7 febbraio 2017

Anfiteatro di Taranto. Pochi resti risparmiati dalla cementificazione

Anfiteatro di Taranto. Pochi resti risparmiati dalla cementificazione

di Gianluca Guastella
(archeologo)

Pochi sono i resti dell'anfiteatro di Taranto risparmiati dalla cementificazione selvaggia. Ma qualcosa ancora resta! Un patrimonio storico ed archeologico "violentato".
Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

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Poco a nord rispetto la riva di Mar Grande, in località Montegranaro, l'archeologo L. Viola individuò alcuni filari di muro in opus reticulatum, di forma ellittica. Fu, però, solo nelle indagini del 1927 e, successivamente, del 1963, che si provvide a fornire una documentazione grafica e fotografica dell’area archeologica. Viola ne scavò il settore settentrionale, che si può ubicare nella zona posta a valle dell’attuale Ospedale di S. Giovanni di Dio (Ospedale vecchio, fra via De Cesare, via Anfiteatro, via Acclavio e via D’aquino).
 

Egli rinvenne 17 muraglie disposte lungo linee concentriche ed ellittiche. Un muro di forma ellittica, dello spessore di m. 0,95, le limitava tutte dalla parte esterna. Questo filare di muro doveva essere sormontato da una summa cavea (ultima gradinata esterna), la quale dalla parte del muro esterno doveva poggiare sul banco tufaceo, che in quel punto è molto elevato. La lunghezza complessiva dell’asse minore del monumento si doveva aggirare intorno al centinaio di metri .
L’attuale Ospedale di Taranto dovrebbe poggiare sul versante nord dell’anfiteatro, al di sopra delle gradinate superiori, mentre l’arena si pensa dovesse svilupparsi in corrispondenza del mercato coperto di via Anfiteatro, per un’estensione pari a circa m. 49,35 (calcolo effettuato dal Viola), incluso, forse, un cunicolo circumpodiale.
La tecnica muraria, tipica dell’età augustea e, forse, dei primi decenni del I sec. d.C., richiama altri anfiteatri pugliesi, come quello di Lucera e quello di Lecce (per quanto riguarda l’impostazione generale del monumento). Secondo alcune informazioni tramandateci dal Viola, l’anfiteatro potrebbe anche essere stato eretto sopra all’antico teatro grande di età greca (?).


Oggi sono visibili alcuni tratti di muro, inglobati negli stabili moderni (nello scantinato di una palazzina in via Acclavio è visibile un muro di 5 m circa di lunghezza e m 3 e mezzo di altezza, facente parte, probabilmente, del grande ingresso meridionale).

6 febbraio 2017

Resti di acquedotto rinascimentale presso Leporano, Taranto

Resti di Acquedotto Rinascimentale presso Leporano, Taranto

di Gianluca Guastella
(archeologo)

Questi sono i resti di un acquedotto rinascimentale, che sorge alle porte di Leporano, all'imbocco della strada per Luogovivo. Un poco in ombra, ma un monumento storico di grande pregio.

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

Foto di Gianluca Guastella. Tutti i diritti sono riservati all'autore

5 febbraio 2017

La strada di età romana in via Duomo a Taranto

La strada di età romana in via Duomo a Taranto


di Gianluca Guastella
(archeologo)

In via Duomo, nel 1931, durante i lavori di sterro per la messa in opera della fognatura, all’altezza dell’entrata principale della chiesa di S. Cataldo, viene messo in luce un tratto di strada antica (orientata E/O), lungo circa 18 m e a m. 0,70 di profondità.
Il piano stradale superiore, costituito da ciottoli informi di pietra calcarea disposti senza ordine, viene datato ad età Bizantina.
Il margine meridionale della strada, più vicino alla chiesa di S. Cataldo, era costituito da un muro a grossi blocchi di carparo. Al di sotto di questo piano, a m. 0,60 da esso, viene messo in evidenza un altro piano stradale lastricato e di fattura più regolare, pertinente ad una fase precedente della strada avente lo stesso orientamento.
Questa seconda fase sembra delimitata anch’essa, lungo il margine meridionale, da un muro in opus quadratum. In base alla presenza del lastricato e ad indizi non meglio specificati viene interpretata come strada romana che, attraversando l’intero abitato in senso E/O, usciva dalla porta Temenide, forse da identificare con il ramo urbano della via Appia Antica. Sopra il piano stradale antico è stata rinvenuta una statua virile frammentaria.
 

Sulla sinistra dell’asse stradale, al di sotto del Cappellone barocco della Cattedrale, durante la costruzione della stessa nel 1657, fu messa in luce un’iscrizione in onore di L. Giunio Columella, oggi perduta.

Questi ritrovamenti fanno pensare ad un’area pubblica che in età romana si sviluppava proprio in questa zona dell’Acropoli.
Attualmente (2017) la strada romana è interrata sotto il manto stradale di via Duomo, e perciò non visibile.

4 febbraio 2017

Una tradizione tarantina. Il caffè Ninfole

Ciro Ninfole. Fonte: pagina Facebook Caffè Ninfole

Una tradizione industriale tarantina. Il caffè Ninfole. 

Fonte: pagina Facebook Caffè Ninfole
Autore: non dichiarato

Ciro Ninfole, classe 1900, acquista la prima partita di caffè crudo che inizia a vendere nella "drogheria" di famiglia a Taranto Vecchia. Corre il lontano 1921, il caffè si tostava nei "tostini" e si consumava insieme all'orzo che nel primo dopoguerra era piu' economico.

Nel 1946 viene aperta la prima "Casa del Caffè" nella centralissima via D'Aquino dove si vendevano svariati tipi di Caffè provenienti da tutto il mondo. Siamo nel secondo dopoguerra, c'è una piccola torrefattrice e venti silos; il cliente puo' anche personalizzare la sua miscela concordando con il commesso le varie percentuali di caffè per gustare un prodotto assolutamente esclusivo per quei tempi.

