogno campane d’argento e d’oro suono
Organi in movimento dove fallisce il sole

S’alluna l’immortale eco del sangue
e arriva, arriva e si diparte.

Luce non odo: desiderio infame, ora!

Atto di sale,
di fuoco e pane,
di senso e fame,
luce m’assale...

Sì! dimmi, fanciulla che balla

Il sogno ti fa bella

Fuori! Mi desto e muoio!

Caduto eroe senza vergogna
pentomi di tanto clamore vigore calore.

Scottato nell’asse di ghiaccio
so, sì, che non ho di quel che so.

Arrendo e basisco, arretro e ruggisco

Ancora...

Sogno campane d’argento e d’oro suono

(c) Gianluca Lovreglio 2011

Poesia: I viaggi immaginari

I viaggi immaginari

Poesia di Gianluca Lovreglio (1990)

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

I viaggi immaginari

Strane atmosfere
danzano qui sul mondo
in una notte nera
con uomini neri
e nubi dense
circondano l’essere
di gioie mortali e
d'infiniti percorsi.
Storie...
da raccontare ai vivi
solo dopo la morte.
Sangue e liberazione
giorni di festa, scuri
sopra una mano tesa
dagli inscritti germogli rosa.
Vie affollate, gente
che danza.
In ordine, alla notte travestita
o, forse, alla morte.

© Gianluca Lovreglio 1990

30 aprile 2016

Alda Merini. Non vedrò mai Taranto bella

Il 30 aprile 2010 il Consiglio comunale di Taranto quasi a "risarcimento" concede la cittadinanza onoraria alla poetessa Alda Merini, all'unanimità dei 24 consiglieri presenti e votanti, con la seguente motivazione: "La Città di Taranto, in segno di riconoscimento per l'intensa attività poetica e letteraria, frutto di un intelletto singolare e geniale, capace di indagare con passione i luoghi più reconditi dell'animo umano, conferisce la cittadinanza onoraria post mortem ad Alda Merini".
G. L.

Alda Merini

Poesie per Charles



Non vedrò mai Taranto bella
non vedrò mai le betulle
né la foresta marina:
l'onda è pietrificata
e le piovre mi pulsano negli occhi.
Sei venuto tu, amore mio,
in una insenatura di fiume,
hai fermato il mio corso
e non vedrò mai Taranto azzurra,
e il mare Ionio suonerà le mie esequie.

Tratta da: Vuoto d'amore, a cura di Maria Corti, Einaudi, Torino 1991. Collezione di Poesia, n. 224. Torino, Einaudi, 1991.