Nel 1948 apre in via Berardi 50 la prima Torrefazione di Caffè.

25 agosto 2016

Il Palazzo di Città a Taranto tra vecchi e nuovi equilibri istituzionali e formali


Il Palazzo di Città a Taranto (1865-1869) tra vecchi e nuovi equilibri istituzionali e formali


di Vittorio Farella

articolo edito in: AA.VV., Kronos. Periodico del Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia. Università degli Studi di Lecce, n. 5-6  - direttore B. Vetere, Galatina 2003
Il testo seguente è stato trovato in rete sul sito www.issuu.com

La fase storica all’interno della quale si inquadra la complessa vicenda della ricostruzione della Casa Comunale è quella caratterizzata dalla ripresa di centralità di una città nella quale i processi di industrializzazione savoiarda interferirono seriamente tanto sullo sviluppo urbanistico che sulla evoluzione del suo sistema economico complessivo. Si chiude, cioè, la fase borbonica di misera provincia e si apre quella del grande porto militare mediterraneo con annesso arsenale marittimo (1).
L’annosa vicenda prende le mosse da un primo intervento di rafforzamento e ristrutturazione parziale dell’impianto preesistente (1864) e, negli anni successivi, parallelamente al crescere di un’ambizione municipale e alla diffusa volontà di affrontare in modo radicale e risolutivo la realizzazione di un’ampia e monumentale Casa comunale, le progettazioni si susseguono alternando mani diverse, da quelle dell’ingegnere Davide Conversano, autore delle prime elaborazioni progettuali (1865), a quelle dell’ingegnere Giovanni Galeone che portò a compimento i lavori reinterpretando ma anche modificando in maniera incisiva il primitivo disegno (1868-1869) e fino agli interventi di rimodellazione degli spazi interni e di ridefinizione dei prospetti che hanno interessato l’edificio per tutto il corso del Novecento (2).

Il primo progetto generale dell’opera, redatto dal Conversano e presentato il 20 Ottobre 1865 per l’approvazione, si presenta particolarmente complesso ed ambizioso volendo non solo assicurare spazi adeguati a tutte le branche dell’amministrazione pubblica, ma anche destinare parte del primo piano alla funzione “di una rappresentanza di considerazione ed anche per ricevere qualche distinto personaggio” prevedendo a tal fine anche “una grande Sala per Galleria” nonché un certo numero di “camere che possono addirsi bene a stanze da letto, a Gabinetto o sala da pranzo ed a tutti gli altri bisogni di una casa abitata” (3). La particolare complessità dell’edificio porterà il Conversano a presentare, in corso d’opera, diversi progetti suppletori e tuttavia non vedrà la conclusione dei lavori che spetterà, invece, all’ing. Giovanni Galeone.

Che Davide Conversano avesse proposto un progetto abbastanza sommario fondato su un’idea della monumentalità ancorata a modelli neoclassici, persino peggiorati nel tentativo di coniugare lessici formali più recenti, lo si desume in qualche modo dalla severa relazione sul progetto formulata da Alessandro Aurinela, ingegnere reggente del Genio Civile di Lecce, e rimessa al sindaco di Taranto, peraltro con una serie di osservazioni di natura economico-amministrativa (4). Relazione che appuntava con burocratica sufficienza e certosina puntigliosità non solo talune inadeguate soluzioni nella distribuzione dei locali per le necessità delle diverse branche dell’Amministrazione, ma ancor più gli errori tecnici e progettuali - in realtà solo presunti - sui quali si era voluto fondare la fabbrica, alla cui definizione si sottolineava la insufficiente quantità di allegati grafici e di dettaglio.
Dura e per certi versi comprensibile fu la reazione del Conversano non solo perché per eccesso di zelo e senza il suo consenso si era voluto sottoporre il progetto all’approvazione del Genio Civile come se riguardasse la costruzione di ponti e strade, ma soprattutto perché l’ing. Aurinela, con evidente saccenteria, era entrato nel merito anche del piano artistico del palazzo rigettando alcune soluzioni prospettate, come l’avancorpo tetrastilo che inquadra il portale principale, l’arrotondamento dei quattro cantonali dell’edificio, la collocazione a suo dire incongrua delle paraste sui prospetti e perfino la forma e le dimensioni delle aperture a finestre e balconi.
“Non ho potuto trovare - così scrive a tal proposito il Conversano al Sindaco di Taranto - negli studi architettonici di qualunque entità essi si fossero il divieto di usare colonne e pilastri nel modo come sono usati nel prospetto del Palazzo Comunale di Taranto. Il Signor Ingegnere Regente dice essere ciò un errore di massima in cui facilmente si cade, ma cadere in errore con Palladio, con Vitruvio, con lo Scamozzi, con Vignola e con altri sommi Ingegneri anteriori e posteriori è cadere decorosissimamente “...
“Sugli angoli dell’edificio portati a spicoli circolari, anzicchè a spicoli retti, come vorrebbe il Signor Ingegnere Regente, gli si risponde che ciò non è mio difetto potendosi usare o l’uno o l’altro modo a seconda le circostanze, e circostanza imponente era per noi la strettezza delle strade e la svoltata di esse precisamente a tutti e quattro gli angoli dell’edificio per dar commodità al giro delle vetture”...
“Il Signor Ingegnere trova che le fasce son mal collocate e che le vorrebbe in corrispondenza de’ muri divisionali dell’interno. Ma domando se quelle del disegno sono forse piazzate a staccio, oppure negli estremi di ogni compartimento? Si guardi il progetto e poi si giudichi della osservazione del Signor Ingegnere a tal riguardo.
Non saprei cosa fare come non far comparire disgradevoli agli occhi del Signor Ingegnere Regente le finestre del pianterreno ed i balconi de’piani superiori e deformi le cornici de’ frontoni di essi. Ma cosa avrei dovuto fare? Farle più larghe? Rotonde? Ellittiche? Ornate di bassorilievi? D’arabeschi? Essi tutti son considerati e per larghezza e d’altezza in proporzione all’edificio cui son adattati e dalle locali e particolari circostanze pure” (5).

E d’altra parte in città fra i notabili si fece un gran parlare su un progetto che lasciava un po’ tutti segretamente insoddisfatti. Qualcuno si spinse perfino a voler di fatto limitare le attribuzioni dell’ingegnere Conversano. Si cominciò così a parlare della necessità di una scala monumentale che potesse esaltare, tramite un più adeguato corredo figurale e ornamentale e un’articolazione plano-altimetrica più imponente, la solennità di un luogo di rappresentanza pubblica. Un certo ing. De Lens produsse così una sofisticata - questa sì economicamente molto ardita - proposta di sistemazione della scala monumentale sulla quale fu chiamata a discutere e decidere la Giunta municipale alla stessa insaputa del Conversano. Ma la città era davvero piccola (e forse lo è ancora) sicché le voci giunsero all’interessato che, con una vibrante rimostranza epistolare, rivendicò l’onorabilità della sua professione gravemente minacciata da una manovra probabilmente mirante perfino al suo esonero, in realtà comunque di grave diminuzione sul piano professionale giacché rimetteva ad altri la soluzione degli elementi monumentali essendo state ritenute insufficienti perciò le molte altre da lui proposte.

E Davide Conversano, ingegnere del Genio Civile di Taranto, si risentì veramente molto giacché, tra i rilievi sfavorevoli della Prefettura di Terra d’Otranto, già ricordati, tra i crolli subitanei di porzioni di cornicione d’attico, tra quanto qualcuno della Commissione di sorveglianza andava calunniando riuscendo perfino a far deliberare il Consesso cittadino non curandosi del rischio che ciò comportava “di faccia alla pubblica opinione” per l’immagine del “valente” professionista, avvertiva quanto tale ginepraio nuocesse alla sua figura di uomo pubblico. Ma l’episodio, che pure ci restituisce il tenore minuscolo della vita di una cittadina di Terra d’Otranto, si colorò dei toni della tragedia umana giacché la morte del Conversano (giugno 1868) deve ritenersi molto prossima a queste vicende di affanni del contingente che avevano così seriamente provato l’uomo.
Già nel marzo del 1868 lo stesso Conversano aveva chiamato a coadiuvare l’ingegner Giovanni Galeone perché potesse in qualche modo curare le fasi terminali della costruzione. Questi affronta gli ultimi problemi strutturali e distributivi rimasti insoluti senza però sconvolgere il preesistente impianto e nel pieno rispetto del lavoro affrontato dal Conversano, come esplicitamente dichiara nella Relazione allegata al Progetto suppletivo pel nuovo Palazzo municipale presentato il 20 Settembre del 1868:

“A chi voglia considerare le particolarità del palazzo municipale in costruzione si appresenta subito l’idea della necessità di apportarvi qualche modifica nell’intendimento di accordare le costruzioni eseguite secondo l’antico Progetto con le altre molte che ulteriormente si sono e proposte ed accettate. E già è noto come quella saggia costumanza che i Pittori hanno di venir ritoccando le sparte tinte delle loro tele devesi anche dall’Architetto seguire quando ei per mala ventura s’imbatte ad espletare un edificio incominciato senza unità di concetto. Se non che la mancanza di questa unità di concetto non può in verun modo addebitarsi all’illustre autore del Progetto primitivo perciocché i documenti in forza de’ quali egli compilò quel progetto valgono non pure a giustificarmelo, ma a salvarlo ancora d’ogni qualsiasi accusa che gli si volesse avventare. Ciò conveniva a me qui rammentare a testimonianza di quel giusto rispetto che pel defunto collega mi ebbi e di quella riserba con la quale alla compilazione di questo progetto mi accingo" (6).
Così il nuovo direttore dei lavori, l’ingegner Giovanni Galeone, nominato il 19 giugno 1868 all’indomani della scomparsa del Conversano, si accingeva a portare a compimento quella contrastata vicenda che caratterizzò la realizzazione di questa importante opera pubblica della città di Taranto. Già componente di rilievo della Commissione di sorveglianza nominata dal sindaco Angelo Farese per coadiuvare e ulteriormente rappresentare la municipalità nel suo sforzo per la realizzazione di una Casa comunale moderna e monumentale, il Galeone si trovò a dover dirimere aspetti amministrativi, architettonico-progettuali ed operativi e proprio nella fase nella quale ormai i lavori, iniziati all’indomani dell’asta pubblica tenutasi in Taranto con il sistema delle tre candele il 14 maggio del 1864, erano pervenuti alla copertura del piano d’attico.
Si trattò indubbiamente di un impegno complesso, rivolto soprattutto a risolvere le problematiche esistenti e a consegnare in tempi brevissimi il palazzo. Il suo esito, perciò, non si discosta sensibilmente dalla primitiva ipotesi del Conversano tanto per impianto che per definizione delle facciate. Una soluzione sicuramente non ardita, tutta dentro il solco di una concezione della monumentalità pubblica propria del periodo postunitario nel quale l’architettura, alla ricerca di espressioni aderenti alla vita moderna e alla nuova svolta storico-istituzionale, ripropone ancora per inerzia e stancamente schemi e linguaggi di ispirazione neoclassica desunti prevalentemente dall’edilizia privata aristocratica. Un giudizio sugli esiti se per certi versi colloca entro uno scenario abbastanza angusto l’intera operazione progettuale, ben ci indica una indisponibilità all’arditezza che forse meglio altrove venne in simili occasioni dispiegata. Ad ogni modo l’intervento risultò efficace e migliorò sensibilmente quanto fino a quel momento si era definito. In epoche successive, poi, vari ulteriori interventi permetteranno di configurare, sia nei prospetti che nell’articolazione e distribuzione degli spazi interni, l’attuale stato e configurazione del Palazzo di Città (Figg. 1-2).
Si tratta di un edificio in cui molto si avverte quella generalizzata trascuratezza nella soluzione particolare propria dell’edilizia pubblica, una sorta cioè di contraddizione fra la necessità di rappresentare il pubblico interesse attraverso interventi di indiscussa monumentalità e l’impossibilità di ricondurre tale necessità ad un’unica volontà ordinatrice capace di dare forma ad un’idea fortemente perseguita. Una contraddizione strutturale che presenta eccezioni solo nelle realizzazioni maggiori di regime e che appunto colloca pure quest’opera tra le molte altre sulle quali appare difficile esercitare giudizio.
Intorno a un cortile centrale, nel quale una sorta di verticalità di illuminazione permette di riconoscere al piano terra in penombra perimetri e misura dell’invaso, sui lati lunghi del quale due appartamenti sono destinati al personale di guardiania e sorveglianza, solo a fatica si indovina l’ubicazione dello scalone a due rampe che permette l’accesso al piano nobile. Sebbene per misure rammenti una ricercata monumentalità, il sistema della sua illuminazione e la scarna ornamentazione ce lo restituiscono in una percezione di eccessività (Figg. 3-4).
L’accesso nella grande sala che distribuisce nelle due direzioni intorno alla chiostrina le varie stanze della pubblica funzione, consente una pausa dovendosi il visitatore orientare o verso l’ala di Sud-Est, più propriamente utilizzata per le funzioni del Gabinetto del sindaco e degli Affari generali - tutti ambienti questi ultimi affacciantisi su una vasta anticamera - oppure verso l'ala di Nord-Est destinata in origine agli uffici tecnici.
Sul prospetto di levante una grande Galleria, che riproduce per misura lo spazio della porzione di androne che precede la chiostrina, risulta l’ambiente destinato alla rappresentanza pubblica.
Il secondo piano superiore, che ripropone del sottostante la partizione distributiva e la pezzatura dei vani, risulta invece destinato a sede della Sala consiliare nonché agli uffici dello Stato civile, agli archivi, all’Ufficio sanitario.
Si tratta in realtà di un sistema distributivo abbastanza aperto, dove l'anello di circolazione intorno al cortile centrale pur rendendo i singoli ambienti passanti, non presenta una geometria fondata sull’essenzialità. Al contrario, i vari uffici appaiono articolati per zone funzionali ed i collegamenti reciproci risultano definiti attraverso passi eccessivi o perché troppo angusti o perché fuori misura.
All’interno, nella Galleria, i corredi di ornamentazione rimangono risolti nella realizzazione di una decorazione a tempera su tela incartata ancorata a un sistema di arcarecci in legno che definiscono il controsoffitto voltato a padiglione a sesto molto ribassato; decorazione effettuata secondo spolveri geometrici fondati su motivi ricorrenti secondo i riferimenti grafici del più diffuso repertorio classicheggiante (Figg. 5-6). I settori di cromatismo risultano contenuti in uno spettro esiguo mentre la maggiore qualità consiste nel sistema di ombre proprie e portate da sorgenti luminose centrali, di modo che l’intera descrizione tenta un riuscito trompe-l’oeil volumetrico. Negli ulteriori vani di rappresentanza le decorazioni si risolvono in stucchi e rosoni centrali di produzione seriale ancorché di buona qualità e, infine, in una più recente rappresentazione a tempera di più vivaci cromatismi posta nella sala di accesso al piano nobile con lo stemma della municipalità.
Quanto agli esterni, la compagine formale delle quattro facciate rimane fondata su una pretenziosa monumentalità del portale sulla Piazza Castello, impostato su un avancorpo tetrastilo appena aggettante dalla quinta muraria che definisce l’intero prospetto su questo versante (Figg. 7-8).
Su una modulazione di paraste scandite con la rigida osservanza della simmetria centrale, ai vari piani si definiscono elementi di coronamento in opere da scalpellino, più propriamente in corrispondenza delle paraste gemine che al primo piano vengono risolte nei modi del capitello ionico e al secondo piano nei modi di quello corinzio. Ulteriori elementi lapidei consistono, infine, nella cimasa di coronamento, in due conchiglie in bassorilievo, nelle volute di raccordo tra il muretto d’attico e il timpano di cuspide, a sua volta sormontato da un festone mistilineo pure in pietra.
Ai numerosi segni di verticalità si contrappongono, in un tratto di più spiccato aggetto, balconate ai piani, continue sull’intero corpo centrale, coronate sul piano d’attico da una cimasa che ritiene l’orologio della pubblica piazza e lo stemma della città. Un cornicione d’attico su modiglioni, secondo la serialità del dentello, sottolinea una orizzontalità che in qualche modo nega la sostanziale verticalità denunciata dal complesso murario.
Tutte le aperture sono risolte su uno standard formale omogeneo per ciascun livello, caratterizzato da uno stipite scorniciato la cui piattabanda è sormontata da un timpano di evidente aggetto. Quello triangolare del piano nobile, equilibrato e canonico, si presenta come il più pregevole. La serialità delle aperture (porte dei balconi e finestre dei piani superiori) si mantiene disciplinata entro lo schema su tutte e quattro le facciate. In quella di Ponente, infine, un ulteriore portone, di eccessiva misura, si apre verso la chiostrina centrale rimanendo testimonianza di una modalità dei tracciati viari urbani propri, e per lunghi secoli, a questa porzione di città. La casa del governatore, che precedentemente occupava questo sito, collegava con un sottoportico su arco - l’Arco del Governatore - la parte più interna dei quartieri militari sotto-mura con la Piazza Castello.
Sintesi di quella contraddizione fra una pretesa monumentalità e una contrazione del gesto creativo pare potersi riconoscere nell’androne al piano terra, dove a una sostanziale complessità degli elementi formali principali (i portali sulla Piazza Castello e su Vico Quartiere risultano in asse e di misure equivalenti; i pilastri che reggono le spinte delle volte dei porticati, insieme a un corredo formale di finiture, si determinano nella sostanziale qualità delle trasparenze; la chiostrina centrale permette la percezione di una ricercata verticalità) corrisponde una sensazione di incombenza degli orizzontamenti voltati che appiattiscono e diminuiscono la misura dell’invaso e dove l’elemento di raccordo, cioè il vano scale, rimane sfuggente e per misure persino inadeguato (Fig. 9), di modo che una sostanziale dissociazione nella regola progettuale (il troppo grande, il troppo piccolo) accompagna il visitatore in ogni parte dell’edificio.

Appendice
Provincia di Terra d’Otranto
Circondario di Taranto
Comune di Taranto
Progetto per l'edificazione del fabbricato della Casa Comunale di Taranto.
L'anno mille ottocento sessantacinque, il giorno venti del mese di Ottobre in Taranto.
Io Davide Conversano, ingegnere di Taranto, per invito ricevuto da questo Signor Sindaco, mi son recato nella Segreteria Comunale, in dove si è trovato lo stesso Signor Sindaco con la Giunta Municipale, la quale ha fatto proposta per la costruzione dell'edifizio della Casa Comunale per intero su di un piano generale, e su di questo piano levare il corrispondente estimativo.
Il piano che la Giunta richiede deve esser tale da soddisfare tutti i bisogni che ha il Comune di località per allocarvi i rami più interessanti della sua amministrazione e dipendenti della stessa; e perciò la ripartizione e distribuzione delle località istesse per lo intero edificio deve essere regolato su di questo concetto.
Tutte le branche dei rami dell’Amministrazione Comunale che devono essere piazzati nel nuovo edifizio, e che sono i più interessanti, dovranno essere nel pianterreno, come sono le scuole diverse diurne e serali, da poter i locali istessi addetti ad esse servire nelle occasioni per le riunioni dell’elezioni amministrative e politiche ed anche per altre circostanze, compatibili sempre con la esistenza delle scuole. Per piazzarvi la Cancelleria della Conciliazione, l’Ufficio dell’Alloggio, quello de’ Dazi o altro di esercizio della economia urbana. Il primo piano alzato destinarsi interamente all’Ufficio della Segreteria Comunale, col Gabinetto del Sindaco, quello per la Giunta, la sala per la riunione del Consiglio, una grande sala per Galleria e, se è possibile, avere locali tali per le sezioni di cui si compone l’Ufficio.
Per la ripartizione di questo 1° piano dev’essere fatta in modo che deve servire tanto per l’uso indicato, quanto per quello di una rappresentanza di considerazione ed anche per ricevere qualche distinto personaggio, dovendovi perciò per questo esservi delle camere che possono addirsi bene a stanze da letto, a gabinetto o sala da pranzo ed a tutti gli altri bisogni di una casa abitata.
Potendo essere facile che per gli usi cui si vuol destinare questo primo piano alzato venisse ad aver località poco sufficienti a tutt’i bisogni che ha l’Ufficio della Segreteria pei diversi impiegati addetti a ciascuna sezione, sarà bene che la proposta del piano artistico si estendi pure al progetto del 2° piano del nuovo
edifizio onde avvalersene ove precisamente il bisogno lo richiedesse, senza ricorrere a nuovi progetti, dovendosi di ciò tener considerazione per edificar le mura della solidità necessaria da sostenere il gravame di un 2° piano.
Quindi il progetto da levarsi dovrà contenere tutte le opere e lavori necessari per le diverse località del pianterreno , quelle della ripartizione di un 1° piano alzato e l’altre per quella di un 2° piano; e tutti questi lavori dovranno essere distinti piano per piano, onde potesse l’Amministrazione regolarne la esecuzione e la condotta a seconda le convenienze e gl’interessi comunali.
Vi è però da osservare una condizione che vi esiste per questo progetto qual è quella che per lo sviluppo di questa Casa Comunale vi è un primitivo progetto parziale dell’opera che riguardava la modifica e la riforma di una porzione di quello che era e in tanti diversi lavori per la somma di £. 20000,00 e che dato in appalto, venivano eseguiti, quando l’Amministrazione Comunale risolvendo di rifare il tutto su di un piano generale conveniva col partitario di quel primo progetto di ridurre i tanti diversi articoli di lavori che comprendeva in quelli solamente di fondazioni ed opere basse, onde liberare il nuovo ed esteso progetto dagl’intralciamenti che quei lavori sparsi in tanti vari punti gli apportava. Difatti così è stato praticato, e questi lavori del primo progetto, o fondazioni e murature fuori terra della facciata alle Mura, di quella al Largo del Castello e di una piccola parte di quella a S. Michele, e tutto sino al pavimento del primo piano.
E’ perciò che nel nuovo progetto deve tenersi ragione di questa circostanza, onde non comprendere nello stesso quei lavori che si trovano già eseguiti e che si appartengono solo alla parte del pianterreno.
Vi è a tener ferma la idea di isolare del tutto il nuovo fabbricato della Casa Comunale, distaccandolo dalla Casa Galassio e di tanto da lasciar libera una strada comoda per vetture.
Spiegata l'idea generale per la distribuzione e destinazione di tutte le parti che compongono ciascun piano dell’edifizio, e come sono designate nelle rispettive piante che vanno alligate al presente progetto, con la indicazione dell’uso a cui ciascuna parte dev’essere destinata, se ne riportano i dettagli e gli estimativi per ognuno.

NOTE
1. Sugli aspetti urbanistici e sull’insediamento dell’arsenale militare a Taranto dopo l’Unità d’Italia si rinvia a G. C. Speziale, Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Bari 1930; AA. VV., La Città al Borgo. Taranto fra ‘800 e ‘900, Taranto 1983; R. Massafra - R. Nistri, Città cittadini civiltà dell’industria. Economia e società a Taranto dal Medioevo ai giorni nostri. Fra cronaca e storia, Taranto-Martina Franca 1985; AA. VV., La Marina e Taranto. Centenario dell’Arsenale, Taranto 1989.
2. Per notizie in dettaglio sulla evoluzione della fabbrica si rinvia a D. L. De Vincentiis, Storia di Taranto, Taranto 1878, Seconda edizione Taranto 1983, pp. 29-35; V. Farella, La Città Vecchia di Taranto. L’esperienza di risanamento e restauro conservativo, Brindisi-Taranto 1988, pp. 342-349; F. Porsia - M. Scionti, Le città nella storia d’Italia. Taranto, Bari 1989, p. 107.
3. Cfr. la cartella “Il Palazzo di Città” presso l’Archivio Storico Comunale di Taranto, Cat. X, b. 254 e il documento riportato in Appendice.
4. Ibidem
5. Ibidem
6. Ibidem

24 agosto 2016

Il triste Natale del 1910 a Taranto

Ex convento S. Francesco (da www.tuttinpuglia.it)

Il triste Natale del 1910

 di Roberto Nistri

Dopo l'epidemia colerica dell'estate del 1886, il morbo tornò ad infierire sulla città di Taranto nel 1910, addizionando nuove sofferenze e preoccupazioni ad una situazione generale di preoccupante deterioramento delle condizioni della città e dei ceti popolari: per tutto il 1909 e il 1910 si era segnalato un continuo aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, e sempre più gravoso diventata il problema del carofitti.
La diffusione del colera indusse pesanti contraccolpi economici: a torto o a ragione venne posta sotto accusa l'ostricoltura (alla fin fine un capro espiatorio per eludere le pesanti responsabilità degli amministratori di fronte alle paurose carenze di ordine igienico-sanitario che affligevano il territorio), l'industria dei frutti di mare era entrata in fase di ristagno, una ventina di operai vennero licenziati.
I primi tumulti nella città vecchia vennero originati dall'opposizione popolare al trasferimento della salma d'una giovane donna ritenuta dalle autorità portatrice del colera. Una situazione esplosiva, bastavano alcuni incidenti occasionali per far divampare la sommossa. Nella mattinata del 31 dicembre la tensione sociale sfociò nella tragedia: tre morti e numerosi feriti. Un gruppo di dimostranti prese ad assalire i negozi di corso Garibaldi, per scontrarsi poi con il corpo delle Guardie Municipali. Una marea montante, da nessuno fomentata e tantomeno organizzata: un composito movimento popolare che si allargava a macchia d'olio, avendo come epicentro il cuore ribelle della "vecchia Taranto".
La folla, inferocita ma disarmata, prese a fronteggiare i militi. A questo punto accadde qualcosa di poco chiaro: sembra che alcuni colpi di moschetto siano stati esplosi contro i popolani da due finestre della caserma "Cesare Rossarol". La folla prese a sbandare e i carabinieri, perduto ogni controllo, incominciarono a sparare all'impazzata.
Giunse di corsa numerosa truppa con la baionetta innestata, la folla si disperse, dieci popolani vennero arrestati, morti e feriti giacevano al suolo.
La domenica successiva la classe operaia commemorò i suoi caduti con un imponente corteo, al quale parteciparono ventotto leghe di lavoratori. Nel comizio tenuto in piazza Fontana il repubblicano Contursi e il socialista Lefemmine denunciarono le insopportabili condizioni di vita della popolazione.
Alcuni giorni dopo la "Voce del Popolo" intervenne sulla questione, legando giustamente i moti di Taranto a un comune malessere di tutta la popolazione meridionale, con l'intento forse di ridimensionare le responsabilità specifiche della classe politica tarantina: "la stampa ha affermato in un primo momento che il ristagno dell'industria delle ostriche ed il licenziamento di appena una ventina di operai determinarono l'agitazione. Non ci par vero. Non vedete invece che questi tumulti e questi eccidi si rassomigliano tutti? Bari, Andria, Ostuni, Taranto, sono le tappe dolorose dell'ignoranza e della miseria, nelle quali si dibattono le nostre popolazioni. Ieri erano la crisi agricola ed il rincaro delle pigioni e dei viveri che ne ridestavano ancora gli istinti più violenti, oggi le condizioni sanitarie, che sono una causa grave ed immanente di disagio" ("Voce", 11 gennaio 1911).
È vero, c'è un innegabile tessuto comune di subalternità e oppressione, di disillusioni e frustrazioni, che si moltiplicano sul tramontare della belle epò que, ma c'è anche il problema specifico di Taranto, la cittadella industriale, il "polo di sviluppo" in cui la miseria nuova si è aggiunta alla miseria vecchia: "a Taranto, come in moltissimi altri comuni del Meridione, v'è un mondo da riparare (...) All'infuori delle opere a carattere militare, d'interesse nazionale, in che modo il Governo è venuto incontro a Taranto perché il suo miglioramento sociale, economico, igienico e morale, armonizzassero con l'importanza politico-militare che le ha voluto dare? I lavori di bonifica, le sistemazioni idrauliche, le costruzioni di fognature sono e resteranno sempre un ironico mito leggendario" ("Il Giornale d'Italia", 19 aprile 1911).

13 agosto 2016

Poesia: Sogno campane d’argento e d’oro suono

Sogno campane d’argento e d’oro suono

Poesia di Gianluca Lovreglio (2011)

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

Sogno campane d’argento e d’oro suono

Sogno campane d’argento e d’oro suono
Organi in movimento dove fallisce il sole

S’alluna l’immortale eco del sangue
e arriva, arriva e si diparte.

Luce non odo: desiderio infame, ora!

Atto di sale,
di fuoco e pane,
di senso e fame,
luce m’assale...

Sì! dimmi, fanciulla che balla

Il sogno ti fa bella

Fuori! Mi desto e muoio!

Caduto eroe senza vergogna
pentomi di tanto clamore vigore calore.

Scottato nell’asse di ghiaccio
so, sì, che non ho di quel che so.

Arrendo e basisco, arretro e ruggisco

Ancora...

Sogno campane d’argento e d’oro suono

(c) Gianluca Lovreglio 2011

Poesia: I viaggi immaginari

I viaggi immaginari

Poesia di Gianluca Lovreglio (1990)

ATTENZIONE:
Il testo che segue è tutelato dalle norme sul diritto d'autore, in particolare in Italia dalla legge n. 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. L'autore ha autorizzato solo la diffusione gratuita riservandosi il diritto esclusivo ed integrale di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale e derivato.

I viaggi immaginari

Strane atmosfere
danzano qui sul mondo
in una notte nera
con uomini neri
e nubi dense
circondano l’essere
di gioie mortali e
d'infiniti percorsi.
Storie...
da raccontare ai vivi
solo dopo la morte.
Sangue e liberazione
giorni di festa, scuri
sopra una mano tesa
dagli inscritti germogli rosa.
Vie affollate, gente
che danza.
In ordine, alla notte travestita
o, forse, alla morte.

© Gianluca Lovreglio 1990

30 aprile 2016

Alda Merini. Non vedrò mai Taranto bella

Il 30 aprile 2010 il Consiglio comunale di Taranto quasi a "risarcimento" concede la cittadinanza onoraria alla poetessa Alda Merini, all'unanimità dei 24 consiglieri presenti e votanti, con la seguente motivazione: "La Città di Taranto, in segno di riconoscimento per l'intensa attività poetica e letteraria, frutto di un intelletto singolare e geniale, capace di indagare con passione i luoghi più reconditi dell'animo umano, conferisce la cittadinanza onoraria post mortem ad Alda Merini".
G. L.

Alda Merini

Poesie per Charles



Non vedrò mai Taranto bella
non vedrò mai le betulle
né la foresta marina:
l'onda è pietrificata
e le piovre mi pulsano negli occhi.
Sei venuto tu, amore mio,
in una insenatura di fiume,
hai fermato il mio corso
e non vedrò mai Taranto azzurra,
e il mare Ionio suonerà le mie esequie.

Tratta da: Vuoto d'amore, a cura di Maria Corti, Einaudi, Torino 1991. Collezione di Poesia, n. 224. Torino, Einaudi, 1991.



21 marzo 2016

Alda Merini, Michele Pierri e la verità sugli anni di Taranto

Michele Pierri, da: culturasalentina.wordpress.com
Pubblico sul mio blog una testimonianza di Angelo Carrieri. Probabilmente edita su carta, è stata da me rintracciata in rete sulla pagina Facebook "Taranto com'era", senza altri riferimenti. Mi sembra comunque una lettura interessante, se non altro perchè ancora una volta si ribadisce, da parte di un testimone diretto, il carattere e l'anima dei tarantini.
G. L.


Alda Merini, Michele Pierri e la verità sugli anni di Taranto

di Angelo Carrieri
 

Il racconto di un testimone diretto di quel connubio


Difensore non ad oltranza di ciò che è indifendibile, della nostra città e dei suoi cittadini, devo confessare che non ho mai condiviso i ricorrenti, non lusinghieri apprezzamenti su quello che la nostra città ha significato nel percorso di vita, oltre che di poesia, della più grande poetessa del 2° Novecento Italiano.
In un certo senso – e penso di averlo chiarito presso la libreria Mandese – il rapporto con Taranto, nell’immaginario della Merini, è stato condizionato fortemente dalla parte finale del suo soggiorno tarantino. La Taranto, che – per sua stessa ammissione – riteneva, con tutto il nostro Mezzogiorno, “retriva”, si palesò terra di «canto, melodia e sole»: insomma, dopo circa un decennio di esperienza manicomiale al “Paolo Pini” di Milano, la Merini, ormai vedova del primo marito Ettore Carniti, sposò Michele Pierri, poeta e medico tarantino, che era stato allievo – come chirurgo – dell’allora beato Giuseppe Moscati.
“Su quel treno di Taranto, infinito, ove guarirà l’ombra della mia giovinezza”: erano le parole con cui la poetessa stessa dava voce alla speranza che nutriva all’indomani della sua partenza da Milano.
Su come fosse maturata la condizione di quella partenza e dal successivo soggiorno tarantino in via Pupino 2 fui silenzioso testimone per molti mesi, allorché, trovandomi a casa Pierri (che frequentavo dai primissimi anni ’70), giungevano interminabili e costosissime telefonate interurbane, dopo le quali il “dottore” – così lo chiamavo- tornava nel suo studio, dove mi sentivo parcheggiato, “sconvolto” finanche visibilmente, dal crogiolo di quel «grande inconfessabile languore amoroso» che è la follia, che, quando prende la forma di scrittura – ma, forse anche di affabulazione diretta - in A. Merini, viene vissuta prima come esperienza fisica e solo dopo come vocazione letteraria comunemente intesa…
Sarà, come sempre, la stessa Merini a ricordare nella sua biografia che «per quattro anni ci eravamo amati al telefono», e, laddove non fosse proprio così, sicuramente per molto tempo avevano vicendevolmente nutrito la considerazione che l’uno aveva dell’altra ed Alda Merini aveva sicuramente di Michele, se ricordiamo che ha voluto esprimerla sia in prosa (“Lui era un grande poeta. Scompariva nel suo studio dove restava per ore in tutto silenzio”) sia – e soprattutto – in poesia: «Cesare amò Cleopatra, / io amo Pierri divino / che non conduce nessuna guerra, / che è solo condottiero di nostalgia, / ma il mio povero letto / giace nel solstizio d’estate / ed è un audace triclinio / quando lui a sera in vena d’amore / mi dice parole di patriottismo segreto».
Ma torniamo a Taranto: “bella” la definì con oggettivazione ingenua, ma efficace; il suo “golfo azzurro” costituì per lei il tranquillo rifugio e l’avvio di un periodo finalmente positivo, dopo la vedovanza, la povertà ed il venir meno di una serie di tutele della cultura ufficiale (da Manganelli a Spagnoletti, da Quasimodo a Pasolini), che, se non le avevano procurato chissà quali vantaggi…, sicuramente ne avevano autorizzato una qualche inserzione nel circuito buono della poesia del secondo Novecento.
E fu proprio il nostro concittadino Spagnoletti che, a mio avviso, operò per procurare alla Merini (qualcuno mi disse impietosamente che la scaricò…) la risoluzione di quel burrascoso segmento della sua vita, vissuta fra i clochard di Milano (uno, di nome Titano, lo fece soggiornare nella sua povera casa per cinque anni) e la dissipazione delle prime possibilità economiche rivenienti dalla sua poesia e dall’attenzione da cui cominciava ad essere circondata.
Naturale, a mio avviso, anche se confacente alla cultura del sospetto che noi tarantini amiamo esercitare soprattutto sugli altri (guai a ricordarci che eguale legittimità avrebbe, se esercitata su di noi), che molti sospettassero come «interessata» una relazione fra due persone, distanti per età (all’incirca trenta), per condizione sociale (l’uno, illustre chirurgo, andato in pensione come direttore sanitario del SS. Annunziata) e per igiene mentale (matta o caratteriopatia che fosse la Merini).
Ma tornando al matrimonio, ho – per la prima volta – confessato in pubblico che, pur pesandomi enormemente la “violenza” implicita della richiesta, ebbi l’insolenza (ma fu soprattutto un atto di amore per il Maestro…) di chiedere a Pierri per quale motivo stessimo per andare – io testimone e lui nubendo ottantenne – al SS. Crocifisso, dove avrebbe sposato la Merini. La risposta – non la ricordo a memoria – fu molto simile al concetto da lei espresso, con altre parole, nel Delirio amoroso: «lui voleva ripagarmi dei tanti anni di sofferenza. Io invece già lo amavo».
Pierri disse a me, suo testimone, che non voleva lasciarla per strada, alla mercè della violenza del mondo e di una sopravvivenza sempre più precaria («Io nacqui destinata a soffrire. Mi auguravo di morire. Ma la vita fu feroce: mi lasciò sopravvivere…».
A Taranto la Merini incontrò, oltre lo scrivente, persone eccezionali che sposarono i suoi progetti di ripresa creativa ed editoriale: fra tutte, ricordo “Le satire della Ripa”, che, senza Giulio De Mitri ed amici pittori già impegnatisi in un particolarissimo Omaggio a M. Pierri , non avrebbero visto la luce.
C’è quindi un secondo, decisivo, tempo della creatività della Merini, legata agli anni meridionali, agli amici qui conosciuti, alla vicinanza di quel Pierri, che, nel Sud, era tappa obbligata di quanti, fossero poeti o rettori universitari, venivano nella casa del soggiorno della Merini – me presente - a trovare Michele Pierri, ad indagarne l’anima, a coltivarne l’amicizia.
E quel tempo la Merini lo scorda disinvoltamente, assorbendolo indistintamente in quella «terribile ansa di dolore e di ignominia che è la psichiatria di Taranto», dove soggiornò per sole 2 settimane e non certo per un tempo maggiore, come ha amato diffondere nelle sue ricostruzioni più fantasiose che autentiche: e di tanto, fra gli altri, è stato testimone Michele Romano, autorevole neurologo tarantino, per altro amico di Michele Pierri, presente alla serata da Mandese. Quanto ai figli (ma, in verità, non solo quelli…), trovavo in qualche misura giustificabile la loro preoccupazione (in alcuni più evidente…) per la decisione del padre, decisione che ne cambiò e stravolse la vita, così come mi accorsi da subito, pur facendo un’assoluta revisione di quell’atteggiamento di tanti – io fra quelli - propensi a collocare in una sfera di santità un uomo straordinario come Pierri, il più straordinario che io potessi conoscere nella mia vita. Più probabile che parole infuocate – come osserva la Merini nella sua prosa – Pierri amasse ancora sentirle da una donna e che, in qualche misura, le volesse ricambiare, e non solo nella dimensione letteraria, ad una donna così speciale, che gliele aveva risvegliate.
Alla malattia della Merini, altalenante nei suoi picchi ma giammai superata, si aggiunse quella del marito Michele Pierri ed in qualche modo – certo ora più comprensibile – l’ostilità della famiglia, che riteneva ormai impossibile un legame, in cui Pierri, ormai bisognoso lui stesso di assistenza, potesse provvedere ad una donna di trent’anni più giovane ed addirittura “violenta”, suo malgrado, in alcune manifestazioni di intemperanza nei confronti di Pierri ( il più volte citato Rocco, portiere di casa in quegli anni, mi fece a parte di alcuni episodi che non ricordo – nemmeno a me – con piacere…).
Il soggiorno nella psichiatria tarantina, dalle «due settimane» in cui si svolse, diventò circa di tre anni, come riporta certa biografia, forse autorizzata dalla Merini stessa e da un clichè vittimistico cui ha amato indulgere in certi anni.
Non meraviglia che ne conseguisse un’immagine di Taranto, che avrà tante altre colpe, ma fra le tante non ha certo quella di non essere stata ospitale con una personalità così eccezionale, i cui problemi erano – per altro – difficilmente risolvibili fuori di una rete di relazioni familiari e sanitari e che risentivano, comunque, della instabilità della persona e della ingombrante crescita del suo personaggio.
Il ritorno a Milano, forse, anzi certamente, più infelice del viaggio di qualche anno prima per Taranto, fu l’avvio di un periodo diverso, e più ricco di risultati di notorietà e di fama letteraria internazionale. Sarebbe scorretto, a mio avviso, ritenere Taranto e quanto da lei vissuto nella nostra città, estranei al suo ulteriore successo, così come sarebbe ugualmente colpevole continuare a credere nello stereotipo di una Taranto malevola con la più grande poetessa del secondo nostro novecento.